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Deus absconditus, anno 103, n. 1, Gennaio-Marzo 2012, pp. 43-56
Sr. Marie-Cécile Minin osb ap
L'annientamento di Gesù Cristo nella sua santa Umanità
come via esemplare per une vita veramente cristiana,
concetto fondamentale della spiritualità di Madre Mectilde de Bar
Parlando dell’Incarnazione del Verbo in Gesù, Karl Adam ha scritto:
“Nel messaggio cristiano non si tratta solo dell'ascesa della creatura fino alle altezze della divinità, non si tratta solo d'una glorificazione, d'una divinizzazione della natura umana, ma innanzi tutto, si tratta di una discesa della divinità, di un abbassamento del Verbo divino fino alla forma servile di ciò che è puramente umano. Questo è il nucleo del più antico messaggio cristiano: « E il Verbo s'è fatto carne ed abitò in noi» (Giov. 1, 14). «Egli spogliò se stesso, assunse la natura di servo, divenne simile agli uomini, esternamente fu trovato come un uomo» (Filipp. 2, 7).
Ne segue che l'affermazione che Cristo è un uomo perfetto e completo, ch'Egli, pur essendo sostanzialmente unito alla divinità, non solo aveva un corpo umano, ma anche un'anima veramente umana, una coscienza, una volontà, una vita di sentimenti puramente umana, ch'Egli in senso pieno e vero divenne come uno di noi: tale affermazione dico, è tanto fondamentale quanto l'altra, che questo uomo è Dio.
Anzi, se ben si osserva, il dogma della divinità di Cristo riceve dall'altro dogma della piena e integrale umanità di Cristo il suo carattere e il suo contenuto specificatamente cristiano che lo distingue essenzialmente da tutte le apoteosi e da tutti i miti pagani.
(…) L'umanità di Cristo qui non è solo una semplice apparenza; non ha solo la funzione di render visibile il divino, non è solo una forma sotto la quale la divinità ci si presenta, o il punto visibile in cui risplende il divino. No: l'umanità di Cristo ha il suo contenuto proprio, indipendente, la sua funzione propria, indipendente. Essa, appunto nella singolarità del suo essere umano, è la via, il mezzo, il sacramento, per cui Iddio ci si accosta e ci salva.
(…) Nessun apostolo ha visto più chiaramente questa verità, nessuno l'ha espressa con maggior energia che S. Paolo. Assumendo la natura umana il Figlio di Dio entrò — fatta eccezione per il peccato — come membro nel complesso, nella comunità solidale, del genere umano.
Facendosi uomo divenne nostro fratello, anzi il primogenito tra i fratelli; non solo un uomo come noi, ma l'Uomo, l'Uomo nuovo, il secondo Adamo. Tutto ciò che quest'Uomo nuovo pensa, vuole, soffre e compie, lo pensa, lo vuole, lo soffre, lo compie unito con noi in una solidarietà di destini: anzi in una reale comunione di vita, morte e risurrezione con noi.
Il suo, se ben si considera, diviene insieme nostro pensiero, nostro agire, nostro risorgere. La nostra redenzione consiste in questo, che noi, mediante la misteriosa trasformazione operata dal battesimo nell'intimo del nostro essere — quindi non solo in ciò che noi pensiamo, vogliamo, compiamo, ma anche in ciò che siamo — noi veniamo incorporati a questo Dio fattosi uomo in tutta quanta l'estensione della sua realtà, dalla culla alla croce, fino alla risurrezione ed all'ascensione”.[1]
Queste riflessioni sono una buona introduzione alle seguenti considerazioni sull’annientamento di Cristo nel pensiero di Madre Mectilde de Bar. Carlo Adam aveva esaminato l’Incarnazione del Verbo in rapporto al cristiano. Prima di lui, Madre Mectilde aveva fatto la stessa cosa ma in rapporto a Gesù, seguendo in questo Pierre de Bérulle.
1 – L’annientamento di Gesù nella sua umanità
Durante un ritiro spirituale Madre Mectilde ha lasciato per scritto le sue riflessioni a proposito dell’annientamento di Gesù nella sua umanità.
Scrive la Madre:
«Il Figlio di Dio che deve servirci di esempio e al quale dobbiamo conformarci in tutto, egli che solo, come uomo, ha servito degnamente Dio, che cosa ha fatto? "Exinanivit semetipsum". Si è annientato in un annientamento inconcepibile. Per lasciar regnare in se stesso la divinità, è stato l'uomo più annientato di tutti gli uomini, tanto che mai nessuno può esserlo così fortemente, avendo egli perduto il "supposto" umano. Non posso dire ciò che vorrei, e vengo alla pratica di quel perfetto niente che vedo nel divino Gesù, il quale rende a suo Padre tutta la gloria che merita, attraverso questo annientamento in cui dimori in sua presenza, in perfetta sottomissione e rispetto a tutti i sua ordini, in uno stato di omaggio e di adorazione, in spirito di morte e di vittima in presenza di Dio, che onora perfettamente la sua grandezza, la sua santità e sovranità» (Mg 6, p. 42).
Questo stato di uomo più “annientato di tutti gli uomini, tanto che mai nessuno può esserlo così fortemente, avendo egli perduto il "supposto" umano” è al cuore della spiritualità mectildiana, il suo punto il più importante, il punto di partenza della sua specificità missione di monaca benedettine adoratrice e riparatrice.
Così, in un altro scritto di Madre Mectilde, possiamo leggere:
«Mi sembra che Nostro Signore, nel nostro piccolo niente voglia comunicarci qualcosa dell'annientamento perfetto a cui la grazia può elevare un'anima fedele fin da questo mondo; perché fin dalla prima orazione ci fu rappresentato il modo che la divina Sapienza ha usato nel mistero dell'Incarnazione, distruggerò: e annientando la sussistenza umana e terminando con la persona del Figlio quella natura umana denudata, compiendo così questa meraviglia cosi profondamente nascosta in Dio fino allora, e facendo si che un uomo fosse Dio, che conduceva una vita divinamente umana; donde il minimo sguardo, sospiro, parola, la minima azione e la più leggera sofferenza di Gesù Cristo è divina e di un merito infinito (n° 418).
È negli scritti di Pierre de Bérulle che dobbiamo cercare e trovare la fonte di questa affermazione. Madre Mectilde segue infatti qui il pensiero del Brulle espresso nella sua opera Le Grandezze di Gesù. Prima di lei, in questa sua opera, egli scriveva queste parole sul mistero dell’Incarnazione, considerando l’umanità di Gesù:
“Come il giardiniere divide e apre con un taglio il tronco che deve ricevere l'innesto, e il frutto ne sarà straordinario per l'albero selvatico nel quale viene inserito; così il Padre eterno, il divino agricoltore del Vangelo, ha scelto sulla terra una pianta selvatica, se noi la consideriamo nella sua origine e nella sua natura : l'umanità, che porta la somiglianza della carne di peccato; in essa ha separato la natura della persona che le sarebbe stata propria e connaturale e doveva naturalmente fluire dalla sua essenza esistente e attuata, e vi ha sostituito l'innesto celeste, la sussistenza divina, la Persona propria del suo Figlio, al posto della sussistenza umana che in essa è stata impedita e proibita.”[2]
Nel testo del Bérulle, troviamo lo stesso termine “supposto” usato dalla Madre Mectilde.
In Gesù, c’è una persona divina e due nature (la natura divina e la natura umana), ma non c’è la persona umana, chiamata da Bérulle e da Madre Mectilde “sussistenza umana”. Questo ne cessa di fare stupore in Brulle e in seguito in Madre Mectilde ne fa l’oggetto de a sua più grande attenzione.
In questo, infatti, consiste l’annientamento di Gesù. Il nostro salvatore ha solo la persona divine, non ha la persona umana. La sua volontà umana deve sempre adeguarsi alla volontà divina. Pensiamo all’agonia di Gesù e al suo “fiat volontas tua” rivolto al Padre suo.
Qui si trova il segreto della vita spirituale di Madre Mectilde. Il segreto del suo itinerario spirituale sta in queste parole scritte da lei:
“Solo la natura umana di Gesù Cristo ha come "supposto" il Verbo divino; ma al perfetto cristiano che entra nello spogliamento di sé è dato che Dio sia la sorgente della sua vita.” E in questa affermazione della Madre, di nuovo ritroviamo il termine “supposto” perché Madre Mectilde ha fatto della sua vita una totale espropriazione del suo io affinché potesse vivere solo in quanto possibile alla natura umana il “Io” di Gesù. Non era più lei ma Cristo che viveva e faceva in lei le sue azioni.
In questo anche risiede la santità di Madre Mectilde. Il “io” di Madre Mectilde ha lasciato il posto al “Io” di Gesù.
2 – L’annientamento nella vita di una benedettina del santissimo Sacramento
In una conferenza per la festa di san Benedetto, Madre Mectilde propone l’esempio di Gesù quale via per il cristiano e più peculiarmente per la benedettina del Santissimo Sacramento. Dice così alle sue monache:
“Datevi da fare, sorelle, prediligete il vostro annientamento e abbandonatevi totalmente, e con una immensa confidenza, a Dio presente in voi. Egli si prenderà cura di voi, farà tutto in voi e per voi. Compirà delle meraviglie a vostro favore. Svuotatevi di tutto ed egli vi riempirà di se stesso, e prenderà in voi il posto del vostro io.”
Due conferenze della Madre fondatrice[3] fanno di fondo a questa nostra successiva riflessione. Sono anche riportate alla fine di questo studio.
Con queste due conferenze, cogliamo dalla bocca stessa della Madre fondatrice che cos’è l’annientamento nella vita di una benedettina del santissimo Sacramento, che cosa lei intende con questa parola.
Nella conferenza 1900, Madre Mectilde inizia così:
“La perfezione della vita cristiana consiste nel divenire dei Gesù Cristo con una trasformazione perfetta, la quale esige un annientamento totale della creatura, cioè di quanto è soltanto naturale in noi e non è Gesù Cristo.”
Ella parla della perfezione della vita cristiana inclusa nel battesimo.
Morire a tutto ciò che non è Gesù Cristo (terzo annientamento)[4] ci rinvia alla Regola, capitolo 4 della santa Regola, Delle buone opere “Nulla anteporre all’amore di Dio”, ci rinvia anche al primo comandamento “amare Dio al di sopra di tutto”. L’annientamento si colloca dunque nell’amore come punto di partenza e punto di arrivo di ogni nostre azioni.
Morire a tutto ciò che non è Gesù Cristo, per, ecco il sesto annientamento, tendere a Gesù e, aggiunge la Madre “non bisogna mai tormentarsi se non per Gesù Cristo”. E’ un “morire a” per un “vivere per”.
Con il sesto annientamento, Madre Mectilde pone davanti ai nostri occhi il lato positivo, quando parla della tendenza continua (non di uno momento) “verso Gesù per una attrazione intima e profonda dell’anima che Gesù stesso ha toccata con le sue mani divini”.
Annientamento è dunque perdere se stessa per trovare Dio stesso in Gesù Cristo. Incluso nel nostro battesimo, l’’annientamento sviluppa tutta la sua forza nella nostra professione monastica.
Continua la Madre:
“Per essere più di Gesù, bisogna la fedeltà, cioè il movimento continuo di adesione personale al volere di Dio, per noi alla pratica degli consigli evangelici mediante la santa Regola e le costituzioni”.
Dice Madre Mectilde: “Abbiamo bisogno più di cuore che di mente”.
Questo non significa, l’abbiamo capito, scacciare la mente per vivere solo con il cuore, perche come sappiamo e come le dice la Madre altrove, per amare bisogna conoscere. La conoscenza produce l’amore. Non si ama ciò che non si conosce.
E la conoscenza che suscita l’amore. E l’amore risiede nelle volontà.
“Ciò che può maggiormente servire a far aumentare questa divina attrazione di cui parlo, è la fedeltà a praticare la povertà, l'abiezione, il disprezzo del mondo nelle occasioni che la Provvidenza divina ci presenta.” Questo per somigliare di più a dio in Gesù Cristo perché dice Madre Mectilde “Chi è più simile a lui è più unito a lui, e per conseguenza ha maggiore orazione”
Madre Mectilde dice bene: “nelle occasioni che la Provvidenza divina ci presenta” per il nostro vero bene.
La strada che ci mostra è una strada in sei tappe:
- Lasciare il mondo (scelta di vita che abbiamo già fatta)
- Lasciare il secondo mondo (monastico questa volta) costruito da noi e per noi (scelta di vita monastica nell’umiltà
- Nella scelta monastica, scegliere unicamente Gesù Cristo
- Scegliere l’ultimo posto dove sta Gesù
- Scegliere l’imitazione di Cristo
- Scegliere unicamente Gesù Cristo
Questo itinerario non è fine a se stesso, ma è in vista di un più, cioè la trasformazione in Gesù Cristo.
Con la conferenza 1694, Madre Mectilde pone il nostra nulla di creature davanti alla essere di Dio.
Si domanda: “cosa è l'annientamento, di cui tutti parlano e che tanto pochi conoscono? Per ben comprenderlo vi è soltanto da considerare che Dio è ogni cosa e la creatura è un nulla. Dio è di per se stesso, è di se stesso, è per se stesso. Tutte le creature traggono da Dio la loro esistenza; di modo che se egli per un momento ritraesse il suo concorso, tutte le creature verrebbero ridotte al nulla. Sono queste le verità di fede che siamo obbligati a credere. Per farvi ben comprendere cosa è l'annientamento (possibile che non lo abbiate mai ben compreso) vi dirò che esistono due specie di annientamento: l'annientamento passivo e quello attivo.”
Poi, Madre Mectilde da il segreto che le ha permesso di superare tutte le prove della sua vita:
Scrive sempre nella conferenza 1900:
“L'annientamento attivo si opera con la fedeltà dell'anima a cooperare con la grazia, a mortificarsi, ad umiliarsi, ecc., in tutte le circostanze di Provvidenza. Per esempio: se vi accorgete che vi si disprezza, che'vi si calunnia, che non ci si ricorda di voi, annientate i ragionamenti della vostra propria mente, i movimenti e scatti del vostro carattere naturale, mortificate le vostre passioni, l'umore, il vostro personale giudizio, non abbandonatevi alle vostre sensazioni, ecc. Ecco ciò che si chiama annientamento attivo.” Ritroviamo le sue parole “in tutte le circostanze di Provvidenza”. Non siamo noi a scegliere, è Lui Gesù che propone.
In un’altra conferenza sul mistero dell’Incarnazione, Madre Mectilde chiama Gesù, “un Dio annientato” e aggiunge che “queste due parole … contengono tutto”.[5]
Nella nostra vita di consacrazione, camminiamo su questa via dell’annientamento in Cristo, perché Lui ci ha chiamati prima a seguirlo, perché abbiamo detto di sì, e perché Lui ci mostra il cammino con la nostra Regola di vita benedettina e le nostre Costituzioni, vissute sotto la guida della Nostra Madre Priora nella comunità come fraternità.
Senza Gesù, la via dell’annientamento non ha né senso (perché siamo persone sane e non masochiste), né nessun valore. Il valore dell’offerta nella consacrazione religiosa parte da Gesù, risiede in Gesù e sboccia alla fine della vita solo in Gesù.
La vita monastica è un cammino impegnativo e serio che porta ala pienezza in Dio. Per mezzo della consacrazione monastica, Gesù vuole portare molte anime a un Dio che è Padre e che magari tante persone riconosceranno solo dopo aver varcato la soglia della loro eternità.
3 – Appendice - Testi citati in questo studio
Véronique Andral, osb ap, Catherine Mectilde de Bar – Un carisma nella tradizione ecclesiale e monastica, Città nuova, Roma, 1988.
P. 134:
«Il Figlio di Dio che deve servirci di esempio e al quale dobbiamo conformarci in tutto, egli che solo, come uomo, ha servito degnamente Dio, che cosa ha fatto? "Exinanivit semetipsum". Si è annientato in un annientamento inconcepibile. Per lasciar regnare in se stesso la divinità, è stato l'uomo più annientato di tutti gli uomini, tanto che mai nessuno può esserlo così fortemente, avendo egli perduto il "supporto" umano. Non posso dire ciò che vorrei, e vengo alla pratica di quel perfetto niente che vedo nel divino Gesù, il quale rende a suo Padre tutta la gloria che merita, attraverso questo annientamento in cui dimori in sua presenza, in perfetta sottomissione e rispetto a tutti i sua ordini, in uno stato di omaggio e di adorazione, in spirito di morte e di vittima in presenza di Dio, che onora perfettamente la sua grandezza, la sua santità e sovranità» (Mg 6, p. 42).
«Dovete essere come una capacità di Dio; e cioè dobbiamo essere talmente conformi alla volontà di Dio in noi e su di onda non aver più altra volontà e altri desideri che quelli di Gesù, con una sottomissione così intera alle sue vie su di noi, quali che esse siano: sottrazioni, crocifissioni, contraddizioni, sempre sottomesse come — fatte le debite proporzioni — l'Umanità di Nostro Signore è stata aderente alla divinità: che la nostra anima sia una capacità di Dio con la sottomissione intera e deiforme i tutto quello che sarà il suo divino beneplacito» (Mg 4, p. 182)
«Stando in solitudine...» (n° 418):
P. 134-137.
«Mi sembra che Nostro Signore, nel nostro piccolo niente voglia comunicarci qualcosa dell'annientamento perfetto a cui la grazia può elevare un'anima fedele fin da questo mondo; perché fin dalla prima orazione ci fu rappresentato il modo che la divina Sapienza ha usato nel mistero dell'Incarnazione, distruggerò: e annientando la sussistenza umana e terminando con la persona del Figlio quella natura umana denudata, compiendo così questa meraviglia cosi profondamente nascosta in Dio fino allora, e facendo si che un uomo fosse Dio, che conduceva una vita divinamente umana; donde il minimo sguardo, sospiro, parola, la minima azione e la più leggera sofferenza di Gesù Cristo è divina e di un merito infinito.
Quando l'anima scopre questo ammirabile segreto, entra in uno stato di ammirazione indescrivibile, davanti a questa novità cosi straordinaria che un Dio sia uomo, fratello degli uomini, benché meschini e miserabili, che egli viva e muoia: l'anima è contenta, perché nella persona di Gesù Cristo ha di che glorificare infinitamente Dio, per cui desidera vivere continuamente di lui con una strettissima unione e di essere tutta perduta e inabissata in lui, perché questo è il suo più grande desiderio e la grazia che sospira; grazia che però non può essere accordata se non nell'annientamento e lo spogliamente perfetto di sé, partecipando a quello della natura umana nell'Incarnazione.
Per divenire Gesù Cristo per grazia, bisogna che la grazia ci faccia entrare in una privazione di noi stessi corrispondente a quella che accadde nell'Incarnazione nei riguardi della natura umana per l'unione ipostatica, che divenne il principio della sua vita e delle sue azioni, e che gli fece condurre una vita divina e ineffabile. Infatti, Gesù Cristo non vivrà mai in noi nella perfezione della sua grazia, finché questa non ci annienti in maniera inconcepibile e non diventi, felicemente per noi, il solo principio della nostra vita e delle nostre azioni. Solo la natura umana di Gesù Cristo ha come "supposto" il Verbo divino; ma al perfetto cristiano che entra nello spogliamento di sé è dato che Dio sia la sorgente della sua vita.
È questo lo stato che io concepisco e che non posso esprimere. Tuttavia è totalmente necessario, e l'anima vi deve portare la sua principale attenzione, vale a dire che sia annientata a se stessa e viva solo in Gesù Cristo e grazie a Gesù Cristo. In questa disposizione, lo Spirito divino la possiede, la muove e la guida in tutto quello che deve fare e soffrire conformemente ai suoi disegni, in modo tale che non è lei ma Dio a vivere in lei, ma di una vita intima e profonda e cosi nascosta, che non si scopre se non per lumi particolari...
Lo spogliamente della natura umana nell'Incarnazione e operato solo dall'unione col Verbo; e l'annientamento suddette giunge all'anima solo per l'immediata unione con Dio; è la fede che le procura questa felicità incomparabile. Dio, che è essenzialmente luce e amore, non viene all'anima se non attraverso una luce amorosa che è la fede... È un raggio divino oscuro e nondimeno di uno splendore meraviglioso, che mette l'anima in possesso di una conoscenza divina di tutte le cose, e il suo fluire è la sorgente della pura orazione...
Dopo la comunione, Nostro Signore imprimeva nell'animi mia qualche conoscenza e alcuni benefici effetti dello stato sue detto e come questo fosse il primo effetto del mirabile Sacri mento nelle anime... là, l'anima annientata attinge alla sua sorgente...
Quando il fondo dell'anima è annientato dall'unione amorosa a Gesù Cristo, questo stato porta l'anima a ogni sorta di annientamenti interiori ed esteriori, cioè alla privazione delle lue umane, delle vie dello spirito proprio... alla mortificazione, alla povertà, al disprezzo e alla croce. Infine, questo fondo annientato per grazia, come abbiamo detto, genera e produce Gesù Cristo in noi, facendoci condurre una vita conforme alla sua. Questo annientamento è il principale effetto della grazia cristiana (allusione al battesimo) ed è l'unica via per tendere alla perfezione dell'amore.
Questa grazia dunque, per quanto la posso comprendere. 7 una comunicazione speciale e abbondante di Gesù Cristo nell'anima, è un'assistenza particolare del suo divino Spirito che Li possiede e vi fa la sua dimora. L'unione che ne deriva è stretta, annienta l'anima in se stessa facendola vivere tutta in Dio, per rapporto dell'anima di Gesù Cristo nel Verbo e del Verbo neili santa Umanità, e in questo appunto consiste la perfetta imitazione di Gesù Cristo. La maggior parte delle anime si applica ac imitarlo compiendo delle azioni simili alle sue, e soffrendo e operando come lui: ma tutto questo è esteriore, se non si entri nel modo in cui egli operava e viveva sulla terra, cioè (la sua umanità) condotta dal Verbo e a lui unita...
Queste parole: "non faccio nulla da me stesso; faccio sempre le opere del Padre" mi furono fortemente impresse nell'orazione e ricevetti, mi sembra, un'illuminazione su di esse, che mi faceva conoscere il progresso meraviglioso della santa Umanità riguardo alla divinità; e che l'anima, per rapporto, deve entrare in una simile maniera di operare: è anche là dove attingerà la grazia per condurre una vita tutta unita (a Dio) e annientata in se stessa. Poiché, come ogni mistero di Gesù Cristo ha la sua grazia e influenza particolare, cosi questo assoggettamento dell'Umanità santa al Verbo opera molte grazie nell'anima che contempla e vi si unisce nella fede» (n° 418).
*****
Card. Pietro de Bérulle – Le Grandezze di Gesù, ed. Vita e Pensiero, Milano 1935, pp. 44-47.
“Il segreto di questo profondo e stupendo mistero, il movente più intimo di questa opera grande, che è l'opera delle opere di Dio, il mezzo singolarissimo e sconosciuto alle celesti intelligenze, che la Sapienza divina ha trovato per congiungere così la terra col Cielo come in un punto e in un centro solo, l'invisibile col visibile in un solo soggetto, l'essere creato coll'essere increato in una stessa persona, e questo senza miscuglio né confusione di due esseri e di due creature così distanti e insieme così congiunte: questo segreto, questo movente, questo mezzo, questo ritrovato divino, è la privazione nella Umanità di Gesù, della sussistenza naturale, propria e ordinaria alla quale essa aveva diritto, e questo perché essa, nel primo istante della sua creazione, fosse felicemente rivestita di una sussistenza estranea e straordinaria. Come il giardiniere divide e apre con un taglio il tronco che deve ricevere l'innesto, e il frutto ne sarà straordinario per l'albero selvatico nel quale viene inserito; così il Padre eterno, il divino agricoltore del Vangelo, ha scelto sulla terra una pianta selvatica, se noi la consideriamo nella sua origine e nella sua natura : l'umanità, che porta la somiglianza della carne di peccato; in essa ha separato la natura della persona che le sarebbe stata propria e connaturale e doveva naturalmente fluire dalla sua essenza esistente e attuata, e vi ha sostituito l'innesto celeste, la sussistenza divina, la Persona propria del suo Figlio, al posto della sussistenza umana che in essa è stata impedita e proibita.
In tal modo, questa pianta così divisa e come scemata, diminuita, tronca in ciò che è così intimo, così proprio, e così connaturale al suo essere, porta frutti differenti e che non appartengono ad essa, ma all'innesto che vi è inserito.
La natura umana priva della sua sussistenza e rivestita della sussistenza del Verbo ha oramai un essere nuovo e differente; non già nella sua essenza, ma nella sua esistenza e nella sua sussistenza. La sua vita, i suoi atti, le sue azioni, non le appartengono più in proprio ma appartengono a Colui che divinamente la sorregge. Vi è, infatti, questa notevole differenza tra l'innesto del giardiniere e l'innesto divino di quel celeste giardiniere che è l'Eterno Padre, che mentre l'innesto naturale è portato e sorretto dalla pianta selvatica, il Verbo invece, innesto divino, è Egli stesso il sostegno di quella pianta selvatica che è l'umanità portante la somiglianza del peccato.
a) II Verbo divino è proprietario della natura assunta
Colui che con tre dita sostiene tutto il mondo è Colui pure che sostiene la Umanità in Gesù, ma in un modo più potente e più singolare; Egli la fa sua, la santifica e la deifica nella sua persona. Donde segue che la vita e le azioni di quella natura umana non le appartengono più; benché da essa procedano sempre come dal loro principio, non sono più di sua proprietà né in termini di logica, né in termini di diritto e di morale.
Mi rincresce dovermi trattenere in questo soggetto e usare espressioni che si addicono alla scuola ed alle tesi scolastiche meglio che al pulpito e a istruzioni sulla fede. Ma il lettore vorrà perdonarmi, perché vi sono obbligato dalla necessità di ovviare per modo di precauzione, alle difficoltà che ci muovono alcuni. E a questi vorrei fare una preghiera, ed è che o per modestia osservino il silenzio, o almeno si compiacciano di considerare attentamente e di approfondire le verità che la fede ci insegna, affinché si riconosca che abbiamo tutti uno stesso sentimento accompagnato dalla carità, come ci comanda l'Apostolo.
Non si accorgono che, contestando le verità qui esposte, sconvolgono il fondo del cristianesimo, il quale ha per suo tesoro e per sua sostanza le azioni e le sofferenze della Umanità di Gesù, non già semplicemente in quanto umanità, ma in quanto umanità del Verbo : umanità la quale, e nella sua natura e nelle sue azioni e nelle sue qualità, appartiene ad un Essere divino, increato, infinito, che ne rialza l'Essenza, lo stato, il merito sino ad una esistenza e sussistenza increata, sino ad una condizione e dignità divina,, sino ad un prezzo e valore inestimabile.
Le azioni della Umanità assunta non possono in termine di logica essere attribuite a lei medesima come proprie. Non convengono, infatti, esclusivamente ad essa sola, come richiede ciò che logicamente è stimato proprio; poiché convengono pure ad un supposto che è estraneo a questa Umanità, se la consideriamo semplicemente nello stato e nei limiti della natura.
E ciò è pur vero ancora secondo ogni diritto sia comune e naturale, sia divino e soprannaturale. Il Verbo eterno, sostituendosi al diritto della natura umana come persona e Persona divina, per un potere e un amore infinito si appropria quella Umanità, la unisce a se stesso, la fa sua, vi abita e vi riposa come in una natura sua propria, la tira fuori dei limiti dell'uso comune e naturale, la con- sacra con la unzione della sua divinità, e assume diritto e autorità sopra di essa, sopra le sue azioni e in generale sopra tutto quanto le appartiene.
Tutto quanto è in Gesù poggia sulla ipostasi della sua divinità : il Verbo eterno, come supposto e supposto divino della umana natura, è il proprietario di tutte le azioni e sofferenze di essa; Egli le porta, le eleva, le deifica nella sua propria Persona, portando, elevando, deificando la sostanza di essa natura umana, per mezzo della quale sono aderenti alla Divinità come per un comune legame di inerenza ipostatica.
È dunque evidente che il Verbo in tal modo ha diritto e autorità legittima di usare e disporre dello stato, della vita, dei patimenti della sua umanità come di cosa che gli appartiene ed è veramente, santamente e divinamente sua, per il potere ammirabile ed il possesso singolarissimo che si è degnato prendere di quella natura e di tutto quanto le spetta, essendo essa spogliata di se stessa e degnamente rivestita di Lui medesimo.”
*****
Catherine Mectilde de Bar, Anno liturgico e santità, ed. Glossa, Milano 2005, Conferenza 2831, pp. 320-321.
Tutte le vittime dovrebbero spirare ai piedi dell'altare. Se esse non possono spirare lì corporalmente, lo devono fare spiritualmente, ossia devono morire a se stesse, e cioè al loro amor proprio e al loro proprio spirito. Bisogna che una vittima viva di puro amore. Il nostro cuore è fatto per amare, e noi non possiamo essere privi di amore: ma lo prodighiamo alle creature, a delle bagatelle, a delle inezie! Ah! Piuttosto, perché non ci impegniamo totalmente ad amare Dio che ci ama così appassionatamente? Egli ci ha create per lui solo; egli ci ama fino a porre la sua dimora in noi sempre, senza posa, e vuole che rimaniamo sempre in lui e a lui unite. Però noi trascuriamo il suo amore ano al punto di distoglierci da lui, per indirizzarci continuamente verso le creature o verso mille fantasmi, creati dalla nostra propria immaginazione, che ci occupano per giornate intere, invece di tendere incessantemente verso Dio, di tenerci costantemente unite a Lui. Vogliamo vivere per le creature per essere amate e stimate. E questo che noi cerchiamo da loro. Oh! Che grande illusione! Così comportandoci, ignoriamo i tesori nascosti nella piccolezza e nell'annientamento.
Se noi li conoscessimo meglio, non ricercheremmo che il nulla e tutto ciò che ci abbassa, ne saremmo invaghite e non vorremmo mai venirne fuori. Datevi da fare, sorelle, prediligete il vostro annientamento e abbandonatevi totalmente, e con una immensa confidenza, a Dio presente in voi. Egli si prenderà cura di voi, farà tutto in voi e per voi. Compirà delle meraviglie a vostro favore. Svuotatevi di tutto ed egli vi riempirà di se stesso, e prenderà in voi il posto del vostro io.
Una vittima deve avere un rapporto costante con Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento. Essa non deve vivere che della sua vita, del suo Spirito, del suo amore e di tutte le virtù. Il nostro glorioso padre Benedetto ne era ricolmo, giacché l'amore l'ha consumato ai piedi dell'altare. Domar mar Benedetto lo spirito dell'Istituto che egli ha posseduto nel modo più perfetto. Preghiamolo perché ce lo ottenga con la sua preziosa morte.
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Catherine Mectilde de Bar, Capitoli e Conferenze, ed. Tofani, Alatri 1998, Conferenza 1900, pp. 185-187.
La perfezione della vita cristiana consiste nel divenire dei Gesù Cristo con una trasformazione perfetta, la quale esige un annientamento totale della creatura, cioè di quanto è soltanto naturale in noi e non è Gesù Cristo. Ciò supposto, occorre scegliere i mezzi per giungere al felice stato in cui l'anima non ha, né può avere, altre intenzioni se non il perdersi completamente nel suo centro adorabile: Gesù Cristo. Egli è, lui solo, la perfezione dei Santi del Cielo e della terra.
Il primo annientamento, nel quale si deve entrare senza riserve, è lo spogliarsi volontariamente di tutto ciò che il mondo chiama fortuna, di qualunque specie essa sia: ricchezze, onori, elevazione o gradi tra dottori e santi, amicizia dei grandi, affetto dei parenti, ecc. ed invece di tutto questo scegliere l'abiezione ed il disprezzo fino a divenire "la spazzatura del mondo" (Cfr. Fil. 3, 8-10), o il trastullo dei prudenti e saggi del secolo.
Il secondo annientamento è una rinunzia generale ad ogni stima e reputazione nel mondo della grazia e della spiritualità, vivendo a proprio agio in una via nascosta e sconosciuta, e forse neppure approvata da persone spirituali. Con queste non si deve mai contestare, ma, se è il caso, riconoscere che quanto esse dicono è buono per alcuni, e che Dio vuoi farsi servire in diverse maniere.
Il terzo annientamento consiste nel non amare che la vita consistente in questa morte totale a tutto ciò che non è Gesù Cristo; pur senza disprezzare le altre vie che nel cristianesimo esistono, aver la persuasione che Dio richiede la nostra fedeltà a non uscire da questa, alla quale egli ci chiama con tanta misericordia e della quale noi potremo scoprire la grandezza soltanto nella eternità.
Il quarto annientamento è nel rimanere quasi senza alcun appoggio sia per l'esteriore che per il proprio interno - se non da parte di coloro cui Nostro Signore si rivela e che entrano in questa medesima via. Ma questo nostro stato ci è causa di grandi timori e dubbi di spirito, poiché il demonio ci porta a credere che ci inganniamo. Se si conoscessero le angosce e sofferenze da sopportare in tale stato, non so se vorremmo impegnarci in esso; infatti abitualmente si cerca una vita spirituale che sia approvata, stimata, carezzata, sostenuta, la quale produca effetti stimati da tutti e ritenuti frutto di una terra buona. Nella via dell'annientamento, invece, la disposizione fondamentale è l'amore all'abiezione, ed anche spesso, il non operare nulla che non sia causa di scherno. Onde tali manifestazioni vengono considerate come provenienti da un intelletto alterato, da un'anima che si inganna.
Il quinto annientamento sarà di praticare i consigli del Figlio di Dio, di cui ci si scriverà un estratto ed una semplice lista, come il non discutere, mai contestare, non difendersi, offrire la guancia destra se si è colpiti sulla sinistra, ecc... Occorre aver cura di ben stabilire le basi del proprio impegno interiore, prima di inoltrarsi verso la perfezione di questo stato, poiché tutto quanto vi si deve operare e soffrire deve essere un effetto della persuasione interiore.
Nel sesto annientamento l'unica aspirazione è di tendere a Gesù Cristo e tutto il resto è considerato accessorio; poiché anche il servizio e la salvezza del prossimo sono soltanto un mezzo per giungere a lui, ed una conquista quando vi si è pervenuti; mentre non bisogna mai tormentarsi, se non per Gesù Cristo. L'orazione delle anime chiamate a questo stato è una tendenza continua verso Gesù per una attrazione intima e segreta del più profondo dell'anima, che Gesù Cristo stesso ha felicemente toccato con la sua mano divina. È un tocco che le produce un inarrestabile scivolare verso il divino Centro. E mai troviamo riposo finché non vi siamo arrivati.
134. E le altre devozioni che si usa praticare? Rimangono ancora necessarie a causa della insufficienza della iniziale attrazione Questa si perfeziona poco a poco con la nostra fedeltà, e diviene infine tanto potente da bastarci essa sola; e allora libera l'anima dalla prigionia delle orazioni comuni, delle quali si sente molto imbarazzata. Lo Spirito di Dio ha situato l'anima nella libertà perfetta, l'ha innalzata al di sopra di tutti i mezzi; onde la tiene unita a Gesù Cristo per mezzo di Gesù stesso.
Ciò che può maggiormente servire a far aumentare questa divina attrazione di cui parlo, è la fedeltà a praticare la povertà, l'abiezione, il disprezzo del mondo nelle occasioni che la Provvidenza divina ci presenta. Per fare questa orazione abbiamo bisogno più di cuore che di testa: le nostre potenze non hanno affatto bisogno di nutrirsi con molte considerazioni; basta loro la volontà determinata di andare a Cristo.
L'orazione è una unione a Gesù Cristo. Chi è più simile a lui è più unito a lui, e per conseguenza ha maggiore orazione. Ora, la pratica vera e regale del disprezzo e della sofferenza, ci avvicina a Gesù Cristo più che tutte le riflessioni e le letture. Queste servono soltanto ad eccitare i nostri affetti verso quelle pratiche.
Ibid., Conferenza 1694, p. 184.
“Vi domando, Sorelle: cosa è l'annientamento, di cui tutti parlano e che tanto pochi conoscono?
Per ben comprenderlo vi è soltanto da considerare che Dio è ogni cosa e la creatura è un nulla. Dio è di per se stesso, è di se stesso, è per se stesso. Tutte le creature traggono da Dio la loro esistenza; di modo che se egli per un momento ritraesse il suo concorso, tutte le creature verrebbero ridotte al nulla. Sono queste le verità di fede che siamo obbligati a credere. Per farvi ben comprendere cosa è l'annientamento (possibile che non lo abbiate mai ben compreso!?) vi dirò che esistono due specie di annientamento: l'annientamento passivo e quello attivo. L'annientamento passivo si compie direttamente a mezzo della operazione di Dio nell'anima. Questa operazione la rende annientata in breve se essa non oppone resistenze. L'annientamento attivo si opera con la fedeltà dell'anima a cooperare con la grazia, a mortificarsi, ad umiliarsi, ecc., in tutte le circostanze di Provvidenza. Per esempio: se vi accorgete che vi si disprezza, che'vi si calunnia, che non ci si ricorda di voi, annientate i ragionamenti della vostra propria mente, i movimenti e scatti del vostro carattere naturale, mortificate le vostre passioni, l'umore, il vostro personale giudizio, non abbandonatevi alle vostre sensazioni, ecc. Ecco ciò che si chiama annientamento attivo. Molti (cultori) di vita spirituale pensano di essere del tutto annientati quando si ritrovano come vuoti e senza attività delle loro potenze interiori; e pensano che, al momento in cui si distolgono da questo stato, escono dal loro annientamento. Ma in questo si ingannano e si trovano in un grande accecamento, perché, sotto il pretesto della passività, di fatto sono più oziosi che mortificati od annientati.”
[1] K. Adam, Gesù, il Cristo, ed. Morcelliana, Brescia, 1959, pp. 11-12.
[2] Card. Pietro de Bérulle – Le Grandezze di Gesù, ed. Vita e Pensiero, Milano 1935, pp. 44.
[3] Catherine Mectilde de Bar, Capitoli e Conferenze, ed. Tofani, Alatri 1998, Conferenza 11694, p. 184; Conferenza 1900, pp.185-187.
[4] Si veda al termine dello studio il testo completo della Conferenza.
[5] . Catherine Mectilde de Bar, Anno liturgico e santità, ed. Glossa, Milano 2005, p. 145.