RB7- – L’umiltà. Gradi secondo e terzo. Una vita riferita
Incontro Oblati
Ghiffa, 30 novembre 2025
Capitolo 7– L’umiltà. Gradi secondo e terzo
Una vita riferita
Continuando a riflettere sul tesoro dell’umiltà, come ce la propone il nostro santo Padre Benedetto, possiamo con semplicità definirla: una vita riferita.
Qui siamo al cuore della Regola, con il secondo e terzo grado di umiltà.
Oggi si vuole vivere ‘liberi da’, svincolati, senza riferimenti. Senza mete prefissate, senza nulla che… stringa troppo. Si vuole fare tutto quel che si vuole, la propria libertà fino in fondo.
Invece san Benedetto nel presentare il secondo e il terzo grado di umiltà non la pensa così:
“Il secondo grado di umiltà è non amare la volontà propria, quindi non trovare compiacimento nell’assecondare i propri desideri, e invece mettere in pratica la parola del Signore…” (RB 7, 31-32)”
Il monaco, scegliendo Dio, unendosi a Lui come Primo ed Unico, legandosi al Signore e cercando di non anteporGli nulla, si impegna in una libertà per, che non è assenza di vincoli, ma pienezza di vita che si riconosce nel riferirsi a, e non nell’autogestirsi in un ‘fai da te’ incondizionato: la vita monastica, per essere riferita a Dio, è sempre aperta alle mediazioni; quella dell’Abate, dei fratelli, della Comunità, delle persone, delle situazioni reali, degli eventi che accadono. Una vita riferita al reale, inserita nella realtà, e non ideale. Riferirsi agli altri, all’alterità, per conoscere sé stessi in verità.
Per questo il monaco gioisce nel sapersi e sentirsi riferito, in Dio, e addirittura vincolato (il voto di stabilità) alla sua Comunità, che a poco a poco gli diventa più cara della sua stessa vita.
Nel riferimento, nell’appartenenza c’è l’identità e c’è la libertà.
Ma come è possibile questo apparente paradosso di una libertà ‘legata’?
Perché non dobbiamo compiacerci di assecondare i nostri desideri? Cosa significa?
Fare la propria volontà, ossia seguire i nostri lumi, vedercela noi senza confrontarci, affidarci o consegnarci è darci noi la via, appunto, autogestirci. Vivere secondo me, così sono tranquillo e nessuno mi condiziona, o mi ‘impedisce’… non è vivere.
Vivere svincolati non è possibile, ma non è nemmeno sano. È andare vagando, o addirittura fuggendo, non solo dagli altri, ma, soprattutto, da noi stessi, dalla nostra verità profonda, che mi viene data proprio dalla misura reale della vita.
Il nostro gusto può essere anche buono, magari migliore, ma è vulnerabile, è soggetto a fluttuazione, a cambiamenti rapidi e continui. Il nostro progetto, i nostri disegni… Siamo bravissimi in questo. Niente di più facile, di più naturale, appunto, che assecondare la propria natura. Io sono così… che ci posso fare… tanto vale ascoltarmi e andarmi dietro, assecondare la natura, senza troppa fatica e tanti scrupoli. Quel che mi piace adesso, e magari domani cambio, mi piace altro. Così va il mondo, lo vediamo.
Ma Benedetto chiede al monaco di ascoltarsi bene dentro, nel profondo, e di prendere in mano la situazione, senza mollezze. Di ascoltare la sua anima e non di fuggire, ma di riferirsi alla realtà.
Se assecondare la volontà propria è tanto facile e naturale, però questo è ancora rimanere alla superficie della vita, nella leggerezza del vivere, senza penetrarne il vero senso; senza calarvisi dentro. Non c’è ancora l’Incarnazione a questo livello epidermico.
Invece, pur tenendo conto di come siamo fatti, e proprio perché ci conosciamo e ci riconosciamo – la vita monastica è scuola di autentico riconoscimento personale – sui passi del nostro santo Padre siamo chiamati a non amare la volontà propria, per amare di più, ossia più profondamente e in verità.
A non trovare compiacimento nell’assecondare i propri desideri, per cercare e ritrovare il desiderio che più in profondità ci abita e ci realizza: il desiderio che sulla nostra vita ha il Padre, da sempre.
Se restiamo a noi, o meglio, all’io, se non ci scolliamo da noi stessi, se non ci volgiamo a Dio, cercando Lui e la Sua Volontà, noi non ci scopriremo mai.
È evidente che questo scoprirci per la nostra verità nascosta ci può fare paura. È arrivare al fondo, di cui parla la nostra Madre Fondatrice. Arrivare al fondo di sé non fa piacere, e allora si evita, si rimane a galla, per paura di perdersi. Ma così non si sarà mai veramente felici:
“Logicamente san Benedetto evoca allora Gesù che, lungi dal vivere per sé, vive per il Padre. Gesù orienta il desiderio verso la volontà del Padre. ‘Non la mia, ma la tua volontà’. San Benedetto propone al monaco di entrare in questa nuova dinamica del desiderio e della volontà. ‘Sia fatta la tua volontà’. La propria volontà non conduce al bene. I frutti della propria volontà sono la contrarietà, il cattivo umore, e, talvolta, anche la violenza” [1].
In pratica il secondo grado dell’umiltà ci chiede di riordinare la vita, di darle un ordine, o, meglio, il giusto ordine, non secondo l’io, ma secondo Dio. Di entrare realmente dentro il desiderio di Dio, con Gesù nel Padre, superando le proprie voglie e i propri desideri, ancora ristretti ed egoistici, per liberare, dentro di noi, il desiderio profondo di Colui che ci ha voluti da sempre, e che da sempre conosce il nostro vero bene.
Una vita nell’umiltà è, allora, una vita ordinata per il suo giusto fine.
Una vita ordinata può fare paura. È molto più facile vivere fuori, sempre fuori, che rimettere veramente in ordine dentro, per poi tornare fuori più veri, più belli, più santi.
Sì, la regolarità di vita di primo acchito è scomoda e dura da abbracciare, ma, la vita monastica insegna, quanto è sanante e liberante. La regolarità infonde respiro all’anima, le dà la misura.
Scegliere Dio, anteponendo Lui al nostro io, ci dà il giusto ordine, e dunque la vera gioia e la vera vita. Chi vive non amando la volontà propria, alla fine ritrova veramente, con Dio, sé stesso, la sua verità, la sua profonda libertà.
Dunque, questo secondo grado dell’umiltà, come ogni gradino della scala, è per la vita, per la nostra felicità. Che non è mai a buon mercato: esige una purificazione, il sacrificio di sé. Il segreto della nostra vita non l’abbiamo in tasca, e non possiamo trovarlo se noi rimaniamo il centro di tutto e non ci scomodiamo mai.
Questo vale per i monaci e le monache, ma anche per Voi, cari fratelli e sorelle Oblati/e.
Seguire il Signore concretamente nella vita, scegliere Lui come Primo ed Unico significa iniziare e intraprendere un viaggio che in fondo è un’avventura: si cerca veramente Dio, e in fondo ci si ritrova davvero. Non nei desideri che ci sembrano lì per lì importanti e sussistenti, ma in fondo passano, vanno e vengono, e quindi non ci abitano, ma in quel nocciolo profondo e vitale, che ci ridà il vero senso di chi siamo e per Chi viviamo. C’è la fatica di lasciare noi stessi – ma, in verità solo l’epidermide! – per scoprirsi, più giù, finalmente veri.
In fondo, in questo secondo grado dell’umiltà, c’è una grande scommessa vocazionale.
Vocazione è scoprirsi chiamati.
C’è Qualcuno che ci cerca, che ci chiama, che ci vuole. Da sempre e per sempre.
Se noi restiamo alla natura, se ci fermiamo lì, a come siamo fatti, a quello che ci piace di più, a come sono i nostri gusti, alle nostre inclinazioni… ai nostri capricci… non andiamo poi lontano, e Benedetto lo sa. Per questo, come sempre del resto, è così chiaro in questo secondo gradino.
Se tu scegli di non amare te stesso per quel che senti, per le tue emozioni e sentimenti… ma ascolti Lui, la Sua Parola, Lo cerchi veramente, tu parti, e ti incammini, e imbocchi la strada maestra: lasciandoti, ti consegni a Dio, alla Sua Volontà, e qui ti ritrovi più bello, più grande e più vero.
Il secondo gradino è il livello della crescita.
Del passaggio dall’umano naturale al piano della fede, del soprannaturale, del mistero del nostro cammino in Dio.
Noi siamo la grande scommessa di Dio, e non lo vogliamo.
A Chi ci riferiamo davvero?
Chi è il nostro vero garante?
Questo è il nodo e lo scarto del secondo gradino. Siamo solo al secondo, e già ci dà un po’ i brividi. Ma ne vale la pena.
Se ti fidi, e ti abbandoni, e non ti fermi alla tua bella, ma povera natura, la volontà di Dio ti abbraccia: “Non sono qui per me, ma per Te, la mia felicità sei Tu (v. 32)” [2].
Che nome ha la mia felicità?
Questo ci chiede san Benedetto a questo punto del cammino.
A Chi ti affidi?
Quanto la tua vita è riferita a Dio, ai tuoi Superiori, alla Comunità che ti ha generato?
Non è un gradino da poco, che si può passare quasi per sbaglio. Bisogna affrontarlo senza paura, la paura di noi stessi, e starci un po’, fermarvisi un poco, per poi avanzare. Ed approdare al terzo, a cui è intimamente legato:
“Il terzo grado di umiltà è questo: per amore di Dio sottomettersi in totale obbedienza al superiore, imitando il Signore di cui l’apostolo dice: Si fece obbediente fino alla morte” (RB 7, 34)
Sempre più giù. Non ci sono sconti: non amare la volontà propria sbocca nella sottomissione e totale obbedienza. Nell’imitazione di Cristo.
Chiaro il messaggio: l’obbedienza è libertà. Da sé stessi, per seguire Lui, il Cristo Signore, Colui che nell’obbedienza si perde, certamente, si dona, per ritrovarsi nel Padre, e ritrovarci tutti con Lui.
L’obbedienza nasce dall’amore, esprime l’amore e genera l’amore. Non è costrizione che ci riduce, ci castra, ci blocca. Se la viviamo così, non obbediamo.
Il monaco, ma anche il figlio, la moglie, il marito… nell’obbedienza all’altro, vera, che mi dona l’Altro, deve sempre un po’ morire a sé, alla sua sensibilità, alle sue inclinazioni… ma è così che avanza, che si libera, che cresce, che si offre.
Nell’obbedienza ci si custodisce, si tiene in mano la parte più bella e genuina di sé, mortificando le proprie voglie capricciose, per donare la verità di e stessi. Il cammino è arduo, ma liberante. La liberazione più grande, quella, continua, dal nostro narcisismo, dall’egoismo.
“Nel secondo gradino di umiltà san Benedetto introduce il tema della guarigione della volontà che avrà il suo culmine nel sesto gradino. Comincia innanzitutto ad invitare il monaco a prendere le distanze dai suoi desideri, a non realizzarli. E perciò nel terzo gradino gli propone un mezzo: vivere nell’obbedienza […] …il terzo gradino… è il gradino d’ingresso nell’obbedienza. Lo sentite bene, il problema non è obbedire perché bisogna farlo, ma perché abbiamo percepito, con l’esperienza, che la nostra volontà e i nostri desideri sono delle vere catene e che noi siamo incapaci di venirne fuori da soli” [3].
Obbedienza come uscita dall’illusione di bastare a sé stessi, di cavarcela da soli, di salvarci noi. È la grande illusione odierna: si vive appoggiando la propria fragilità a tante piccole e illusorie sicurezze, ma senza veramente riferirsi.
L’obbedienza, invece, ti insegna che tu non basti a te stesso.
Ti insegna che la rinuncia ti apre, ti mostra orizzonti più ampi.
Che sei un povero, che hai bisogno di Dio, dell’Altro che ti determina e ti realizza davvero. Hai bisogno di Dio, e, in Lui, dei fratelli.
Che non sei tu che porti e sostieni il mondo, ma un Altro porta te, e ti salva.
L’obbedienza è grazia che ci salva da noi stessi, rendendoci consapevoli, nell’esperienza pratica di ogni giorno, di chi siamo veramente: dei poveri, dei figli, portati nella mano di Dio, dei salvati ogni giorno. Liberati, per grazia, per puro amore Suo. Degni, in quanto figli di Dio, della più grande libertà!
Nel bel film Uomini di Dio, che ci fa partecipi del dramma della comunità dei monaci trappisti martiri di Tibhirine, a un certo punto fratel Luc, l’anziano medico che si prodiga con somma generosità nell’assistenza dei malati di ogni tipo nel piccolo ambulatorio annesso al monastero, esce con una frase molto simpatica, in mezzo ai suoi fratelli: fate largo all’uomo libero! Fa sorridere, ma è evidente che lo è. In mezzo ai sui fratelli, membro vivo e operante, nel cuore della sua comunità amata, sotto il fuoco del fondamentalismo, minacciato con gli altri, si può dire, ormai condannato a morte, eppure libero, profondamente libero dentro, perché consegnato e consapevolmente offerto.
Liberato dall’amore di Cristo, sceglie di liberare ogni giorno la propria vita in Lui, per offrirla, per donarla; non solo nell’ora estrema e terribilmente attesa, del martirio, ma, già da prima, nel concreto dei giorni, nel martirio bianco della vita quotidiana di ogni giorno, quando i tanti sofferenti assediano il suo povero studio, e lui, vecchio e malato a sua volta, si sente stremato e perso.
“Fate largo all’uomo libero!”.
È il grido di Gesù che sale al Calvario, portando la croce. Sapendo che su quella croce c’è la liberazione del mondo: salendovi, e non fuggendola. Croce e libertà dell’obbedienza.
Per vivere un amore che si sottomette senza condizioni lì dove ilò Signore ci ha posti. Che non presume di sé, ma riconosce l’Altro come riferimento e termine, come senso e compimento. L’Altro di Dio, che mi apre, mi provoca, mi rivela chi sono. Incontro alla vita, riferiti, facciamo largo a Lui. Firmiamo per la libertà.
Questo secondo e terzo grado della scala dell’umiltà ci parlano della bellezza della stabilità.
Rimanere stabili, in Cristo, fedeli, come Cristo nel Padre.
Rimanere, e non fuggire. Essere veri, essere sé stessi, restando.
Sottomettersi in totale obbedienza al Superiore, afferma san Benedetto al terzo grado: sottomettersi alla Vita!
Accogliere, assumere, prendere stabilità dentro, per divenire stabili fuori. Restare affidabili, nel cuore. Per sempre.
A questo sono chiamati i monaci, ma anche, nel mondo, coloro che, come Voi, seguono la via tracciata da san Benedetto.
Scegliere vigilanti l’umiltà non come rinuncia alla vita, ma, al contrario, come affidabilità di una vita consegnata concretamente al Signore nelle circostanze, negli accadimenti, negli imprevisti.
Acconsentire al reale, senza seguire i nostri miraggi.
Questo è l’umiltà: acconsentire all’Incarnazione, oggi, sostenere le situazioni come si presentano, oggi, senza fuggire, o idealizzare. Vedere Dio che passa adesso, qui, nella nostra vita, così come avviene, e non come vorremmo noi ‘gestire’ le cose, a nostro piacimento.
L’umiltà è adesione realistica alla vita, nell’elasticità della mente, nell’agilità interiore, nel riconoscere Dio che ci plasma e modella secondo Lui, e non secondo noi.
Vogliamo vivere così?
Accogliere il reale nella libertà?
E allora, siamo pronti a ricevere anche i contraccolpi della vita senza fare drammi?
L’umiltà diventa così maturità.
[1]Dom Guillaume, Un cammino di libertà. Commento alla Regola di san Benedetto, Lindau,Torino 2013, p. 148.
[2]Ibidem, p. 150.
[3] Ibidem, pp. 152 – 153.
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