RB 1 - Della diversa specie di monaci
Incontro Oblati
Ghiffa, 20 ottobre 2024
Capitolo primo – “Della diversa specie di monaci”
Nel primo capitolo della Santa Regola san Benedetto ci presenta le diverse tipologie di monaci, chiarendone identità e fini. Sappiamo quanto sia equilibrato san Benedetto, e la sua Regola lo dice: quanto la nettezza e serena limpidezza di ogni capitolo del codice di Vita che propone sia strumento che agevola i passi di chi vuole veramente cercare il Signore, e incamminarsi con decisione verso di Lui. Se c’è disordine, la conversione è ostacolata. Le cose chiare non sempre possono piacere, ma, per chi fa sul serio, sono di aiuto nel progredire senza illusioni ed evasioni, per giungere al cuore della propria esperienza.
Ora, nel cammino in Dio, se non c’è chiarezza, non c’è verità, né semplicità, né realismo; gli ideali si offuscano, la strada si complica, e il fine si annebbia. Per questo san Benedetto ci tiene costantemente ad essere chiaro. La chiarezza è un po’ la marca della Regola, pratica e profonda insieme. Così, nel primo capitolo, il nostro Fondatore ci dice bene chi è il monaco, e chi non lo è, distinguendo l’autenticità dalla simulazione e mancanza di sostanza. Perché il monaco deve avere prima di tutto sostanza.
Come padre dei monaci e maestro di esperienza monastica, in questo primo capitolo Benedetto fa discernimento sulla qualità, sulla natura, sullo spessore e sul cammino della vita monastica. E lo fa, con il suo stile sobrio e lineare, essenziale e quindi importante, di un’evidenza vincente.
Prima di tutto sono i cenobiti ad essere presi in considerazione.
La loro scultorea definizione fornisce gli elementi necessari e sufficienti ad individuarne la grazia e le risorse di vita. Chi sono i cenobiti? “Coloro che vivono in monastero militando sotto una regola e un abate” (v. 2).
Vivere in monastero implica un rimanervi in modo costante, regolare.
Ecco il voto di stabilità, così fondante per i benedettini.
Restando in monastero, abitandone il luogo stabilmente, i monaci militano: sono come dei bravi soldati del Signore, ossia, vengono addestrati nella vita spirituale, attraverso il buon combattimento di ogni giorno. Il monaco è dunque un combattente, uno che va in battaglia “con l’aiuto di Dio” (v. 5) e per tutta la sua vita.
Ma come si milita? Sotto una Regola e un Abate.
È molto interessante il sotto. Il monaco, se vuole veramente militare per il Signore, vivendo in Lui, dimorando presso di Lui, deve stare sottola regola e l’abate. Deve riconoscere la grazia che ha la Regola sulla sua vita. E, con la Regola, l’Abate.
ll monaco è veramente tale, per san Benedetto, quando la sua vita scorre costantemente tra questi due riferimenti, che sono come gli argini di un fiume: da una parte la regola, dall’altra l’abate. Argini di vita, il metro per ben militare. Bisogna, cioè, accettare di imparare, accogliere di essere a una scuola, la scuola del servizio divino, aperti alle sue mediazioni.
Porsi sotto la Regola, oltre che nelle mani dell’Abate, significa accettare di diventare discepoli in monastero: si sapessero anche tante cose, si fosse anche pluri-laureati o esperti in qualche settore di vita e di lavoro, entrando in monastero si comincia soltanto ad imparare, alla scuola di Cristo Signore e Maestro.
Vediamo com’è chiaro san Benedetto, persino spartano. Non gira attorno ai termini, è diretto: sotto vai dritto, attraverso questi due ‘paletti’ di riferimento che sono la regola e il superiore. Non ne esce un quadro poetico della vita monastica, troppo spesso confusa con il paradiso terrestre, o con l’oasi che non c’è. Si tratta di un salto concreto di vita.
Benedetto ci dà tutt’altro che un quadretto idilliaco della nostra vita in monastero, se vogliamo essere dei veri cenobiti: siamo chiamati a militare, a stare in esercizio, a fare pratica continua di vita evangelica dentro le mura del monastero, e non certamente a riposare, o ad essere consolati; e i termini di questa santa milizia sono la regola e l’abate. Niente di fiabesco, dunque.
Il monaco, oltre che un milite, è un consegnato, un consegnato per amore.
“Per san Benedetto, in fondo, ci sono solo due generi di monaci: quelli che lo sono e quelli che pretendono di esserlo. Allora ciò che è interessante è non perdersi in mille distinzioni, ma cercare piuttosto di comprendere quale sia la radice profonda della vita monastica” [1].
Ecco il pregio di san Benedetto, come di ogni vero monaco: saper arrivare, per esperienza, che si trasforma a poco a poco in sapienza di vita, alla radice delle cose.
Il monaco da sempre, dall’era dei padri del deserto, prima ancora che da san Benedetto, è il battezzato che va in profondità, e arriva alla radice delle cose, delle situazioni, dei problemi. Colui che va, soprattutto, al cuore. Monaco è chi non si ferma neppure alla brillantezza delle situazioni, a ciò che attrae esternamente, e pare suadente, ma è privo di sostanza.
Il monaco scende, scava, va a fondo, trova la radice come chiave costitutiva delle cose, sempre. Questa essenzialità, che tocca il profondo, e giunge al vero, fa la natura e il respiro di ogni vero monaco, fa il suo intimo codice di vita, che lo ripaga di tutto.
E san Benedetto lo dimostra bene qui, identificando il cenobita nella sua identità disarmante. La vita monastica è esperienza concreta di Dio, di sé, del reale.
Niente di astratto e di illusorio.
Nulla, come la vita monastica, nella sua essenzialità, ti pone di fronte a chi sei tu in verità; niente come il cenobio ti disarma, e ti dimostra, se vuoi vederci chiaro, chi sei tu davanti a Dio, davanti al tuo cuore, davanti ai fratelli e alle sorelle. Verità concreta, sperimentata.
San Benedetto in questo inizio della stesura del testo della Regola ci illumina molto bene sull’essere monaci:
Nella sua stabilità, il monaco va controcorrente. È la sua professione di Gesù Cristo che lo rende stabile in monastero, non i suoi meriti o le sue virtù. Non sono un limite i suoi limiti, le sue debolezze e ferite. Limite, e magari anche ostacolo, è la sua fuga: il suo fuggire dentro, e, poi, anche fuori.
Monaco allora è chi non fugge. Non fugge dalle situazioni, non fugge da sé stesso.
Gli strumenti esterni li ha, eccome. Ma deve volersi vedere! Davanti a Dio e ai fratelli.
Impara, così, a riconoscere le tentazioni e le pretese del suo cuore sempre un po’ ribelle, che nella preghiera e nei sì quotidiani anche sofferti riconsegna a Cristo, forte solo della Sua grazia.
E non fuggendo da sé, il monaco diventa stabile, cioè uomo di Dio, veramente libero da sé stesso, dai suoi istinti, dalle sue tante schiavitù.
È molto concreta e diretta l’esperienza monastica, ma, insieme, è già trasfigurazione della nostra storia. Liberazione della nostra verità.
Rimanere stabili in monastero sotto una Regola e un Abate significa accogliere costantemente lo sguardo di Dio su di noi, cercando la Sua volontà, e non la nostra; significa arrendersi ogni giorno a Lui, credere che è la Sua grazia che ci porta avanti. E questa è esperienza viva e tangibile della Sua Misericordia.
Quando, sempre all’interno di questo primo capitolo, san Benedetto ci parla degli altri generi di monaci, e in particolare di quelli che si credono monaci, ma non lo sono – i sarabaiti (detestabili, per il nostro santo Padre) e i girovaghi (erranti, non custoditi), risulta chiaro dove sta il loro male profondo, la causa della loro latitanza e refrattarietà:
La vita monastica è realmente questione di consegna di sé, di tutta la propria volontà, senza che niente di noi resti fuori dal monastero. Alla radice c’è il desiderio di trasparenza.
Un bisogno di nettezza, di trasparenza ci vede essere nel monaco.
Questi non monaci o falsi monaci, invece, sono guidati solo da sé stessi: “non temprati da alcuna regola, né educati dall’esperienza” (v. 6); non sono cambiati dentro: “per la loro condotta di vita sono ancora del mondo” (v. 7); autoreferenziali: “chiusi nei propri ovili” (v. 8); regola a sé stessi: “considerano santo tutto ciò che corrisponde al loro modo di pensare e ai loro desideri” (v. 9). O girovaghi: “sempre vagabondi, mai stabili, schiavi delle proprie voglie…” (v. 11).
La stabilitas è volontà offerta. E in una durata stabile.
Se il monaco è un consegnato, e quindi uno che unicamente per amore di Cristo si consegna alla regola, all’abate, alla comunità, e che nel cammino impara a disarmarsi, san Benedetto ci porta a una riflessione, sempre in questo primo capitolo.
Il monaco è uno che cambia. Una persona che cambia sé stesso.
O, meglio: monaco è chi è disposto a cambiare sé stesso, accogliendo la prospettiva del Signore, e non rimanendo fermo ed arenato al suo volere, ai suoi desideri, ai suoi gusti e piaceri. Liberato da Cristo, al cui seguito si pone, il monaco a poco a poco si lascia cambiare, dentro e fuori. Prima di tutto dentro!
Sappiamo per esperienza, nella nostra vita monastica, quanto chi è troppo preoccupato dell’esterno, poi possa facilmente ritrovarsi vuoto, spento, amareggiato. È sempre al cuore, e all’interiore, che san Benedetto, e, con lui, il vero monaco guarda.
Perché il suo cuore è volto a Cristo, è proiettato realmente verso il Signore, allora, non può stare fermo, irrigidirsi nelle proprie sicurezze – quelle che san Benedetto chiama: “le proprie voglie”. Stabile, è il monaco, in quanto pellegrino di Dio, sempre in viaggio verso di Lui. La sua stabile dimora è il Signore. Per questo egli si lascia portare da Lui, il Buon Pastore, anche quando la strada è ripida e irta di difficoltà. Ma è proprio qui che il vero monaco impara ad affidarsi, a mettere i propri passi nelle orme di Cristo, e a consegnarsi a Lui con tutto sé stesso.
Ne nasce un’esperienza di fede autentica, e di vera libertà. La libertà vera viene da Gesù, nel vivere riferiti a Lui, non svincolati.
La vera libertà non è svincolamento da tutto, ma è proprio un costante riferirsi: quotidiano e profondo, alla regola, all’abate, ai fratelli e alle sorelle. Alla fedeltà evangelica nella storia, che costruire giorno per giorno il cammino verso il cielo.
In un mondo che continuamente cambia, fluttua, nella leggerezza più effimera, dove nulla dura, come attesta la cronaca quotidiana, che continuamente dice l’imprevedibile e l’assurdo della vita, la presenza umile e nascosta, ma ferma, nell’amore del Signore che non cambia, è segno evidente che è Lui la roccia e che solo in Lui noi troviamo la vera stabilità.
Ora decliniamo tutto questo nella vostra vita. Di Oblati: ossia di fratelli e di sorelle che, nel mondo, desiderano vivere la vita benedettina, seguire la Regola, declinandola nei propri giorni.
Cosa significa per voi vivere da cenobiti?
Essere questo fortissimum genus dei cenobiti?
Non vivere da svincolati, ma riferiti.
Riferiti a Dio. Consegnati a Lui. Lo abbiamo già visto, nel meditare sulla parola Ascolta, incipit del Prologo. La prima parola della s. Regola. Mettersi in ascolto della Sua Parola. Della vita. Comprendere il Cuore di Dio, dentro la vita. Essere attento ai Suoi segnali. Alle situazioni, alle persone. Disposti a mettersi in gioco, e lasciarsi provocare. A lasciarsi cambiare.
Nella famiglia: riferito, centrato. Al cuore della mia famiglia.
Attento alle persone.
Disposto a mettermi in gioco.
Disposti a camminare insieme. A lasciarci condurre insieme da Dio.
A crescere insieme: parlarsi, dialogare, trovare il tempo per l’Altro e per gli altri, vedere l’Altro negli altri.
Non fuggire. Non fuggire dal centro. Immergermi.
La mia famiglia, con la sua vita, la sua realtà, i suoi problemi… è il campo di Dio. L’amore di Dio si riversa qui, tra noi, in mezzo a noi.
Voglio vedere mio marito, mia moglie, i miei figli, i miei genitori o suoceri… con lo sguardo di Dio. Prendermi cura. Ma saper anche affidare. Consegnare me e consegnare gli altri. Non sentirmi né solo, nel cammino, e neanche l’unico. Saper anche delegare, nella fiducia. Saper consegnare questa fiducia in famiglia. Non sovraccaricarmi al punto da incentrare tutto su di me e poi… scoppiare. Saper demandare. Avere il senso della responsabilità ma anche del mio limite. Accogliere il mio limite e riconoscere l’altro. Far crescere l’altro. Ampliare sempre l’orizzonte, dare respiro.
Tutto questo, nel piccolo cenobio che è la famiglia, è amore ed equilibrio benedettino.
È vivere da benedettini nel mondo.
Stabili e affidabili, pur dentro un contesto che fluttua e alla luce dei propri limiti. Ma… restare al centro. In Dio, per Dio, con gli altri. Mai soli e svincolati. Mai autoreferenziali.
In fondo, i monaci girovaghi o sarabaiti sono autoreferenziali. Fanno quel che vogliono. Vagano, si disperdono, fuggono. Non si centrano, non si impegnano, non si donano fino in fondo, al cento per cento.
L’Oblato, riferito alla realtà che vive, si coinvolge con le persone che lo circoondano e ne tiene serenamente conto, nel desiderio e nell’impegno di crescere insieme dentro questa realtà, così com’è, e provare insieme a trasformarla, a renderla più bella e vivibile. Più conforme al Cuore di Dio.
Lo stesso vale per il lavoro.
Proviamo, provate a declinare nella vostra realtà lavorativa questo volto cenobitico.
La stabilità. L’affidabilità.
Il darsi, ben centrati sul reale, lasciando spazio agli altri, alla crescita degli altri.
Promuovere e dare fiducia.
Non fare tutto io, ma lasciare spazio, respiro, e dare fiducia.
Impegnarsi insieme a trasformare il reale, per una vita più secondo Dio anche nel lavoro.
Perché tutto è grazia.
Anche le situazioni di prova, difficili, ci possono insegnare tanto, e condurci ancora di più a ciò che vale veramente nella vita, proprio perché tutto concorre al bene per chi vuole vivere al centro del disegno di Dio, senza fughe e senza dispersioni.
Vediamo, allora, come questo primo capitolo della Regola sia molto importante. Tutti, se non siamo vigili e consapevoli, tutti siamo un po’ girovaghi, sarabaiti, egocentrici.
San Benedetto ci riporta al centro.
Ci riconduce al Cuore. Di Cristo, del prossimo, di noi stessi.
Ci dice che solo in una dimensione allocentrica, e non egocentrica, troviamo la felicità.
Può essere ed è sicuramente meno facile. Ma è felice.
[1] Dom Guillaume, Un cammino di libertà, Commento alla Regola di san Benedetto, Lindau, Torino 2013, p. 52.
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