RB7 - Umiltà: cammino di ritorno alla verità
Incontro Oblati
Ghiffa, 26 ottobre 2025
Capitolo settimo Regula Benedicti
Umiltà: cammino di ritorno alla verità
Continuando, dall’annata passata, il commento alla Regola del nostro santo Padre Benedetto, siamo giunti al capitolo settimo, dedicato all’umiltà. Un capitolo cardine, insieme al sesto, sull’amore al silenzio, e al quinto, sull’obbedienza. Sono, questi tre capitoli, il cuore della nostra Regola.
Non è certo facile parlare e trattare dell’umiltà. Lo hanno detto bene i Padri monastici, come Doroteo di Gaza, affermandone l’assoluta necessità:
“Nessuno può spiegare a parole in che cosa consista l’umiltà o come nasca nell’anima, a meno che non l’abbia appresa con l’esperienza” (Insegnamenti, 2, 37).
“Disse uno degli anziani: Prima di ogni altra cosa abbiamo bisogno dell’umiltà (2, 1).
Così san Giovanni Climaco:
“L’umiltà è una grazia che si riceve nell’anima e di cui nessuno conosce il nome se non coloro che ne hanno fatto esperienza; è una ricchezza indicibile; è il nome stesso di Dio e un suo dono; Imparate da me – dice infatti – non da un angelo, né da un uomo, né da un libro, ma da me, cioè dalla mia inabitazione, dalla mia illuminazione…” (La scala XXV, 3).
Isacco di Ninive, poi, afferma che
“l’umiltà è il vestito di Dio… e chiunque se ne è rivestito si è reso simile in verità a colui che è disceso dalla sua altezza, ha nascosto la grandezza della sua magnificenza e velato la sua gloria nell’umiltà, affinché la creazione al vederlo non fosse consumata… Chiunque perciò ha indossato questo abito, nel quale il Creatore si è rivelato quando si è rivestito del corpo, si è rivestito dello stesso Cristo” (Discorsi ascetici 20).
L’umiltà è grazia di Dio, luce che viene solo da Lui, habitus di Cristo, l’identità più profonda di Cristo: quindi, chi di Lui si riveste, chi indossa l’abito dell’umiltà, assume i Suoi sentimenti e il Suo Cuore. L’umiltà è dono inestimabile.
Così Antonio Abate: “Vidi tutte le reti del nemico stese sulla terra, e dissi gemendo: chi potrà superarle? E udii una voce che mi diceva: l’umiltà!” (Detti dei padri, serie alfabetica, Antonio 7).
E Simeone il nuovo Teologo:
“La santa umiltà, con tutte le sue proprietà, i suoi doni e i suoi effetti, è un dono di Dio e non dipende da noi, anche se nessuno sarà mai giudicato degno di tali frutti se non avrà prima seminato con cura ciò che è in suo potere” (Capitoli, I, 91).
Dono di Dio, ed esercizio costante di vita, fino a che diventa un vero e proprio ‘stato’ di vita.
Sulla scia dei Padri, alla luce della loro ricca eredità ed esperienza, capiamo bene perché san Benedetto metta così al centro l’umiltà nella sua Regola, dedicandole tanto spazio – notiamo la lunghezza del capitolo in esame - facendo di questa ‘scala dell’umiltà’, come lui la chiama, l’asse portante e il trampolino di lancio di tutta la vita Benedettina.
Se il monaco benedettino, infatti, è la sua obbedienza, si dice, non di meno è la sua umiltà. L’umiltà dovrebbe essere la carta d’identità, la fotografia del monaco benedettino.
Sappiamo quanto è difficile, eppure questa è la sfida per noi, la sfida più importante della vita! Non possiamo solo con le nostre forze, ma con la grazia di Dio sì.
Perché tutto il resto, tutto quello che facciamo, passa, ma l’umiltà resta, come scia di luce, dietro di noi. Tutto importa, allora, da questa base sicura, da questa ‘roccia’ dell’umiltà, per Benedetto. Ma perché tanta importanza?!
Perché il monaco non è mai un arrivato, ma sostanzialmente, in essenza, un graziato.
E ciascuno di noi, in cammino, non è mai arrivato. Siamo sempre in itinere: in viaggio verso la meta. Siamo sempre discepoli che seguono l’unico Maestro, Gesù, nostro Signore. Sempre abbiamo da imparare, sempre siamo agli inizi, sempre ricominciamo.
Raggiunto dalla pura bontà e misericordia di Dio, il monaco (l’oblato) non ha titoli da esibire, o carte di credito che lo garantiscono; toccato dalla grazia, per puro dono di Dio, è portato una consapevolezza fondamentale che lo regge: egli è piccolo, profondamente piccolo, ma amato, assolutamente amato da Dio, in qualunque stato di vita o condizione. Questa è la certezza di base che ci fa sicuri, e contenti.
Per questo il vero monaco, l’oblato autentico, che diventa umile lungo la strada della vita, non ha paura di cadere, di affrontare battaglie che non sempre vince, e di mostrarsi qual è, nella realtà: piccolo e povero, appunto; perché si sa profondamente amato da Dio. Al sicuro nella mano di Dio. Chi potrà fargli del male?! Ma senza alterigia crede questo, anzi, disarmato.
Eppure, lo constatiamo ogni giorno, si vive in contesti in cui troppo spesso ci si fa padroni, anche per cose da poco, e vince chi è più spinto, disinvolto, arrogante, pretenzioso, noncurante del prossimo. Nell’aggressività dominante, il dominus, appunto, sembra avanzare: colui che si fa padrone! C’è una logica rovesciata, nel mondo, rispetto al Vangelo. Vince il furbo, lo scaltro, lo spregiudicato, chi grida più forte, chi si fa valere.
Ma Gesù ha parlato sempre un altro linguaggio. “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14, 11; Mt 23, 12). E ancora: “Beati i miti perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5).
Noi, però, ci crediamo?! È davvero così per noi, concretamente: i miti, gli umili possiedono veramente la terra? Questa è la nostra fede?!
Ecco, la sfida oggi è recuperare interiormente – e quindi anche fuori – la prospettiva evangelica nella quotidianità della vita, che è la vera vittoria sul mondo, anche se, di fatto, sembra il contrario.
Ce lo dice chiaramente san Benedetto in questo settimo capitolo: “E la scala elevata in alto è la nostra vita presente che il Signore, quando avrà reso umile il nostro cuore, innalzerà fino al cielo” (VII, 8). Abbiamo tutta la vita per ‘allenarci’, per salire e scendere su questa scala dell’umiltà.
“… l’esaltazione dell’orgoglio fa discendere, mentre l’abbassamento dell’umiltà fa salire! (VII, 7). San Benedetto ne è convinto, anche perché lui per primo l’ha sperimentato e perciò lo insegna.
La persona umile è sempre al posto giusto, contenta della sua creaturalità.
La persona umile non avanza pretese. Sa di essere limitata, e non ne fa un dramma.
Accoglie il suo limite, lo riconosce, e ci lavora con modestia.
Sa di essere povero, l’umile, eppure… è figlio di Dio, diletto, amato, il cui nome è inciso nel Cuore stesso di Dio.
L’umiltà, paradossalmente, coincide con la felicità. L’umile è felice anche perché la sua vita, mai arrivata, sempre in divenire, mai al capolinea, è unificata.
Il corpo e l’anima – i due lati della scala, per Benedetto, si completano, e sono in unità nella persona umile. Il corpo e l’anima: terra e cielo, materia e spirito, asse orizzontale e verticale della croce si incontrano e si uniscono. Non ci sono dicotomie, non ci sono fratture tra l’umano e il divino, anzi. L’umile manifesta un’armonia anche esterna, perché lo è unificato dentro.
C’è un equilibrio, una bellezza semplice e profonda nella vita dell’umile, dove tutto è ricondotto al centro, nel cuore, dentro il Cuore amante di Cristo. I contrasti si appianano.
La vita monastica – e così il cammino di oblazione benedettina - è ritorno all’unità di sé, attraverso l’unità di Gesù Cristo. San Benedetto ci presenta una scala in questo settimo capitolo: la scala dell’umiltà, appunto, costituita da dodici gradini.
Si sale la scala dell’umiltà, gradino dopo gradino, per tornare a Lui.
Ecco perché questo cammino di conversione, che è anche frutto di una bella e quotidiana battaglia personale, non è avvilente: perché, se gratuita è l’iniziativa previa, sempre preveniente di Dio, che dall’alto della scala si affaccia e con tenera paternità ci guarda, veglia amorevolmente su di noi, altrettanto gratuito è il modello e l’unico vero capolinea di questa scala santa: Gesù Cristo, il Figlio prediletto, il mite ed umile di cuore per eccellenza. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore…” (Mt 11, 29).
Non fa paura e non è troppo ardua questa scala: possiamo dire di percorrerla anche con agilità e gioia, se ci mettiamo la fede, perché all’inizio della scala c’è la paternità di Dio, e alla fine l’umanità di Cristo, nostro Fratello. Sorretti e sostenuti dall’amore del Padre, nella fiducia che ci conduce, nella grazia che ci fa vivere e muovere sotto lo sguardo benedicente di Dio, possiamo percorrere la scala, ritrovando e recuperando, di gradino in gradino, il nostro volto nel Volto di Cristo.
La scala dell’umiltà è così un cammino di riscoperta della nostra origine, di ritrovamento del centro, di recupero della nostra piena umanità nella concretezza delle diverse situazioni.
La scala che ci fa scendere dai nostri piedistalli in realtà ci innalza a Dio, ci fa ritrovare nel suo sguardo, e ci dilata il cuore a orizzonti più ampi e meno angusti della nostra piccina staticità.
La scala dell’umiltà è un’avventura che ci apre e ci rinnova, ci trasforma dal di dentro, piuttosto che una scalata che ci fa sudare, ma resta infruttuosa, perché non ci cambia.
È la sfida dell’amore di Dio che ci chiama a un cammino, a un oltre. E ogni gradino della scala è un piccolo, inedito passo in avanti di questo viaggio.
Se diamo uno sguardo anche solo al primo grado della scala dell’umiltà, possiamo scorgere la bellezza di questo percorso a cui il Signore ci invita.
Vivere alla luce di Dio, questo è il primo grado del percorso.
“Porsi sempre davanti agli occhi il timor di Dio” (v. 10): un timore sano e salutare, che tiene presente la grandezza di Dio, il Tutto che è Dio, la Sua presenza che avvolge ogni cosa, e ci coinvolge.
Benedetto, che nell’angusta grotta di Subiaco ha imparato a sue spese a dilatare il cuore agli orizzonti smisurati dell’amore di Cristo, e ha vissuto solo con il Solo, sotto lo sguardo del Signore, può ben essere il cantore del Dio presente, reale, santificante i nostri passi, dal timore all’amore.
Il primo grado di umiltàè infatti coscienza della Presenza divina che ci abita.
Vivere sotto lo sguardo di Dio, con Lui sempre davanti, per saperci figli, e crescere ogni giorno nella Sua paternità. Non si può e non si deve “vivere da smemorati” (v. 10). Quanta… smemoratezza oggi! Incoscienza, non memoria di Dio. Si vive senza Dio, ammorbati da tanti pensieri lontani da Lui.
Eppure, che lo si voglia o no, gli occhi di Dio ogni momento sono posati su di noi, Suoi figli, e sono amorevoli e misericordiosi, teneri e pazienti, ma anche chiari, retti e veri, tersi, puri, e ci illuminano su chi siamo in verità, senza finzioni e falsità. Se lo vogliamo!
Ci incutono un sano timore di Lui, che ci custodisce, ci preserva, ci salva.
Salire questo primo grado significa già far cadere le maschere, le auto-illusioni, le presunzioni che rischiamo di portare avanti lungo la vita, per non avere il coraggio di fermarci a guardarci dentro.
Guardare a Dio ci illumina: su noi stessi, sul fondo del nostro cuore, sul senso della vita, sulla vanità di tante cose… e ci proietta già verso la vita eterna.
Come è dura oggi fermarsi e vedere a che punto si è, come si è messi davvero. Come è difficile essere veri. Ci si illude, beatamente, ci si para dietro tante evasioni. Ma poi, i conti tornano.
Persino nella vita della Chiesa, spesso si fa fatica a fermarsi e vedersi realmente. L’umiltà che è verità di sé può far paura. Il silenzio dell’amore di Dio che si posa su di noi, e ci svela chi siamo davvero, ci fa paura. Preferiamo fare tante cose, magari riempirci di impegni non sempre così necessari, lanciarci in tante opere di bene, in nome di una legittima e sacrosanta carità. E questo va bene fino ad un certo punto. Anche una carità a tutto campo, un apostolato assorbente, paradossalmente, può essere evasione, fuga da noi stessi.
Occorre sapersi fermare. Prendere un po’ di tempo per sé. E lasciarci guardare da Dio come solo Lui sa fare, rimanendo nel silenzio di noi, in preghiera, con cuore veramente aperto alla Sua novità … certamente questo può essere un pericolo, perché rischia di ribaltare le categorie, i valori, la vita. Meglio correre e non vederci, che ascoltarci in profondità e seriamente. Ma san Benedetto, lo sappiamo bene, non la pensa così. “Ascolta, figlio…” (Prol. 1).
Questo primo grado è già, allora, un non barare con noi stessi, perché si accetta che Dio Padre – non Dio giudice, ma Dio Padre, il cui giudizio è amore e verità insieme – ci guardi, ci conosca, ci scruti nel senso più bello, e ci purifichi e corregga.
Il primo grado è amore della verità. Il vero timore di Dio è amore riverente e grato per questo volto amante e vero del Padre, che non ci illude, che ci conosce nel profondo, che ci disarma. Vivere il disarmo. Si può vivere fuggendo, evitando questo sguardo rivelante… ma è un ben povero vivere, smemorato, non-memore, che non vuole riconoscere; un vivere illusorio, auto-illudente.
Il timor di Dio sano è accoglienza della verità dello sguardo del Padre, per comprendersi non solo per quel che si è oggi, ma anche per quel che si sarà, nella vita eterna, che si prepara adesso. Questo “fare memoria” di sé, di Dio, della realtà non è solo un timore negativo dell’inferno, ma è un “preparare” consapevolmente la vita eterna: perché i nostri giorni quaggiù sono pochi, fuggevoli. Allora, ci vuole la consapevolezza, che è luce, ed è anche maturità umana.
Lungi dall’essere una fuga, la vita monastica, il cammino di oblazione, letta dentro questo primo gradino, è adesione totale alla realtà, senza infingimenti. Nel coraggio che ci può dare soltanto l’autentica corrispondenza all’amore del Signore.
Si ha bisogno di tornare veri, perché si fa esperienza dell’amore di Dio che ci porta e ci avvolge di bene. Allora ogni difesa cade, e resta solo quel che siamo, nella sua essenzialità.
Così il timore è gratitudine: consapevolezza grata che non siamo noi i portatori della vita, ma siamo ogni giorno portati dal Signore; portati e riportati al centro. Non siamo noi a reggere le fila della storia, ma Colui che è sempre presente, e regge la nostra vita non come un despota, ma come il Padre nostro che ci ama come non possiamo immaginare, e ci conosce molto più che noi stessi.
Il primo grado dell’umiltà è invito chiaro a partire sempre dall’amore di Dio, anziché dalla nostra visuale ristretta (“i peccati del pensiero, della lingua, delle mani… la volontà propria”, v. 12).
Il monaco, l’oblato è colui che impara a non vivere in proprio. Non fa la volontà propria, non tanto per seguire la Regola, ma perché impara a pensare dalla parte di Dio: dentro il Suo sguardo.
Allora, la visione soprannaturale della vita viene di conseguenza; non come obbligo, ma come respiro di libertà del proprio sì all’amore del Padre. È questa libertà interiore a rendere la vita monastica e dell’oblato un’avventura, senza calcoli umani, perché è immersione nella memoria sempre presente e insieme eterna di Dio, nell’intimità della comunione con Lui.
Questo primo gradino della scala ci insegna che l’amore è adesione al reale: a quel che siamo, così come siamo. Dio ci ama così, per come siamo, senza velleità e virtualismi.
L’umiltà del primo grado della scala è liberazione da quella smemoratezza del virtuale che vorremmo essere, da quell’ideale immaginario che sogniamo per noi, dall’illusione di una vita che non c’è, per liberare l’umanità concreta e limitata, povera ma vera, in tutte le sue risorse, della nostra persona che segue il Cristo. Tutto Gesù Cristo, con tutti noi stessi, così come siamo.
Non si segue il Signore perché si è perfetti, ma perché Lui ci ama, e ci possiede con la Sua presenza che conquista, e che è la realtà più vera e coinvolgente.
Nell’accoglienza della realtà c’è il timore bello di chi non si sente degno né all’altezza di una chiamata così grande; c’è la ri-conoscenza di chi sa che cammina non per merito o per talenti particolari, ma per essere custodito dentro questa memoria di Dio, che ha cura di noi, e si china ogni momento su di noi. Si potrebbe dire che il primo grado è il trampolino della fiducia, il salto fidente nelle braccia amorose di Dio Padre, per intraprendere il cammino della vita.
“Dio continuamente ci guarda dall’alto dei cieli” (v.13): questa certezza ci dà fiducia e slancio, perché sappiamo che questo sguardo è Amore. Possiamo vivere allo scoperto, senza doverci nascondere: “l’uomo deve essere ben consapevole che Dio continuamente lo guarda dall’alto dei cieli, che tutte le sue azioni sono in ogni tempo allo scoperto sotto i suoi occhi e che gli angeli gliele riferiscono in ogni momento” (v. 13).
L’umiltà del primo gradino è fiducia e trasparenza, è vivere senza ombre e senza paura. Umiltà che fa liberi.
Ora, questo programma per la vita è molto bello. Noi davanti a Dio, noi e Dio. Benissimo.
E il prossimo? E i miei fratelli, e le mie sorelle?
Sì, proprio il prossimo è la ‘prova del nove’ della mia presunta o vera umiltà.
Se questo primo gradino è gioia del timor di Dio, si rifletterà sul prossimo in:
- Apertura, luminosità del volto, trasparenza del cuore
- Fiducia, sguardo buono e benevolo
- Attenzione a Dio che non indugia a guardare e soppesare i difetti altrui, o le presente colpe degli altri
Ecco perché l’umiltà che è verità apre alla vera carità, quella del cuore pulito, più limpido, meno intorbidito da pensieri non buoni. Qui c’è la prova, la verifica concreta della mia fede.
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Per l’esame personale:
(Giovanni Cassiano, Conferenze XVIII, 11, 5)
(Detti dei Padri, Serie anonima N 505)
(Giovanni Climaco, La scala XX, 15)
(Isacco di Ninive, Discorsi ascetici 56)
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