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Deus absconditus, anno 114, n. 2, Aprile-giugno 2023, pp. 5-23

Padre Michel Mallèvre, OP[1]

Battesimo ed Eucaristia
nella spiritualità e nella teologia di Madre Mectilde

 

 

Madre Mectilde fu battezzata il 31 dicembre 1614, probabile giorno della sua nascita[2]. Se ebbe l’opportunità di partecipare ai battesimi da bambina, fu senza dubbio l’incontro di Jean Bernières e San Giovanni Eudes che contri­buì, molto più tardi, a renderla consapevole dell’importanza di questo sacra­mento[3]. D’altro canto, da bambina è stata segnata dall’Eucaristia. I suoi bio­grafi raccontano che fin dalla più tenera età mostrava una grande attenzione alla Messa e persino una precoce devozione al culto eucaristico, di cui hanno conservato una toccante descrizione:

La nostra piccola devota era così incline al ritiro che a volte pas­sava parte della giornata in un piccolo oratorio che si era fatta, dove c’era l’immagine del Santissimo Sacramento, davanti al quale accendeva piccole candele, e poi vi soffiava sopra per crea­re una specie di incenso con il fumo. Sua zia, che era una persona virtuosa, la sorprese in questo pio esercizio, e questa buona si­gnora le fece subito un piccolo incensiere e le diede l’incenso e altre piccole cose necessarie per soddisfare la sua devozione...

(Ms. n. 248).

Questa pietà le consentì di essere ammessa alla prima comunione all’età di nove anni. I bambini di solito si comunicavano verso i dodici anni. Intorno alla metà del XVII secolo, vi fu un cambiamento, specialmente in due parroc­chie di Parigi si impegnarono in questa pratica. Si veda: Jean Delumeau (Dir.), La première communion: quatre siècles d’Histoire, Désclée de Brou­wer, Paris 1987, in particolare le pp. 33-76.

Questa esperienza iniziale dell’Eucaristia fu sicuramente rafforzata dal contesto in cui visse: un’epoca di controversie con i protestanti, circa un seco­lo dopo la chiusura del Concilio di Trento (1545-1563), che era ancora in fase di ricezione; lei, tuttavia, fa pochi riferimenti agli “eretici” nei suoi scritti. Un periodo segnato da un rinnovamento della vita religiosa e da una grande pietà eucaristica, e caratterizzato da diversi tentativi di fondare congregazioni vota­te all’adorazione eucaristica[4]. Ma anche un periodo di profanazioni dell’Euca­ristia, soprattutto a causa della violenza delle guerre e delle pratiche di stre­goneria. A questo proposito, si dice che fu sconvolta dal racconto degli abusi perpetrati dai soldati sulle riserve eucaristiche durante la guerra dei trent’anni, quando aveva quattordici o quindici anni; nel corso della sua vita, più di una volta avrebbe raccontato con emozione il furto dei cibori e le solenni ripara­zioni organizzate in seguito[5].

La fondazione della Congregazione delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del Santissimo Sacramento, segnata dalla celebre cerimonia del­l’ammenda onorevole del 12 marzo 1654, potrebbe suggerire che la fondatri­ce abbia concentrato il suo insegnamento su questi due aspetti dell’adorazione e della riparazione. Vedremo che non è così e che la sua teologia è molto più ricca. Trattare la spiritualità e la teologia del Battesimo e dell’Eucaristia di Madre Mectilde, significa rileggere un corpus[6] considerevole di scritti, confe­renze spirituali e lettere di cui abbiamo pochi autografi. Molti dei testi non sono datati, il che rende difficile identificare qualsiasi evoluzione nel suo pen­siero. Concentrandoci solo su una parte di questo corpus, ci soffermeremo su ciò che dice riguardo a questi due sacramenti, per i quali ci sembra di poter trovare una chiave di interpretazione nella riflessione seguente:

Madame de Morsan è più propensa all’amore, invece per quanto mi riguarda, la mia attrazione sarebbe piuttosto una grande rive­renza davanti alla maestà di Dio non solo nelle nostre chiese, ma presente in noi, perché noi portiamo la divinità dentro di noi e non ci pensiamo affatto! È vero che non tutti possiedono questa presenza sensibile, ma nulla può impedirci di averla per fede.

(n. 373, CB 166).

Infatti, sulla linea di Bérulle, Madre Mectilde ci propone una spiritualità dell’adorazione, che è anche una teologia della comunione con Cristo e del­l’esemplarità del Figlio di Dio fatto uomo, la cui umiltà è senza pari. Esami­niamo quindi alcuni testi di Madre Mectilde, lasciandole la parola il più pos­sibile.

Alcuni scorci sulla sua spiritualità del Battesimo

Con la teologia più classica, Madre Mectilde ricorda che siamo stati crea­ti a immagine di Dio e ricreati a Sua somiglianza attraverso il Battesimo (n. 2029, CB 174). Specifica che esso «ci conforma alla morte e alla vita nuova di Gesù, e imprime nelle nostre anime il suo carattere e la sua somiglianza, in cui consiste ogni grazia e perfezione» (n. 1947, AS, pp. 83-84). La Madre richiama il dono della grazia e le virtù teologali (n. 2436, CB 247) dei dodici frutti dello Spirito (n. 567, CB 62).

Preferisce però parlare prima della presenza di Dio Trinità nell’anima del battezzato. Così in una lettera alla duchessa di Orléans:

Sappiamo per fede che il cuore del cristiano è il tempio del Dio vivente: l’Apostolo ce lo assicura, e la Chiesa ci insegna che que­sto tempio interiore è dedicato e consacrato nel Battesimo alla santa Trinità da Gesù Cristo, e che le tre Persone divine: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, dimorano continuamente in questo tempio e non lo lasciano mai, qualunque cosa accada nel corso di questa vita. Poiché questa verità è una questione di fede, non dobbiamo far altro che raccoglierci in noi stessi per adorare in noi l’augusta Trinità, per presentarle i nostri omaggi e i nostri sacrifici, il più eccellente dei quali è immolarci alla sua gloria, incessantemente, per mezzo di Gesù Cristo che ci presenterà al Padre suo (n. 64, LI, p. 39)[7].

Per questo la Madre invita le sue Sorelle a celebrare la loro consacrazione battesimale ogni anno nella festa della Santissima Trinità (n. 266; confer. 113). Questa presenza di Dio a partire dal Battesimo fa di noi dei “Gesù Cristo” (n. 1828, CB 209), segnati dalla sua stessa unzione (n. 3157, CB 101). Ella così esclama:

Quanto è grande questa grazia del Battesimo, poiché ci rende per adozione ciò che Gesù Cristo, mio adorabile Salvatore, è per na­tura. Egli è il Figlio del Padre Eterno, e con il Battesimo noi sia­mo resi suoi figli, eredi del suo Regno e coeredi con Gesù Cristo. Il Padre e il Figlio sono uno, e noi per mezzo del Sacramento siamo così fortemente legati a Gesù Cristo al punto che si può dire che siamo uno con lui. Quanto è grande questa grazia, se sappiamo conservarla bene (n. 2664, CB 235)[8].

Gli obblighi del battezzato

Questa presenza di Dio in lui dà al battezzato degli “obblighi”, fonda­mentalmente quello di una “alta perfezione” (n. 1947, AS, pp. 83-84). Da un lato, dovremmo pensare a vederlo negli altri battezzati: «Chi vede un cristiano deve guardare solo Gesù Cristo», diceva nel 1695 (n. 3157, CB 101), soprat­tutto nelle sorelle... Dall’altro lato, dovremmo pensare alla sua presenza in noi e lasciarlo agire in noi:

Non basta, quando state alla sua presenza divina nelle vostre ore, dirgli con la bocca: “Mio Dio, ti adoro”. Questo è già qualcosa, ma bisogna adorarlo in verità, cioè con le opere. Questo significa vivere di fede. E non dite che questo è troppo alto per voi: è il vostro obbligo vivere di fede e conformarvi in tutto a Gesù Cristo. Non dobbiamo vantarci. Lo abbiamo promesso nel Battesimo, ma anche nella Professione (n. 114, CB 244).

Dovremmo leggere qui il suo commento all’Elevazione a Gesù, per rin­novare la professione fatta nel Battesimo di San Giovanni Eudes (n. 1653; AS, p. 89-96). In relazione alla spiritualità dell’annientamento già presentata durante questo colloquio, Madre Mectilde afferma che dobbiamo morire a noi stessi (n. 1296; LI, p. 39), seguendo l’esempio di Gesù «il più annientato degli uomini» (n. 1653; AS p. 93).

Conformemente all’insegnamento del Concilio di Trento, spiega che Dio lascia in ogni battezzato la concupiscenza che ci obbliga al combattimento spirituale. Così nel 1687: «Abbiamo le nostre cattive inclinazioni che la gra­zia del Battesimo non ci toglie, poiché Dio ce le lascia affinché le combattia­mo e ne otteniamo il merito» (n. 2466, CB 193).

A causa di questa morte a sé stessi, la vita cristiana presuppone una parte di eroismo: «Non comprendiamo a sufficienza gli obblighi del Battesimo, per­ché essere cristiani è condurre una vita sovrumana» (n. 2663, CB 208).

A suor Benoîte de la Passion, scrive in questo senso a proposito di una postu­lante, nel dicembre 1664:

Deve sottrarsi alla naturale tenerezza che ha per sé stessa in vista dei suoi dolori, per considerare l’ordine di Dio e conformarsi ad esso, innalzando il cuore a Gesù Cristo, ricordando che è cri­stiana e che la professione fatta nel Battesimo la obbliga a se­guire Gesù Cristo portando la sua croce ed esservi crocifissa con lui (n. 2547, LI, p. 219).

L’allontanamento da Dio

Purtroppo, rinunciamo troppo facilmente a questi obblighi battesimali:

Il nostro male è che rimaniamo nei nostri sensi e agiamo solo uma­namente, il che ci impedisce di vivere secondo lo Spirito per mez­zo di Gesù Cristo, e trovandoci pieni di noi stessi, Egli si ritira.

(n. 2663, CB 207).

Inoltre, abbiamo infranto questo legame con Cristo perché siamo peccatori:

Abbiamo in noi il luogo santo e santificato da Gesù Cristo nel nostro Battesimo; un luogo santo dove abita Dio. Ma per un’e­strema disgrazia, abbiamo permesso di entrarvi al peccato, che è l’abominio della desolazione.

E questo in età molto giovane:

È una disgrazia spaventosa che un bambino di quattro, sei anni... perda per mille impurità la lucentezza e il fulgore di questa grazia battesimale e i cristiani si dannino nonostante la grazia di essere stati fatti Gesù-Cristo (n. 1828, CB 209).

Su questo punto, Madre Mectilde scrive pagine piuttosto cupe, segnate da un pessimismo agostiniano[9].

Il ruolo della vita religiosa

La vita religiosa è, in questa prospettiva, definita in modo classico come un “secondo Battesimo” o piuttosto come una riparazione:

La Professione Religiosa è il più grande bene che un’anima possa ricevere dopo il Battesimo, poiché i Padri dicono che è un secon­do Battesimo, e io dico che è una riparazione del Battesimo e un recupero della grazia perduta, perché pochi la conservano.

(n. 2664, CB 235).

Ma il Battesimo è più importante (n. 1828, CB 209), e la Madre invita le sue corrispondenti e le sue sorelle a rinnovare questa consacrazione fondamentale ogni anno nella festa della SS. Trinità. Così scrive alla duchessa d’Orléans:

Mi prendo la libertà di avvertirvi che domani è la festa del vostro intimo, dove le tre Persone divine riposano come nel loro tempio. Ricordatevi di rinnovare i vostri santi voti battesimali alla Santa Comunione e di rendere grazie per la vostra vocazione alla fede. Vi prego che questa augusta festa sia degnamente solennizzata, rinnovando la dedicazione che Gesù ha fatto [di voi stessa] alla Santa Trinità. Noterete dunque, che non appartenete a voi né siete a vostro uso, ma siete di Dio attraverso Gesù, e non possedete un solo respiro che non sia consacrato a lui. Vivete in questo spirito di fede e sforzatevi più che mai di separarvi da voi stessa. Ponete tutto in Dio. Pensate ad amarlo e lui si prenderà cura di tutti i vostri bisogni, perché vuole che voi siate sua senza riserve, ripo­sando nel suo amore (n.1296, LI, p. 40)[10].

 

Anche ogni anno, nella festa della Divina Volontà (25 settembre), le So­relle sono invitate a fare ammenda onorevole in riparazione delle opposizioni alla volontà divina dopo il Battesimo (n. 2808, CB 157).

Ma la comunione eucaristica è anche il mezzo, non esclusivo, per rinno­vare in noi le grazie del battesimo. In un capitolo del luglio 1658, notava:

Mi direte: “Sono necessarie grandi grazie per rinunciare a sé stes­si e mortificarsi incessantemente”. Sarebbe accusare di ingiusti­zia Dio, credere che ci eserciti così spesso e così fortemente e che ci neghi le grazie per farlo. Ce le presenta costantemente e le ha legate al cristianesimo. Sono state infuse in noi nel Battesimo, si rinnovano nella santa Comunione e con vari mezzi che la Sua divina misericordia ci concede. Dobbiamo quindi abbracciare la croce, la mortificazione e praticarla incessantemente in tutto e ovunque, desiderarla e ricorrere ad essa come unico mezzo per piacere a Dio e, di conseguenza, per essere perfetti.

(n. 1876, CB 223).

Evochiamo ora ciò che Madre Mectilde dice dell’Eucaristia, che ci per­metterà di comprendere altri aspetti di ciò che afferma su questa identifi­cazione con Cristo, sulla lotta spirituale e la riparazione per la profanazione del nostro tempio spirituale.

Alcuni accenti della sua spiritualità sull’Eucaristia

In conformità con l’insegnamento del Concilio di Trento sul Sacrificio eucaristico, Madre Mectilde insiste, almeno nel «Vero Spirito», sull’unione di colui che assiste alla Messa con Cristo di cui essa è il memoriale della morte:

Non so, Sorelle mie, se – noi religiose –, che abbiamo maggior conoscenza dei misteri di Dio rispetto alla gente comune, adem­piamo l’obbligo di ascoltare la santa Messa quando la nostra mente non si concentra sul Sacrificio. Poiché Gesù, come capo dei cristiani, vi si immola per tutti, sono convinta che siamo obbli­gate a partecipare come membra unite al loro Capo, e che di conseguenza dobbiamo avere non solo l’intenzione di ascoltare la santa Messa, ma dobbiamo partecipare formalmente a ciò che sta facendo Gesù Cristo, il quale ci immola con lui. Dobbiamo quindi presentarci all’altare con Gesù Cristo e per mezzo Suo entrare nelle sue disposizioni: intendo dire di introdurci delica­tamente e semplicemente nei motivi della sua immolazione, nelle sue intenzioni, nei suoi disegni e negli effetti che questo Sacrificio deve produrre. Non partecipiamo alla santa Messa quando non facciamo tutto questo, e il Sacrificio non ha la pienezza che do­vremmo portare da parte nostra, con le disposizioni e le unioni di cui abbiamo appena parlato, perché, se un membro è staccato dal Capo, il corpo non è completo. È fuor di dubbio che Gesù è per­fetto nel suo corpo naturale e personale, ma nel suo Corpo misti­co ci sono spesso membra separate, e questa separazione com­porta per Gesù un dolore infinito (VE, cap. 3).

Su questo punto, la Madre è tributaria di tutta una corrente spirituale, riprendendo a lungo la meditazione di tutti gli stati di Cristo nello svolgersi della Messa. Di fatto, non si limita alla Passione, perché per lei il sacramento dell’Eucaristia è “un prolungamento dell’incarnazione” (n. 136, CB 165).

Meditando sull’umiltà di Cristo nell’antivigilia di Natale del 1693, affer­mò in una conferenza: «Tutti i misteri di Gesù Cristo sono racchiusi nel San­tissimo Sacramento. Sempre vi si rinnovano. Vedete che in ogni momento egli nasce sull’altare, e così per tutti gli altri» (n. 2484, CB 18).

Questa comprensione dell’Eucaristia come “prolungamento dell’incar­nazione” spiega il posto che dà a Maria nella vita eucaristica (cfr. n. 923, CB 46). La Madre spiega anche la sua meditazione sulla kenosi del Figlio di Dio, incarnato nelle specie consacrate (n. 3004, CB 243), con formulazioni che non sono sempre esatte ma sono legate molto al suo tempo[11]. Come altri autori, parla del «Prigioniero del tabernacolo» (n. 1776, CB 234) e sottolinea la sua obbedienza al sacerdote quando entra nelle specie consacrate nel momento in cui questi pronuncia le parole dell’istituzione: «È il suo infinito amore per noi che lo tiene sottomesso e lo fa obbedire così puntualmente alla voce del sacerdote quando dice: “Hoc est corpus meum”» (VE, cap. 3).

Il più delle volte, è vero, si tratta per Madre Mectilde, di offrire Cristo come esempio ai suoi interlocutori, affinché diventino – come lui – obbedien­ti, silenziosi, umili, distaccati:

È stato obbediente alla Beata Vergine e a San Giuseppe. In breve, è stato obbediente fino alla morte e alla morte di Croce. E possiamo dire che la continua nella divina Eucaristia in modo ineffabile. Sorelle, voi sapete che questo è il nostro Modello. Guardate come, alla semplice parola di un sacerdote, si pone sotto un pezzo di pane, sta rinchiuso in un pezzo di legno, viene in noi tutte le volte che vogliamo e senza alcuna resistenza. Che esempio di obbedienza per noi che siamo obbligate non solo ad adorare ma ad imitare le virtù divine che Egli pratica (n. 2138, CB 212; e il penultimo capitolo di VE).

 

L’importanza della Comunione eucaristica

Come giustamente Michel Dupuy sottolineava fortemente, Madre Mec­tilde attribuisce un’importanza particolare alla Comunione:

Nel complesso, Madre Mectilde, non ci sembra parlare della con­templazione dell’Eucaristia per quanto vorremmo e per quanto ci aspetteremmo, conoscendo il posto che occupa nella vita delle sue figlie. La nostra priora non separa l’Eucaristia da ciò che essa significa, la comunione con la vita divina... [12].

A più riprese insiste: «Gesù vuole essere mangiato». In una conferenza alle novizie dopo la morte della loro Madre Maestra, nel dicembre 1687, non esita a dire:

Vorrei sapere, sorelle, come trascorrete le ore di adorazione da­vanti al Santissimo Sacramento. Perché voi andate davanti a un Dio che si è umiliato e annientato per amor vostro, e che non si accontenta di essere adorato, ma che vuole anche essere man­giato. E poiché il pane, nella vita del corpo, è il cibo più nutriente che abbiamo e quello che prendiamo più spesso, Gesù Cristo, mio Salvatore, si mette sotto la figura del pane per essere il nostro cibo; ed essere mangiato da noi è il suo desiderio, e che viviamo della sua vita come Lui vive di quella del suo Padre divino. Avete la fortuna di comunicarvi così spesso, vivete questa vita divina... Un santo Padre ha detto che se non ci fosse nessuno a comuni­carsi sulla terra, gli Angeli scenderebbero dal cielo a prendere la Santa Ostia, per mostrarci che Gesù, mio Salvatore, non si tro­va in quell’adorabile Sacramento solo per essere adorato, ma an­che per essere mangiato. Mangiate dunque, figlie mie, questo Dio umiliato e annientato per la sua creatura che è solo un nulla per natura e un doppio nulla per il peccato che è in lei. Ecco, sorelle mie, ciò che siamo, un nulla per natura e un nulla per il peccato. E dire che il mio Dio, che è uguale a suo Padre, vuole unirsi a questo doppio nulla, è una cosa incomprensibile[13].

(n. 246, CB 245).

Gesù vuole essere mangiato, perché vuole comunicarci la sua vita, tra­sformarci in Lui. Infatti, la Comunione è importante perché solo Cristo può annientare il nostro io in noi:

Il Padre Eterno è il Padre di famiglia che ha allestito questo grande Banchetto, come è detto nel Vangelo, dove ci dona il suo stesso Figlio. Oh, chi potrebbe vedere tutte le operazioni che Dio compie in tutte le anime dopo la sacra Comunione! Sono tanto diverse quanto sono diverse le anime che si comunicano. Queste operazioni tendono sempre all’annientamento. Quante volte ave­te visto tutti i vostri progetti e desideri annientati nella santa Co­munione! A volte, anche nelle vostre stesse intenzioni, mentre fa­cevate la Comunione, non avete sentito una certa devozione e, appena fatta la Comunione, vi siete trovate povere, spogliate, senza essere in grado di fare nulla. È Nostro Signore che vi attira nella sua povertà e nella sua nudità per essere tutto in voi e per­ché voi siate nulla. Lasciatevi distruggere e lasciate che Nostro Signore sia il Maestro in voi e che regni sovrano.

(n. 2017, CB 262).

Solo Cristo può preservarci dal peccato:

Non ho mai conosciuto nulla di più forte della santa Comunione per annientare le passioni; ma quando la Comunione frequente non produce questo effetto, non conosco nient’altro che possa farlo. Ma come, Dio in sé, nella sua forza divina non avrebbe questo potere su di noi? Questo Dio che si annienta e si riduce alle estreme umiliazioni! Oh, sorelle, questo è terribile. So di ani­me che, dopo aver ricevuto molti insulti e oltraggi, andando poi alla Comunione, hanno sentito svanire i loro rancori e dispiaceri all’avvicinarsi di Nostro Signore, tanto è grande il potere della santa Comunione sulle anime sante (n. 315, CB 201).

«Desiderio desideravi»

Gesù vuole soprattutto essere mangiato, perché ha fame di anime:

[Gesù] da quando avete fatto della vostra carne preziosa il Pane eucaristico, non potete più essere senza desiderio, senza far cre­dere che manchi qualcosa alla sazietà del vostro cuore; è l’ardo­re infinito che vi fa desiderare di essere unito agli uomini da que­sto Mistero che l’amore ha istituito per attirarli alla partecipazio­ne di ciò che voi siete in voi stesso…: “Desiderio desideravi”, vuo­le essere mangiato da voi perché la sua vita divina sia in voi e perché entrando in Lui ed Egli in noi per la sacra manducazione della sua carne divina, si faccia di Lui e di noi una cosa sola e, attraverso questo, comunicarci tutto ciò che Egli possiede come Dio, elevandoci alla partecipazione della Natura divina; non è ancora soddisfatto e finché ci sarà un’anima sulla terra capace della sua grazia, avrà un desiderio infinito di attirarla al Suo amo­re mangiando con essa la Pasqua eucaristica (n. 594, CB 82).

Potremmo certamente citare più di un testo in cui Madre Mectilde medita sulle parole di Gesù in Lc 22,15, che danno il titolo alla nostra conferenza: «Ho tanto desiderato mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia pas­sione»[14]. Questa parola, interpretata – come abbiamo detto –, a partire dall’Eu­caristia, la porta a insistere sull’importanza della Comunione, alla cui fre­quenza incoraggia. Così, rivolgendosi alla duchessa di Orléans:

Ricordate che tutta la vostra forza e santità sono in Gesù Cristo e che Lui è la vita della vostra anima. Come potrà vivere senza ricevere questa vita divina? In nome di Dio, cercate di comuni­carvi più spesso: la vostra salute sarà più forte, la vostra inte­riorità più illuminata, la vostra unione con Dio più perfetta, e la gioia e la pace saranno il paradiso della vostra anima; al di fuori di questo c’è solo amarezza e dolore. Andiamo a Dio in ogni momento (n. 903 bis, LI, p. 68)[15].

A motivo di questa importanza che attribuisce alla Comunione, non esi­terà a dire alle sue sorelle che possono adorare Dio in sé stesse e negli altri che sono i suoi cibori, quasi relativizzando l’adorazione in Coro:

Bisogna, come ho detto, andare alla ricreazione per sottomis­sione alla volontà divina, portando uno spirito di carità e di stima per tutte le nostre Sorelle che dovete guardare e venerare come sante pissidi in cui Dio stesso risiede e prende le sue compia­cenze. Non è necessario tornare in chiesa per adorarlo, possiamo farlo ovunque e in tutte le occasioni con un atto di fede che ci fa vedere Lui nel cuore delle nostre Sorelle, il che deve darci amore e stima per tutte senza eccezioni (n. 3012, CB 198)[16].

Diventare Gesù

A più riprese la Madre menziona la triplice presenza di Dio nella crea­zione, nel Santissimo Sacramento e nell’anima del fedele, ed è questa terza presenza che privilegia:

Dio ha diverse dimore sulla terra: abita nella sua immensità che riempie tutta la terra «Pleni sunt cœli et terra…» e la sua dimora è anche nel Santissimo Sacramento; e il suo terzo ritiro è nell’in­timo dell’anima di ogni cristiano. È qui il suo tempio e il luogo del suo riposo (n. 21, CB 192).

La sentiamo affascinata da questo Dio che vuole comunicarsi nel più intimo di ognuna delle sue creature umane. Certamente la presenza di Cristo nell’Eucaristia è reale; è una manifestazione sorprendente del suo amore, un prolungamento della sua incarnazione che ci viene donata fino alla fine dei tempi:

Oh, quale dono ci ha fatto l’Eterno Padre! Quale bontà in Gesù nel voler rimanere con noi fino alla consumazione dei secoli! Un “Dio con noi” senza mai staccarsi da noi, anche se l’ingratitu­dine degli uomini lo obbligherebbe ad abbandonarli: O grande ed estrema Carità! (n. 1027, LI, p. 40).

Tuttavia, questa Presenza eucaristica è transitoria, finché durano le specie:

Una volta vi ho detto che è una questione di fede credere che dopo la santa Comunione, mentre le specie sussistono nell’anima, essa è tutta trasformata in Gesù Cristo, e se quest’anima fosse visibile, si vedrebbe in essa solo Gesù Cristo (n. 1659, CB, p. 263).

L’importante è che Dio dimori in noi in modo che siamo veramente, per adozione, ciò che il Figlio è per natura e, che in questo modo, Dio Padre sia glorificato in noi attraverso il Figlio. Certo, la Presenza eucaristica cessa con le specie, ma la Presenza di Dio rimane nel battezzato che accoglie così Cristo in sé. E nel 1664 disse:

Noi lo riceviamo realmente e veramente, ciascuna in particolare, attraverso la santa Comunione... dobbiamo fare un uso fedele di Gesù Cristo, che abbiamo tutto per noi, non solo finché le sacre specie rimangono nel nostro petto, perché anche se Gesù Cristo non è più lì sacramentalmente, rimane sempre nell’anima spiri­tualmente mediante lo Spirito divino, con la sua grazia e le sue virtù (n. 923, CB 46)[17].

Dolore per l’ignoranza di questa Presenza

Affascinata da questa Presenza interiore, la discepola di Santa Teresa d’Avila e di Giovanni della Croce si stupisce dolorosamente della scarsa co­noscenza che gli uomini hanno di questa «sete» che Dio ha di abitare in noi. Alle religiose di Rambervillers scrive nel dicembre 1666:

Rallegratevi, mie care Madri, di appartenere a un Signore così buono, a un Dio che l’amore porta dal seno di suo Padre nel ta­bernacolo per essere oggetto dei nostri omaggi, della nostra ado­razione e del nostro amore, e per farci vivere della sua vita. Mio Dio, mie carissime Madri, quanti pochi adoratori ha questo di­vino Salvatore! Quasi tutti lo ignorano, o se è conosciuto, non è amato... Amate, mie carissime Madri, amate l’Amore che, con amore, chiede il vostro amore e può essere soddisfatto solo dal­l’amore. Siate le vittime dell’Amore racchiuso nel Santissimo Sa­cramento dell’altare. Non sopportate che questo adorabile Pri­gioniero d’amore sia privato del vostro amore.

(n. 2321, LI, pp. 279-280).

Da un lato, è stupita dell’umiltà di Dio che non solo si nasconde nelle Specie eucaristiche come il Neonato nel presepe, come il Crocifisso, ma che accetta anche di essere ignorato. Così, l’antivigilia del Natale 1693, dice alle sue consorelle:

O Sorelle mie, come può questo non affascinarci? Come non amare un Dio così buono che ci ha tanto amate da fare cose così grandi per noi? Eccolo rinchiuso nei tabernacoli per noi! E a volte mi dico, quando Lo guardo in questo stato: “Come, non vuoi adorare un Dio che è chiuso in questo tabernacolo per te? In un pezzo di legno? Che si fa tuo prigioniero? È forse un luogo adatto alla sua grandezza, alla sua infinita maestà e a ciò che merita?

(n. 2484, CB 18).

D’altra parte, non comprende che si possa essere indifferenti alla sua pre­senza sia nel Pane consacrato sia nel battezzato e, comunicandoci, che siamo profanatori in senso proprio o semplicemente cristiani tiepidi e superficiali. A Madre Benoîte de la Passion, scriveva nel 1664:

Perché ora non regna ovunque senza che le creature oppongano resistenza? Sarebbe il paradiso in terra! Ma Gesù continua la sua vita nascosta e prigioniera nella maggior parte delle anime, nelle quali non ha la libertà di operare secondo il suo amore, e questo è doloroso. Pregatelo, mia carissima Madre, affinché io non sia una di loro, che Egli viva e regni in noi attraverso l’adorabile Eucaristia. Oh, quanto è grande questo mistero e quanto poco co­nosciuto dagli uomini! Mi stupisce che non tutti siano impegnati a considerarlo e a sperimentarne gli effetti. Quale unione ineffa­bile! Per quanto riguarda me, non chiedo altra grazia che quella di portare in me gli effetti di questo Mistero divino: tutto è rac­chiuso in esso e Dio stesso non può fare nulla di più per noi. Se fossi piena di questa grazia eucaristica, mia carissima Madre, non potrei affliggermi per gli eventi della Provvidenza, e credo che una figlia del Santissimo Sacramento debba aver sacrificato tutto a Gesù in questo Mistero, perché Gesù, attraverso questo divino Sacramento, diventa per lei tutto in ogni cosa[18].

(n. 19, LI, p. 207).

E si stupisce persino che prima non esistesse una fondazione come la sua:

Mi stupisce che siano passati tanti secoli senza che i figli di questo Beato Padre [san Benedetto] si siano sentiti in dovere di entrare in possesso del tesoro inestimabile che l’infinita bontà di Dio ha donato loro. Se mi chiedete, sorelle, da dove traggo questo ragionamento, oso assicurarvi che è un segreto che ho scoperto alla morte del nostro illustrissimo Patriarca, il quale, volendo te­stimoniare l’amore che aveva per il Santissimo Sacramento del­l’altare, non poteva fargli onore, né poteva dargli un segno più sensibile della sua fede e della sua carità, che spegnersi alla sua santa Presenza e rendere gli ultimi movimenti del suo cuore a quest’Ostia adorabile, racchiusa nel sacro ciborio, per generare a suo tempo dei figli del suo Ordine che, fino alla fine del mondo, gli renderanno adorazione, rispetto e doveri di amore e di ripa­razione continua. Sì, è ai figli di questo glorioso Padre che spetta una applicazione singolare a questo Mistero divino, avendo con esso una relazione che non è comune alle altre famiglie religiose della Chiesa; perché se alcuni adorano Gesù Cristo nei diversi stati della sua santa vita, le religiose di San Benedetto portano il titolo di “morte”, secondo il sentire di un eccellente uomo degli ultimi secoli. Non posso forse dire, allora, che il loro stato e con­dizione di morte onora, per rapporto e per relazione, Gesù in sta­to di morte nell’Eucaristia? I Padri ci insegnano che è proprio co­sì. Una figlia di San Benedetto, vivendo una vita di morte, non ha forse un legame e una relazione con Gesù nell’Ostia? (VE, c. 16).

Riparatrice

Questo dolore, di fronte all’«Amore non amato» (San Francesco d’Assisi), sta al centro della sua vocazione riparatrice, talvolta espressa in termini partico­larmente violenti. Così, in un capitolo del settembre 1662, non esita a dire:

Siete dunque tutte impegnate a farvi vittime di Gesù, per riparare – nella Sua unione con la santità di Dio –, agli oltraggi che riceve dal peccato, donandosi alla sua divina giustizia per soddisfare per i peccatori e i profanatori del Santissimo Sacramento. Questo è l’obbligo più santo e più grande che vi sia nella Chiesa di Dio[19].

Sa, tuttavia, che solo Gesù può riparare in lei:

Egli si è fatto vittima in questo Mistero solo per essere immolato al Padre Suo, e per rendergli, in ogni anima che lo riceve nella santa Comunione, l’infinito omaggio e l’adorazione che essa de­ve alla divina Maestà, e che non può dargli a causa della sua indegnità e della sua capacità così limitata... Gesù Cristo entra nei nostri cuori per celebrarvi un Sacrificio divino, eterno, in­finito nei meriti; è questo che deve darci amore per la santa Co­munione, poiché Gesù Cristo compie in noi l’ufficio di Sommo Sacerdote, e di sovrano Sacrificatore, immolando sé stesso per l’anima che lo riceve, e rendendo con il suo divino Sacrificio un infinito omaggio e gloria a Dio Suo Padre... (VE, c. 1)[20].

Ma sa anche che Cristo ci associa alla sua azione. Lo sottolinea in un capitolo del settembre 1660:

Mi direte: “Non siamo noi a riparare queste offese, ma Gesù Cri­sto stesso”. Sì, lo dico, ma se rifiutate di farlo entrare in casa vo­stra, come farà a riparare? Oh, quanto sarebbe necessario – come dico spesso –, che in tutto il mondo venissero fondate delle case per riparare per noi e, non ho dubbi, per coloro che non realizzeranno i disegni di Dio in questa casa: una casa che deve dargli più compiacimento e gloria di quanta non ne riceva in tutta la Chiesa (n. 2212, CB 217).

Si tratta essenzialmente di rispondere all’Amore con l’amore, come scrisse a Madre Benoîte de la Passion nell’ottobre del 1665:

Piacesse alla Sua bontà spezzare i nostri cuori con la forza di questo amore doloroso, e che possiamo morire di contrizione per i nostri peccati e per quelli dei nostri fratelli peccatori. Ciò che mi conforta è che le umiliazioni di Gesù Cristo in questo mistero onorano infinitamente il Padre Suo, e che Egli sapeva bene, nel­l’istituirlo, che avrebbe sofferto tutte queste cose e molte altre che non potremo mai immaginare; e che ha preferito abbandonarsi ad esse piuttosto che non rendere omaggio al Padre, e continuare il Suo sacrificio e il Suo stato di vittima della giustizia e della santità divine per i peccatori! Oh, quanto volentieri direi che pro­va un tale piacere a stare con i figli degli uomini, che sembra in­sensibile agli insulti e agli affronti che riceve da loro!

L’Amore gli ha dato delle leggi che lo obbligano a restarvi fino alla fine dei tempi; si è sottomesso ad esse: “Deus meus, volui…” [«mio Dio, questo io desidero» cfr. Sal 40(39),8-9]. E che dire poi, se non che è disposto a subire gli oltraggi degli empi per il rispetto di una sola anima che si dona totalmente a lui? Purché sia amato anche da una sola persona, per quanto povera e abietta che sia, è contento e i maltrattamenti che riceve sono dimenticati. Chi dubita che non provi piacere nel piccolo gregge delle sue vittime, e soprattutto nella vostra casa dove cercate di amarlo, onorarlo e farlo adorare? Continuate, va bene! Restituite a que­sto Amante divino l’amore che viene a mendicare sulla terra, e siamo più che mai tutte Sue (n. 913, LI, pp. 249-250).

Vivere la vocazione nella fede

Verso la fine della sua vita, sperimentando una radicale spogliazione[21], invita le sue sorelle a vivere la loro vocazione nella fede. Ma insiste su questo punto, sottolineando che i sentimenti possono essere solo un “fuoco di pa­glia”. Citiamo ancora una volta una conferenza dell’antivigilia del Natale 1693:

I Misteri non operano nulla nelle nostre anime se non imitiamo ciò che essi rappresentano. Ecco perché non mi accontenterò di qualche sentimento passeggero, di una fede sensibile che vi dà qualche desiderio, ma che non ha alcun effetto. Chiedo una fede viva, una fede operante che ci faccia compiere le opere e che non si fermi a tutte le sensibilità non necessarie per agire nella virtù e fare il bene. La fede da sola basta quando è vigorosa nelle ani­me e le eleva al di sopra di sé stesse e delle cose create per farle volgere a Dio e, che in vista della sua maestà, esse agiscano se­condo la sua volontà e i disegni che ha su di loro, ossia renderle simili a Gesù Cristo, portando i suoi stati divini in tutti i modi che Egli stabilisce e che gli piacciono per la loro santificazione.

(n. 2484, CB 18).

In un capitolo dell’agosto 1694, commentando la Regola di San Benedetto, dirà anche:

Può Gesù Cristo darci più di sé stesso? Poiché nella santa Co­munione si dona tutto a noi, tutto ciò che è e tutto ciò che ha di grande e di santo: le sue virtù, i suoi meriti e il resto delle sue adorabili perfezioni, cosa volete di più? Se Gesù Cristo vi desse qualche favore, qualche illuminazione, qualche estasi o rapimen­to nella preghiera, sarebbero davvero delle grazie; ma sono forse da paragonare a Gesù Cristo? E avreste anche motivo di temere, perché queste cose sono soggette all’illusione, si può essere in­gannati. Ma nel caso della santa Comunione non c’è nulla da te­mere, perché è Nostro Signore in persona che si dona nella realtà di sé stesso. Siamo obbligate a crederlo (n. 3004, CB 243).

In conclusione

Non possiamo caratterizzare la spiritualità e la teologia del Battesimo e dell’Eucaristia di Madre Mectilde, se non soffermandoci sull’importanza che ella accorda alla presenza trinitaria in noi. Indubbiamente ha fondato delle monache benedettine adoratrici e riparatrici, ma abbiamo visto come, le ore trascorse davanti al Santissimo Sacramento, fossero legate al suo stupore per l’amore di Cristo che ha «sete» delle anime e vuole occupare tutto lo spazio in ognuno di noi per la maggior gloria del Padre.

Certo, abbiamo notato alcune espressioni “imbarazzanti” nella sua medi­tazione sulla kenosis di Cristo nell’Eucaristia e un certo pessimismo agosti­niano che insiste sulla giustizia divina esercitata da Dio Padre e placata dal Figlio. In questo senso è molto in sintonia con il suo tempo. Ma queste parole, difficili da ascoltare oggi, sono bilanciate da ciò che dice sull’Eucaristia come dono dello stesso Dio Padre e di tutta la Trinità, e sul desiderio di Cristo di abitare nelle anime.

In altre occasioni abbiamo notato che, pur riconoscendo che il Battesimo e l’Eucaristia ci rendono membra del Corpo di Cristo, Madre Mectilde con­sidera soprattutto il legame personale dei fedeli con il Capo, ma non il rap­porto dei battezzati e dei comunicanti tra loro: è al rapporto personale con Cristo che guarda, al rapporto verticale che questi Sacramenti operano; non vede tanto il rapporto orizzontale, anche se invita ciascuno a considerare l’al­tro come «un ciborio». Non vede, come ci ha ricordato il Vaticano II, che tutti i battezzati vivono «in una certa comunione, benché imperfetta» (cfr. Decreto Unitatis Redintegratio, 3), né vede che, nell’Eucaristia, i fedeli «cibandosi del corpo di Cristo nella santa Comunione, mostrano concretamente la unità del popolo di Dio, che da questo augustissimo sacramento è adeguatamente espressa e mirabilmente effettuata» (cfr. Costituzione dogmatica Lumen Gen­tium, 11). Inoltre, parla poco del Mistero della Chiesa, in un contesto di cri­stianità molto diverso dal nostro.

In compenso, il modo in cui insiste sul desiderio di Cristo di essere man­giato e il suo appello a una fede che si manifesta nella carità attiva, scagione­rebbe, se fosse necessario, coloro che seguendola, si consacrano all’adorazio­ne, dal sospetto di ignorare che l’Eucaristia è un pasto e di favorire un ripie­gamento del cristiano sulla devozione. In questo senso, Madre Mectilde ci offre un insegnamento battesimale ed eucaristico che può parlare alle donne e agli uomini del nostro tempo.


 

[1] Professore di Ecclesiologia e Teologia Sacramentaria, Direttore del Centro Studi Ecumenici (Parigi), Redattore capo della rivista Istina.

[2] Cfr. Yves Poutet, Catherine de Bar 1614-1698, Mère Mectilde du Saint Sacrement. Mo­niale et Fondatrice bénédictine au XVIIe siècle, Parole et Silence (Coll. Mectildiana), Les plans sur Bex 2013.

[3] Cfr. Henri Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux en France. IX. La vie Chré­tienne sous l’Ancien Régime, Armand Colin, Paris 1968, pp. 1-44.

[4] Vedere in particolare: Joseph Daoust, Le message eucharisitique de Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement 1616 [1614]-1698, Téqui, Paris 1981. Bernard Dom­pnier, «Un aspetto della devozione eucaristica nella Francia del XVII secolo: le preghiere delle Quaranta ore», RHEF-Revue d’histoire de l’Église de France 67 (1981), pp. 5-31.

[5] Per esempio la sua lettera a Madre Bernardine de la Conception, dell’11 aprile 1665, a pro­posito della profanazione della cappella delle suore della Congregazione di Notre-Dame, Rue du Chasse-Midi a Parigi: Catherine de Bar, Lettres inédites, Bénédictines du Saint-Sacre­ment, Rouen 1976, pp. 230-232.

[6] Citeremo Le Véritable Esprit des religieuses adoratrices perpétuelles du Très-Saint Sacre­ment de l’Autel, Paris 1684 (= VE); Le Bréviaire à Madame de Châteauvieux, pubblicato in Une Amitié Sprituelle au grand siècle. Lettres de Mère Mectilde de Bar à Marie de Château­vieux, Téqui, Paris 1989 (= AS); la raccolta intitolata Lettres Inédites, già citata (= LI).

[7] In una lettera a Madame de Châteauvieux, a questo punto cita Jean Eudes, La vie et le royaume de Jésus dans les âmes chrétiennes, VII parte, § XIV (n. 195), Paris 1670. AS, pp. 85-86.

[8] Inoltre, a proposito dei neonati battezzati: n. 1828, CB 209.

[9] «Voi non siete niente, siete un oggetto di orrore degno dell’ira di Dio, questo è il privilegio che avete per il peccato che avete ricevuto dal vostro primo padre Adamo» (n. 1711, CB 221); o ancora: «Anche se le acque del Battesimo ci riconciliano con Dio e ci rendono suoi figli adottivi, non distruggono questo fondo di corruzione e il giudizio che Dio ha pronun­ciato è irrevocabile: dobbiamo quindi guadagnarci il pane con il sudore della fronte» (n. 2215, CB 226).

[10] Si veda anche il Céremonial (suggerimento di Mère Marie-Anne).

[11] Si veda, ad esempio, l’articolo di A-M. Roguet, «Les à-peu-près de la prédication de l’eu­charistie», La maison-Dieu 11 (1947), pp. 178-190.

[12] Une amitié spirituelle au grand siècle, op. cit., p 61.

[13] Siamo noi della redazione, a sottolineare questa doppia osservazione, troppo inusuale per il suo tempo per non essere autentica.

[14] Cfr. anche: n. 188, CB 117; n. 2384, CB 120; n. 2037, CB 132; n. 337, CB 258; n. 1123, LI, p. 83; VE, cap.7.

[15] Si veda anche questa lettera alla stessa destinataria: «Iniziate, per non finire più, a fare la Comunione tutti i sabati e i giorni festivi. Non avrò mai alcuna consolazione, per quanto possiate graziarmi con la vostra amicizia, finché non vedrò la vostra anima in questa santa pratica. Ve lo chiedo con la stessa urgenza con cui un uomo ambizioso vorrebbe ottenere la più grande fortuna, e oso dire che ve lo chiedo a nome di Dio, che lo vuole da voi. Egli vuole venire da voi e voi non lo ricevete. Avete tante piccole debolezze che saranno superate solo ricorrendo a questo Pane eucaristico. Perché privare la propria anima di un bene infinito? Ascoltate la voce di questo adorabile Salvatore che grida nel profondo del vostro cuore: “Aperi, aperi, mihi soror, sponsa mea…”, aprimi, aprimi, sorella mia, sposa mia, amata mia il tuo cuore, per farne la mia dimora eterna e per prendere lì il mio riposo [cfr. Ct 5,2]. Vuole unirsi a voi per rendervi una cosa sola con Lui. Non rifiutate ciò che gli Angeli si considerano infinitamente felici e indegni di ricevere. Certamente, se non ascoltate questa voce divina, sarò mille volte più turbata che se fossi condannata a morte. Vedo che i momenti passano, le settimane e i mesi, e che, per non so quale tentazione, ritardate la vostra felicità eterna. Vi prego di non lasciare che questo accada più, per evitare che, quando lo vorrete, non pos­siate più farlo; e per giunta privando la vostra anima della vita divina» (n. 1580, LI, p. 21).

[16] Sottolineatura a cura della redazione.

[17] Vedere anche: n. 20, CB 128; n. 1523, CB 98 e n. 2614, CB 171.

[18] Cfr. anche VE, c. 8.

[19] Qui n. 196, CB 249; si veda anche ciò che disse, trent’anni dopo, nel Capitolo del giorno prima di Ognissanti del 1693: «Dio ha fatto questo Istituto in questi ultimi secoli, affinché non si dica che la Chiesa ha mancato di dare vittime a Gesù Cristo nel Santissimo Sacra­mento, dove Egli è Vittima adorabile di Dio, Suo Padre, e dove placa incessantemente l’ira divina giustamente irritata contro i nostri peccati, e ferma le saette pronte ad essere scagliate contro le nostre teste, ma dove riceve così tanti oltraggi e profanazioni che sarebbe infinita­mente sufficiente, se non fosse impassibile» (n.1752, CB 217).

[20] Nella stessa opera, al c. 6, scrive anche: «Entrando nel nostro petto, Egli passa in quel sacro santuario della parte intima di noi stessi, dove rinnova i suoi adorabili misteri, e princi­palmente quello del Sacrificio, in modo molto vantaggioso per l’anima, in quanto Gesù essendo unito a noi sostanzialmente attraverso la divina Eucaristia, siamo (secondo il sen­timento dei padri) una cosa sola con lui, poiché siamo ossa delle sue ossa, carne della sua carne, e talmente uniti in lui, che questa unione riempie di stupore tutta la Chiesa, che non può comprenderla né ammirarla abbastanza. Questa è una questione di fede, e dobbiamo crederci: ma, vi prego, quando fate la Comunione, fate questa unione o trasformazione? No, certamente, è Gesù in virtù del suo divino Sacramento: è sufficiente da parte vostra che siate in grazia, e il resto lo fa l’amore infinito di Gesù Cristo».

[21] Si veda: Véronique Andral, Catherine de Bar. Mère Mectilde du Saint-Sacrement 1614-1698. Itinéraire spirituel, Rouen, Monastère des Bénédictines 1997, p. 165 ss.