RB4 – Gli strumenti delle buone opere
Ghiffa, Incontro Oblati
6 aprile 2025
Capitolo quarto – Gli strumenti delle buone opere
Il capitolo quarto della nostra Regola, dedicato agli Strumenti delle buone opere, ci mette di fronte allo spirito pratico di san Benedetto, che elenca qui tutta una serie di precetti e di consigli per vivere concretamente il Vangelo. Ci suggerisce degli ‘strumenti’, appunto, per fare il bene, per praticarlo; sono strumenti di sapienza e di vita vera e santa. Sono attrezzi di lavoro da usare bene, con discernimento ed equilibrio, a seconda dei contesti e delle situazioni.
Come dirà al versetto 78, il monastero per san Benedetto non è una realtà statica, predefinita e già costruita, ma un campo sempre aperto, ossia un’officina, un laboratorio, un cantiere in costruzione: richiede operosità, buona volontà ed impegno, ma anche tanta duttilità, tanta elasticità di mente e di cuore, un cuore largo, che sempre sappia aderire alla grazia.
I nostri doni vanno esercitati, come le virtù… trafficati, educati, incanalati sempre in senso positivo. Non è prima di tutto questione di virtù, ma di quella bella umanità, da esercitare in primis, che ci rende agili e amabili, accoglienti del reale e aperti a tutto con amore.
Come si può constatare a una semplice lettura di questa specie di vademecum, ancora una volta il nostro santo Padre nell’insegnare non gira intorno alle questioni, ma va con efficacia al centro della vita cristiana e lo fa in modo diretto, puntuale e mirato, con un vero e proprio elenco di punti-luce per la vita. Ti aiuta ad agire bene, ti consiglia, ti insegna come fare, ti sostiene con questi strumenti. Ti insegna a stare in guardia dal male. Ti porta, prima di tutto, ad amare.
Non per nulla il primo degli strumenti è proprio: “Prima di tutto, amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”.
Seguito immediatamente da: “E amare il prossimo come se stessi”. Amare, il primo dei comandamenti, il “nulla anteporre all’amore” è la meta prima per chi, alla scuola di san Benedetto, vuole vivere alla presenza di Dio, sotto il Suo sguardo, crescendo ogni giorno di più in questo primato assoluto dell’amore, senza lasciarsi distrarre e devastare interiormente dal male.
Dopo questo primo posto ben definito all’amore gratuito, ecco di seguito una serie di ‘strumenti’ che si presentano in forma “negativa”, iniziando sempre con un non: “Non uccidere… Non commettere adulterio… Non rubare… Non assecondare la concupiscenza… Non testimoniare il falso” (vv. 3-7).
“Non…”: San Benedetto, molto prima di san Giovanni Bosco, educa con il ‘sistema preventivo’. Sa quanto valgano la prevenzione e l’avvertimento. Reprimere ed evitare il male è il primo passo per non cadere, guardando con realismo e chiara coscienza in faccia al pericolo, senza illuderci di essere troppo adulti o maturi, e di non cedere con facilità alla tentazione.
Notiamo come Benedetto, nella sua paternità che sgorga dall’esperienza concreta di vita, non ha paura di dirigere e di raddrizzare attraverso la Regola; di cuore avverte, corregge i suoi figli, chiarisce dove sta il bene e dove il male, come fare il bene e come trattenersi dal male.
San Benedetto, da bravo padre del monachesimo, ci insegna qui concretamente l’arte della lotta spirituale, così importante per tutti.
Soffermiamoci su qualcuno dei numerosi strumenti.
“Onorare tutti gli uomini” (v. 8).
Il vero amore per il prossimo è sempre umile; non presume di sé; non si eleva, non si insuperbisce. Pensiamo qui a 1 Cor 13. Se hai una concezione alta di te, se ti credi qualcuno, non puoi… onorare il prossimo.
Onorare significa guardare agli altri con cuore buono, limpido, grato; con disponibilità, persino con ‘dimissione’ personale, senza prevenzioni o difese; ben sapendo che c’è sempre da imparare da tutti, e che in ciascuno c’è del bene da accogliere, anzi… Spesso, dove e in chi meno ce lo si aspetterebbe, c’è sorprendentemente da accogliere e da imparare di più.
Chi onora – non con affettazione, ma con lealtà, sincerità di cuore – è umile, sa cogliere il bene ovunque, sa sempre imparare dagli altri, piccoli o grandi, giovani o anziani, perché vede Dio all’opera, vede Dio con semplicità nel prossimo.
Onorare tutti vuol dire essere aperti alla vita, al prossimo, chiunque sia, anche in situsazioni scomode e disturbanti per il nostro io.
Saper riconoscere la Vita e il bene, cogliere il positivo che c’è, e portarlo avanti, stare sempre aperti, cercando sempre in tutti e in tutto il Signore.
Onorare tutti gli uomini significa lasciarsi sorprendere e convertire da Dio, riconoscendo il Suo amore per noi.
Onorare tutti dona allora inalterabile letizia del cuore, anche tra le inevitabili fatiche quotidiane. Vivere coltivando, comunque, la fiducia, la disponibilità, il rispetto, la pace.
“Non dare pace falsa” (v. 25)
“ Non avere spirito di contestazione” (v. 68).
San Benedetto ci esorta alla lealtà, alla limpidezza relazionale; a dare ciò che siamo e ciò che abbiamo in cuore, in verità, e nulla di più, nulla di troppo. Gesù Cristo è la nostra Pace, e chi vive e agisce in Lui, dona di riflesso la Sua pace.
Chi vive sotto lo sguardo del Signore non può che irradiare e donare pace, perché ogni giorno lavora a purificare il proprio cuore da ciò che non viene da Dio.
Lo spirito di polemica e di contestazione, di critica acida e pungente, tipico della mondanità, non può essere del monaco, né dell’oblato benedettino, che gradualmente si lascia trasformare nel cuore dal Signore e si pacifica, si semplifica, si unifica in Cristo. Diventa semplice, semplifica le relazioni, la vita, il cuore, perché appartiene al Signore, è sempre più Sua proprietà. Non ha voglia di contestare, di fare il difficile chi pensa a Dio e pone in Lui il proprio cuore. Non ha tempo e gusto per la critica, chi guarda alla semplicità del Cuore di Cristo.
Allora, non è poi così difficile “Non tenere in cuore sentimenti di gelosia” (v. 66), “Non agire per invidia” (v. 67) e “Nell’amore di Cristo pregare per i nemici” (v. 72). Alla fin fine, chi sono i nemici?! L’uomo e la donna di Dio, pacificato nel suo Cuore, certamente soffre quando è contestato, incompreso e giudicato male… ma, in questo cammino sempre proiettato in avanti, in cui lo sguardo man mano si trasforma e trasfigura da una logica puramente umana ad una nuova e piena prospettiva soprannaturale, quest’uomo o questa donna gode di un altro respiro e di una ben nuova pace. Per cui, pur soffrendo, ama, ripara, scusa, comprende. E della misericordia di Dio non dispera mai! (cfr v. 75). Perché ripone nel Signore la sua speranza, confida fortemente in Lui, e avanza, anche in mezzo alle insidie. Avanza, perché spera. E la misericordia di Dio lo protegge.
Comprendiamo, così, come il quadro del capitolo quarto della Regola, lungi dall’essere uno schema precettistico o un programma moralistico, è un orizzonte aperto alla vita nuova.
San Benedetto ci offre anche qui la possibilità di un cammino da percorrere con impegno e fiducia sotto lo sguardo dell’amore di Dio, che ci conduce, affina, potenzia e rinnova, trasformandoci intimamente. Per cui gli strumenti sono dei mezzi desiderabili, per camminare bene, non degli sforzi poco agevoli. L’impegno quotidiano dell’esercitarsi nell’arte spirituale della conversione permanente di vita è corroborato dalla gioia di chi si lascia formare e forgiare dal Signore, secondo il Suo Cuore: e allora la fatica è lenita dal Suo sguardo di benevolenza chino su di noi.
Chi accoglie il progetto di santità pratica degli strumenti delle buone opere, continuamente affilati nell’ “officina del monastero” (v. 78), con “la necessaria stabilità nella famiglia monastica”, cammina spedito e lieto, forte e grato.
Così, la conversio morum diventa la prassi di una vita autentica, che non vuole sconti, perché sa che l’amore vero ha un prezzo, perché vale. Ha un prezzo, ma ha anche un premio sicuro: la pace. Quante volte in questo capitolo ricorre la parola pace!
Sì. Gli strumenti delle buone opere hanno come frutto certo la pace. La pace monastica, la pace del cuore; la pacificazione di figli grati, che vivono nell’amore di Cristo, che si donano Lui, che si appoggiano a Lui.
Certamente l’officina è sempre aperta, e il cantiere sempre in funzione, in continuo lavorìo. Non ci sono ferie o vacanze. Perché, attraverso il labora dello spirito, si produca e vi regni la pace, quel tesoro di Paradiso, come la chiama madre Mectilde de Bar [1], che nessuno ci può togliere.
[1] Catherine Mectilde de Bar, Conferenza del martedì di Pasqua 1665: “la pace è un tesoro di paradiso, no si trova sulla terra, è la presenza di Gesù che la opera…” cit. in Idem, Attesa di Dio, Riflessioni sulla Regola di san Benedetto, Jaka Book, Milano 1992, p. 266.
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