La tradizione dei
Maurini
al servizio della vita monastica
nei monasteri mectildiani
Se, in forza delle loro Costituzioni, i maurini non potevano assicurare né l'assistenza spirituale né la direzione spirituale alle comunità religiose femminili e quindi non potevano essere né cappellani né direttori spirituali, tuttavia alcuni di loro ebbero un ruolo di primo piano nella vita di madre Mectilde e nello sviluppo della giovane Congregazione delle Benedettine dell'adorazione perpetua del SS. Sacramento [1].
Poiché l’abbazia di Saint-Germain era territoriale, il monastero di rue Férou al momento della fondazione, fu posto sotto la giurisdizione dell’abate di Saint Germain-des-Prés rappresentato dal suo Vicario Generale. Madre Mectilde fu quindi in relazione con i Priori che si succedettero in questa abbazia, a partire da dom Placido Roussel.
Anche altri maurini ebbero un impatto sugli inizi della congregazione: dom Ignace Philibert, dom Luc d’Achery e dom Claude Martin. Gli orientamenti della congregazione di Saint Maur furono definiti nelle loro Costituzioni del 1646 completate con le Regole comuni del 1687. Tra le osservanze fondamentali di questa congregazione, vanno rilevati la celebrazione dell’ufficiatura divina, l’obbedienza, la separazione dal mondo, il silenzio, la stabilità, la povertà, l’austerità di vita e la formazione dei giovani religiosi, in sostanza i valori della Regola di san Benedetto [2].
La separazione dal mondo e la solitudine trovavano il loro complemento nel silenzio, considerato come uno dei fondamenti dell’osservanza monastica, anche se due ricreazioni quotidiane permettevano di conservare in tutto un giusto equilibrio.
Per salvaguardare la stabilità in una congregazione centralizzata quale era la Congregazione di Saint-Maur, nelle Costituzioni erano state prese le dovute precauzioni. Perciò, solo il Superiore Generale aveva il potere di trasferire un monaco di una provincia ad un’altra [3]. Il Visitatore aveva potere all’interno della provincia, e unicamente in caso di vera necessità riconosciuta. Tuttavia, l’autorità e i poteri dell’abate erano stati poco a poco limitati a vantaggio dei visitatori, dei capitoli generali o provinciali e dei superiori generali incaricati di vigilare sull’unità dell’osservanza nei monasteri. Inoltre, allo scopo di contrastare la commenda, il Capitolo Generale nominava gli abati regolari per un periodo determinato.
Come in tutte le congregazioni monastiche riformate, in quella di Saint-Maur si poneva l’accento sull’austerità della vita che si esprimeva nell’astinenza e nel digiuno. L’astinenza dalle carni era una norma comune, non solo per i monaci, ma anche per i loro familiari, impiegati e ospiti. Al Capitolo generale era vietata qualsiasi mitigazione su questo punto.
La forza della Congregazione di Saint-Maur risiedeva sopratutto nella scelta e nella formazione dei giovani religiosi [4]. Dopo i voti religiosi, il neo-professo rimaneva due anni in noviziato e con il consenso del visitatore poteva proseguire gli studi.
Nel 1687, le Regole comuni completarono le Costituzioni del 1646. Esse servivano a regolare i diversi uffici del monastero considerati come mezzi per servire Dio. L’organizzazione della vita monastica non aveva altro scopo che realizzare la perfezione cristiana e introdurre nell'intimità della vita divina.
La Congregazione delle Benedettine dell’adorazione perpetua
Sebbene le Costituzioni per la condotta del Regime della Congregazione delle Figlie Benedettine del Santissimo Sacramento [5] fossero state redatte da un maurino, la Congregazione delle Benedettine dell’adorazione perpetua, a differenza della Congregazione di Saint-Maur, non fu concepita come una congregazione centralizzata; ogni monastero diveniva autonomo a partire della prima elezione priorale.
La Congregazione voluta da madre Mectilde era dotata di una Madre Superiora, di Assistenti, di un Padre Visitatore e di una segretaria. In virtù delle Costituzioni per la guida del Regime, ogni anno doveva essere celebrato un capitolo detto annuale o riunione del consiglio, mentre ogni tre anni doveva tenersi il Capitolo generale.
Sempre in virtù delle stesse costituzioni, si teneva ogni tre anni l’elezione della Madre Superiora, del Reverendo Padre Visitatore, delle Madri Assistenti e della Segretaria.
Ogni comunità procedeva all’elezione di una monaca delegata che, con la Madre Priora, partecipava alle elezioni sopra menzionate. La votazione si svolgeva in monastero, per corrispondenza, in plico chiuso, senza lasciare la clausura.
Le condizioni richieste per l’elezione della Madre Superiora sono le seguenti: “La Madre superiora non può essere eletta se non è professa della congregazione e vi abbia vissuto lodevolmente per lo spazio di almeno dieci anni, computati dalla sua Professione, se non è stata prima Priora, o Assistente, o Segretaria della Madre Superiora e non abbia l’età di trenta, a meno che la congregazione per motivi importanti, voglia dispensarla” [6]. “Detta Madre Superiora non sarà Priora di alcun monastero durante la sua carica” [7]. L’elezione era fatta per un triennio e si svolgeva lo stesso giorno in tutti i monasteri. La Madre Superiora poteva essere prorogata per quattro trienni consecutivi dopo una nuova elezione ogni tre anni.
Le condizioni richieste per l’elezione dell'Assistente o della Segretaria della Madre superiora o della Priora sono le seguenti. “Per poter coprire la carica di Assistente, o di Segretaria della Reverenda Madre Superiora, o di Priora dei monasteri, occorre aver passato otto anni nella congregazione a partire dalla professione, ed avervi vissuto lodevolmente, aver superato l’età di trent’anni, ed ottenere tre approvazioni” [8] a meno di una dispensa per legittime cause. La carica di Priora poteva essere prorogata per un altro triennio dopo una nuova elezione. [9]
L’elezione della Madre Superiora, della Segretaria e delle Assistenti si svolgeva durante il Capitolo tenuto il sabato dopo l’Ascensione del Signore. L’elezione delle Priore si svolgeva in ogni monastero il sabato dopo Pasqua, cioè un mese prima del Capitolo triennale, in modo da avere un tempo sufficiente per ricevere la conferma in caso di elezione di una nuova Priora.
La scelta della contemporaneità della data per le elezioni in tutti i monasteri non era stata fatta a caso. Era stato “giudicato opportuno far procedere a tutte le elezioni in uno stesso anno e quasi contemporaneamente, onde portare più efficacemente le Sorelle a un generale rinnovamento di spirito e di fervore esteso a tutta la congregazione” [10].
Ogni comunità doveva inviare al Capitolo le proposte che riteneva utili, sia per il bene della congregazione in generale, sia per quello dei monasteri o delle singole persone. Doveva inoltre esprimere il proprio parere sui soggetti scelti precedentemente dalla Madre Superiora della congregazione. Era richiesto che le decisioni avessero in vista la stretta osservanza più che la mitigazione e che fossero conformi alla Regola e alle Costituzioni.
In caso di necessità, la Madre superiora della Congregazione poteva emanare un’ordinanza allo scopo di aiutare a migliorare l’osservanza e a combattere il rilassamento. L’aspetto importante rimaneva l’esattezza, la fedeltà e l’uniformità delle osservanze e degli esercizi spirituali regolari già ammessi e stabiliti dall’uso [11].
“Quindi per seguire esattamente tale saggia e santa ordinanza di san Benedetto, ed uniformarci più da vicino al suo spirito, è stabilito inviolabilmente, ed è stato sempre osservato come una delle basi principali della congregazione, che nessuna potrà essere in carica quale superiora od ufficiale della congregazione, né quale priora dei singoli monasteri se non per elezione delle religiose professe della congregazione”[12]. Ogni monastero godeva dell’autonomia e le Priore erano superiore maggiori. Spettava dunque al Capitolo del monastero procedere all’elezione della Priora per un periodo di tre anni, oppure nell’impossibilità, questa veniva nominata dalla Madre Superiora.
Il compito del Padre Visitatore era complementare a quello della Madre Superiora della congregazione. “Dio ha posto nel corpo umano – si legge nelle Costituzioni sulla condotta del Regime – due parti principali che contribuiscono in modo singolare alla sua sussistenza, alla sua crescita, al funzionamento e alla vita degli organi, cioè la testa e il cuore. Così nella congregazione furono stabilite due persone, l’una quale capo – ed è il Padre Visitatore – e l’altra quale cuore – che à la Madre Superiora, affinché mediante un mutuo e continuo concorso e collaborazione, ognuno di essi contribuisca nella misura del suo potere, alla conservazione, al sostegno e alla crescita della congregazione, sia in generale, sia per il bene, il vantaggio e la perfezione dei singoli membri” [13].
“Il potere della Reverenda Madre Superiora si eserciterà col governo della congregazione nelle sue condizioni interne, come determinato al cap. 6, paragrafi 2 e 3. Lo stato interno della congregazione dev’essere sorretto ed animato, come il corpo lo è dal cuore, dalle cure vigilanti e dalla sua carità materna, e indotto al fervore e al vigore costante nell’osservanza regolare” [14].
“Parallelamente, il potere del Reverendo Padre Visitatore consisterà nel provvedere quale capo, sia nella visita sia fuori della visita, al governo esterno della congregazione, specialmente per quanto dipende della giurisdizione spirituale ed ecclesiastica, affinché la sua azione, unendosi in corrispondenza intelligente all’indirizzo della Reverenda Madre, componga con esso una perfetta, completa e vigorosa direzione del corpo e dei membri della congregazione nella disciplina regolare e nella pratica delle virtù religiose” [15]
In virtù di questo documento, la Madre Superiora della congregazione godeva di un pieno potere all’interno della congregazione stessa. Anche se talvolta in difficili condizioni, Madre Mectilde saprà farlo fruttificare.
La liturgia e l’Ufficiatura divina
La liturgia ha sempre avuto un posto di rilievo nella vita benedettina. Madre Mectilde attribuì grande importanza all’azione liturgica e alla bellezza del culto liturgico, manifestando un profondo rispetto verso Dio. All'epoca della costruzione della chiesa del monastero delle benedettine di Rouen, così scriveva il 26 maggio 1687 alla Madre Priora: “occorre prima ospitare bene il nostro divin maestro, e la sua bontà provvederà al resto” [16]. Dio doveva sempre essere servito per primo.
Madre Mectilde ebbe una cura particolare nell'istruire non solo le monache, ma anche le sue corrispondenti laiche sui misteri e le feste dell’anno liturgico. Sapeva dare indicazioni utili, frutto della sua esperienza. I capitoli e le conferenze coprivano l’intero anno liturgico e includevano le feste dei santi.
Se nel secolo XIV si poteva costatare nei monasteri una certa disaffezione per l’ufficiatura corale, nei monasteri riformati una delle priorità fu quella di tornare alla fedeltà alla Regola benedettina in materia liturgica [17]. Perciò i maurini avevano grande stima per il canto liturgico e celebravano l’ufficiatura solenne in coro. A Saint-Germain-des-Prés ad esempio, l’orario per l’ufficiatura di notte era il seguente: compieta alle 18 in estate, alle 19 in inverno ; mattutino alle due del mattino, all’1h 45 la domenica e all’1h30 nei giorni di festa solenne. Nei monasteri mectildiani, in continuità con la tradizione della comunità di Rambervillers, mattutino iniziava alle due del mattino, seguito delle Lodi. La seconda sveglia era alle 6, seguita dell’orazione mentale alle 6h30, poi Prima e Terza alle 7, seguite della messa alle 7h30. L’orario era lo stesso in tutti i monasteri della congregazione.
Seguendo fedelmente in questo san Benedetto, madre Mectilde aveva come parola d'ordine “Non preferire nulla all'Ufficio divino”. Ritornava spesso su questo punto: “Sorelle mie, l'Ufficio divino è l'opera di Dio. Non crediate che sia una cosa dalla quale ci si possa dispensare con negligenza. Si potrebbe dire: « cos'è mai recitare il breviario ? ». Si può farlo dal mattino alla sera. Non vi è nulla di così santo e dove vi sia meno di umano della recita dell'Ufficio divino. Tutto è impiegato per onorare Dio: lo spirito, i sensi. Lo spirito attraverso l'applicazione ; le orecchie per ascoltare ; gli occhi per guardare, la lingua per parlare ; tutto il corpo con le prostrazioni : tutto è impiegato in questo santo esercizio. Non dobbiamo mai andare all'Ufficio senza un grande rispetto, senza zelo e un santo raccoglimento. E' l'Opera di Dio. Noi compiamo quaggiù ciò che gli angeli compiono in cielo, dove cantano incessantemente le lodi di Dio con il loro Sanctus (…) Ricordatevi che parlate a Dio. Cosa vi dice nella Regola il nostro glorioso Padre san Benedetto ? Non vi avverte forse della presenza di Dio e del rispetto con il quale dovete salmodiare ?” [18]
In generale, nei monasteri del secolo XVII, l’ufficiatura divina non era cantata ma salmodiata come del resto all’epoca di san Benedetto. Nella congregazione di Saint Maur si faceva così: in un monastero che contava venticinque monaci, tutte le Ore del giorno e la Messa conventuale erano cantate, salvo compieta. Nei piccoli monasteri da quindici a venticinque monaci, la Messa e le due Ore che la precedevano erano cantati ogni giorno, così come i vespri e l’antifona alla Madonna alla fine di compieta. Dove vi erano meno di quindici monaci, il Capitolo Generale. oppure il Superiore Generale determinavano la parte dell’Ufficiatura che doveva essere cantata.
Le monache di rue Cassette salmodiavano l’ufficiatura divina. Cantavano unicamente la Messa e i vespri delle domeniche, del giovedì e delle solennità. Utilizzavano il Breviario monastico di Paolo V, “aggiungendo gli Uffici e solennità proprie dell’Istituto, approvate da Monsignore il Legato e quelli che sono in uso nelle diocesi e parrocchie dove sarà collocato il monastero, e altri aggiunti nel Breviario romano” [19].
Madre Mectilde aveva cura della qualità della celebrazione dell’Ufficiatura divina. Durante un capitolo per la festa dell’Assunzione, diede queste indicazioni: “Sorelle mie, poiché siete tutte qui, vi prego di compiere meglio il dovere dell’Ufficio divino, con le sue cerimonie. È l’opera di Dio, della quale ci sarà chiesto conto (…) È l’opera della nostra famiglia religiosa, per la quale essa è stata istituita” [20].
Così Scriveva alla comunità di Rouen nell’agosto 1679: “Chiediamo alla Reverenda Madre Priora di fare in modo che il servizio divino sia fatto bene. Che le voci siano ben accordate nella salmodia; che tutte siano sulla stessa tonalità per l’onore del divino Ufficio e l’edificazione del prossimo. Giacché avete delle voci che si sostengono, non prendete il tono del mattutino troppo basso come facciamo ogni tanto. Le cantore che intonano i salmi devono prendere il tono giusto, cioè né troppo basso nè troppo elevato, in modo che ciascuna possa salmodiare devotamente a gloria di nostro Signore. Occorre fare in modo da camminare con modestia e senza fare rumore in coro, così da non distrarre nessuno e per rispetto del luogo santo dove siamo alla presenza del Santissimo Sacramento” [21].
Perciò, secondo queste direttive, il canto doveva essere eseguito con la dovuta cura. Madre Mectilde conosceva forse il libro pubblicato sei anni prima a Parigi, nel 1673, da dom Pierre Benoît Chapelle de Jumilhac, sotto il titolo La Science et la Pratique du Plain-chant ? Il maurino aveva scritto, infatti: “La cosa principale è amalgamare talmente la propria voce con quella degli altri, e abituarsi a legarla e unirla così perfettamente con il suono delle altre voci che cantano insieme, da non emergere né alzandosi, né abbassandosi di più” [22]. Questo monaco che muore nel 1682 all’abbazia di Saint-Germain-des-Prés dopo esser stato prima Priore e poi Assistente del Superiore Generale, costituì la principale autorità sull'argomento pubblicata in quell’epoca.
Quanto alla musica polifonica o strumentale, i maurini la escludevano. Solo l’organo era stato tollerato prima o dopo gli uffici o anche durante la funzione liturgica.
Dal canto suo, madre Mectilde prese le dovute precauzioni e fece menzionare nelle Costituzioni sulla Regola, al capitolo venti, quanto segue: “Benché permettiamo di suonare l’organo per rendere il Servizio divino più augusto, proibiamo però alle nostre sorelle l’uso della musica, per timore che sia per loro più un’occasione di dissipazione che di devozione. Ma se qualche persona piena di zelo per l’onore del santissimo Sacramento desidera cantare in chiesa con l’organo, non si impedirà di farlo, purché tuttavia si tratti di persone veramente pie e affezionate alla gloria di questo divin mistero, e che non siano la causa di alcuna irriverenza” [23].
Così, se anche la musica polifonica fu bandita da madre Mectilde, oltre all’organo fu introdotto il canto durante le solennità. In effetti, Guillaume Gabriel Nivers, organista del re e poi maestro di musica della regina, fu un grande amico di madre Mectilde. La Madre, per le messe solenni, si rivolgeva a lui per l’organo e a sua figlia, la signorina Nevers, per il canto.
La liturgia fu quindi l'ambito privilegiato nel quale madre Mectilde fece l’esperienza di Cristo vivente e operante nei suoi misteri: Non aveva forse detto alle sue Figlie: “In questi giorni di particolare solennità, le grazie del mistero si rinnovano per noi in modo singolare, così che noi possiamo riceverle e parteciparvi, nel modo assunto da Nostro Signore nell’operarle?” [24]
Quanto all’adorazione perpetua, primo obbligo legato al suo carisma specifico, madre Mectilde seppe metterla in relazione con l’antica laus perennis cara a Cluny. Spiegava alle sue monache: “Vi dirò anche che noi abbiamo ricevuto [dal nostro beato Padre] l’adorazione perpetua, che è una laus perennis interiore. All’origine dell’Ordine, ce n’era una esterna, e sarebbe desiderabile che durasse ancora. Ma noi la facciamo mentalmente, adorando notte e giorno, e avvicendandoci le une alle altre. Facciamo bene dunque questo esercizio, che abbiamo ricevuto dal cuore del nostro glorioso Padre san Benedetto” [25].
Questo, perché madre Mectilde era un’anima liturgica. Per lei, la liturgia era la rivelazione accolta nella fede e nella preghiera. Ecco perché pose tanta cura nella stesura del Cerimoniale e del Proprio.
La Pratica della Regola
Uno dei maurini che ebbe un considerevole ruolo nella vita di madre Mectilde fu dom Claude Martin. Come assistente del Superiore Generale della Congregazione di Saint-Maur, fu lui a seguire i primi passi della Congregazione. Nato nel 1619, figlio di Maria dell’Incarnazione, dom Claude Martin fece professione il 3 febbraio 1642 nel monastero La Trinità di Vendôme. Nominato più volte Priore fino al 1669, fu uno dei superiori più importanti della congregazione di Saint-Maur. Si devono a lui le Meditazioni cristiane nel 1669 e la Guida per il ritiro dei Religiosi della congregazione di Saint-Maur nel 1670. Pubblicò inoltre a uso dei Superiori l’opera intitolata Pastore solitario ossia ritiro per i superiori, e nel 1674 sotto il titolo Pratica della Regola di san Benedetto[26], un consuetudinario nel quale parecchi punti della Regola benedettina sono aggiornati con brani delle costituzioni dei maurini. L’opera, apprezzata e di grande utilità, conobbe più edizioni tra cui quella del 1680 con testo riveduto e ampliato. Madre Mectilde, che conosceva questa edizione, la giudicò adatta per regolare la vita conventuale dei suoi monasteri.
Il 10 giugno 1686 dom Brachet, Superiore generale della Congregazione di san Mauro consente quindi a madre Mectilde di attingere alla Pratica della Regola di San Benedetto “ciò che le sembrerà opportuno per la guida delle sue Figlie, e di farlo stampare” [27]. L’opera nel suo insieme fu, infatti, ripresa e adattata agli usi propri di una Congregazione femminile; rimaneggiata, fu pubblicata nel 1686 con il titolo di Esercizi spirituali o Pratica della Regola di san Benedetto a uso delle Religiose Benedettine dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.
Madre Mectilde trascrisse al femminile l’opera di dom Martin e le conferì un tratto più personale trattando, ad esempio, dell’adorazione e della riparazione[28], oppure prolungando il tempo di probandato dai quindici giorni del testo maurino a tre mesi.
E’ interessante costatare la presenza di alcune espressioni di matrice mectildiana che facevano invece parte della sensibilità monastica comune. Così, trattando della vestizione monastica dom Martin aveva scritto a proposito dei novizi: “Saranno convinti di essere come delle vittime che stanno per essere sacrificate a Dio, e consumate in olocausto davanti alla sua divina Maestà”[29]. L’equiparazione della professione religiosa al sacrificio vittimale non era quindi propria di madre Mectilde, ma piuttosto ricevuta in eredità dalla propria tradizione monastica.
Grazie agli Esercizi spirituali, possiamo seguire la giornata di una benedettina dell’adorazione perpetua. Le ore della giornata erano distribuite tra l’Ufficiatura divina (di giorno e di notte com’era consuetudine in tutti i monasteri benedettini), gli esercizi regolari (lettura, orazione, meditazione, adorazione, conferenza), le necessità fisiche (pulizie, pasti, riposo, ecc.). La postulante assisteva fin dalla sua entrata a tutti gli uffici di giorno e di notte, alla conferenza o alla lettura spirituale in comune e partecipava al lavoro e a tutte le pratiche proprie del noviziato.
Negli Esercizi, il posto riservato all’adorazione eucaristica e alla riparazione era esiguo, solo due righe nella prima parte dell’opera per l’adorazione, e i capitoli dal primo al quarto nella seconda parte, per la riparazione.
Il capitolo 32 (che corrisponde al cap. 29 dell’edizione dei maurini) della seconda parte degli Esercizi trattava una tematica di maggiore importanza nella vita cristiana e più particolarmente nella vita religiosa, cioè la perseveranza. Essa suppone una vita di fede: “La perseveranza è il tetto dell’edificio spirituale; se manca questo tetto, tutto l’edificio è inutile e crolla. La perseveranza è una virtù per la quale la volontà prende una ferma e costante risoluzione di persistere nel bene sino alla fine, e per la quale vi persiste effettivamente” [30]. Madre Mectilde ne farà un giorno una rilettura durante una rinnovazione dei voti. Dirà a una monaca: “Tanti anni fa, come oggi, pronunciaste i voti nelle mie mani, e vorreste rinnovarli. Fatelo come se fossi presente e come se fosse la prima volta (…) Ogni giorno, quando li avrete pronunciati, presentateli alla santa Madre di Dio e metteteli nel suo cuore perché ve li custodisca e vi dia la perseveranza. Ditele qualche preghiera in questo proposito, come: ‘Santa Madre di Dio, ecco i miei voti, Vi prego di esserne la custode e di darmi la grazia della perseveranza’” [31].
La vita monastica era scandita dal lavoro, dalle osservanze monastiche e da una vita spirituale intensa alimentata dalla liturgia e dagli esercizi spirituali. L’adorazione perpetua ebbe un influsso notevole sul processo di unificazione dei diversi elementi della vita monastica, facendone un tutt’uno.
Modello vivente di fedeltà, madre Mectilde pose tutto il suo zelo per vederla crescere nelle sue Figlie. Seppe dare un'anima ai regolamenti e ai consuetudinari. Non aveva forse detto un giorno: “Siate fedeli alle osservanze; al primo colpo della campana lasciate tutto con amore e fervore: non crediate che quelle che aspettano sempre l’ultimo colpo, che ascoltano la loro mollezza, siano ricompensate come quelle che, fedeli alla voce di Dio che le chiama, lasciano prontamente tutto per obbedirgli?” [32]
Negli Esercizi spirituali, la lettura spirituale era regolata e ricalcata sugli usi dei maurini al capitolo diciannovesimo del testo di dom Claude Martin. Le monache dovevano dedicare alla lettura tutto il tempo previsto dalle Costituzioni sulla Regola del 1675, cioè un’ora durante il silenzio sacro che precedeva l’ufficio di Nona.
Al capitolo quinto della prima parte degli Esercizi spirituali, madre Mectilde trattava dell’orazione mentale che era un punto importante menzionato nelle Costituzioni sulla Regola.
Come in tutti i monasteri dell’epoca, l’orazione mentale considerata come l’occupazione interiore più importante della vita spirituale, era oggetto di un regolamento. Si svolgeva prima dell’Ufficio di Prima e durava mezz’ora, e poi prima dei vespri durante l’intervallo tra il primo e il secondo suono di campana (?). L’orazione era obbligatoria e definita nel capitolo ventesimo delle Costituzioni sulla Regola: “Le nostre sorelle faranno tutti i giorni l’orazione, dalle sei e mezzo del mattino fino alle sette, e dal primo suono di Vespro fino all’ultimo. E poiché questa azione è la più importante dello stato religioso, nessuna se ne dispenserà senza espresso permesso della Madre Priora, e durante questo santo commercio con Dio, non si farà nel Coro alcun rumore che possa distrarre da questa santa occupazione” [33].
Le stesse disposizioni erano in uso nella Congregazione di Saint-Maur.
Con perspicacia e grande sagacia, madre Mectilde sapeva smascherare i tranelli che potevano nascondersi dietro una falsa attrattiva per l’orazione, come in questa conferenza: “Lasciate tutto per andare a un’osservanza, e non dite: ‘sto pregando !’ Questa preghiera è un’illusione se vi sottrae dall’osservanza e dall’obbedienza che vi chiama” [34].
Un’altra osservanza era la ricreazione, denominata «conferenza» nelle Costituzioni sulla Regola benché il termine «conferenza» si applicasse sia alla ricreazione, sia alla lettura comunitaria, sia alle assemblee della comunità. [35]
Negli Esercizi spirituali, madre Mectilde distingueva tra le diverse osservanze parlando di ricreazione al capitolo diciassettesimo, o di conferenza spirituale al capitolo dodicesimo.
I maurini avevano due modi di fare ricreazione, sia in silenzio tutti insieme nello stesso luogo, sia con lo scambio di parole. Negli Esercizi spirituali, diversamente dai maurini, c’è un solo modo di fare ricreazione, con lo scambio di parole tra sorelle.
Infine, la Madre Priora era anche obbligata a tenere una conferenza o la lettura spirituale comune ogni settimana. Il procedimento era lo stesso che per i maurini. Durante la conferenza, la madre Priora teneva un'esortazione, oppure interrogava una monaca, o ancora rispondeva a un’altra. [36]
Abbiamo un'eco del modo di procedere di madre Mectilde in una conferenza dove “interrogò una religiosa, dicendole: – Sorella, mi risponda, chi è colui che viene ? – Madre, è il Figlio di Dio, le disse quella. – E perché viene? riprese la Madre: – E la religiosa: Per riscattarci. – Che cosa lo spinge a questo? Le chiese [ancora]. – Il suo amore per noi, rispose la religiosa. – Lei ha ragione, disse la Madre, perché, come vi ho detto, avendo Dio in se stesso tutto ciò che può renderlo felice, non aveva alcun bisogno delle sue creature, ed esse non possono aggiungere nulla alla sua felicità” [37].
Madre Mectilde sarà fedele per tutta la vita alla Pratica della Regola benedettina che le ha consentito di perpetuare una tradizione maurina, declinandola al femminile in maniera ben precisa.
[1] Dom Jean Leclercq, « Saint-Germain et le Bénédictines de Paris », in Mémorial du XIVème centenaire de l’abbaye de Saint-Germain-des-Prés, Recueil de travaux sur le monastère et la congrégation de Saint-Maur, Bibliothèque de la Société d’Histoire de France, Paris, 1959, pp. 223-230.
[2] Dom P. Salmon, « Aux origines de la Congrégation de Saint-Maur, Ascèse monastique e exercices spirituals dans les Constitutions de 1646 », in Mémorial… o. c., pp. 101-123.
[3] Dom P. Salmon, Aux origines de la Congrégation de Saint-Maur…o. c., p. 106.
[4] Dom P. Salmon, Aux origines de la Congrégation de Saint-Maur…o. c., p. 111.
[5] Cf. Manuscrit N 245, Constitutions pour la conduite du Régime de la congrégation des Filles Bénédictines du très Saint-sacrement, .texte dactylographié [tr. It : Costituzioni per la condotta del Regime della congregazione delle Figlie Benedettine del SS. Sacramento, testo dattilografato tradotto a ronco Ghiffa nel 1953 in Archivio Monastico di Ghiffa, 1-5-4. Si tratta di una copia di un manoscritto di Toul fatta dalle Benedettine del Santissimo Sacramento di Bayeux nel 1952. (d’ora in poi = Ms N 245).
[6] Ms N 245, p. 22.
[7] Ms N 245, p. 39.
[8] Ms N 245, p. 23.
[9] Ms N 245, p. 50.
[10] Ms N 245, p. 23.
[11] Cf. Ms N 245, p. 18.
[12] Cf. Ms N 245, p. 21.
[13] Ms N 245, p. 67-68.
[14] Ms N 245, p. 68.
[15] Ms N 245, p. 68.
[16] N. 1742a), in Catherine de Bar, Fondation de Rouen, Bénédictines du Saint-Sacrement, Rouen 1977, p. 325 (d’ora in poi = FR).
[17] Dom P. Salmon, Aux origines de la Congrégation de Saint-Maur…o. c., p. 108.
[18] N. 3128 , De la révérence que l'on doit avoir à l'Office divin, in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, A l’Ecoute de saint Benoît, Rouen 1979, p. 102.
[19] Les Constitutions des Religieuses Bénédictines de l’Institut de l’Adoration perpétuelle du très S. Sacrement de l’Autel, à Paris, 1677. Cap 8 e ss (d’ora in poi = CR).
[20] N. 2170, in Catherine Mectilde de Bar, Capitoli e Conferenze, edizioni Tofani, Alatri 1998, p. 499. (d’ora in poi = CCI).
[21] N. 2364, Scritto di madre Mectilde de Bar prima della sua partenza da Rouen, fine agosto 1679, in FR 201.
[22] Dom Dominique Catta, « Le chant liturgique chez les mauristes », in Mémorial… o. c., pp. 301-312 (303).
[23] CR, cap. 20.
[24] N. 394 , Chapitre du 2ème vendredi de l'Avent 1693, in Chapitres et Conférences, Bayeux, 1985, 205.
[25] N. 3129, Frammento di una Conferenza su san Benedetto, in Catherine Mectilde de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Milano Jaca Book 1981, p. 153 (d’ora in poi = AD).
[26] Claude Martin, Pratica della Regola di San Benedetto, Collana Sapientia 39, a cura di Annamaria Valli OSBap, Glossa, Milano, 2009. [Pratique de la Règle de saint Benoît, Paris, Louis Billaine, 1680.] (D’ora in poi = PA).
[27] Esercizi spirituali o Pratica della Regola di San Benedetto ad uso delle Benedettine del Santissimo Sacramento, Ronco-di-Ghiffa 1938. [Exercices spirituels ou Pratique de la Règle de S. Benoît à l’usage des religieuses bénédictines de l’adoration perpétuelle du Très Saint Sacrement, Paris, Christophe Rémy 1686.], p. 200 (d’ora in poi = ES).
[28] Cf. Annamaria Valli, “La Pratique de la Règle da Claude Martin alle Benedettine dell’adorazione” in Benedictina, 59, 1, gennaio.giugno 2012 pp. 159-177.
[29] PA, p. 7.
[30] ES, p. 347.
[31] N. 534, Lettera a una religiosa di Toul, in AD 229.
[32] N. 1735 , Lettre à la Révérende Mère Marie de Saint François de Paule Charbonnier, Prieure, Paris, 17 avril 1693, in AD 190.
[33] CR, cap. 20.
[34] N. 1776 , Parlant à une fille qui devait prendre le saint habit, in AD 104.
[35] Cf. Annamaria Valli, “Forme del sermone monastico in Catherine Mectilde de Bar” in Revue Mabillon, nouvelle série, 15 (t. 76), 2004, pp. 191-215 (212).
[36] Cf. ES, p. 243 e PA, p. 91.
[37] N. 503 , Conférence de la veille de Noël de l'année 1694, in Catherine Mectilde de Bar, L’anno liturgico, ed. Glossa, Milano 1997, p. 72.