RB1 e Lettera a Diogneto
Prima di continuare a meditare il testo della S. Regola, ossia, prima di passare alla lettura e commento del capitolo secondo della Regola, che considereremo nel prossimo incontro, credo valga la pena soffermarsi ancora sul primo capitolo, e, questa volta, studiarlo a confronto con quel mirabile scritto dell’antichità che è la cosiddetta Lettera a Diogneto.
Oltre a far avere poi a tutti il testo di questo documento prezioso per la nostra fede, ho letteralmente ‘copiato’ qui alcuni commenti – che trovate facilmente in rete [1]: per situare meglio il contenuto dello scritto, e trarne le nostre conclusioni al fine del confronto con la Regola di san Benedetto.
Che cos’è la Lettera a Diogneto?
È un piccolo testo di una decina di pagine, scritto tra l’inizio del II secolo e prima del 313, quando per i cristiani fu sancita la libertà di culto, sotto forma di lettera diretta al pagano Diogneto, desideroso di conoscere i contenuti della fede cristiana.
Diverse ipotesi sono state formulate su autore e destinatario, tutt’oggi ignoti, mentre è ormai riconosciuta la portata più ampia dell’opera, rivolta a quanti sono venuti a contatto con i cristiani, ne hanno osservato la vita e vogliono conoscere i misteri della loro religione.
Attorno al 1436, un giovane umanista italiano, girellando per le strade del mercato di Costantinopoli, si avvide che un pescivendolo avvolgeva la sua mercanzia in fogli di un manoscritto greco. Acquistati questi fogli, scoprì che contenevano molte opere dei primi secoli del cristianesimo, tra cui alcuni opuscoli, il più interessante dei quali era indirizzato ad un certo Diogneto cui era diretta una spiegazione in merito alla neonata religione cristiana.
I tentativi di identificare questo Diogneto hanno condotto ad avanzare alcune ipotesi (un dotto della corte di Marco Aurelio, forse). Ma in effetti, né la sua identità, né quella dell’autore sono state accertate con una certa solidità. La data presumibile del testo è il secondo secolo dopo Cristo e l’intento è evidentemente apologetico e divulgativo. Spesso si parla ancora di “ Lettera a Diogneto” anche se è ormai chiaro che di lettera propriamente non si tratta.
L’intento è quello di spiegare ad un pubblico pagano cosa sia il Cristianesimo.
Le questioni cui l’Autore vuole rispondere sono molte e sono riportate all’inizio del testo:
In quale Dio i cristiani ripongono la loro fede?
Quale culto gli rendono?
Da cosa deriva il loro distacco dal mondo?
Come spiegare il loro disprezzo della morte?
Perché non tengono in alcun conto gli dei venerati dai Greci? Perché rigettano come superstizione le prescrizioni degli Ebrei?
Quale sorta di amore hanno gli uni per gli altri?
Infine, per qual ragione questo popolo nuovo, questo nuovo modo di vivere sono apparsi al mondo nel nostro tempo e non prima?
L’esposizione della dottrina cristiana contro la idolatria e oltre la ritualità giudaica, oggetto dei primi capitoli, lascia presto spazio al nocciolo della esposizione dell’Autore: la radicale novità introdotta dal cristianesimo e dal modo di essere dei cristiani.
I cristiani “non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di vestire (…) son sparpagliati nelle città greche e barbare (…) si conformano alle usanze locali (…) e tuttavia, nella loro maniera di vivere, manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale (…) si sposano e hanno figli, ma non abbandonano i neonati, mettono vicendevolmente a disposizione la mensa, ma non le donne. Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo (…) in una parola, ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo”.
I cristiani vivono nel mondo perché è lì che Dio li ha chiamati ad essere testimoni del Suo piano di redenzione e di salvezza: tuttavia, essi non appartengono interamente al mondo.
Non possono lasciarsi assorbire dal mondo, ma non possono astenersi dalla concretezza della vita terrena quotidiana, in tutte le sue implicazioni, perchè è lì, nel mondo di ogni giorno, che essi devono fare da “supplemento d’anima”.
L’inaudito evento di un Dio che si fa uomo, dando vita ad un nuovo tempo di fratellanza, non può restare confinato nel privato del fedele, deve fecondare la terra intera.
Il cristiano sta nello stato come cittadino rispettoso, anzi esemplare nel rispettare le leggi; ma non rinuncia a fecondare la comunità civile con il suo modo di porsi davanti alle questioni grandi e piccole del quotidiano e dell’orizzonte storico.
Non può evitare l’impegno: ne va della sua stessa identità, che pur nel rispetto di tutti non può essere annacquata.
C’è una frase del testo che dice: “È tanto nobile il posto che Dio ha loro assegnato, che a nessuno è permesso di disertare”.
I cristiani sono assegnati al mondo come una sentinella che deve vigilare e non distrarsi o rinunciare. Non a caso il “posto” di cui si parla è designato nel testo originale con la parola greca “taxis” (τάξις), che ha un significato militare: dall’impegno nel mondo non si diserta, perché il cristiano deve stare nella comunità civile e lì impegnarsi.
Oggi questo apre una serie di quesiti sul “come” questo deve avvenire: è il tema dei principi non negoziabili, del dissenso nei confronti di alcune leggi che confliggono con la mentalità cristiana, ma sono largamente accettate dalla opinione pubblica ( il che ovviamente pone problemi al legislatore cristiano), dei “diritti” che non sempre possono essere ritenuti tali dai cristiani, ecc.
Ma lo spunto è sempre quello: non tirarsi indietro, essere serenamente cittadini rispettosi, ma coltivare con cura il proprio specifico contributo al bene comune. Èun compito alto, arduo e talvolta di difficile comprensione: in qual modo “rendere a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” non sempre è facilmente discernibile.
Ma anche una voce antica e fresca del cristianesimo iniziale ci sollecita è in qualche modo ci sfida: perché dobbiamo evitare sia che il sale diventi insipido, sia la pretesa di trasformare il mondo in una saliera (come diceva padre Sorge).
Allora, il profilo dei cristiani nel mondo genera una forma particolare di cittadinanza, come evidenzia Sabino Chialà, contraddistinta non dalla paura della diversità o dal semplice rispetto delle leggi bensì dal tentativo di agire per imitare Dio.
Si tratta di un modo particolare di stare nella comunità umana caratterizzato dalla libertà, dalla solidarietà, dal rispetto, dalla capacità critica e propositiva: «Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi».
Nonostante simili peculiarità, i cristiani – secondo l’autore dell’A Diogneto – non si distinguono dagli altri uomini per territorio, lingua, abiti; non hanno città proprie e non vivono in ghetti urbani, sociali o culturali. I discepoli di Cristo non si definiscono in opposizione agli altri e per loro non esistono spazi umani “barbari” o “incivili” poiché la fede non è un alibi per escludersi dall’umanità ma per assumerla integralmente: «Vivendo in città greche o barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile».
Di conseguenza lo stile dei credenti nel Maestro di Nazareth non coincide con quello degli esaltati apocalittici che si allontanano dal mondo bensì – nella libertà donatagli da Dio – camminano nella terra e vivono nella storia non da padroni ma da locatari.
Per via di questa consapevolezza, i cristiani si sentono a casa in ogni terra, cultura, popolo e nazione poiché sono cittadini del mondo, fratelli e sorelle.
Muovendo da una certa visione di Dio, l’A Diogneto propone un modello di stile cristiano nel mondo – e di relativa cittadinanza – ancora attuale.
Infatti, viene avanzato un cristianesimo privo di barriere e di paure ma ricco di valori – come la libertà e la lealtà – in grado in ogni epoca di destabilizzare le interpretazioni del mondo più in voga.
Quella dell’A Diogneto è una fede in uscita che si poggia sul modo di vivere fraterno di chi segue l’insegnamento evangelico.
Da questa fede scaturisce una rilevanza sociale del messaggio cristiano che spiazza per la sua qualità e al contempo, anziché costringere, rinnova tutto continuamente sino a divenire qualcosa capace di sostenere il mondo: «A dirla in breve, come è l’anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani […] L’anima è racchiusa nel corpo, ma essa sostiene il corpo; anche i cristiani sono nel mondo come in una prigione, ma essi sostengono il mondo».
Il cammino sinodale voluto fortemente da papa Francesco è un’occasione molto importante per riflettere sulla chiesa e, soprattutto, come chiesa. Le trasformazioni culturali in atto in ogni angolo del globo costringono le comunità ecclesiali a ripensarsi e a riorganizzarsi alla luce dei cambiamenti. Tuttavia, la fatica maggiore della chiesa in questo percorso sinodale consiste, come afferma Massimo Naro, in uno sforzo che: «deve continuamente fare per accorgersi della visita di Dio nella storia comune degli uomini e per discernerne le forme sempre inedite, a volte persino inaudite».
In simile opera di discernimento ecclesiale, può tornare assai utile lo scritto A Diogneto che presenta un cristianesimo non egemone ma che accetta di confrontarsi con le altre religioni e filosofie.
Lo stile credente dell’anonimo scritto sembra adattarsi all’odierno contesto poiché – come sostiene Marco Rizzi – non chiede: «di rinunciare alla vita della propria nazione e della propria città, anzi raccomanda di parteciparvi in ogni suo aspetto con un rigore morale e una dimensione spirituale ancora più forti e ispirati da valori positivi. Al tempo stesso, esso colloca la responsabilità dei cristiani in un orizzonte più ampio, che coinvolge la loro appartenenza trascendente: non sono di questo mondo, ma proprio per questo devono rendere migliori, più umane, più ricche di rispetto reciproco e di amore le città».
Per questi motivi, l’A Diogneto risulta uno strumento ancora molto valido per accorgerci della visita di Dio nella storia comune degli uomini e, quindi, per contribuire a delineare la chiesa che verrà.
Riportiamo qui solo il cap. quinto della Lettera, così centrale:
Il mistero cristiano
. I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri
uomini.
. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un
genere di vita speciale.
. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi
aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri.
. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi
del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e
indubbiamente paradossale.
. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto
sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati.
. Mettono in comune la mensa, ma non il letto.
. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne.
. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.
. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi.
. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati.
. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere.
. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano.
. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti.
. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano.
. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se
ricevessero la vita.
. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li
odiano non saprebbero dire il motivo dell'odio.
____________________________
Questo confronto ci aiuta ed è prezioso, restando nell’ambito del primo capitolo della nostra Regola, per sottolineare alcuni punti:
La nostra fede è incarnata nella storia, nel tempo e nello spazio. Il nostro Dio è il Dio vicino, il Dio con noi, che cammina con noi nella storia, pur essendo trascendente.
Questo ci muove all’impegno, al coinvolgimento, alla responsabilità.
Il cristianesimo non è aleatorio, disincarnato.
Ogni forma di spiritualismo è sterile e ogni fede che fugga dal contesto storico, anche dal conflitto con la storia, non tiene.
Traiamone le conseguenze pratiche per la nostra vita.
San Benedetto nel primo capitolo della Regola dà ai monaci cenobiti una identità chiara.
Anche l’Oblato/a vive nel mondo, senza appartenere al mondo, con un’identità chiara.
Non può simulare, confindersi con la mischia, non esporsi.
Bisogna definirsi, anche se questo può avere un prezzo anche alto da pagare. Ma noi di chi siamo?!
Tante volte usiamo questa espressione.
Ciascuno di noi ha un posto, una missione, un compito chiaro nella storia.
Abbracciare la storia, senza lasciarsi troppo ‘prendere’ e irretire dalle trame del mondo: volare alto, avere mente e cuore in Dio, e questo ci mantiene centrati, ben bilanciati, equilibrati, discreti, misurati, capaci di non deviare troppo né a destra né a sinistra, ma di mantenerci stabili, netti, retti, diritti. In Dio, per Cristo.
Respirare Cristo, donare Cristo al mondo.
Questa dirittura e centratura è tipicamente benedettina.
Ce l’ho, come Oblato/a, questa dirittura, questo equilibrio?!
Tante sollecitazioni potranno allettarci, tentarci, ma non ci vinceranno.
Il monaco cenobita, l’Oblato/a sa in Chi ha posto la sua vita e la sua speranza.
Non si lascerà prendere dalla mondanità: il pensare secondo il mondo, la fama, il successo, il carrierismo, il prestigio, il potere, il denaro, i piaceri… lo tenteranno, ma non lo avvinghieranno.
L’Oblato in viritù della chiarezza della sua appartenenza a Cristo è chiamato a restare essenziale.
Vivere dell’essenziale, di autenticità, non dell’effimero.
L’Oblato/a non sarà superficiale, mondano, leggero.
La sua parola sarà franca, leale. Cercherà l’autentico, sarà sincero.
Certo che questa autenticità chiede una spoliazione personale veramente evangelica.
Significa il coraggio di guardarsi dentro davvero, anche se fa male, scremare tutti gli strati superficiali che non contano, e… andare giù giù, ben a fondo. Senza pararsi.
Una vita essenziale ci fa stare sereni, al posto giusto. Ci fa invecchiare bene, senza grilli e senza pretese, senza frustrazioni.
Una vita essenziale ci libera dai miraggi e dalle pretese. Ci dona la vera libertà.
Essere cittadini del Cielo, più che del mondo, avere in Cielo le nostre radici, appassionandoci però di questa terra in cui siamo di passaggio, significa desiderare sempre almeno un po’ di radicalità. Di gioia dell’andare controcorrente.
La vita troppo borghese ci stanca. Il pensare solo al nostro benessere ci rattrista.
L’Oblato avrà il cuore largo, dilatato, come dice san Benedetto, aperto, duttile, dialogante.
L’Oblato si impegnerà a vivere secondo lo spirito delle Beatitudini, a rendere mite il proprio cuore, a vivere concretamente l’umiltà. Costa? Sì!!! Ci si rimette? Sì!!! Ma solo secondo il mondo, e non secondo Dio.
L’Oblato saprà incassare i colpi in un salutare silenzio, e, se necessario, con la parola umile si spiegherà. Ma, avvendendosi che questo non gioverà gli interlocutori, saprà tacere con un silenzio di unione a Gesù, vivendo con Lui la prova, partecipando alle Sue pene.
L’Oblato/a Benedettino/a del Santissimo Sacramento sa di aver abbracciato un carisma esigente, che gli chiedo molto, ma che lo aiuta a conformarsi a Cristo.
Per questo non tralascerà di leggere e meditare, se possibile quotidianamente Il Vero Spirito, attingendo ai testi della Madre Fondatrice non meno che alla S. Regola.
Come, del resto, esaminando la propria vita alla luce de L’Imitazione di Cristo.
Questa radicalità sarà il suo desiderio, il suo fine, voluto e amato: per essere veramente del Signore!
Troppo?! Ma…da che parte decidiamo di stare?!
La radicalità è prima di tutto con sé stessi.
Coraggio, ardimento con sé stessi. Il regno dei Cieli è dei violenti!
Stare con Gesù Cristo ogni giorno, questo è il punto, ci rende veri cenobiti: cittadini del mondo e della storia, senza lasciarsi tirare giù dalle false luci del mondo, perché siamo solo di Cristo, e vogliamo somigliare a Lui, amare un poco almeno come Lui…
Vogliamo davvero vivere così, come Oblati?!
[1] Per chi volesse approfondire ulteriormente il contenuto della Lettera a Diogneto, ascolti la conferenza di Sabino Chialà, Priore di Bose, Cristiani in una società plurale (youtube).
| Storia - Comunità - Oblazione - Iniziative - Testi - Deus Absconditus |
Benedettineghiffa.org - online dal 2009
Cookie Policy - Questo sito utilizza unicamente cookies tecnici necessari alla navigazione. Non installa cookies di profilazione.


