RB3 - La convocazione dei fratelli a Consiglio
Ghiffa, Incontro Oblati
16 marzo 2025
Capitolo terzo – La convocazione dei fratelli a Consiglio
Dopo aver posto l’attenzione, nel capitolo precedente, sulla persona e la missione dell’Abate, in questo terzo capitolo il nostro santo padre Benedetto volge lo sguardo sulla Comunità riunita, e, potremmo dire, sulla Comunità in cammino. Sulla responsabilità condivisa in Comunità. Un volto, quello comunitario, in continuo divenire e in armonia: dove i fratelli, veramente uniti sotto la guida dell’Abate, sono chiamati ad aiutarsi a camminare, ad essere insieme sinfonia di carità, per un bene sempre più grande e più pieno in Cristo.
Se il cenobio è concretamente chiamato a realizzare, nella vita di tutti i giorni, nelle scelte da operare, questa sinfonia della carità, la cosiddetta sinodalità, dove ogni opinione personale è assunta nel corpo comunitario, e accolta e vagliata dall’Abate, capiamo quanto equilibrio, ponderatezza, rasserenamento continuo degli animi diversi nell’unica volontà di Dio richieda la vita fraterna anche in monastero: non ce se ne sta soli con il proprio Dio, soli con il Solo, ma in una solitudine attiva e di comunione, tenendo insieme lo sguardo rivolto decisamente al Signore, in un esercizio pratico e continuo della virtù, superando il proprio modo ancora angusto di vedere e di pensare, per la maggior gloria di Dio nella vita comune.
Il cenobio è davvero una cellula viva della Chiesa sinodale.
Leggendo anche solo l’inizio del terzo capitolo ci si rende conto che Benedetto non è poi un santo così antico. Chiede infatti che, ogni volta che in monastero è necessario trattare questioni importanti, l’Abate convochi tutta la comunità (3, 1). Calcolando il tempo storico in cui vive Benedetto, questa indicazione non è da poco.
Se l’Abate è il padre e la guida della comunità, non è comunque un duce, un tuttologo, che fa tutto da solo, che decide da solo, che ha in tasca tutta la verità.
L’Abate vede, guida, coordina, vaglia, ma ha bisogno dei suoi fratelli!
Ha bisogno della loro preghiera, del loro pregare insieme, apportatore di grazia nel cammino comune, ha bisogno del loro consiglio vero, sincero, fraterno, appunto. Del loro parere spontaneo e insieme disinteressato. Non presume, l’Abate, di essere possessore di una grazia di stato che possa fare a meno del confronto. L’Abate è veramente tale quando è padre nell’umiltà, padre perché umile.
Dunque, prima di tutto egli sa ascoltare. Una grande arte, questa, dell’ascolto, che tutti dobbiamo sempre imparare ed esercitare ogni giorno di più.
E sappiamo quanto sia importante oggi l’ascolto, ad ogni livello e in ogni campo.
Il padre in monastero non è colui che innanzitutto dirige e organizza, ma colui che ascolta. E ascolta tutti, ogni fratello, tutti e ciascuno, con gratuità e disponibilità.
Tutti i fratelli, dunque, sono chiamati a consiglio (v. 3) – per il bene comune (v. 2) – e “spesso proprio al più giovane il Signore manifesta ciò che è meglio fare”: innovativa questa affermazione, per il tempo di Benedetto!
Segno che san Benedetto crede che, nel consiglio della comunità, il vero protagonista è lo Spirito Santo, con la sua novità perenne, e le sue uscite inedite, sorprendenti, a volte spiazzanti. Anche se lo Spirito Santo non rinuncia alla prudenza: come la prudenza non elude la creatività.
Nel consiglio dei fratelli lo Spirito è chiamato a libertà, e l’Abate è tenuto ad ascoltarlo docilmente, in tutti e sempre. Un orecchio acuto e sensibile, elastico, duttile, è chiamato ad esercitare l’Abate. Ma, con lui, la comunità tutta, nel suo insieme: la comunità convocata genera ascolto, prima ancora che parola; genera preghiera; genera sintonia che assente, anche attraverso le divergenze, e proprio lì, nel fare comunione dentro i pareri diversi, si individua la via dello Spirito, la strada giusta da abbracciare, la propensione da seguire.
Anche se Benedetto è molto chiaro: dalla preghiera e dall’ascolto nasce la parola, libera, sincera, espressa come dovere di corresponsabilità fraterna; ciascuno nella comunità riunita, con il suo parere, unico, diverso da quello dei fratelli, dona un apporto irripetibile, un colore indelebile, che arricchisce il quadro nel suo insieme e lo rende più bello. Ma guai a chi sia attacca e si ferma a questo suo parere, e non lo sa superare.
San Benedetto nella Regola avversa sempre il brutto vizio della proprietà, che si avvinghia anche alle idee, ai sentimenti, alle opinioni. La vita comune, invece, è sempre per la libertà. Ciascuno è chiamato ad uscire da sé, a fare uno spazio più largo.
Per questo Benedetto prevede che sia l’Abate e solo l’Abate a tirare le somme e a prendere le debite decisioni per ogni cosa: e certamente non solo per un criterio di ordine e di prudenza. Soprattutto per una prospettiva di fede. L’Abate fa sintesi, ma nello Spirito Santo. Tira le somme, cercando di comprendere, in questa sintesi, dove il Signore vuole condurci, insieme. Il suo è un compito di mediazione, che richiede tatto, pazienza, serenità, capacità di attendere i tempi altrui. Non è che immediatamente si cambia… ma, dialogando, confrontandosi, nel Signore, a poco a poco ci si aiuta, e si va insieme.
Se ben guardiamo, in ogni capitolo della nostra santa Regola, si possa sempre, dalla comunità e attraverso la vita comune e la comunione, all’unione profonda e personale con Dio.
Il cenobio non è mai visto da Benedetto come un fine, ma sempre come un mezzo: che unisce a Dio, che insegna la lotta spirituale, che affina nel monaco la carità, ma per unirlo più fortemente e unicamente a Dio. Questa linea è sempre presente, in tutta la Regola.
Come già nel primo capitolo, dove la vita cenobitica prepara all’eremitica, e apre sempre più nel tempo, anche per chi resta cenobita per sempre, spazi interiori di solitudine e di intimità con Dio, così nel terzo la comunione dei fratelli viene accolta e raccolta dal giudizio paterno dell’Abate, in Dio: la comunione serve al confronto personale (dell’Abate, ma in fondo di ogni monaco) con il Signore.
La vita comunitaria non è fine a sè stessa, non è un fine, ma un modo e un mezzo, centrale e vitale fin che si vuole, per andare a Dio, per camminare poi da soli con Lui, per crescere nella vita di unione con Lui. Ci si confronta insieme, per camminare poi da soli, però, davanti a Dio, sulle proprie gambe. Così ogni decisione a cui l’Abate giunge per tutti, dopo aver ben ponderato tutti i pensieri dei fratelli, trova ciascuno d’accordo, anche se personalmente non lo sarebbe, per questo movimento di grazia che nel consiglio comunitario si è chiamati a fare: dall’io, nel noi, in Dio. Io potrei anche dissentire, ma assento perché mi fido del mio Abate, dei miei fratelli, del movimento dello Spirito in noi, e lascio me stesso, la mia volontà, per abbandonarmi alla volontà di Dio, generata dalla comunione. Così si cammina, si aderisce, si adora il corpo di Cristo.
In questo capitolo, poi, san Benedetto invita tutti ad avere la Regola come maestra.
Cosa significa?
Che ci sono dei criteri oggettivi, non è che ognuno segue il suo gusto o la sua inclinazione, il suo estro. La Regola non è tantp un codice morale, quanto una norma di vita e di sapienza, ispirata al Vangelo. Ci sono dei criteri saldi, dei valori forti in cui i monaci credono e sui quali si confrontano. Il confronto, il dialogo, non può essere astratto, aleatorio, ma ha per maestra e guida insieme il cenobio, la comunione. Non ci si… gira attorno. Si guarda insieme nella stessa direzione, e con indicazioni portanti comuni si va a Dio.
Veniamo a noi, a Voi cari fratelli e sorelle Oblati/e.
Cosa può dire a Voi Oblati questo capitolo terzo della S. Regola?
Credo che possa indicare tante cose. Ne segnalo solo alcune, ma insieme, certamente, potremo cogliere ulteriori punti.
Prima di tutto che noi siamo in relazione. Che la persona è relazione. Senza relazioni non siamo, non viviamo, non troviamo il senso.
Non esiste il monaco in astratto, ma sempre in riferimento alla sua Comunità specifica, con la sua fisionomia particolare. Così ciascuno di Voi vive nella misura in cui appartiene, esprime un’appartenenza, e quindi una relazione.
Provate a pensare cosa significa per voi essere in relazione autentica, e quali relazioni profonde e autentiche Vi costituiscono davvero.
Poi, come sono le vostre relazioni?
San Benedetto in questo capitolo ci parla di alcune modalità di relazione, di un vero e proprio stile di vita comunitario, di un dialogo autentico, che è secondo lo spirito del benedettino, e richiede ascolto, rispetto, umiltà, mansuetudine, capacità di empatia, di comprensione dell’altro… virtù umane difficili o impossibili se non ci lasciamo abitare dallo Spirito Santo.
Capacità di cedere, di sottomettersi alla decisione dell’Abate, di leggerne il senso alla luce di Dio. Una disponibilità che è positiva obbedienza, e non un passivo subire, né tantomeno un contestare.
Come vivo il dialogo, in famiglia, in Parrocchia, al lavoro?
Il mio essere Oblato/a incide sul mio modo di relazionarmi, di parlare, di agire?
Chi è per me il mio Abate, nella mia vita?
Vivo le relazioni sotto lo sguardo di Dio, alla luce della volontà di Dio?
Coltivo e cresco in un modo di vedere le persone e la vita sempre meno mondano e più soprannaturale?
Rispetto alle decisioni, grandi o piccole, prego? Mi faccio aiutare dallo Spirito Santo? Cerco di discernere il desiderio di Dio sulla mia vita?
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