RB 2 – Come deve essere l’Abate
Incontro Oblati
26 gennaio 2025
RB 2 – Come deve essere l’Abate
Si è detto spesso che san Benedetto chiede molto all’abate, ed è veramente così.
Il capitolo secondo della nostra S. Regola, se è un vero gioiello, un perno, è anche, però, un passo delicato e ricco di dinamiche complesse. Ma questo è naturale, per la visione soprannaturale che connota la vita benedettina, e che è molto diversa dalla… ‘logica del mondo’.
L’Abate non è semplicemente un superiore, un organizzatore, un datore di lavoro, non è un dirigente chiamato a far quadrare tutto e in tempo breve, perché tutto sia funzionale e ottimale. Certamente deve tenere presente bene la realtà che serve ed amministra, ma, la sua prima veste non è quella del funzionario, dell’amministratore, anche se deve bene amministrare, ci mancherebbe!
L’Abate ci rappresenta innanzitutto il Cristo. È uomo, profondamente uomo, con tutta la sua vulnerabilità, eppure ci rappresenta sempre il Cristo.
Si tratta di una dignità divina, che non viene tanto dai titoli o dai talenti naturali, da doti umani o da genialità. Si tratta di un’elezione, che custodisce Dio e porta a Dio. In cui passa il Signore. Si tratta di un dono e di una missione che nasce e si custodisce nella fede, e che è un servizio per il bene comune.
“Per fede sappiamo, infatti, che nel monastero egli tiene le veci di Cristo”. Per fede.
Sempre in monastero si è generati dalla fede, e si cresce solo nella fede, senza nulla togliere, con questo, al fondamento umano della nostra vita.
Ma se non c’è uno sguardo di fede, se la luce della fede non illumina i nostri giorni nel chiostro, vano sarebbe l’esservi entrati, ed il rimanervi per sempre. Vano sarebbe il camminare insieme, dietro a Cristo, appunto: senza la fede tutto si oscura, si contamina, si complica.
Questo però dovrebbe valere per tutti i cristiani!
Spesso siamo delusi, affaticati, stanchi, anche nella Chiesa. Sogniamo l’impossibile, non ci basta la realtà così com’e. Ma dimentichiamo che tutto quello che siamo chiamati a vivere è, prima di tutto, una visione di fede. Se non vivo di fede, non posso camminare in monastero. Ma nemmeno in una autentica vita cristiana, se manco di fede. Il cuore è qui, nella fede.
Se l’abate non compisse il suo servizio alla luce della fede in Colui di cui è il vicario, se non amasse i fratelli guardandoli con occhi di fede, trasfiguarti, che vanno oltre la superficie, che sanno scorgere il dono a volte nascosto sotto la polvere, non resisterebbe alla prova del suo complesso e ben poco pacifico servizio. Se i fratelli, a loro volta, non accogliessero la persona, la parola e l’obbedienza dell’abate con fede, non potrebbero fare un passo nel loro cammino.
Tutto è retto dalla fede in monastero: è la fede che conduce, la fede che trasforma, la fede che porta a compimento ogni intenzione. Se la fede non ci porta, non si va, non si avanza.
Si può dire che il monastero è chiamato ad essere una vera palestra di fede, e l’abate ne è il primo allenatore. Che, sul campo, si allena.
Per questo san Benedetto chiede prima di tutto all’abate la fede.
Fede nel Signore, vero Abbà, fede nel mandato ricevuto, fede nelle possibilità dei suoi fratelli, fede nella grazia della comunità. La fede è dunque il fattore generante della comunità.
Ed è proprio questa fede che promuove e garantisce il buon zelo (cfr RB 72) del superiore, in un servizio inesausto e incondizionato di carità, e, soprattutto, di testimonianza efficace, in vista della salvezza delle anime che gli sono affidate.
“Nel suo insegnamento l’abate ponga sempre attenzione ad attuare il consiglio dell’Apostolo: Ammonisci, rimprovera, esorta; vale a dire, alternando secondo le circostanze la severità e la dolcezza, si mostri insieme esigente maestro e tenerissimo padre”
vv. 23-24
Lo sguardo profondo e buono del padre del monastero non si ferma alla superficie, ma arriva al cuore dei suoi figli, e lavora alla radice, andando oltre gli atteggiamenti e i comportamenti, oltre la forma esterna della vita, per raggiungere le intenzioni, le motivazioni, e aiutarle a venire alla luce.
L’opera paterna dell’abate è un po’ come la maieutica socratica, che scova ciò che sta sotto e lo porta allo scoperto, che per la verità, e per il vero bene delle persone.
Questo profondo e curato lavoro pedagogico sulle anime dev’essere un’attenta e inesausta opera di amore; altrimenti non avrebbe effetto, non porterebbe alcun beneficio, anzi, farebbe solo danni, magari irreparabili. Spesso i risultati non si vedono, e si lavora, in apparenza invano, la lungo. Ma Dio è all’opera attraverso la nostra fatica, se portata con fede.
Sarà proprio la dolcezza dell’abate – una dolcezza ferma, che non è sdolcinata, che non …“accarezza le pecore in sacrestia”, come direbbe Papa Francesco – a portare alla luce la verità dei cuori.
Non si tratta tanto di una verità umana; di una verità meramente logica… è la verità di Cristo, racchiusa nei cuori, che l’abate è chiamato a suscitare, e come a far rinvenire, a disigillare, e che dovrebbe promuovere la vita in monastero.
Qui sta la grazia della missione dell’abate; missione di luce e di speranza, anche se gravosa, complessa e a volte ingrata, perché può essere non capita, non assecondata e delusa:
“Io credo che il ministero dell’abate sia innanzitutto riaccendere nel cuore dei suoi fratelli questo dono che anch’essi hanno ricevuto da Dio, questo desiderio più grande di loro e che dovrebbe impedire loro di dormire sugli allori. Il ministero dell’abate è quello di richiamare, talvolta con asprezza, che siamo fatti per Lui, e che non troveremo il nostro bene, la nostra pace, se non in Lui” [1].
È Gesù Cristo che l’abate serve e manifesta con la sua continua opera di misericordia, generatrice di vita, anche con la fermezza dei suoi insegnamenti e con la necessità delle sue correzioni. Egli serve gli interessi di Gesù nei suoi monaci. Egli intravvede, umilmente, chiedendo sempre luce al Signore, la via più consona alla santità, per la comunità e per ciascuno.
L’abate, dunque, non è tanto un uomo di governo, quanto un mite servo del Signore, chiamato a rimanere costantemente in ascolto dello Spirito Santo, per promuovere e rinnovare la vita: solo così la misericordia può trovare il posto d’onore nel cammino di ogni giorno, e avere sempre e comunque l’ultima parola, anche tra le difficoltà e i trambusti che non mancano anche in monastero. Anche nelle contraddizioni, anche tra gli imprevisti.
La fiducia, la speranza che l’abate ripone in Cristo si riflette nella comunità, e, insieme, traccia la via, fa avanzare.
Con realismo, infatti, san Benedetto rimarca:
“Sempre l’abate si ricordi di quel che egli è e di come lo si chiama, e sappia che si esige di più da colui al quale più si è affidato. E sia ben consapevole di avere assunto una missione tanto difficile quanto delicata: quella di guidare le anime mettendosi al servizio dei diversi temperamenti” .
vv. 30-31.
All’abate san Benedetto chiede di prendere coscienza ogni giorno del suo nome e della sua missione: di diventare consapevole della grazia che gli è affidata, per non abusarne, per trattarla alla luce di Dio, per esserne servo e canale, appunto, e non padrone; per non impossessarsi di nessun dono. La memoria Dei e di sé stesso, il non vivere da smemorato, cosa che sempre il nostro santo padre aborrisce, è condizione necessaria e assoluta per chi ha in monastero una responsabilità tanto grande qual è quella dell’abate.
L’abate cosciente – che riflette, che medita sul suo servizio, che evita la spavalderia, la sicurezza, la leggerezza – si salva, e garantisce la salvezza delle anime. Questa coscienza e coscienziosità è misericordia di Dio sulla comunità, ma è al tempo stesso misericordia per l’abate, perché ne salvaguarda la missione, “tanto difficile quanto delicata”.
Benedetto, dunque, in questo capitolo usa cautele di chiarezza nei confronti dell’abate, inducendolo a ben riflettere sulla responsabilità che porta, perché la superficialità o la presunzione di sé non lo porti alla deriva, assieme ai suoi figli.
L’abate è al servizio, e deve essere consapevole che il suo ruolo di accompagnamento delle anime non richiede un’omologazione delle stesse, ma il riconoscimento della loro diversità, del loro mistero, e quindi il rispetto dei doni, come dei limiti, di ciascuno. E anche la scoperta e la valorizzazione dei doni, a beneficio di tutti.
All’abate, allora, san Benedetto richiede luce, sguardo ampio, cuore dilatato, speranza a tutta prova, misura, elasticità, equilibrio, apertura matura ed incondizionata, veramente messa in gioco, al disegno di Dio e all’opera che lo Spirito Santo intende operare nei cuori, senza guastarla o boicottarla, senza sostituirvisi:
“Dovrà quindi usare con alcuni la dolcezza, con altri il rimprovero, con altri ancora la parola persuasiva, adattandosi così e quasi conformandosi a tutti secondo la natura e l’intelligenza di ciascuno, in modo non solo da evitare di subire perdite nel gregge che gli è affidato, ma piuttosto di potersi rallegrare per il suo buon incremento”.
vv. 31-32.
La misericordia di Dio nell’abate consiste in questa capacità di adattamento alle diverse sensibilità, ai diversi temperamenti dei monaci, senza livellamenti o facili accomodamenti.
Come è importante questo esercizio relazionale del declinare e declinarsi, a seconda dei diversi temperamenti: come una madre o un padre che ha diversi figli, sa di non poter trattare tutti allo stesso modo, di dover appunto modulare i suoi tratti e le sue parole, a seconda della sensibilità di ciascuno… questo Benedetto chiede all’abate.
L’abate consapevole della difficoltà della sua missione saprà adattarsi e camminare con i suoi monaci comunque, anche con chi è più difficile, senza pretendere di risolvere subito i problemi, senza voler avere tutto sotto controllo, senza presumere di appianare in un botto tutti gli ostacoli. Magari, nonostante la più retta intenzione e buona volontà, certi problemi resteranno aperti… non importa. Bisogna affidare, camminare comunque con speranza, anche con realismo, e lavorarci, e andare avanti senza perdere la forza interiore. Con la forza principale della preghiera.
Ecco, l’abate è chiamato ad essere sostanzialmente un orante: un uomo che confida nella preghiera, specie quando le strategie umane saltano… allora, la sua apertura alla potenza e alle possibilità inedite della preghiera sarà la chiave vincente del suo servizio alla comunità.
La fede, e la volontà di affidarsi ogni giorno alla grazia di Dio che conduce, ancora una volta, sarà la bussola di questo abate conscio non solo della grazia del suo ruolo, ma anche della sua povertà: del suo essere accanto ai suoi figli, senza magari riuscire ad accontentarli… nella consapevolezza di non essere… lo Spirito Santo in persona, ma di mettersi semplicemente e comunque al Suo servizio, comunque vada e comunque la prendano i suoi monaci, senza mai stancarsi o demoralizzarsi.
Anche questa coscienza della sua povertà, dei suoi limiti, che lo aprono alla benevolenza verso i fratelli, è grazia enorme.
“L’abate deve accettare di non sapere se le sue parole sono state efficaci, se hanno toccato il cuore dei fratelli, e così per tutto il resto. Deve agire come se tutto dipendesse da lui, sapendo che tutto è grazia. Dio lavorerà per mezzo suo, ma non necessariamente laddove avrà l’impressione di riuscire”[2].
L’abate che cercasse risultati tangibili, magari coronati da applausi rincuoranti, che volesse conferme o attestazioni di simpatia, non sarebbe veramente gratuito e tutto orientato a Dio. E bloccherebbe l’opera della misericordia di Dio sempre in atto, anche e soprattutto senza il suo controllo. Perché la grazia, la misericordia è opera di Dio, appunto, e la libertà di spirito dell’abate ne è il filo conduttore, anche cieco e inconsapevole.
All’abate deve bastare di lavorare in questo campo aperto, in questa distesa di bene che è la vita comunitaria, dove la luce avanza tra le pieghe e le piaghe della storia; ma ogni ritorno su di sé causerebbe un ritardo, un inceppo, un’impurità e magari un blocco della grazia divina sempre all’opera, ma che vuol essere libera da noi.
Quindi, l’abate autentico non è chi non fallisce, ma chi, cercando Dio nelle situazioni, Lo riconosce, e di tutto fa tesoro, anche di quello che non va.
L’abate vero deve esercitare la libertà da sé, dalla sua persona, dalla sua immagine, dal suo risultato, dalla sua visibilità. Questo vale anche per una mamma, per un papà, per un educatore… per tutti.
L’opera di Dio esige sempre gratuità, e serenità nell’apparente ‘fiasco’ o ‘non gradimento’ ma, nel caso dell’abate, ancora di più, perché più è richiesto a chi più viene affidato. Certo, sarà bene che all’abate non faccia difetto anche un po’ di umorismo, o di auto-ironia, che sappia sdrammatizzare, e che susciti un po0’ di simpatia. Un abate che vuole bene ai suoi monaci anche con un po’ di buonumore quanto può migliorare la qualità della vita comunitaria!
All’abate dunque deve bastare di rimanere, da servo umile e inconsapevole, tra le braccia operanti del Padre, operatore di grazia.
All’abate deve stare a cuore una cosa in particolare: il bene spirituale dei suoi monaci (v. 33), la loro vita interiore, la loro unione concreta e fattiva con Dio. Perché tutto il resto passa.
Se ne occuperà, sì, l’abate, anche del resto, come no. Avrà un occhio sulle cose materiali, vigilerà sui beni transitori, assieme ai suoi collaboratori, saprà delegare, facendo capo a tutto, ma fidandoci delle competenze e abilità dei suoi fratelli, senza voler fare tutto lui solo.
Ma sulle situaizoni contingenti non fermerà il suo cuore.
I suoi occhi saranno fissi in Dio, per lui e per i monaci: questa sarà la più grande misericordia che egli potrà donare, e che lascerà in eredità alle generazioni che verranno dopo di lui.
Un abate che edifica il regno di Dio nella sua comunità, o che, almeno, ce la mette tutta per edificarlo, per fare spazio prima di tutto allo Spirito Santo nella vita comune, è segno e testimone del primato di Dio, e della gioia della vita in Dio.
Che il Signore ci doni ancora e sempre degli abati così, per la santificazione del nostro Ordine e delle nostre comunità. Ma anche dei fratelli e sorelle così: lieti di corrispondere alla grazia, per edificare insieme il Regno. Perché, se è vero che… un abate perfetto, chi potrà trovarlo?! È anche vero che molto dipende dalla Comunità, che, spesso e volentieri, si trova l’abate che si merita.
Si cammina insieme, dietro a Cristo, e insieme… ci si plasma. Se l’abate modella, anche la comunità e ogni singolo monaco concorre a questa forma… e più c’è unità, più c’è autenticità e trasparenza, più c’è fede… più si realizza, non come un’utopia, ma come concreto disegno d’amore, quello che Benedetto indica al capitolo secondo della S. Regola.
[1] Dom Guillaume, Un cammino di libertà. Commento alla Regola di san Benedetto, Lindau 2006, p. 76.
[2] Ibidem, p. 81.
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