RB6 – L’amore al silenzio
Incontro Oblati
Ghiffa, 15 giugno 2025
Capitolo sesto – L’amore al silenzio
San Benedetto considera non tanto il silenzio in sé, come condizione necessaria e sostanziale della vita monastica, quanto l’amore al silenzio. Desidera che nutriamo amore per il silenzio come valore, come condizione desiderata di vita.
Chiede ai monaci di nutrire amore per il silenzio, di vivere, di praticare il silenzio, non tanto come aspirazione e bell’ideale, quanto come concreta custodia del cuore, degli atteggiamenti, dei pensieri, degli sguardi, della vita.
“Facciamo quel che dice il profeta: ho detto: veglierò sulla mia condotta, per non peccare con la mia lingua…” (6, 1).
L’amore al silenzio non è solo questione di lingua, di taciturnità, di mortificazione della parola, ma, prima di tutto, amore alla vita: quella di Dio in noi, nel profondo di noi, quella che Lui vuole custodire e fare crescere, ogni giorno di più. Il silenzio è il battito del cuore di Dio in noi, il Suo respiro, la Sua anima vivente e operante in noi. C’è Dio in noi, ma possiamo sintonizzarci con Lui solo ascoltandolo, facendo tacere tanti suoni e rumori, dando spazio alla Sua Parola.
L’amore al silenzio è custodia di sé, contro la superficialità, il vivere alla leggera, dando tutto per scontato, senza riconoscere il dono che ogni giorno il Signore semina, non solo nel campo del nostro cuore, ma anche attorno a noi, nella vita dei fratelli, negli eventi che accadono, nelle situazioni che scorrono, nelle sorprese che capitano.
Il silenzio ha un peso, un valore: pesa la vita con ampiezza e veridicità di sguardo.
Il silenzio aiuta a vedere la sorpresa di Dio, sempre pronta a raggiungerci. La Sua operosità. Dio opera sempre. Ma senza un silenzio interiore
Senza la custodia di sé, nel silenzio, non si impara a leggere il proprio cuore, la propria anima, il vero senso delle cose, che non è mai quello puramente immediato è esterno, che appare subito. Oltre l’esteriore, c’è un disegno ben più grande e libero, dentro, sotto le cose.
Il silenzio è profondità: capacità di vedere la vita con lo sguardo di Dio, attenzione ai fratelli, riconoscimento del bene, delle meraviglie di Dio nel mondo.
Senza silenzio, si resta sulla soglia, si scivola sulla superficie dell’esistenza, si banalizza e depaupera la ricchezza delle cose, grandi o piccole che siano.
Senza silenzio, non c’è ascolto: non solo degli altri, ma anche del senso, del senso autentico di ogni cosa.
Senza silenzio non ci può essere vera vita nello Spirito.
Allora, san Benedetto non ci chiede il silenzio per semplice ascesi fine a sé stessa, o amore della mortificazione; per il semplice gusto della regolarità e della perfezione monastica; ma per entrare nel senso più puro della vita, per camminare in profondità, con autenticità, lungo il dono dei giorni.
Lo vediamo bene, in questo capitolo sesto, come il nostro Padre connetta silenzio e custodia, silenzio e ordine di vita; silenzio e armonia; capacità di educare la parola a una misura sobria e pulita, equilibrata, che apra e dilati all’ascolto, nel rispetto positivo e limpido dell’altro, riconosciuto come bene e come grazia (il Superiore), accolto nell’umiltà del cuore.
Silenzio dice equilibrio, discrezione, misura, ponderatezza, modestia di sé.
Silenzio vuol dire capacità di possedersi, nel senso più bello: senza egoismi, senza piccinerie; capacità di valutare e valutarsi con equità.
Capacità di ‘pesare’ la vita, cioè di dare il giusto peso, la giusta misura a tutto e a ciascuno, a ogni circostanza, senza troppo facili entusiasmi, senza abbagli o illusioni, senza sbilanciarci di qui o di là. Capacità di meditare, di ponderare, di misurare il reale con sereno realismo.
È concreto il silenzio, perché educa al realismo della vita.
È forza il silenzio, è potenza che ci tempra, che ci forgia, non una bella oasi mo una beata pace che rilassa, ma non lascia il segno profondo. Non ci fa evadere dal reale, ma ci inserisce nel cuore della storia. Ecco perché è così importante, vitale, urgente, oggi più che mai.
Questo capitolo sesto della nostra Regola ci parla e ci provoca.
Nel nostro mondo impazzito di rumore, ultra-tecnologico e in continua, frenetica corsa, c’è assoluto bisogno di tornare al vero silenzio. Non come fuga dalla responsabilità, ma come vera possibilità di ritrovarsi, di ri-centrarsi, in Dio, nel prossimo, nella realtà, nel cuore di sé stessi.
Chi abbonda di parole, di impressioni, di emozioni continuamente lasciate trapelare, tradisce il vero senso della vita. Chi custodisce, contiene, scende nel cuore della sua verità, in dialogo con Dio, si incontra, si trova, si scopre per quel che è dentro, andando, per tutta la vita, di scoperta in scoperta.
Così, il coraggio del silenzio, l’audacia del silenzio di sé e con sé è una continua avventura. Chi non vive il silenzio, non impara a conoscersi, a riconoscere la sua identità profonda, la sua faccia più bella.
Il silenzio è la gioia della vita interiore, in cui ci si sente guardati con predilezione dal nostro Dio, e unicamente amati da Lui, ma non per un comodo ripiegamento, bensì per il bene di tutti.
Certo, il silenzio implica disciplina, una costante disciplina con se stessi: il volersi tenere in esercizio in questa custodia, che non è solo della lingua, della parola, ma anche dello sguardo e degli sguardi (la curiositas!), e dunque purificazione della vista, del cuore e della mente; è custodia; è riserbo e impegno: non andare vagando qua e là per il monastero, scadendo nell’ozio, nell’indolenza, nelle chiacchiere vane, nella mancanza di impegno nel lavoro e nelle occupazioni (cfr cap. 48 – Del lavoro manuale quotidiano).
Il silenzio fugge dalla dispersione e ricompone l’unità.
Il silenzio è, così, costante attenzione al prossimo nella preghiera, centrandoci in Dio, senza avere la pretesa di porsi al centro o di esporsi, con il proprio io disperso; ad esempio nel cercare le relazioni con gli ospiti, quasi per compensare un vuoto interiore.
A parte il fratello incaricato di ricevere gli ospiti, il quale, ci ricorda san Benedetto, ha bisogno del giusto riserbo, di una buona maturità, oltre che dell’amabilità ed empatia, per custodire sé e l’altro nel timor di Dio (cfr cap. 53 – L’accoglienza degli ospiti), per il resto, non è l’andare fuori, l’incontrare senza permesso, il disperdersi e dimenticare la grazia della clausura, che avvicina ed edifica i fratelli che vengono al monastero; ma è proprio il silenzio curato, custodito, amato, gelosamente vigilato, coltivato nell’orazione, che salvaguarda e rende fecondo il bene, proprio perché non si svilisce inconsideratamente, in un incontro superficiale che chiede gratifica, ma coltiva la grazia di Dio nel nascondimento, nella rinuncia, nell’oblatività di una vita che non pretende neppure di esserci e di imprimersi.
È il profumo di Nazareth, vita nascosta con Cristo in Dio.
È amore per la vera vita spirituale, che coltiva la relazione profonda con Dio e di qui fa autentiche tutte le relazioni.
Questa è la bellezza e la potenza del silenzio: potenza di Dio in noi, per la vita di tutti.
Forza che incanala la vita sull’essenziale, su ciò che conta davvero, su ciò che resta.
È importante, per un Oblato/a, desiderare tempi e spazi di silenzio, in mezzo al vortice della vita: per stare con Dio e con sé stessi; ritrovare la propria verità, per tornare ad amare di più e meglio.
San Benedetto il silenzio ce lo fa amare, desiderare, non sopportare, non subire.
Il silenzio ha un peso, ma non è pesante, se amiamo.
Bisogna volere Dio, appassionatamente.
E allora il silenzio ne è il profumo più fragrante. Cerchiamo di non perderlo!
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