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Articolo apparso sulla Rivista “Ora et Labora” (nn. 1/1959)

 

 Dom Georges Lefèbvre O.S.B.

FONDAMENTI DOTTRINALI DI UNA SPIRITUALITÀ
 

 

di

 

 

 

 

            Può sembrare contraddittorio il fatto che le Benedettine del SS. Sacramento vogliano essere vere Benedettine, senza rinunciare alle caratteristiche proprie delle Benedettine del SS. Sacramento, dal momento che carattere specifico dello spirito benedettino e dell’Ordine di S. Benedetto è appunto non avere nessuna spiritualità particolare.

 

 

Spiritualità particolari.

 

            Per comprendere come non ci sia contraddizione è assai importante capire cosa sia una spiritualità particolare nella Chiesa.

Esistono varie correnti di spiritualità, ma tutte sono mezzo per mettere in luce e far considerare in una speciale prospettiva le verità profonde che formano il nucleo della nostra vita cristiana. Una spiritualità che volesse porre al centro di tutto un piccolo punto particolare sarebbe una deviazione. Invece una spiritualità che, sotto un aspetto originale (che ha per di più tutta la forza di una tradizione), consideri le grandi e profonde verità della vita cristiana, questa sì che contribuisce alla ricchezza e alla varietà nella Chiesa e le permette di proporre la Verità Unica sotto una forma che si adatta alle diverse famiglie di anime e alle diverse attrattive personali.

            Per la stessa ragione le spiritualità particolari devono mantenersi in un’assenza di rigidezza che consenta l’adattamento ad ogni singola anima; devono mettere in evidenza le verità fondamentali e presentarle con sufficiente ampiezza in modo che ogni anima se le assimili secondo la propria attrattiva; e devono ancora, nell’interno di una famiglia religiosa, in quell’atmosfera che ne forma l’unità e lo spirito, salvaguardare la libertà dei figli di Dio, la quale consente di vivere un pensiero comune nella linea della propria vocazione soprannaturale e delle tendenze ispirate dallo Spirito Santo.

            In questa prospettiva, una spiritualità particolare, lungi dall’essere una costrizione, è un modo di mettere alla portata di tutti, con l’infinita varietà di cui è ricca la Chiesa, una varietà che è in sé profondamente Una.

 

 

Il Mistero di Cristo

 

            Che cosa troviamo al centro della verità, della Rivelazione? Non certo una filosofia, né una teoria e neppure dei dogmi, ma un fatto, un fatto ricco di vita: l’apparizione di Dio nel mondo, l’Incarnazione, Cristo Gesù.

Centro della nostra vita cristiana non è un pensiero o una riflessione, ma una Persona viva, nella Quale Iddio si rivela: Cristo. In Lui Iddio si manifesta come Dio-Trinità, come Dio-Amore che viene a noi per metterci a parte di questo amore.

            Di questa presenza nel Mistero di Cristo nella nostra vita, noi ci appropriamo in modo specialissimo nell’atmosfera liturgica: il suo massimo valore per noi viene dal fatto che appunto la Liturgia ci presenta ogni giorno il Mistero di Cristo nel suo quotidiano svolgersi, in una forma sempre viva, offrendoci un cibo spirituale, quasi già sminuzzato. La Liturgia non è un trattato teologico (forse qualche Ufficio recente, sì, lo è), ma negli Uffici antichi e nell’insieme, l’alimento spirituale non ci è presentato sotto forma di trattato. La dottrina ci è offerta in formule evocatrici, in formule di preghiera già orientate verso la vita spirituale.

Il Mistero Eucaristico

 

            Al centro di questa Liturgia, abbiamo il Sacrificio Eucaristico, unica sorgente di grazia. Sorgente unica di ogni grazia è il Sacrificio Redentore di Cristo, presente nel Mistero Eucaristico, come ora vedremo.

Scorrendo alcuni testi della M. Metilde si è colpiti nel constatare con quale esattezza e profondità di prospettiva ella abbia meditato e parlato del Mistero Eucaristico. Ne tratta a volte con allusioni alle profanazioni ed alle necessità di ripararle; nelle guerre che ebbero luogo ai suoi tempi ella fu testimone oculare di quelle profanazioni orrende e ne fu colpita tanto che da allora l’anima sua provò l’attrattiva profonda verso il Mistero Eucaristico e l’idea della riparazione, incentrata sull’Eucaristia.

Fu questa circostanza concreta l’elemento provvidenziale (anche, in un certo senso, accidentale) di cui Dio si servì e che la condusse alla meditazione del Mistero in una visuale profondamente vera. Si rimane colpiti, indubbiamente, del suo insistere sull’aspetto “sacrificio” dell’Eucaristia.

            Proprio questo è l’aspetto che ci dà il senso vero e profondo del Mistero Eucaristico.

Spesso ci si ferma molto – ora, forse, meno di prima – sulla Presenza Reale, perché è per noi d’immenso conforto, è cosa che ci tocca e ci commuove. Ma per capire il senso profondo della Presenza Reale, per capire come e con quali disposizioni dobbiamo accostarci a Cristo nell’Eucaristia, si deve ricordare come la Presenza di Lui è condizione della presenza reale del suo Sacrificio, e che Cristo ci è presente realmente nell’“atto” del suo Sacrificio. Sarà utile toccare per sommi capi alcuni punti della teologia della Messa: alla luce di queste verità potremo afferrare meglio il senso profondo della spiritualità riparatrice.

 

 Il Sacrificio

 

            Per capire che cos’è la Messa, bisogna innanzi tutto sapere che cos’è sacrificio. Il sacrificio è un atto esteriore con cui offriamo a Dio qualche cosa che è esterno a noi; un qualsiasi bene creato. Con questa offerta esteriore simboleggiamo ed esprimiamo l’offerta interiore di tutto l’essere nostro a Dio. Gesto che è nella linea della natura umana, la quale con atti esteriori esprime intimi sentimenti. È parimenti un rito che ci permette di esprimerci socialmente, mettendo in comune la nostra interiore offerta a Dio. Di per sé l’offerta interiore è invisibile: non possiamo unirci in questo atto se non traducendolo tutti insieme in un segno visibile a tutti, che diventa punto d’incontro delle offerte individuali e del loro comune elevarsi a Dio.

 

 Immolazione

 

            Atto essenziale del sacrificio è un’offerta totale che si esprime mediante l’im-molazione, la quale significa anche il pentimento: aspetto necessario, questo, al sacrificio, nello stato di natura decaduta in cui ci troviamo; non possiamo adorare Iddio senza chiederGli perdono dei nostri peccati. L’immolazione conferisce all’offerta questo tono così opportuno di pentimento e di riparazione.

  

Accettazione

 

            All’offerta così presentata Iddio risponde con l’accettazione. Nei sacrifici della Legge Antica di solito l’accettazione era significata dall’atto di deporre la Vittima sull’altare che rappresentava Dio. In circostanze eccezionali, come quando Elia ottenne il fuoco dal cielo, il Signore manifestò l’accettazione in modo miracoloso. È necessario ad ogni modo che qualche cosa esprima l’avvenuta accettazione da parte di Dio: il dono è completo solo se è accettato.

  

Pasto Sacrificale

 

            Al dono cosi “compiuto” si aggiunge tuttavia un dono complementare. La vittima offerta, per il fatto di essere stata accettata da Dio è ormai compenetrata di santità: c’è in essa qualche cosa di sacro, di divino. Per questo, dopo averla offerta, ci si nutre della vittima nel pasto sacrificale, quasi a compenetrarci a nostra volta della sua santità, della sua consacrazione a Dio. Il pasto sacrificale quindi completa il sacrificio.

Offrendo la vittima abbiamo espresso l’unione intima della “nostra” offerta; nutrendocene vogliamo sottolineare ancor più la nostra profonda volontà di donazione.

 

Il Sacrificio di Gesù

 

            Nel Sacrificio della Croce ritroviamo questi elementi. Cristo si offre nella Cena, e il suo atto di offerta perdura sino alla Croce. Nel rito compiuto alla Cena Egli rende manifesto il desiderio di offrirsi al Padre e lo conferma col suo atteggiamento durante la Passione: atteggiamento che alla luce del gesto compiuto alla Cena è proprio di chi si offre all’immolazione, alla morte di Croce per redimere il genere umano. Sacrificio tanto più perfetto in quanto la Vittima si identifica col Sacerdote: Cristo offre Se stesso ed ecco che il “segno” (che tale è il sacrificio) acquista un significato quanto mai eloquente e d’incalcolabile valore e profondità.

            Un’assai maggiore intimità, un’unione immensamente più forte si stabilisce tra l’atto esteriore e l’interiore nella personale offerta che Cristo fa di Sé.

            Il Sacrificio, abbiamo detto, deve essere accettato: dove troviamo l’accet-tazione in quello della Croce? Nella Risurrezione e nell’Ascensione.

Questo concetto è di massima importanza per entrare nel senso profondo del Mistero Redentore. Cristo si è offerto, il Padre accetta la Vittima e l’accoglie in Cielo come Ostia offerta per la nostra salvezza; la Risurrezione e l’Ascensione sono “parte” del Mistero Redentore. Troppo spesso consideriamo il Sacrificio di Cristo solo come il sacrificio della Croce: ma fine della Croce sono la Risurrezione e l’Ascensione. Il Cristo immolato, accettato dal Padre e accolto in Cielo, ivi resta nello stato di Vittima per noi sacrificata: “Agnello immolato”, come dice San Giovanni, con le stigmate della Sua Passione, che sta accanto al Padre Suo come nostra Vittima, nostro titolo a ricevere i frutti del Suo Sacrificio.

 

 Morte e Vita

 

            Tutto questo comprende il Mistero di Cristo, il Suo Sacrificio Redentore; e tutto questo ci fa capire il posto che in questo Mistero hanno la sofferenza e la morte. Posto necessario, in certo senso, anche centrale, ma sempre subordinato al trionfo della Risurrezione. Cristo muore per nostro riscatto, dice San Paolo, ma risuscita per nostra giustificazione. Muore per redimerci dal peccato, onde aprirci l’adito alla vita risuscitata che Egli ci comunica. Ogni morte è in funzione di una risurrezione; ogni sofferenza, ogni rinuncia nella vita spirituale è in funzione di una più intensa vita di grazia. La mortificazione e il rinnegamento hanno il solo compito negativo di togliere ogni ostacolo, ma deve dominare l’elemento positivo che è lo scopo ultimo, il fine: la crescita nella carità, sino all’invasione della vita divina in tutto il nostro essere.

  

Uniti nel Sacrificio

 

            Sulla croce Cristo si offrì per nostra salvezza; ciò è a dire che offrì Sé per noi e noi con Sé. Come nostro Capo offre Sé e contemporaneamente tutto il Corpo Mistico che redime col Suo Sacrificio. Allora, fin dalla Croce, noi siamo impegnati in questo Suo Sacrificio. Cristo ci offre per farci risalire al Padre, ci offre al Padre, ci apre la via al Padre; era quindi necessario che potessimo rinnovare il Suo Sacrificio per unire ad esso, liberamente, l’offerta di noi stessi. Era d’importanza somma che il Sacrificio di Cristo restasse in permanenza nella vita di tutta la Chiesa, perché la Chiesa ad esso potesse unirsi, offrendo Cristo, e sé con Lui, raccogliendo i frutti del sacrificio; ed era necessario che la Vittima dimorasse tra noi perché il Sacrificio restasse in permanenza e a noi fosse dato di rinnovarlo. Questo è il senso profondo della Presenza Reale.

  

Cristo nostra Vittima

 

            Quanto, rispetto alla Croce e al Mistero Redentore c’è di nuovo nella Messa, è che ora Cristo non si offre più da solo, ma col ministero della Sua Chiesa, perché essa a Lui si unisca: nella Messa, infatti, la Chiesa offre Cristo e sé con Lui. Cristo si è dato alla sua Chiesa come sua Vittima, e altrettanto possiamo dire per ognuno di noi; Egli si è dato a noi, conferendoci il diritto di offrirLo come Vittima nostra.

Il diritto appartiene innanzi tutto alla Chiesa: nella Chiesa alcuni, i sacerdoti, ricevono col sacramento dell’Ordine il potere di offrire la Vittima; ma la offrono solo in nome della Chiesa, poiché Essa appartiene a Lei, è un bene della Chiesa. Ecco perché ogni cristiano, partecipando col Battesimo al diritto che ha la Chiesa, acquista un suo proprio diritto personale a che la Vittima divina sia offerta in nome suo; un piccolo bimbo, dall’istante in cui è stato battezzato, ha diritto che il Sacrificio non possa mai, in qualsiasi punto della terra, essere offerto se non in nome suo, dal momento che è offerto in nome della Chiesa, di cui egli ormai fa parte.

            Il Sacrificio della Messa, abbiamo detto, è l’offerta fatta da Cristo col ministero della Chiesa. Cristo si offerse una prima volta e da quell’offerta attingono forza ed efficacia le offerte nostre, che perpetuano la Sua. Offertosi nella Cena, sulla Croce, alla Risurrezione resta presente in Cielo come Vittima, e l’offerta della Chiesa raggiunge lassù quello stato di Vittima, cioè l’atteggiamento della volontà di Cristo, rimasta fissa nell’atto dell’oblazione che fece una volta per tutte, e che perdura. Sì, in Cielo Cristo resta come Vittima in atto d’offrirsi, e tutto il valore dell’offerta della Chiesa sgorga di lì; essa offre Cristo e si offre con Lui.

Come nel sacrificio di Gesù troviamo la perfezione massima per l’identità tra Vittima e offerente, così scorgiamo una certa similitudine di questa perfezione nella Messa per il fatto che offriamo, noi membra, il nostro Capo cui siamo intimamente uniti. Di qui appare l’impegno che ci incombe per disporci interiormente a quest’unione intimissima, impegno che comporta un sacrificio in cui offriamo a Dio come Vittima non qualche cosa di esteriore (come gli animali sacrificati dagli Ebrei), ma Colui che è nostro Capo. Ecco fino a qual punto siamo vicini, anzi, uniti a Cristo nella Messa!

  

…Nostro Cibo.

 

            A complemento del Sacrificio, abbiamo il pasto sacrificale, la Comunione; tale è l’intimo legame tra Messa e Comunione che, per capire bene con quali disposizioni dobbiamo ad essa accostarci, dobbiamo comprendere fino a qual punto siano una complemento dell’altra.

In quanto Sacramento (segno efficace) la Comunione produce quanto significa. Approfondiamo il contenuto del segno: vedremo quale grazia produca.

 

Dire che nell’Eucaristia Cristo si dà a noi come nostro cibo, è cosa vera; ma in realtà questa affermazione indebolisce e affievolisce molto la portata vera del Sacramento. Cristo si dà a noi come cibo, ma non come un cibo qualunque, bensì come la Vittima di cui si nutrono quanti offrono il sacrificio, per entrare a parte della sua santità, del suo stato di Vittima, per comunicare alla sua consacrazione al Padre. Perciò, accostandosi alla Comunione, bisogna che l’anima intenda unirsi intimamente a Cristo nel sacramento della sua Croce, del suo sacrificio, riguardando la giornata e le prove che comportano, come mezzi atti ad esprimere ed effettuare l’unione al Sacrificio di Gesù, nell’accettazione di ogni rinuncia.

  

La Messa sorgente unica di grazia

 

            Ogni volta che il cristiano assiste alla Messa (e sopratutto quando si comunica) rinnova le promesse del Battesimo e s’impegna a quanto il Battesimo ha d’essenziale: ad entrare sempre più addentro nel Mistero del Sacrificio Redentore, sorgente di ogni grazia.

Questa sorgente è unica: per questo diciamo che la Messa – e l’Eucaristia – è la sorgente unica di grazia, perché non solo è riproduzione del Sacrificio di Gesù, ma è “quel sacrificio”; non differisce dalla Croce, ma è quello stesso atto d’immolazione rinnovato dalla Chiesa.

            Gli altri Sacramenti ci danno la grazia in rapporto alla Messa e all’Eucaristia. Così, per esempio, il Battesimo. Ci dice San Paolo, nel Cap. VI dell’Epistola ai Romani, che il Battesimo ci fa morire con Cristo per risuscitare con Lui; ci fa, infatti, membra di Cristo e ci dà in anticipo una certa partecipazione ai frutti del Suo Sacrificio, per cui siamo resi capaci di offrire quello stesso Sacrificio, che ci sarebbe impossibile senza una nostra iniziale appartenenza e consacrazione al Padre.

            Ecco fino a che punto il Sacrificio di Cristo è centro della vita cristiana; il Battesimo ci introduce in esso solo in referenza a quel Sacrificio. Per questo si dava in antico la Comunione ai bimbi appena battezzati. Anche oggi, preparando un bambino alla Prima Comunione, si avverte in quell’anima candida un senso soprannaturale, un desiderio vivo dell’Eucaristia, certo deposti dalla Grazia battesimale.

  

La parola VITTIMA

 

            In questa luce si può approfondire il senso profondo della dottrina della “riparazione”. Si dice a volte, che la parola “vittima” sia alquanto pomposa, eroica. Se la prendiamo in senso stretto, nel vero suo senso, è sinonimo di “cristiano”. È la parola più semplice che esista, la più vera e profonda per esprimere l’entrare in Comunione col Mistero di Cristo; poiché questo esige la parola: cristiano. E allora il termine “Vittima” perde tutto quello che può avere, ammettiamolo, di un po’ superficiale, di forzato, se è presa nel senso “eroico”. Nella sua vera portata teologica dice: “Unione a Cristo nel Suo Sacrificio”.

  

Aspetti positivi

 

            Notiamo che in questa prospettiva la parola Vittima non indica innanzi tutto (come spesso intendiamo noi) l’immolazione. La indica, certo, ma in primo luogo significa: ciò che è offerto, consacrato a Dio, compenetrato dalla santità di Dio.

Quindi ha un senso positivo di unione, di consacrazione al Signore. Se l’immolazione interviene è come condizione di tale consacrazione; nello stato di peccatori in cui siamo, con tutte le conseguenze che questo stato comporta, non ci è possibile aprirci alla grazia senza lotta serrata contro il nostro io e le cattive tendenze che sono in noi, quindi non senza rinunce dolorose.

Ma questa immolazione non ha senso se non è vista nella profonda verità di condizione della consacrazione a Dio e dello sviluppo pieno nella nostra partecipazione alla santità di Lui, della comunione al suo Mistero d’amore.

 

            Allora l’idea di essere Vittima con Cristo investe tutta la vita del cristiano ed evita lo scoglio in cui si potrebbe urtare accentrando la spiritualità di vittima su un aspetto negativo, sul peccato; mentre ogni spiritualità cristiana, se vuole essere profondamente vera, deve imperniarsi su un aspetto positivo: la crescita nell’amore di Dio, la consacrazione totale a Lui, la vita sempre più intensamente unita a quella di Cristo Risorto.

Se invece ci limitassimo ad un aspetto che si incentra nel peccato, non saremmo più nella pienezza della verità del Sacrificio di Cristo, poiché Egli morì “per” risuscitare; il Suo Sacrificio si completa nella Risurrezione come elemento essenziale. Come Cristo, anche noi moriamo al peccato “per” partecipare alla pienezza della vita divina della sua Umanità risorta; la morte al peccato non ha altro scopo che di aprircene l’adito.

 

            Essere vittima con Cristo vuol dire dunque partecipare in pienezza al suo sacrificio: in fondo, vuol dire vivere in pienezza la vita cristiana, aprire, spalancare il cuore alla Carità. Tanto più saremo vittime quanto più e meglio sapremo amare Dio. È evidente che solo accettando molti sacrifici potremo progredire in profondità nell’amore, e qui ritroviamo l’aspetto “immolazione”. Aspetto necessario ma subordinato all’amore; anzi, proprio nell’amore e servendo all’amore si completa e trova il suo vero senso. Ed eccoci di nuovo in una visuale positiva della nostra vita spirituale; andiamo a Dio, vogliamo crescere nell’amore di Dio, perché solo Dio cerchiamo.

 

            Potremo mettere ancor meglio in luce questo aspetto positivo di una spiritualità riparatrice, paragonando fra loro quella che si basa sulla devozione al Sacro Cuore e quella incentrata sul dogma eucaristico, la quale possiede una prospettiva assai più ricca di verità dottrinale.

La prima è per lo meno esposta al pericolo di deviazioni; può diventare altrettanto antropomorfica e puramente psicologica, pur essendo ottima in se stessa. Può avvenire che si arrivi a concepire la riparazione sul piano della psicologia umana di Cristo, e cioè come un dovere di consolare il suo Cuore. È questo un punto di vista sul quale per lo meno non ci si deve fermare. Cristo è pienamente felice in Cielo, e caso mai quanto Egli attende da noi – il vero modo, per così dire, di consolarlo – è di lavorare con Lui all’opera che Egli venne a compiere quaggiù: la Redenzione del mondo, la salvezza delle anime.

           Questo facciamo appunto entrando in comunione con Lui nel Mistero Redentore, rivivendo come membra il suo Sacrificio, sorgente di salvezza, ed estendendone nel mondo l’efficacia salvifica.

  

Offrirsi con Cristo al Padre

 

Possiamo riassumere questi concetti in una formula: non si tratta di offrirci vittime “a” Cristo, il che, teologicamente, non ha senso. Dobbiamo offrirci Vittime “con” Cristo e “in” Cristo, al Padre; questo sì ha profondo significato teologico e costituisce il valore reale della spiritualità di riparazione accentrata sul dogma del Sacrificio Redentore, come quella delle Benedettine del SS. Sacramento. Esse non poggiano su una “devozione”, ma sul dogma centrale della verità cristiana (certo, in un dato senso, perché altrimenti si può dire che il dogma centrale è quello Trinitario).

E data questa sua posizione, la loro spiritualità si trova alla confluenza delle nozioni di: peccato, redenzione, Comunione dei Santi. Solo alla luce di queste grandi verità può essere compresa in pieno.

Il peccato

 

            C’è nell’umanità la presenza del peccato. E questo peccato deve essere riparato. Come? Non è riparato offrendo a Dio atti di virtù che Lo consolino dei peccati commessi da altri. Il peccato è lo stato di allontanamento di un’anima da Dio per volontaria ribellione. Riparare il peccato vuol dire ripararlo dove si trova, cioè aprire quell’anima alla grazia, perché la grazia la rivolga a Dio. Non altrimenti può esservi riparazione, se non nell’anima del peccatore; non con l’offerta collaterale di consolazioni a Dio, quasi a stabilire un compenso.

            È possibile a noi riparare il peccato nell’anima di chi lo commise?

Qui ci appare il dogma profondissimo della Comunione dei Santi (dogma che spesso è compreso in modo tanto superficiale).

 

 La Comunione dei Santi

 

            La Comunione dei Santi non consiste in preghiere e sacrifici offerti per bene vicendevole, in modo che Dio attribuisca ad altri il merito che a noi può risultarne. La Comunione dei Santi (senso profondo del termine: “Comunione”) è che appunto tutti comunichiamo nel Cristo ad una stessa vita. Siamo tutti membra di Cristo e viviamo tutti della sua stessa vita. E questa vita che in Cristo risiede con ogni pienezza e potenza di effusione, riversantesi sull’umanità intera, si comunica alle membra di Lui con quella stessa forza d’amore, di donazione che le è propria, in quanto è vita divina. La grazia è contagiosa; la Comunione è il contagio della Grazia.

            Perciò ogni anima che vive della vita di Cristo diventa necessariamente, in virtù di quella vita, una potenza irradiante, una presenza nel mondo della forza divina della grazia; quindi, mezzo di redenzione delle anime, e con tanta maggior efficacia quanto più intensa è la sua vita interiore.

La Comunione dei Santi fa sì che un’anima in grazia non possa vivere senza essere una sorgente di luce e di calore soprannaturale.

In conseguenza, se esercitiamo in pienezza la funzione di membra di Cristo, entrando profondamente in comunione con Lui nel suo Sacrificio, offrendoci generosamente nella quotidiana offerta dell’Altare, “comunicando” a Cristo che si sacrifica, accogliendolo, Vittima che vuole a Sé unirci, nel nostro cuore – e poi mantenendo tutta la nostra vita all’altezza di questo impegno, preso con l’assistere alla Messa e facendo la Comunione –, siamo allora davvero nella Comunione dei Santi e, nell’insieme del Corpo Mistico (dei membri che ne fanno parte e di quelli separati ma chiamati ad appartenergli), la presenza viva ed operante della grazia redentrice.

            Un brano della consacrazione di S. Teresa di Gesù Bambino all’Amore Misericordioso può farci capire queste affermazioni. “Mi offro – dice – a ricevere nel mio cuore l’Amore misericordioso misconosciuto dai peccatori”. Il che non significa semplicemente: siccome loro non l’hanno voluto, l’accoglierò io, per aggiungerlo al mio tesoro personale, così non andrà perduto per Iddio, che vedrà l’amor suo non più misconosciuto, e avrà dato a qualcuno quello che altri hanno rifiutato. Non si tratta di questo, altrimenti il peccatore resterebbe privo di grazia.

            Certamente, il senso profondo che S. Teresa di G.B. dà al suo atto di offerta all’Amore Misericordioso è il seguente, anche se al momento non lo ha reso esplicito: il peccatore ha rifiutato la grazia; io mi offro ad accoglierla nel mio cuore come grazia d’amore irradiante, che tornerà verso il peccatore, lo riafferrerà e lo rimetterà sotto la sua influenza.

 

            Se capiamo, il senso profondo della Comunione dei Santi, in quanto è scambio di vita divina, vicendevole comunicazione, circolazione di questa vita del Capo tra le membra, allora comprendiamo la profonda portata di questa spiritualità riparatrice. Vogliamo riparare il peccato, cioè distruggerlo dove si trova: nei peccatori, e dare a Dio la consolazione di ricondurGli le anime separate da Lui. Questo è il modo vero, integrale di riparare: del peccato non resta più nulla e l’anima già peccatrice è di nuovo rivolta a Dio.

  

Nel centro del dogma

 

            Vista sotto questo aspetto, la riparazione è in pieno centro della verità cristiana, nel centro del dogma di Cristo Capo dell’umanità, del Sacrificio Redentore sorgente di ogni grazia della nostra vita-unione a Cristo nel suo Sacrificio, della nostra vita-partecipazione alla morte e alla Risurrezione di Lui; al centro della Comunione dei Santi, in virtù della quale ogni membro di Cristo è necessariamente, con la positiva intensità della sua vita interiore, sorgente di riparazione per quella carenza di carità esistente in ogni peccatore.

L’anima ripara in forza dell’energia divina di quella Vita, di quella Carità cui partecipa.

Tutto questo, ripetiamolo, nulla toglie alla necessità della sofferenza e del sacrificio, ma la pone nel posto che le spetta, ove appare nella profonda sua verità.

  

Amore e gioia

 

            Il sacrificio vale solo in quanto è compenetrato, impregnato d’amore e di grazia, in quanto apre l’anima alla carità. Accettando una sofferenza in riparazione di un peccato, dobbiamo farlo con l’intenzione che, attraverso la nostra “apertura” si aprano ad una grazia più abbondante le anime dei peccatori.

Così eviteremo lo scoglio dell’aspetto negativo di accentramento della spiritualità nel peccato, che mutila la verità e le toglie lo slancio; mentre se incentriamo tutto nell’amore, i sacrifici e le sofferenze acquistano tutt’altra luce, appaiono come mezzi per accogliere in noi la grazia e riversarla sulle anime, e li affrontiamo in uno slancio di generosità e di gioia.

            Il cristiano deve essere pieno di gioia: “hilarem datorem diligit Deus”. Il pensiero cristiano dei primi secoli ne era saturo, per l’immenso gaudio di coloro che, vissuti fino allora nelle tenebre e nelle ombre della morte, avevano ad un tratto trovato la luce e la verità. Il Cristiano è colui che ha trovato la salvezza, colui al quale è stata offerta la sola felicità a cui tutto il suo essere aspira e che può pienamente soddisfarlo: l’unione a Dio.

            Il cristiano è felice anche nella sofferenza. La nostra spiritualità deve essere immersa tutta nella gioia, una gioia non illusoria ma profonda, segreta, per lo più, ma vera; e lo sarà solo se accetterà il sacrificio e la rinuncia, se dai sacrifici e dalle rinunce si lascerà purificare.

            Così possiamo vivere nel centro della vita cristiana, mettendo l’accento sulle realtà tanto dimenticate ai nostri giorni: peccato, Redenzione.

Oggi non si crede più al peccato originale e ci si comporta come se non esistesse. La misconoscenza del peccato porta a quella della Croce e della Redenzione, e costituisce uno dei grandi vuoti spirituali del nostro tempo. È quindi di massima opportunità ricordarle, tenendo presente che nella visuale grandiosa della Comunione dei Santi abbiamo un punto su cui far presa sull’anima moderna, tanto sensibile all’argomento “Comunità”, e che spesso considera la realtà comunitaria solo dall’aspetto esteriore, mentre dovrebbe essere ricondotta a riflettere che ogni comunità ha la sua profonda sorgente nell’intima comunanza delle anime in Cristo, nel Mistero del Corpo Mistico.

  

Conclusione

 

            Il problema iniziale, apparentemente contraddittorio, era: è possibile essere vere Benedettine e insieme Benedettine del SS. Sacramento?

 

            Concludo: se sono “veramente” Benedettine del SS. Sacramento, le Figlie di Metilde de Bar saranno vere Benedettine al cento per cento. Perché hanno ogni possibilità di porre l’accento sulle sorgenti di dottrina della vita spirituale, ed è marcata caratteristica della nostra spiritualità benedettina (grazie al continuo contatto con la Liturgia) di impostare la nostra vita spirituale sul dogma, su quanto Dio ci rivelò di Sé. Nella loro spiritualità tradizionale le Benedettine del SS. Sacramento hanno un mezzo che facilita grandemente questa impostazione, che non solo impedisce l’evasione da questa prospettiva, ma, anzi, continuamente richiama la necessità di incentrare la vita interiore sulla verità cristiana vissuta in profondità