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Deus absconditus, anno 103, n. 2, Aprile-Giugno 2012, pp. 55-59

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Suor Maria Cecilia La Mela OSBap
San Giuseppe: un uomo prima ancora che un santo

 

Le riflessioni che seguono sono l’adempimento di un preciso dovere di riconoscenza nei confronti di san Giuseppe, sia a livello personale che in un contesto più ampio in quanto, come asserisce madre Mectilde de Bar, «noi dobbiamo molto al grande san Giuseppe, che ha voluto deliberatamente essere il protettore del nostro Istituto e se ne prende cura in modo tutto particolare»[1].

Madre Mectilde pur risentendo della spiritualità del suo tempo e della visione agiografica influenzata dal Protovangelo di Giacomo, cioè del classico anziano vedovo piuttosto etereo, innesta tuttavia più profondamente la devozione a san Giuseppe nella visione teologica e cristologica dell’Incarnazione, leit-motiv di tutta la storia della salvezza all’interno della quale i vari personaggi ruotano, senza perdere il proprio personale apporto, attorno all’evento del Verbo fatto carne. San Giuseppe vive all’ombra di Gesù e a quella di Maria: «Bisogna poi avere una devozione tutta particolare per quei Santi che hanno avuto stretta relazione con la santissima Vergine, come sant’Anna e san Gioacchino, e specialmente per il glorioso san Giuseppe che fu suo sposo, nutrizio di Gesù Cristo e capo della sacra Famiglia»[2]. E fin qui sembra che madre Mectilde non dica nulla di nuovo; invece riesce a fare qualche passo avanti, probabilmente stimolata dal pensiero innovativo di Teresa d’Avila che contribuì molto, con la diffusione della riforma del Carmelo a chiarire e irrobustire la devozione a san Giuseppe. E sappiamo bene come proprio nel periodo della madre Fondatrice, grazie all’interessamento del cardinale Pierre de Bérulle (1575-1629), la riforma carmelitana e gli scritti teresiani vengono introdotti in Francia.

Prima di tutto va ribadito, come altre volte abbiamo avuto occasione di sottolineare in articoli riguardanti la Vergine Maria, come devozione, per Mectilde de Bar, non è mai devozionismo, pia pratica fine a se stessa, ma è un modo, direi meglio un accompagnamento, per vivere in modo pieno la dimensione carismatica del cristianesimo. Ecco, allora, che la devozione a Maria e ai santi è una via d’accesso, una porta all’autentica relazione con la Santissima Trinità abitante nel tempio santo che è la nostra persona e nel corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. La devozione è proficua, fa cioè maturare la vita umana e spirituale del credente, nella misura in cui il tributo di affetto e lo stimolo all’imitazione verso una figura eccelsa hanno poi dei risvolti pratici nel cammino di ogni giorno. Bisogna dunque onorare san Giuseppe «come protettore speciale dell’Istituto ed il grande economo dell’adorazione perpetua; ogni religiosa deve riguardarlo come padre suo proprio, suo direttore e dispensatore delle grazie che Dio vuole comunicare alle sue vittime. Ricorriamo a questo gran santo con confidenza veramente speciale, impariamo da lui ad adorare Gesù Cristo, a custodire il silenzio e a condurre una vita nascosta in Dio […]. Bisogna  proporsi di ottenere, con la sua intercessione, la grazia d’imitare le sue virtù e di essere partecipi del culto che egli ebbe per la Madre di Dio. Bisogna pregarlo tutti i giorni di proteggere l’Istituto e di provvederlo di vittime degne di essere immolate a Gesù-Ostia nel sacramento dell’altare»[3].    

San Giuseppe, quindi, non relegato in una nicchia, ma avvertito concretamente quale compagno di viaggio e sicuro sostegno nel cammino di totale adesione al Vangelo secondo la modalità che siamo chiamate a rendere visibile nella Chiesa con la nostra specifica consacrazione benedettino-eucaristica. E madre Mectilde, come riportato sopra, individua i compiti precipui di san Giuseppe a nostro riguardo: «San Giuseppe è il maestro della vita nascosta e interiore. Egli è il primo adoratore del nostro divin Salvatore»[4]. In un’altra conferenza madre Mectilde sviluppa con più chiarezza queste asserzioni. «Il giorno del grande san Giuseppe io mi trovai immersa nella considerazione di lui come il più grande adoratore del Santissimo Sacramento. Egli è stato per trent’anni in adorazione perpetua. Questo è motivo di stupore: vedere la sua autorità su di un Dio-Infante, su un Uomo-Dio che faceva lavorare alle sue dipendenze. Io resto ammirata per come potesse agire così e come non fosse, invece, preso da incessanti trasporti e rapimenti continui […]. Non crediate che i rapimenti e le estasi siano l’apice della vita interiore, no: non ne sono che debolezze. Voi vedete che quando nostro Signore comincia a comunicarsi ad un’anima, questa rimane così meravigliata e sorpresa delle sue bellezze e delle sue perfezioni divine che, non potendone sopportare il bagliore, cade nell’estasi. Però a misura che avanza nelle vie di Dio partecipa di una virtù divina che le procura forza e capacità per vedere e possedere Dio nel modo che è possibile in questa vita»[5].

Pur nelle alte vette della mistica, la concretezza e lo spessore umano di madre Mectilde non si smentiscono mai, ed ecco che per lei il falegname di Nazareth è un uomo prima che ancora un santo. Secondo la bella definizione di Alessandro Pronzato, «i santi non sono gli specialisti delle esagerazioni. Sono le creature che hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Che hanno detto di sì a se stesse. Che non sono fuggite. Che non hanno bocciato il progetto di Dio nei loro riguardi. Che non hanno affossato i sogni di Dio. I santi, ossia le creature più realistiche della terra. Le creature che hanno semplificato tutto, riducendo ad una sola parola: sì. I santi. Le uniche creature veramente “riuscite”»[6].

Tutti gli uomini possono essere biologicamente genitori (così come le donne), tolti particolari casi di non fertilità. Ma non tutti possono essere padri o madri. Cioè, non è il fatto strettamente generativo che automaticamente abilita alla paternità o alla maternità. Un uomo può essere genitore, ma non di conseguenza padre: per esserlo deve fare un cammino… così come può essere padre senza essere genitore. E l’essere padre è più dell’essere genitore perché ciò rimanda a concetti fondamentali come responsabilità, fedeltà educativa, serietà, capacità di insegnare coi fatti, guidare, sostenere, correggere… Se un genitore sa essere anche padre (o madre) è bellissimo. Ma può darsi il caso in cui si può dare la vita (non fisica certo) in quanto padre senza essere allo stesso tempo genitore.    

Quando parliamo di paternità spirituale ciò sembra evocare più un qualcosa di spiritualizzato che di reale, ma credo che l’accezione spirituale non voglia dire qualcosa di disincarnato, bensì qualcosa di reale, non frapposto, non a tutti i costi rimandato ad una sfera mistica, ma concreto, e se non carnale (nel senso della consanguineità parentale), comunque incarnato, concretizzato nella quotidianità del vissuto, dell’essere del figlio. Insomma il padre spirituale è realmente chi dà la vita, non in virtù della genitorialità ma della paternità. Siamo abituati a pensare al caro san Giuseppe così tanto come padre putativo da averne fatto una figura evanescente, relegato in un ruolo puramente protettivo fino a quasi disumanizzarlo, riducendo di molto cioè la sua dimensione paterna quasi fosse solo un attributo posticcio ed edulcorato. Il san Giuseppe di madre Mectilde è sicuramente tutt’altro! Virile, coraggioso, con mani callose di carpentiere e cuore grande, un uomo fattivo, concreto, intelligente, remissivo non per buonismo ma per intima onestà, obbediente perché attento, uomo impastato di sogni e di lavoro, di visioni angeliche e preoccupazioni… insomma san Giuseppe non è stato meno padre di Gesù perché non ne è stato il genitore: era padre a tutti gli effetti (non genitore, ma padre sì), così come a tutti gli effetti era sposo di Maria (liberamente pronto ad accettare e condividere la verginità di Lei, generoso pur nella fatica di amare senza possedere, ma per questo capace di amare sul serio…). Chissà se Gesù – e certamente è stato così – in tante parabole con un padre per protagonista, non abbia avuto davanti agli occhi, dopo ovviamente il Padre suo nel cielo – il Giuseppe padre suo sulla terra! Quando in comunità abbiamo visto il film Nativity ci è piaciuto tanto perché tratteggiava un Giuseppe umano, uomo prima che santo, in cammino e continua crescita prima di diventare il Giuseppe al quale, “stretti dalla tribolazione”, tutti i cristiani si sarebbero poi affidati!

Come fare, però, a conciliare l’ingiunzione divina riportata in Matteo 23,8-11 «non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo»? Non si tratta di un divieto, piuttosto del fatto che la paternità umana e spirituale sono un dono di Dio: entrambe vanno esercitate a nome Suo. Ecco che il padre (così come la madre) è tale nella misura in cui si rende manifestazione visibile, per il figlio, dell’unica paternità divina del Signore, aprendosi con disponibilità alla missione di essere “trasmettitore” responsabile e fedele dell’unico magistero del Cristo. Tu mi sei padre (lo stesso poteva senz’altro dire Gesù-uomo a Giuseppe) quando rifletti il volto di Dio nella mia vita! C’è una canzoncina che da bambini cantavamo a scuola: «Maria lavava [donna feriale], Giuseppe stendeva [non il vecchio con il giglio in mano, ma un uomo concreto], il Bimbo piangeva [realmente vero Dio e vero uomo] dal freddo che aveva…». Sì, in certi stornelli c’è più teologia che non nei trattati ufficiali! Basti pensare ai canti popolari pregni di verità biblica e teologica quali quelli di sant’Alfonso Maria de’ Liguori…. Apparentemente solo sentimentali, ma quanto profondi!

Uno dei maggiori studiosi di san Giuseppe, padre Tarcisio Stramare, in un intervista per Avvenire, evidenziava recentemente come «san Giuseppe è un modello quanto mai necessario in una situazione di emergenza educativa come quella che stiamo vivendo, in quanto modello di educatore, di uomo capace di vivere sino in fondo il disegno di Dio, un uomo di fede. Un santo che, nonostante la grande popolarità, resta paradossalmente uno sconosciuto»[7].

Per concludere vorrei consegnare alla visione interiore di ciascuna di noi l’affresco della volta della chiesa del monastero “San Giuseppe” di Ragusa, realizzato nel 1793 dal catanese Sebastiano Lo Monaco[8], che ritrae san Benedetto nella gloria del cielo insieme a san Giuseppe. Ebbene l’affresco, per una bella coincidenza, sembra essere una visibilizzazione delle affermazioni di Mectilde de Bar, anche perché san Benedetto, nello scenario di nubi e figure angeliche, è ritratto un po’ più basso rispetto a san Giuseppe – titolare della chiesa - e in atteggiamento di ossequio, anzi sembra quasi invitare col gesto del braccio e una lieve torsione del busto a ricorrere a lui: «San Giuseppe è molto potente: Dio, avendolo donato a noi, gli ha conferito allo stesso tempo tutto quanto era necessario per proteggerci. È lui che trasmetterà a tutte noi lo spirito del nostro santo Istituto, mentre il nostro padre san Benedetto ci darà quello della santa Regola[9]. Il nostro glorioso padre san Benedetto non proverà affatto gelosia che tutte si rivolgano a san Giuseppe nelle loro necessità»[10].


 

[1] C. M. de Bar, Conferenza per la festa di San Giuseppe 19 marzo 1672, in Anno liturgico e santità, Glossa, Milano 2005, 289.

[2] Ead, Della divozione alla SS. Vergine, in La giornata religiosa delle Benedettine del SS. Sacramento scritta dalla ven. madre Matilde istitutrice dell’adorazione perpetua, Catania 1922, 204.

[3] L. c.

[4] Ead, Conferenza per la festa di San Giuseppe 19 marzo 1672, in Anno liturgico e santità, 289.

[5] Ead, Conferenza per la festa di San Giuseppe, in Anno liturgico e santità, 287-288.

[6] A. Pronzato, La via crucis del peccatore, Gribaudi, Torino 1969, 65.

 

[7] E. Lenzi, Giuseppe vero padre e modello da riscoprire, in Avvenire 18 marzo 2012, 27.

[8]Anche nella nostra chiesa (“San Benedetto” – Catania) si conserva una pregevole opera dello stesso pittore, ossia il grande quadro (olio su tela) dell’Immacolata realizzato nel 1780.

[9] C. M. de Bar, Conferenza per la festa di San Giuseppe 19 marzo 1672, in Anno liturgico e santità, 289.

[10] Ead, Conferenza della vigilia di San Giuseppe anno 1664, in Anno liturgico e santità, 285.

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