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Deus absconditus, anno 106, n. 3, Luglio-Settembre 2015, pp. 32-37

 

 

Suor Maria Cecilia La Mela OSBap

Attualità della riflessione mectildiana sul peccato

 

La società moderna da un punto di vista morale sta perdendo il senso del peccato. Già Pio XII, nel lontano 1946, affermava che «forse oggi il più grande peccato del mondo è perdere il senso del peccato».

Si parla spesso di “senso di colpa”, è vero, ma ad un livello psicologico, emotivo, senza operare una vera coscientizzazione del problema che resta, pertanto, a livello epidermico o poco chiaro. Dall’altro lato il linguaggio di tanti è ricco dell’uso di questo vocabolo come esclamazione, “oh che peccato!”, e la stessa pubblicità spesso reclamizza i suoi prodotti come “peccati di gola”. Insomma del peccato si parla a sproposito o in modo strumentalistico. Le scienze umane, psicologia e sociologia in particolare, spiegano il senso del peccato allo stesso modo di ogni altro sentimento umano. Il peccato viene interpretato o come frutto di un condizionamento sociale o come una nevrosi.

Tutto ciò crediamo sia favorito dalla comune mentalità di un permissivismo che, tollerando comportamenti trasgressivi e immorali, sminuisce il rigore e l’oggettività della norma morale. Slogan ufficiale di questo modo di pensare è il famoso “fan tutti così” trasmesso e veicolato soprattutto dai mezzi di comunicazione di massa. Ogni riferimento al trascendente è omesso o dimenticato, e questa è la causa maggiore, proprio perché il senso del peccato nasce anzitutto e soprattutto in relazione a Dio.

Pensare al peccato per molti è scontro con una miseria personale troppo dura da accettare e tante manifestazioni di divertimento sfrenato, uso di sostanze particolari, bisogno di una iperattività che non ammette pause di silenzio e riflessione, non sono altro che evasioni da se stessi per la paura di non accettarsi e di non essere accettati.  Oggi più che mai, tuttavia, è urgente la riscoperta del peccato fatta in chiave positiva, proprio perché apre alla conoscenza e all’esperienza della misericordia divina. Occorre che ognuno di noi prenda coscienza della propria fragilità e del bisogno che abbiamo del perdono come momento speciale di grazia, per essere creature nuove e vitalmente aperte agli altri. Non si può iniziare un nuovo cammino di vita senza morire, nel senso evangelico, al nostro amor proprio e alla presunzione di poter fare a meno di Dio. Bisogna conoscersi profondamente e accettare quello che siamo per ripartire con lo slancio dei figli della Luce, seguendo Cristo via, verità e vita. Ecco perché dalla consapevolezza del peccato ha origine un percorso di monitoraggio del proprio io scandagliato anche dentro quei processi di autodifesa che, per natura, ciascuno è portato ad attivare per difendere il proprio “onore”.

La dimensione spirituale del peccato, così come è presente nella riflessione di Mectilde de Bar, è profondamente inserita nella prospettiva del primato di Dio, e questo diventa significativo se letto in riferimento agli attuali orientamenti teologici per lo più antropocentrici. L’interesse per il peccato, prima ancora che in riferimento all’uomo, viene considerato da madre Mectilde in riferimento a Dio. La ricerca di Dio che è al centro della tradizione benedettina, ma anche della scuola francese di Bérulle, Condren, Olier, è un punto di confronto necessario per ogni verifica che l’individuo vuole fare circa il proprio agire morale. Ella afferma, in un modo forse un po’ lontano dalla nostra mentalità, che «è gloria di nostro Signore che vi siano peccatori nei quali egli eserciti una misericordia tanto grande. E ve ne potrebbe essere una maggiore del perdonare a degli ingrati, miserabili, perfidi che lo hanno oltraggiato, che lo hanno offeso milioni di volte, che hanno disprezzato le sue grazie?

Quale bontà; quale carità, quale amore! Andare a cercarli, tentare di ricondurli a sé con tanti tocchi interiori e sollecitazioni amorevoli. Oh, chi può concepire l’amore divino, di cui il suo sacro cuore è infiammato, per quei poveri miserabili? E che cosa non opera per la loro salvezza! Ė incomprensibile. Se i peccatori potessero conoscerlo, non uno si dannerebbe e ritornerebbero tutti a Lui. Ma essi lo ignorano e ciò è la causa della loro rovina»1.

Questo orientamento teocentrico sollecita la Madre ad occuparsi di un altro attributo di Dio, e cioè, la santità. I primi passi per comprendere la maestà del Signore sono il rispetto e il timor di Dio. Viene poi l’adorazione di Dio che abita nella nostra anima. Come indicato nel primo gradino dell’umiltà (RB cap.VII), ella raccomanda di tenersi continuamente alla presenza di Dio e noi dobbiamo essere contenti non dei benefici che riceviamo da lui, ma che venga esaltata la sua gloria2. Il considerare il peccato dal punto di vista di Dio, se così si può dire, non annulla, né diminuisce la responsabilità dell’uomo che deve agire rettamente, prima ancora che per la paura del castigo, perché intimamente convinto che è un delitto grave offendere questo Dio d’amore3.

Se la dottrina spirituale di Mectilde de Bar è teocentrica, è anche cristocentrica. Il Cristo vi occupa un posto preponderante perché ci dà al Padre suo. «La prefazione delle Costituzioni è stata redatta unicamente per darvi una piccola idea della santità della vostra vocazione allo stato di vittima verso Gesù Cristo. Questo, tuttavia, è lo stato e la santità propria del cristianesimo, e tutti i cristiani vi dovrebbero aspirare, non soltanto come figli di Dio, ma come membra di Gesù Cristo, poiché formano un solo corpo con lui e dunque una unica ostia e vittima delle sue disposizioni adorabili»4. Il battesimo ci incorpora a Cristo nella sua morte e resurrezione e la comunione ci trasforma, ci fa diventare una cosa sola con Lui. La lotta della vita spirituale consiste nel morire a noi stessi, al peccato, per lasciare che Gesù prenda vita e cresca in noi. I cristiani devono offrirsi con Cristo in quanto sue membra, e ciò costituisce quella qualità di vittima di cui parla san Paolo. Il vero amore consiste nel dono totale di sé; un dono che ci aiuta a completare in noi stessi quello che manca alla passione di Cristo.

«Ancora oggi, l’esemplare vita di madre Mectilde e le sue lezioni spirituali non hanno perso nulla del loro valore e della loro attualità»5. Tale attualità può essere riscontrata anche nella sua concezione del peccato. La presentazione del peccato fatta dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC), si offre come una efficace sintesi di teologia morale nel solco della tradizione della Chiesa e in apertura alle esigenze e ai progressi della cultura contemporanea. Leggendo la parte relativa alla definizione del peccato e dei suoi effetti, si possono operare diversi confronti. Il Catechismo (n. 386) dichiara che «nella storia dell’uomo è presente il peccato: sarebbe vano cercare di ignorarlo. Per tentare di comprendere che cosa sia il peccato, si deve innanzitutto riconoscere il profondo legame dell’uomo con Dio, perché al di fuori di questo rapporto, il male del peccato non può venire smascherato nella sua vera identità di rifiuto e di opposizione a Dio, mentre continua a gravare sulla vita dell’uomo e sulla storia». Questo rapporto dell’uomo con Dio viene definito, da madre Mectilde, in relazione all’atto creativo di Dio e alla condizione creaturale dell’uomo. L’essere, creato da Dio, ha ricevuto tutto da lui e ritorna a lui come al suo fine. Ecco perché si può definire l’uomo come viva relazione di dipendenza e di relazione con il Creatore. Accettare questa dipendenza è superare i limiti della nostra indigenza e vivere in uno stato di adorazione. Rifiutare, invece, di tendere a Dio è andare nel senso inverso a quel dinamismo che ci fa sussistere in quanto creatura e ci fa inevitabilmente scontrare con una realtà di peccato6. Occorre, dunque, vivere in pienezza la nostra condizione creaturale e affidarci a Dio nell’adesione della volontà e nell’amore. Il senso dell’atto creativo consiste in un ritorno personale a Dio. E qui riecheggiano anche le parole del Prologo con le quali san Benedetto esorta ad abbracciare le armi dell’obbedienza e, seguendo Cristo, ritornare a Colui dal quale ci eravamo allontanati a causa del peccato.

Tornando al Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 387), leggiamo che «la realtà del peccato, è più particolarmente del peccato delle origini, si chiarisce soltanto alla luce della Rivelazione divina. Senza la conoscenza che essa ci dà non si può riconoscere chiaramente il peccato, e si è tentati di spiegarlo semplicemente come un difetto di crescita, come una debolezza psicologica, un errore, come l’inevitabile conseguenza di una struttura sociale inadeguata, ecc. Soltanto conoscendo il disegno di Dio sull’uomo, si capisce che il peccato è un abuso di quella libertà che Dio dona alle persone create perché possano amare lui e amarsi reciprocamente». Madre Mectilde denuncia l’insorgere di uno stato peccaminoso laddove l’uomo sceglie di non dipendere da Dio ma di avere consistenza in se stesso e, invece di aprirsi alla grazia, si ritrova appesantito da un’indole egocentrica, che non è il suo essere naturale. Questo io, che domina la primitiva e innocente natura umana, deve essere distrutto. È il primo annientamento che si deve operare. Questo ostacolo, purtroppo, una volta rimosso non è eliminato in modo definitivo; il male è troppo profondo e si pone continuamente sul cammino di ritorno a Dio. Occorre, allora, che Dio stesso intervenga con la sua onnipotenza. È il secondo annientamento, quello della purificazione7.

Questa via del nulla è la via del puro abbandono, di una fede e di un amore altrettanto puri. È la via dell’obbedienza e dell’umiltà secondo san Benedetto. Lo stesso Catechismo (397) sottolinea che il primo peccato dell’uomo è stato motivato da un abuso della propria libertà e dalla disobbedienza alle prescrizioni divine. In seguito, ogni peccato sarà una disobbedienza a Dio e una mancanza di fiducia nella sua bontà, preferendo se stesso al suo Signore e Creatore. All’universalità del peccato si contrappone l’universalità della salvezza in Cristo.

Gesù - ci ricorda la Madre Fondatrice - ha preso su di se tutto il peso del peccato che ripiegava l’uomo su se stesso e l’ha orientato nuovamente a Dio8. Ecco perché, parlando dell’Incarnazione, si parla di nuova creazione. Incarnandosi, il Verbo divino, entra nella condizione radicale di dipendenza della condizione umana, eccetto che il peccato. Questa umiliazione di Gesù Cristo ha ottenuto quella unità della creatura che era stata disgregata dal peccato. La colpa è causa di separazione, di allontanamento e a causa di essa l’uomo si degrada, cioè perde quel privilegio di vicinanza concessagli da Dio nell’atto della creazione. Ma il nostro essere creato, sconvolto dal peccato, riacquista la sua identità solo se incorporato a Gesù come parte di lui. Nell’Eucarestia, Gesù è nell’atto del suo più grande amore. È proprio nel mistero pasquale della sua morte redentrice e del suo passaggio al Padre che ci ama fino all’estremo. Egli dà a ciascuno la possibilità di partecipare a quell’unico sacrificio. Con la sua continua presenza in noi, nella Chiesa, il Cristo ci invita a vivere la nostra Pasqua, a passare al Padre con lui morendo al peccato e vivendo per Dio. Il Catechismo (n. 1851) afferma che «il sacrificio di Cristo diventa segretamente la sorgente dalla quale sgorgherà inesauribilmente il perdono dei nostri peccati».

Mi piace ancora sottolineare due affermazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1853): « La radice del peccato è nel cuore dell’uomo, nella sua libera volontà». La stessa madre Mectilde ha sottolineato più volte che Dio ci perdona se, nonostante il peccato, la volontà è innocente9. Ribadisce il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1868): «Il peccato è un atto personale. Inoltre, abbiamo una responsabilità dei peccati commessi dagli altri quando vi cooperiamo». Spesso noi continuiamo a peccare per un deliberato senso di ribellione: il peccato infatti rende visibile la libertà del soggetto, o anche per negligenza, a volte per ignoranza. Si può diventare imperfette nel luogo della santità quando, anziché seguire la via tracciata da Dio, ci si lascia prendere da varie tentazioni e soprattutto dall’amor proprio e dall’orgoglio. Infatti madre Mectilde si chiede come sia possibile che nei monasteri dove ci sono tutti i mezzi necessari per diventare sante, in realtà invece se ne trovano pochissime? La causa sono sicuramente le nostre mancanze e negligenze. Pur avendo ricevuto il battesimo noi restiamo con questa tendenza al male che Dio ci lascia per combattere le nostre tentazioni, per far trionfare lui in noi e per dare alla grazia la forza di agire al di sopra delle nostre passioni e cattive abitudini. «In religione, siccome ci si trova lontani dalle grandi occasioni di peccato si è più colpevoli di non fare il bene, che di operare il male. Su questa verità pochi riflettono; e con il pretesto che la coscienza non rimprovera grandi colpe, ci si sente tranquille, in una certa sicurezza. Ma ci si può perdere anche in questo modo: bisogna stare molto attente»10. Bisogna essere umili e piccoli davanti al Signore, confessando la nostra indegnità, e anche se la sua bontà ci preserva dal fare il male e dal commettere tanti peccati, non dobbiamo gloriarcene perché portiamo sempre in noi la capacità di commetterli. Dobbiamo sempre ricordare che anche se non abbiamo commesso, come altri, peccati abominevoli siamo sempre nella possibilità di commetterli, se il Signore non ce ne preserva11. Per questo le anime che il Signore conserva nell’innocenza non devono credersi migliori delle altre, ma devono essere più fedeli e umiliarsi maggiormente.

Il peccato è, infine, secondo la definizione del teologo Marciano Vidal12, la negazione della speranza escatologica operante dal di dentro della storia umana. Così la teologia del peccato culmina in una teologia della conversione e in una teologia della riconciliazione e, per usare anche il termine mectildiano, della riparazione. Ecco che madre Mectilde de Bar, nonostante i suoi quattrocento anni di distanza, è viva ed attuale ed ha tante cose da dire. Ella sicuramente invita ad essere sereni, ad abbandonarsi con fiducia tra le braccia del Padre e a credere, anche tra i mali e il peccato del mondo, che tutto è Amore.

 


 

1 C. M. de Bar., Sul cuore santissimo della Vergine Maria, in L’anno liturgico. Dall’Avvento a Pentecoste, Solennità del Signore e della Beata Vergine Maria, S. Michele e festa di Tutti i Santi, a cura dei Monasteri di Alatri, Ghiffa e Milano, Glossa, Milano 1997, 381-382.

2 Cfr Ead., Lettere di un’amicizia spirituale (1651-1662). Madre Mectilde de Bar a Maria di Châteauvieux, a cura di Mariarenata Quariglio OSBap, Mariagrazia Stucchi OSBap - Ghiffa, Milano 1999, 85.

3 Cfr. Ead., Colloqui  familiari, a cura di una benedettina del SS. Sacramento del monastero di Alatri, Alatri 1987, 54

4 Ead., Rinnovazione dei voti, in Capitoli e conferenze. La vita religiosa. Il ciclo liturgico. Pubblicazione celebrativa del Terzo centenario della morte della Madre (1698 - 6 aprile - 1998), a cura delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento, monastero dell’Annunziata di Alatri, Alatri 1998, 24.

5 J. Daoust, Il messaggio eucaristico di Catherine de Bar, Madre Mectilde del SS. Sacramento, Ronco-Ghiffa 1983, 32.

6 Cfr. V. Andral, Catherine Mectilde de Bar I: Un carisma nella tradizione ecclesiale e monastica, a cura di Maria Messina OSBap di Milano, Roma 1989, 295.

7 Cfr. Ibid., 297.

8 Cfr. C. M. de Bar., Per l’avvento, in L’anno liturgico, 40.

9 Cfr. EAD, Prepararsi alla natività di Nostro Signore, in L’anno liturgico, 81.

10 EAD., Colloqui familiari, 41.

11 Cfr. Ead., Per la vigilia di Natale, in L’anno liturgico, 77.

12 Cfr. M. Vidal, L’etica cristiana, Roma 1992, 127.