RB5 – L’obbedienza
Incontro Oblati
Ghiffa, 18 maggio 2025
Capitolo 5 – L’obbedienza
San Benedetto pone l’obbedienza al cuore della sua Regola e la fa sboccare, quale virtù fondamentale del monaco, dall’umiltà. L’obbedienza è la conseguenza naturale dell’umiltà e la sua spontanea manifestazione. Tutto questo sembra semplice a dirsi, ma non così da vivere.
Eppure, il mistero della vita monastica poggia su queste fondamenta [1].
Non ci può essere vera vita monastica – ma in fondo, non ci può essere vera vita cristiana! – senza umiltà ed obbedienza. Possiamo chiederci:
esiste realmente una vita che non sia obbedienza?
Per il solo fatto di essere vivi, si obbedisce alla vita, alle leggi della vita.
Per il fatto di essere continuamente in relazione, si entra in dinamiche anche naturali di… ‘obbedienza’. Ma cosa significa questo?
Si obbedisce… ma a chi veramente obbedisco io?
Cosa significa per me l’obbedienza?
Alle prime battute di questo capitolo quinto san Benedetto pone il sigillo cristocentrico, cuore di tutta la vita benedettina: “L’obbedienza è propria di coloro che ritengono di non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” (v. 2).
“Ad quid venisti?” (RB 58, 7), chiede il nostro fondatore al giovane che si presenta per abbracciare la vita in monastero. Lo porta subito al punto focale del suo cuore, alla sua motivazione più profonda. Per quale fine sei venuto? Chi cerchi?
“Quarere Deum”. La ricerca di Dio è l’unico, progressivo, mai del tutto raggiunto fine del monaco. Ma questa ricerca, che dura tutta la vita, non è astratta, non è un puro ideale.
Si misura sul reale, accoglie il reale, si lascia superare da esso, per ricevere da qui la Parola che ci salva e che ci cambia.
Abbiamo il Testimone, Gesù Cristo. É Lui il perfetto Obbediente, che ha assunto la nostra povertà. Lui che per primo non è fuggito, non ha seguito le sue voglie, ma si è misurato sulla realtà, così come l’ha trovata, e l’ha ricevuta come dono. Lui il Figlio obbediente del Padre, fino alla morte.
Seguire Lui, imitare Lui nella sua obbedienza al Padre, è tutta la nostra vita.
L’atto di obbedienza di Cristo è la fonte, il modello, la via della nostra obbedienza, nel concreto dell’esistenza quotidiana. Gesù Cristo aderisce al cuore del Padre, desidera vivere della volontà del Padre. Proprio perché ama il Padre ed è amato dal Padre, offre l’obbedienza come manifestazione anche visibile di questa profondità di amore.
L’obbedienza è uno stato di adesione, ma è manifestazione concretissima di questa intima adesione.
Obbedire significa, ci insegna il nostro santo padre, guardare a Cristo e sceglierLo, dentro la storia, con tutte le sue pieghe; avere Lui come unico grande tesoro, non preferirGli nessun’altro, anche se tante voci ci attirano, ci provocano, ci lusingano. Ma il mio metro è Gesù Cristo: la Sua Parola, i Suoi insegnamenti, la Sua vita, il Suo corpo, il Suo sangue, offerto nella vita di ogni giorno, così come si presenta e si dispiega.
Ma è veramente così?
Questo “non avere assolutamente nulla più caro di Cristo” non può essere un ideale o uno slogan: è la mia vita che oggi si gioca oggi, qui, con tutte le fatiche e le rinunce, con il mettere sempre daventi Cristo, costi quel che costi, qualunque cosa dicano gli altri, il mondo, l’opinione dei più, o i miei stessi familiari.
Io faccio i conti con il Signore Gesù, sulla base del Suo amore, che non è un idillio, che mi chiede di credere, di fidarmi, di lasciare quel che può essere più conveniente umanamente, secondo il buon senso, per fare la Sua volontà che mi parla dentro.
Lo sguardo proteso a Cristo è il grande orizzonte del monaco e anche dell’oblato, che gli indica la meta e insieme la strada: diventare a poco a poco come Gesù, lasciarlo vivere, lasciarlo agire, partecipare intimamente alla Sua condizione di Figlio, e con Lui partecipare, dentro il Suo sacrificio, alla redenzione del mondo.
Questo impegno e missione, assunti consapevolmente, quale prolungamento diretto del proprio Battesimo, pongono il monaco e l’oblato in questo stato dinamico di adesione continua, con i fatti, con le scelte, con le azioni di ogni giorno, alla vita e alla grazia di Gesù Cristo.
Se ci pensiamo bene, è un vero miracolo questa offerta, che si può soltanto ricevere con stupore, ma a cui noi siamo chiamati a corrispondere con tutte le forze della nostra natura e l’impegno del nostro coraggio quotidiano.
Ne nasce come una fiamma viva, all’incrocio tra la grazia divina accolta e la risposta positiva del monaco/oblato: così che questi, attraverso il Bene dell’Obbedienza, si muove con slancio ed energia, premuto dall’amore (v. 10) e acceso dal desiderio della vita eterna (v. 4).
Niente di parassitario e di passivo, dunque, nell’obbedienza.
Ne viene una virtù positiva, piena, in divenire, in quanto corrispondenza viva alla grazia di tutta la persona, che non subisce l’obbedienza, qualsiasi sia il comando o l’incarico ricevuto, ma la assume in prima persona nel profondo di sé, per poi attuarla con tutto lo slancio del cuore, che traduce la vivacità del suo amore, del suo essere veramente folle per Cristo, come in Oriente si definisce il santo.
Non subire l’obbedienza significa non subire la vita!
Ma allora, l’obbedienza mi deve sempre piacere?!
No. Può non piacermi, può costarmi, può contrastarmi; io potrei anche non essere d’accordo, di mio… ma io alla sua radice vedo il Cristo, e faccio i conti con Lui, e supero il mio punto di vista… mi intendo con Lui, ossia, vedo il disegno nascosto, profondo, oltre le pieghe della storia anche controversa e magari a mio sfavore…
Senza rassegnazione, vedo la trama di un disegno più grande, che l’amore del Signore permette per purificarmi e santificarmi. Per donare la mia vita superando ogni egoismo.
È interessante considerare come san Benedetto, puntando sull’obbedienza come forza della vita monastica, non ne sottolinei però il carattere ascetico negativo: la rinuncia, la spoliazione, la povertà. Certamente questi aspetti più dolorifici sono sottesi ad un Bene così grande. Ma restano sotto, come a sottofondo.
Perché quel che si evidenzia, in questo capitolo così cristocentrico, è invece la radicalità della gioia del monaco che aderisce, che desidera l’obbedienza, e obbedisce sulla base dell’amore, e, proprio perché è mosso da un anelito, da un proposito, si muove subito, risponde prontamente, lietamente, senza indugio, senza attese, senza pigrizia, senza ripiegarsi sterilmente su di sé. Andando sempre oltre il suo io.
L’aspetto che Benedetto tratteggia dell’obbedienza èl’intima certezza di aderire a Cristo: anche se si tratta di una convinzione che può e deve venire fuori dalla fatica di cedersi, di consegnarsi, di rinunciare alla propria volontà, a partire da una realtà che ci si pone davanti, e, non di rado, ci si impone, in tutta la sua alterità e pesantezza oggettiva.
Eppure, l’obbedienza è per san Benedetto una virtù lieta.
Una virtù pro-positiva, protesa in avanti, attiva nel creare, nel suscitare dal reale, con la grazia di Dio, tutte le possibilità che il Signore dona.
Piùche uno stato, l’obbedienza è un mistero. È mistero di libertà.
Perché “tira fuori” la persona del monaco dalle secche del suo egoismo, dal suo tornaconto, del suo interesse individuale ancora ristretto e opaco, per lanciarlo con ardore nel limpido mare della volontà di Dio, nell’agone della Chiesa, nel cuore ardente della Comunità, nel braciere infuocato della vita.
Così, realismo ed ottimismo si associano in questo capitolo. Proprio perché hanno caro Cristo, e nessuno più caro di Lui, i monaci
“…interrompono dunque all’istante le loro occupazioni; si staccano dalla loro propria volontà, subito pronti, le mani libere, lasciano incompiuto ciò che stavano facendo, e con’un’obbedienza che mette ali ai piedi, seguono immediatamente la voce di chi comanda”
(vv. 7-8)
Sono espressioni che ci fanno conoscere come lo Spirito Santo sia all’opera in chi obbedisce; come, appunto, l’obbedienza sia prima di tutto dono e forza Sua, dello Spirito, da cui ci si lascia attivamente portare, per essere rinnovati e trasformati.
Se non fosse lo Spirito Santo il grande protagonista di questo mistero d’amore e di libertà che è l’obbedienza, come si potrebbe staccarsi dalla propria volontà, essere subito pronti, al volo, all’istante, lasciando ogni cosa a metà, interessati e coinvolti come siamo con tutto ciò che ci riguarda?!
Solo se il protagonista è lo Spirito Santo nella nostra vita, noi riusciamo a dimetterci, e siamo felici di questa resa, liberi di ripartire sempre, guardando l’orizzonte aperto davanti a noi.
Ecco perché l’obbedienza è prima di tutto un mistero, che però non ritarda a declinarsi nei fatti, e, così, a cambiare visibilmente la nostra vita: a operare concretamente la nostra conversione.
Questa positività dell’azione dello Spirito, piena di influsso positivo e solerte, efficace sulla nostra vita, opera il bene, opera in bene, e porta avanti la novità della vita di Dio in noi, nelle cose comune e nelle situazioni ordinarie di ogni giorno.
Nel’obbedienza lo Spirito libera la nostra capacità di amare, di riconoscere il bene che Dio vuole operare nei nostri cuori, nel nostro cammino, nella storia delle nostre Comunità. E questa interazione lieta e aperta con lo Spirito ci rende sempre più figli, ci dilata nella capacità di amare, di accogliere tutto il dono che Dio vuole farci, senza restrizioni e senza ritardi.
L’obbedienza è prassi, ma una prassi attraversata dal miracolo quotidiano dell’incontro tra l’Altissimo e la nostra povertà, riconosciuta e pacificata, dunque totalmente aperta all’azione del Signore.
L’obbedienza è mistero di libertà, perché in questo aprirci all’amore di Dio ci riconosciamo niente più che per quel che siamo, per quel poco che siamo, ma profondamente amato dal Padre.
L’obbedienza ci ridona la coscienza libera e vulnerabile del nostro essere creature, e ci ridona la grazia di lasciarci amare senza difese. Ecco perché è veramente un Bonum, l’obbedienza.
Perché
“quando Dio trova un’anima decisa a obbedire, allora egli prende in mano la sua vita, come si prende il timone di una barca, o come si prendono in mano le redini di un carro. Egli diventa sul serio, e non solo in teoria, Signore, - cioè colui che regge, che governa -, determinando, si può dire, momento per momento, i gesti, le parole di quella persona, il suo modo di impiegare il tempo, tutto” [2].
“Quando Dio trova un’anima decisa ad obbedire…”.
Questa decisione viene solo dal desiderio di obbedire, da quell’anelito profondo di cui ci parla il santo Padre Benedetto in questo capitolo. Questo anelito non può essere estemporaneo, ma costitutivo nella professione monastica.
Il monaco è un obbediente non per virtù, ma per stato. Entra in stato di obbedienza.
Il suo desiderio profondo è di obbedienza, perché l’obbedienza è la sua identità, ciò che lo costituisce, in quanto figlio, in quanto discepolo del Signore dentro il tessuto concreto della sua comunità, nell’ascolto vivo della Parola attraverso le indicazioni del superiore e dei fratelli.
Comprendiamo, così, come questo capitolo quinto della Regola sia l’impegno del monaco, e insieme il suo martirio: cioè il suo essere, il suo ritrovarsi sostanziale, dentro la Chiesa.
“Le mani libere” (v. 8): il monaco si riceve da un Altro, non si fa da sé.
Ci vuole… “tempra” (v. 7), suggerisce Benedetto, per lasciarsi fare, per tutta la vita, con l’assunzione seria della professione monastica.
Ci vuole il dono dall’alto, che è un vero e proprio mandato su di noi, una benedizione posata sul nostro capo e sulle nostre spalle, come olio che beneficamente ci avvolge e ci plasma.
L’obbedienza prima di tutto la si riceve. È una vocazione. Non è, per prima cosa, quel che si fa e si opera. È la nostra identità più profonda.
A questa identità ontologica, di figli aperti alla grazia e umilmente in cammino, anelanti lo sguardo del Padre, san Benedetto ci richiama in questo bel capitolo della sua e nostra Regola.
Chiediamoci, in verità, se siamo così, se vogliamo essere così, se lo desideriamo.
Se all’obbedienza veramente apparteniamo, in quanto monaci e oblati, come al sole che splende. E se non è proprio così, c’è sempre tempo per ricominciare…
E per chiederci: ma io su Chi poggio la mia vita?!
La mia vita passa…. Ma alla fine cosa resterà di me?
Resterà la trasparenza della mia vita data a Dio, momento per momento, sì, dopo sì… resterà la scia di luce che il mio povero inserirmi sul solco vivo di Cristo traccerà, giorno per giorno. Per sempre. Resterà l’amore che ho dato, purificato nel crogiuolo della vita consumata nell’adesione piena a Colui che ha dato tutta la Sua vita per noi, per me!
Resterà il senso profondo e compreso dentro una vita spesa nell’obbedienza. Spesa bene, non sciupata. Una vita che Dio ha portato, ha sostenuto, ha trasformato, perché contribuisse, con Lui, alla vita del mondo.
[1] Cfr PaisiJ VeliČovskij, Autobiografia di uno Starets, Edizione Scritti Monastici Abbazia di Praglia, Bresseo di Teolo (PD) 1988, pp. 180-181: “Padri e fratelli, il fondamento di tutti i comandamenti di Dio è l’obbedienza… […] Dall’obbedienza nasce l’umiltà e l’umiltà è il fondamento di tutti i comandamenti, così come l’amore ne è la sommità”.
[2] R. Cantalamessa, L’Obbedienza, Editrice L’Àncora, Milano 1991⁴, p. 56.
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