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Deus absconditus, anno 112, n. 2, Aprile-Giugno 2021, pp. 23-46
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Sr. Maria Ilaria Bossi osb ap
“L’umorismo
di Madre Mectilde nelle Lettere alle monache
e l’arguzia in Madre M. Caterina Lavizzari
Premessa
Il tema che mi è stato assegnato si colloca perfettamente all’interno della sua intensa “cornice” benedettina, dentro un clima vivo e luminoso, dentro un mondo dai contorni chiari e definiti. Non l’umorismo o l’arguzia fini a se stessi, ma il sorriso intessuto dentro la sodezza e anche l’austerità della vita monastica, all’interno dell’esperienza concreta di due Madri, vissute in tempi e luoghi differenti, ma accomunate dalla stessa identità esistenziale e spirituale: la francese e nostra fondatrice Madre Mectilde da Bar (1614 – 1698) [1] e la lombarda Madre M. Caterina Lavizzari (1864 – 1931), che tanto peso ha avuto nel tessere la trama dell’indirizzo spirituale del monastero di Ronco di Ghiffa e delle sue successive aggregazioni di antichi monasteri benedettini in difficoltà.
Ben sappiamo, certamente anche dai contributi che mi hanno preceduta lungo questa annata, che hanno trattato specificamente del tema in esame, soprattutto in riferimento alla Regola benedettina, cosa voglia dire il “riso”, il sorriso, l’umorismo, per una figlia di san Benedetto.
Madre Mectilde e Madre Caterina Lavizzari si inseriscono dentro una tradizione ben definita. La loro umanità è monastica, ha la sostanza e il tratto più vero del monachesimo, e del monachesimo benedettino femminile. Perciò, i toni e i colori del loro umorismo, pur nelle debite differenze, hanno tutta la “stoffa” benedettina, ossia seguono le linee guida evidenti della S. Regola.
Non vorrei ripetermi rispetto a quanto già e stato presentato e sviluppato, ma semplicemente riprendere sommariamente queste linee guida, che sono, appunto, il solco vitale in cui la parola delle due nostre Madri si muove e corrobora le interlocutrici cui si rivolgono anche epistolarmente.
Prima di tutto, stiamo parlando di due Madri che presentano, anche come donne, una personalità robusta, netta e solida, connotata da un particolare spessore di vita. Quella sodezza intensa e austera, che è sempre temperata dalla discrezione e dalla misura, ossia da quel “pondus” ammirevole che san Benedetto richiede ai suoi monaci.
Le nostre due Madri hanno, innanzitutto, questi lineamenti.
L’umorismo, se c’è, può collocarsi solo all’interno di tale solidità, di questa riconosciuta forza d’animo e di carattere: un “habitus”, quello monastico, che conferisce sostanza, vigore e robustezza all’umorismo.
Non qualcosa di vuoto, di evanescente… non un riso che scoppia ed evapora subito, e che tradisce superficialità, leggerezza, ma, piuttosto, una bella tempra di sodezza e di serenità, di forte buonumore costante, che rende lieto ogni giorno, proprio perché sicuro e ben fondato sullo Sposo Crocifisso, che è Gesù Cristo, il quale rende agile il cammino e la visuale, anche quando il sole non splende, anche quando fuori è grigio o buio.
Vita aperta, serena, anche solare, ma sempre dentro… l’alveo.
E proprio perché è dentro la forza dell’alveo monastico, questo umorismo tiene, regge ogni prova e amarezza, ogni inconveniente e contraddizione.
Così san Benedetto, nella Regola, al cap. 4, avverte:
- Non dire parole vane o eccitanti al riso (v. 53).
- Non essere troppo facile al riso e alla chiassosità (v. 54).
Come al capitolo 7, sull’umiltà, il 9°, 10° e 11° grado invitano alla moderazione della lingua, al giusto contenimento del riso e della chiassosità, a fuggire ogni leggerezza e mondanità, ogni dispersione della mente, della lingua, del cuore.
Questo è il monaco: chi sa stare bene “dentro casa”. E, di questi tempi, ne capiamo tutta la valenza e l’importanza, per la vita. Prudenza, custodia, vigilanza, moderazione e discrezione, per una vita ben centrata in Dio. Umorismo sì, ma dentro un’ascesi, un cammino limpido e diritto. È questa la cornice in cui possiamo leggere il contributo delle nostre due Madri.
Non partirò dalla vita e dai tanti episodi che da qui potrei ritrovare nel cammino delle nostre due Madri, anche se, in effetti, il materiale sarebbe veramente ricco, e potremmo, dalle loro vite, recuperare molti riferimenti e spunti significativi riguardo all’umorismo. Ma rischieremmo di allargare troppo il raggio di lettura.
Per entrambe le Madri mi fermerò ad un’indagine sugli scritti, sulle lettere indirizzate alle monache, o, per la Lavizzari, anche su alcuni capitoli monastici.
Ci sarà materia sufficiente per approfondire il tema e trarne le debite considerazioni edificanti. Perché l’umorismo, ben fondato, sempre edifica!
Madre Mectilde de Bar: umorismo come… Beatitudine!
Nelle lettere della nostra Madre Fondatrice troviamo con facilità il sorriso, la garbata auto-ironia, più verso se stessa, che verso le monache. La sua carità gentile, delicata, discreta e sempre oltremodo rispettosa verso le monache alle quali indirizza le sue lettere non le permette di “invadere” indebitamente, con l’impiego dell’ironia, anche a cuore largo, il campo del prossimo.
Molto frequente, invece, nell’epistolario, è, appunto, il saper ridere di se stessa, il prendere di mira se stessa, e insegnare, far passare alle figlie il suo insegnamento, attraverso questo metodo dell’auto-ironia. Prendendo un po’ in giro se stessa, senza urti su nessuno, la dà ad intendere.
Risulta dunque molto interessante questo ‘metodo’, quale finissima ed edificante strategia pedagogica, appunto, della centratura dell’umorismo sul proprio io, per… trasmettere valori ed insegnamenti. Si scherza su di sé, anche per dirlo alle riceventi!
Non so se sia una modalità tipicamente… francese, o dell’epoca e del cliché parigino cui la Madre appartiene. Però è tanto rilevante, perché tutto, appunto, procede dal suo fine rispetto per il prossimo, dalla sua delicatezza intima. Anche da Madre, da guida, alla luce della sua responsabilità spirituale, Mectilde de Bar non si permette mai di scherzare con o sulle sue interlocutrici, per non svilire rapporti puri, tersi, profondi e che chiedono agio per la crescita interiore. Per non bloccare o rovinare i cammini.
Questo ci aiuta molto. Aiuta a rivederci, nelle nostre relazioni, nei nostri tratti e atteggiamenti verso il prossimo. Ci aiuta a sentire l’altro come un mistero e un tesoro da custodire con sommo rispetto e la debita distanza, che non sviliscono il rapporto, ma, anzi, lo nobilitano e impreziosiscono.
È noto il proverbio: “La troppa confidenza fa perdere la riverenza”.
Madre Mectilde per prima chiede a se stessa il rispetto, non abusa del suo servizio di guida, del suo “ruolo” autorevole e della sua capacità di incontro, di relazione, di aiuto e di accompagnamento autentico. Ecco, il rispetto verso le sue interlocutrici è garanzia di un accompagnamento vero e che fa meglio luce sulle anime, senza alterare, in loro, l’intimo e libero lavoro della grazia. Un riguardo profondo, sommo, che davvero ci fa riflettere e ci lascia ammirate. Se deve ridere, Madre Mectilde preferisce farlo di se stessa, e così, attraverso le sue vicende narrate con buonumore, la sua storia, le sue ferite presentate con il sorriso e con il giusto distacco da sé, la Madre fa passare contenuti vitali, importanti, colmi di bene e di vita per le sue figlie.
Una tattica psicologica veramente interessante, da valutare in tutta la sua portata e fecondità. Che ci illumina sul mistero grande delle anime, e sulla considerazione illuminata che ne ha la nostra Fondatrice, guida d’anime formidabile. Ci segna la via.
Prendiamo in esame, dal volume “Non date tregua a Dio” [2], la lettera n. 13, del 1654. Siamo all’inizio della fondazione del nostro Istituto. Madre Mectilde sta scrivendo a Madre Dorothée Heurelle, vice priora al monastero di Rambervillers. Naturalmente sente la nostalgia del suo antico nido, dove ha ricevuto la formazione benedettina; delle Madri e Sorelle, delle anime care alle quali è legata da profondi vincoli spirituali. Si evince da questa lettera la sua sofferenza intima per la responsabilità che ha, ora, a capo di quest’opera nascente che è l’Istituto delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento; la Madre non cela la coscienza della sua inadeguatezza nei riguardi di una missione tanto grande. E sente così in questo suo stato, a maggior ragione, ancora più forte e struggente nel cuore il vincolo con l’antica comunità di provenienza, cui ritorna con una certa nostalgia. Di fronte alle difficoltà presenti, sentendosi indegna rispetto all’arduo compito di guida della fondazione, vive, in un certo senso, almeno per un poco una… “fuga” del cuore. Prende spunto dalle sue infermità per far sapere alla sua destinataria il desiderio profondo che ha di recarsi a Rambervillers e di stabilirvisi, fino alla tomba, se è il caso: e così ci ride su, ed auspica un aumento dei suoi mali, pur di poter rivedere l’amata Comunità. Ecco quanto scrive:
“Ho degli attacchi molto forti e non voglio prendere rimedi, affinché i medici mi ordinino come unica risorsa le acque termali, e Dio sa come correrei diritta a Rambervilles. La mia cura la farei proprio lì e, se piacesse a Dio, anche la tomba, senza preoccuparmi di tornare. Ecco una piccola arguzia delle mie, ma purtroppo dura poco, perché abbiamo tanto poco tempo per respirare che a malapena ne troviamo per distrarci. Ma in realtà, se questo male al braccio non mi costringe a fare un viaggio, non vedo da tempo la possibilità di sperarlo; bisogna quindi pregare perché aumenti il mio male; non è tanto grande come vorrei. Sono stata ammalata per oltre due mesi, con febbre e gran debolezza di petto. Quel che è peggio, avevo le gambe e i piedi tanto gonfi, che tastandoli restavano le impronte e quindi pensavo di stare male per davvero. Ma di tutto questo, la natura in me si prende gioco, o nostro Signore se ne ride, perché vi passo sempre sopra e non fiato. Ho trascinato così la mia povera vita. Ora fisicamente sto molto meglio, ma sempre malissimo quanto allo spirito, giacché sono sempre opposta a Dio in modo da far pietà”.
Quando parla delle altre monache, della loro salute, si fa seria: “Suor Marie de Jésus (Chopinel) soffre molto nel corpo e nello spirito da quattro o cinque giorni. Continuate a pregare”.
Cosa emerge, tra le righe di questo brano?
Che la Madre, da brava monaca, non idolatra la sua salute. Sarebbe disposta a stare anche peggio di come sta, pur di rivedere le sue antiche Sorelle di Rambervillers!
Le amicizie spirituali, i legami dello spirito per lei valgono più della salute, più della vita! Questo è molto edificante. Parla con umorismo, delle sue pene fisiche, ma, quanto distacco da sé vi si legge, quanta libertà dalla sua natura, dal suo corpo. Si rammarica del suo stare “sempre malissimo quanto allo spirito”, questo è ciò che più le preme. Le preme Dio, le preme la salute dell’anima, le preme ritrovarsi con le sue care Sorelle di un tempo per condividere le cose più grandi. È il segno che la Madre vive in Dio, e vuole Dio. L’umorismo è veicolo, per affermarlo.
Nella lettera n. 16, indirizzata alla Madre Benoîte de la Passion, parlando di una terza persona, ancora rivela la sua carità e santità, scrivendo che, per le pene che questa le procura con i suoi discorsi, e la fatica che richiede, “se Dio l’ha scelta per questo, dobbiamo sopportarlo come Lui vuole”[3]. Con il filo, sempre discretissimo, dell’umorismo, passa dunque alla lettura soprannaturale. Tutto, anche le maldicenze, sono lette dalla Madre dentro un disegno provvidenziale di Dio, e dunque benefico, in un santo distacco da sé, dal suo benessere, dalla vita al riparo dai problemi e dalle insidie. L’umorismo qui è vera presa di distacco dalle situazioni, per lèggere ciò che accade, e che Dio permette, con una bella dose di accettazione, di realismo, di oggettività, e, quindi, di autentica ed intima accoglienza.
Il realismo con se stessi, nell’accettazione della vita e delle situazioni incresciose, che permettono una bella morte al proprio io, è anche motivo della lettera n. 41, a madre de Saint- François de Paule. Questa lettera è preziosa, anche perché rivela la grande maturità umana della Madre, che è larghezza di mente, di spirito e di cuore. Ascoltiamo:
“Finisco per rispondere ad alcuni punti della vostra lettera. Anzitutto per quanto riguarda le penitenze: non vi siate troppo attaccata, e quando non vi sono permesse, rimanete tranquilla come se avessero ascoltato la vostra richiesta. Comprendete bene, mia carissima figliola, che il vostro grande e principale compito è quello di morire a tutti i desideri, a tutte le scelte e a qualsiasi attacco, per essere interiormente libera di prendere il volo verso Dio. Non siate attaccata a niente. Siate sempre nella volontà di fare tutto il bene che vi sarà possibile e oltre, ma senza inquietudine, indifferente a tutte le indicazioni dell’obbedienza, ricordando che tutto quello che potete desiderare di buono può essere inficiato dal vostro amor proprio e da qualche impetuosità della natura interiore; ma nella morte, tutto si purifica.
Non temete di restare senza sofferenze; non lo sarete mai. Dio ne farà nascere le occasioni, all’interno o al di fuori di voi. Fissate la vostra pace, il vostro riposo e il vostro amore in Dio solo, e non in qualunque altra cosa creata per buona che sia. La fede nuda sarà per voi vita e sentiero per il quale passerete in Dio; ma, cara figliola, questo sentiero è tanto più austero in quanto è la morte dell’amor proprio. In questa via le riflessioni, i ragionamenti, i gusti, le soddisfazioni agonizzano. Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno, il quale grida che muore di fame, che non può sopportare una distruzione così crudele; e ciò senza preoccuparsi di noi stessi. Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto”.
Umorismo come presa di distanza da sé, dal proprio egoismo, in fondo, dai propri umori e stati d’animo, da quella benedetta sensibilità che, soprattutto nella nostra epoca, tanto ci affligge, e in fondo, ci tiene schiavi, legati vilmente a noi stessi, perché è il filtro preferenziale e spesso assoluto sotto la cui lente si legge tutto, a scapito, appunto, della vera salute dell’anima e del suo cammino, della sua crescita e salvezza.
Notiamo ancora, in questo brano, il realismo della Madre. Il sorriso è sempre accompagnato a una benefica dose di realismo. Togliamoci le illusioni di poter vivere tranquilli, senza soffrire… scordiamocelo! Lo dice sorridendo, ma come ce lo dice bene, senza remore, senza sconti, senza edulcorazioni. E questo è far crescere. Parlare chiaro, con fortezza e fragranza.
Umorismo e libertà: altro incoraggiante ed allettante binomio! “Non siate attaccata a niente. Siate sempre nella volontà di fare tutto il bene che vi sarà possibile e oltre, ma senza inquietudine, indifferente a tutte le indicazioni dell’obbedienza…”. Via libera a tutto ciò che il Signore dispone e prepara, ma, soprattutto, libertà da sé, dai propri programmi e progetti, dalle proprie idee e visuali: “Non siate attaccata a niente”… Umorismo e libertà, respiro di un’anima che sa ridere di sé in tutto ciò che le capita, e, dunque, riesce a non prendersi troppo sul serio negli avvenimenti e nelle circostanze in cui incorre.
Così, l’umorismo come accettazione pacificata del reale produce umiltà, come anche viene dall’umiltà. Chi non è umile, non può accettare le cose come capitano, o come cambiano. Chi non è umile fa il difficile, il polemico, sta a questionare su tutto, e così non accetta niente, tutto gli va storto.
Madre Mectilde ci parla con una trasparenza adamantina, qui: “nella morte, tutto si purifica”. Se non sai morire, a te, al tuo amor proprio, addio! Non prenderai mai la vita dal verso giusto, non saprai riderci su, con un po’ di soavità e di leggerezza positiva, e tutto sarà fatica, pesantezza, dolore. Morirai lo stesso, senza voler morire. Ma morirai male.
Il buonumore, il sentire poco o niente di sé, cui la Madre invita come porta aperta al sorriso e all’umorismo, questo, sì, allenta ogni tensione, fa “morire” bene e in pace, purifica e dà salvezza, conferendo la vera pace all’anima. E in questo modo l’umorismo racchiude un gran bel segreto di sapienza e di vita sana. Si sta meglio anche in salute, perché, sapendo ridere di sé, ogni tensione umorale si allenta, distende e rinfranca.
Ma per arrivare a questa tavola di salvezza, ci vuol coraggio, un gran coraggio. Ci vuol fortezza con se stessi. La morte ché dà vita uno se la deve voler dare! “Bisogna oltrepassare tutto questo e sentire i lamenti e i gemiti del nostro interno, il quale grida che muore di fame, che non può sopportare una distruzione così crudele; e ciò senza preoccuparsi di noi stessi. Bisogna risolversi a perder tutto, se vogliamo guadagnare tutto”.
Bisogna! Dice la Madre. Ma questo: Bisogna!, non è volontarismo. È spirito di fede e abbandono, resa nelle mani di Colui che ci possiede.
Umorismo ed eroicità. Umorismo e slancio intimo, di fede, di abbandono, di consegna totale di sé. Umorismo e ascesi. Niente di facile, allora, l’umorismo, così come ce lo presenta Mectilde de Bar. Niente di estemporaneo o di sentimentale. Piuttosto, un cammino di vita, un itinerario ascetico che ha come frutto e come approdo la pace di nostro Signore, in cui, con il distacco sorridente e umile di sé, si impara a riposare. E si arriva, con questa costanza di buonumore, a non volere nient’altro che Lui, e nient’altro più di Lui. Beato umorismo! Umorismo come Beatitudine.
Ed ecco, al culmine di questo itinerario di fede, il bell’augurio, molto intelligente, con cui Madre Mectilde congeda la cara destinataria, a conclusione della lettera citata:
“A Dio, in Dio, Egli sia sempre benedetto! Vi esorto a essere molto lieta, libera e disinvolta; non siate troppo seria con le vostre sorelle, in modo che il vostro umore troppo concentrato sia loro di peso. Fate apparire la gioia nella vostra santa prigionia di Dio, per incoraggiare i piccoli all’amore di Nostro Signore, imitando san Paolo che si fa tutto a tutti per guadagnarli tutti” [4].
Il buonumore e la letizia sono dono di un’anima libera, non appesantita da se stessa.
Se diventiamo pesanti, rigide e accigliate, è perché ci “possediamo” ancora, siamo ancora centrate in noi stesse, preoccupate di noi, più che di Dio; se siamo indisponenti, è perché ci occupiamo del nostro io più che di andare a Dio, e questo non va bene. Se a una monaca non va bene niente, se è polemica su tante cose, significa che ancora non ha a cuore Dio, le importa poco di Lui, perché è ancora occupata di sé, ingombra di sé, ricca di se stessa, e questo le fa male, molto male. Al contrario, la povertà intima produce la gioia, la serenità, la bontà, la dolcezza, la soavità ed amabilità di tratto e di parola, che attirano grazie e benedizioni su chi le manifesta. Sono note, queste, che ricordano molto da vicino il magistero così sereno e intenso di san Francesco di Sales [5].
Quante volte, anche ne “La Giornata Religiosa”, l’insegnamento monastico di Mectilde de Bar punta qui, a rendere amabili: pensiamo soltanto al capitolo sulla ricreazione.
Insegna la Madre in questo capitolo: “le Sorelle saranno carità vivente le une per le altre. La virtù addolcirà il temperamento più rude. La comunione frequente e il rapporto continuo con Dio nell’orazione smusseranno le angolosità dei caratteri e renderanno più dolci e disponibili. È così bello infatti trattare con anime in cui Dio occupa il primo posto!” .[6]
Guai, dunque, a portare a ricreazione uno stato d’animo depresso, cattivi umori, volti imbronciati… così facendo, le monache vengono meno, oltre che alla carità fraterna, anche alla virtù, se non al voto della castità, perché non si consegna a Gesù il proprio cuore, con i suoi stati d’animo, le sue emozioni e moti; ma lo si trattiene, lo si tiene in mano; in una parola, lo si possiede ancora. Se ne resta malamente proprietarie. Invece, l’allegria espropria!
L’allegria è povertà di sé, per arricchirsi del prossimo, e, in fondo, di Dio.
Chi ‘possiede’ Dio solo, o meglio, è posseduto da Lui, è sempre contento, sempre con il cuore in festa, perché agisce sempre “nel puro spirito di Gesù” e riesce a “vedere in ogni cosa la volontà di Dio” [7].
Che grazia, saper ridere di sé, e riderci bene, perché il cuore è in Dio, riposa in Lui!
Lo vediamo dalla lettera successiva, indirizzata alla medesima Sorella, già nel suo incipit:
“Cara figliola, la divina Provvidenza vi mortifica mortificando me e togliendomi la possibilità di finire una lettera per rispondere alle vostre, lettera che è cominciata da più di due mesi. Bisogna benedire Dio nel sovraccarico in cui mi trovo…” [8].
Che bel modo di scusarsi ha la Madre, con colei alla quale scrive!
Si scusa del ritardo nello spedire la sua lettera, dicendo alla Sorella che è la Provvidenza che la mortifica, mortificando nella scrivente la possibilità di dare corso e terminare lo scritto… Un bel modo garbato, davvero molto fine, arguto e soave insieme: ma quanto umorismo c’è dentro! Quanta delicatezza… Un’altra direbbe: “sono troppo oberata, non ce la faccio più…”. Mectilde de Bar no. Usa la finezza del sorriso gentile, che suscita simpatia e comprensione in chi attende la lettera, quando legge. Lei benedice Dio nel “sovraccarico” di lavoro, e parla di “mortificazione della Provvidenza”, dunque… una mortificazione provvidenziale, benedetta!
Tutto è sempre visto in Dio, dentro la Sua sapiente volontà, e così tutto diventa agile, libero, conveniente, senza storie, persino bello e facile. Beata serenità, davvero!
Sempre dunque c’è, in Madre Mectilde, questa dimensione della Beatitudine per quanto concerne l’umorismo. L’umorismo come Beatitudine in Madre de Bar ci parla, così, della sua freschezza, della sua agilità di spirito, come Madre. Della continua giovinezza della sua anima.
Una vera Madre rimane sempre giovane, anche se cronologicamente anziana. Anziana, ma non appesantita nello spirito! Così, Mectilde de Bar è discreta, gentile, finissima, ma agile nella sua soavità, che sa far leva sull’umorismo per allentare i toni e non indurirli, come per trasmettere un insegnamento più dolce, che tempri la necessaria austerità della sua sostanza. Un umorismo beato, che proietta nel soprannaturale, che punta sul divino, senza compromessi, ma soavemente, alacremente, con una santa dolcezza. Davvero c’è molto da imparare da queste Lettere della Madre. C’è tutto uno stile di pace, di benevolenza, di maturità spirituale da assimilare e da praticare, come sue degne figlie!
Io qui non ho indicato che alcuni piccoli spunti, ma ancora ce ne sarebbe da approfondire!
Mi limito, a conclusione di questa parte, a citare soltanto la Lettera 53, indirizzata a una sua “amatissima nipote” il 4 marzo 1670. Si tratta della figlia della sorella, di Françoise Lhuillier Gaulthier de Vienville. La giovane è in pena, e madre Mectilde le scrive, per consigliarla e farle animo. Qui sì che la Madre si permette di… prendere un poco in giro la sua destinataria, ma sempre con fine garbo. Evidentemente, trattandosi di una sua parente stretta, giovane e con la quale sicuramente è in grande confidenza, non teme di provocarla un poco, per farla reagire. Ma si tratta, appunto, di una sua consanguinea, è di famiglia, e dunque se lo permette. Ecco cosa le dice:
“… non avrete mai altro sollievo se non per questa via di sottomissione del giudizio… […] Decidetevi dunque a far questo, giacché Dio lo vuole da voi; con questa morte del proprio sentimento dovete morire. Quanto alla morte corporale, non dovete affatto temerla: mai le vostre pene vi faranno morire. Non si muore per questo genere di sofferenze; oso assicurarvi che non dovete aver paura di nulla. Ma, nipote carissima, aiutate un po’ voi stessa con la sottomissione”.
Ancora il fine umorismo, che, con la sottile celia, la piccolissima burla, fa comprendere alla nipote che ha troppa paura di abbandonarsi a Dio, è troppo in pensiero per la sua salute fisica e spirituale. Praticamente le dà della vile, ma lo fa così bene, con tale garbo e delicatezza, che quasi ci si passa sopra e non ce ne si avvede!
Ci insegna veramente tanto questa finezza dell’umorismo di Madre Mectilde, che, con il sorriso, sa portare a Gesù Cristo e rafforzare il coraggio e la risolutezza dell’indirizzo di vita delle sue interlocutrici. Sempre, nelle Lettere, la de Bar è forte e trasmette la fortezza come dono, oltre che come virtù. E il sorriso raffinato e bello ne è il buon strumento.
Potessimo servircene di più, così, al giorno d’oggi, dove troppo spesso l’immediatezza e la facilità dei rapporti interpersonali ci fa dimenticare questo stile di vera e incisiva comunione, nel rispetto profondo per il mistero dell’altro.
Madre Caterina Lavizzari: l’arguzia è la sua forza, l’umorismo il suo segreto
Altra madre, altra tempra. Al profumato garbo francese fa posto, qui, il buon nerbo lombardo e montanaro, essenziale e concreto come la sua ridente e asciutta Valtellina [9].
L’umorismo di Madre Caterina è, prima di tutto, proprio della sua persona, una costante della sua calda umanità. Amabile, aperta, solare, simpatica di natura, la bellezza della prima Priora di Ghiffa è certamente anche tutta umana, naturalmente umana, e della più spontanea naturalezza. Avvince, la Lavizzari, con la sua personalità forte e acutissima, e al tempo stesso malleabile, serena, umile e duttile, vulnerabile in tutto e per tutto alla grazia, ma, quanto mai favorita dall’alto come Superiora. Le sue doti di governo sono state e restano, crediamo, inimitabili. Molto le deve la Comunità di Ghiffa, e, insieme, le Comunità di aggregazione.
Madre Caterina è stata per tutte le Case nate da Ronco come un piccolo sole, sempre molto bene al suo posto, sotto il Sole Eucaristico, a cui si è tutta votata, ma, al tempo stesso, sicura, personalissima, agile, creativa e sensibilissima alla grazia come al prossimo.
La Lavizzari ha dato l’impronta, lo stile alla Comunità venuta da Seregno, e poi al cosiddetto “ramo” della Federazione di Ghiffa. Il suo stile, il suo indirizzo di governo è stato molto bello. Robustissimo, disinvolto, limpido, “retto e netto”, “spiccio”, secondo espressioni a lei care, eppure, ad un tempo, disponibilissimo al nuovo, accogliente, sensibile sempre a “ospitare” l’umano e a non tradire la speranza e tutte le possibilità al futuro del cammino personale e di ogni anima affidatale.
Se noi, a Ghiffa, come nelle Comunità che sono nate dalle aggregazioni al “nido di Ronco”, vogliamo ritrovarci, ricoprirci nel nostro spirito originario, e recuperare ‘smalto’, oggi, nel 2021, non abbiamo che da andare a leggere e meditare l’esempio di vita della Lavizzari, e a riflettere sui suoi scritti: dal ricco epistolario [10], per molti versi ancora inesplorato, ai numerosi Capitoli monastici alla Comunità di Ronco [11]: c’è materiale ricchissimo a cui attingere, per renderci conto della potenza della sua parola ispirata, diritta, adamantina e arguta, che comunque non fa sconti e non lascia scampo, e, anche facendo sorridere, sempre chiama alla conversione.
Da dove partire, dunque, per spiegare un poco la sua arguzia?
Sarebbe ameno nominare divertenti episodi di vita, sempre colmi di semplicità, rintracciabili nella sua biografia. Madre Caterina è simpatica, e attira le anime a Gesù anche per mezzo della sua simpatia, del suo candore limpidissimo, se pur mai ingenuo. Al candore si unisce una saggezza e un realismo virile, fermissimo e oculato, perspicace, avveduto. Anche per lei, come già per Madre Mectilde, umorismo e realismo vanno a braccetto.
Ma vorrei, piuttosto, prendere in esame – e anche qui si tratta solo di spunti – innanzitutto la materia dei suoi Capitoli, perché di qui passa tutto il suo stile ed indirizzo di governo.
Per dimostrare come l’umorismo sia nel suo insegnamento un agile e concreto, molto concreto “trampolino di lancio” per andare a Dio per via direttissima, per portare a Dio infallibilmente le sue figlie. Questo ha avuto fortemente a cuore madre Caterina: formare vere monache, spose “bruciate” dall’amore di Cristo, immolate al carisma di riparazione, perdute nel grande mistero di Dio, senza più ritorni su se stesse.
E, per esprimere il suo programma, la Madre si avvale anche della nota arguta e dell’espressione faceta, che, per natura, le sono tanto facili. Ecco la sua parola netta:
“Tutto dobbiamo fare con spirito di fede, fosse anche il semplice inchino alle nostre Sorelle, alle nostre Madri. Gesù è così umile che si nasconde dietro i Superiori… […] Non si deve vedere la Suora A o la Suora B in modo diverso, perché hanno diversa voce e diversa statura… ma in entrambe si deve vedere la Figlia del Santissimo Sacramento. Così, una che ha la voce grossa, procurerà di abbassarla; un’altra che l’ha sottile, cercherà di alzarla, in modo che tutt’e due parlino come vuole la santa Regola. Una cammina in fretta e l’altra adagio: esse vedranno di uniformare il loro passo, in modo da camminare religiosamente. È come per i preti: in privato uno raggela, l’altro sbuffa; ma, portando il Santissimo Sacramento, essi misurano i passi ad uno stesso stampo…”.
Con il sorriso, notiamo il tratto molto acuto e pratico, che va al dritta e soda al problema, guardandolo bene in faccia: non si ferma alle apparenze, alla forma, al modo di fare, ma punta alla sostanza, sempre. Non importa come sei, nemmeno che carattere hai… tutto questo non conta, passa in secondo piano rispetto al tuo essere monaca, Figlia del Santissimo Sacramento!
Prendendo la forma di Cristo ( e non è semplicemente un ‘uniformarsi’ a Lui, alla Regola, alla Vita comune…) tu ricevi la tua vera identità. Idee chiare, concrete, ben salde e centrate, senza perdersi in aspetti transeunti, che in fondo non contano.
Pensiamo a come questo vale oggi! A come, anche nella vita ecclesiale, parrocchiale, troppo spesso, infelicemente, ci si perde in questi aspetti, che in fondo non contano: il Parroco è così, fa cosà, il tale si comporta così e così… via, via, ci dice la Madre! Liberati da questi pensieri… Porta Gesù: dona Gesù! Che importa il resto?!
Come è bello, anche per una religiosa, per una monaca, vivere a questo sano e autentico livello, senza perdersi ai piani bassi. Rettitudine, nettezza, e buonumore. Guardare a Gesù Cristo, mirare a Lui, volere la santità nel concreto ordinario, accettando la realtà, accogliendo le persone così come sono, e apprezzandole come portatori e portatrici di Dio, con cuore libero, sgombro, povero. Il sorriso apre, in questo caso, ad accogliere a cuore aperto ogni cosa così com’è e come si presenta, senza sollevare problemi, da parte nostra. Senza ragionare, perché
“…alle anime che ragionano il diavolo accende un po’ di ‘fuoco di bengala’, ed esse si compiacciono di queste false meteore… Ma l’anima umile è fuori dal tiro di queste illusioni, se lo vuole. Invece, quella orgogliosa innalza il suo campanile, vi sospende le sue campane, e grida: ‘venite a vedere la mia perfezione!’ E mentre essa sta a guardare in alto, ammirando il suo edificio… patatrac!”.
(Capitolo del 3 marzo 1926)
Un umorismo concreto, che sfata illusioni e intimismi, spiritualismi falsi delle “anime belle”, presuntuose, che pensano al proprio trono, anziché alla gloria di Dio:
“Vi è una riparazione falsa: preghiera… corda… vittima… Vi è qualcosa di albagià, di poesia, ma… toccate un poco queste anime sul vivo, sull’amor proprio, contradditele un po’… Per carità! ‘Toccate i monti e mandano fumo!’. Esse sanno ben dire: ‘Se avessi cento vite in luogo di una, Te la donerei!’. In pratica…domandate loro un capello, sarà già troppo!”.
Via i fantasmi, le maschere, le illusioni. Non serve a nulla difendersi e tenersi in alta considerazione in monastero. A che vale, se no, il nostro esserci donate: serviamo noi stesse, o Gesù Cristo?! E anche per le figliole arrivate da poco in monastero, la sua parola è franca e forte:
“Mie care Postulanti, ecco il vostro programma.
Non abbiate paura di mostrarvi imperfette, ma desiderate che vi si conosca, per poter curare la vostra malattia e guarire il vostro spirito, così come ogni ammalato desidera risanare il proprio corpo. Siate convinte di essere figlie di Eva, la quale vi lasciò come dote la triplice concupiscenza.
Non difendete mai i vostri difetti! Cosa direste del Signore se, fuggendo in Egitto, avesse continuato a dire: “Quanto è penoso lasciare la propria casa; com’è pesante questo viaggio attraverso il deserto; come soffro dei dolori di Maria e di Giuseppe!”.
Poi, se il Bambino avesse detto, incontrando una donna: “Guarda che cosa mi fanno!”, e avesse mendicato la sua compassione. Successivamente, incontrando un levita o un sacerdote dell’antica Legge, avesse detto: “Povero me! Si sa..., il sacrificio bisogna farlo!”.
Non avremmo detto al Bambino, in tal caso: “Ma, non sei la Vittima del genere umano, che si offre volontariamente al Padre? Dov’è il Tuo desiderio di immolarTi, di soffrire per tutti? Dov’è la Tua sete di un battesimo di sangue, che nutristi già nel presepe? Tu, che non bramavi che la Volontà di Dio, perché andasTi a cercare la misera elemosina di un soffio di compassione ...?”.
A sinistra un mentino, a destra una caramella, e dietro le spalle ..., forse una disapprovazione.
Si possono avere queste forme nel proprio animo, scriverle nelle lettere, dirle in parlatorio, anche in Confessione..., ma è sempre amor proprio! Si fa “tavola-mulino” fra Maria e Giuseppe: “Si, Giuseppe, Maria è buona..., ma...!”; “O, si, Maria, Giuseppe è buono..., ma...!”.
Non illudetevi! Il mondo se ne intende molto bene, e quando vede queste mezze donazioni, dice senz’altro: “Chissà se tornerà alle cipolle d’Egitto!”.
(Capitolo del 21 ottobre 1927).
Così raccomanda alle Oblate, le Sorelle addette alle commissioni o mansioni esterne, al Capitolo del 22 giugno 1929:
“Non tornate mai sulle cose viste o udite in passato. La vostra testa deve essere vuota come una zucchetta, affinché Dio la riempia. Talora si è passata un’ora in silenzio, ma la testa, avendo sempre lavorato, ci ha fatto essere altro che Angeli! Donnette piccine piccine, per non aver voluto essere piccole al modo giusto. Attente, questa settimana: sembra una cosa da nulla, ma voi vedrete quale profitto trarrete da questa pratica. Pensate al vostro buon Angelo, imitateLo, e nessuna parola inutile. Egli non parla mai.
S. Francesca Romana godeva della visione del suo celeste protettore, ma Egli non le parlava mai; tutt’al più le dava ... una scoppola”.
E nel capitolo del 3 marzo 1926, sulla semplicità dell’obbedienza dentro la vita comune:
“Se si dice ad una Religiosa: ‘Scrivi due più due’, e lei pensa che sia più giusto scrivere ‘tre più uno’, sebbene la somma in entrambi i casi sia sempre quattro, ella si è ingannata, perché una vera Religiosa si attiene con esattezza a ciò che concerne la vita comune, ed esegue con obbedienza ciò che la riguarda personalmente. Volete andare in Paradiso col mezzo più comodo? Obbedite, e potrete rispondere a tutti: In questo modo sono sicura di far bene”.
Vediamo com’è arguta, concreta la sua parola. Insegna in modo ameno e con cuore dilatato, ma sostanzioso, con esempi pratici che si imprimono nelle menti semplici e recettive delle numerose monache, in maggioranza giovani e poco esperte. Non gira attorno ai concetti, non usa paroloni… incide, la parola di Madre Lavizzari, e fa scuola, forma e forgia, indelebilmente, quegli animi trasparenti e genuini delle prime generazioni di monache di Ronco. La virtù, la formazione gliela imprime con chiarezza indelebile, inequivocabile, con tocco sempre sereno.
Il 30 giugno 1930, ecco dei consigli quanto mai pratici alle sue figlie, e sta parlando a una Comunità giovane, piena di vita e di promesse, che cresce di giorno in giorno, sorprendentemente, sotto la grazia dello Spirito:
“Reciprocamente non permettetevi alcuna famigliarità; alcuno di quei piccoli giudizi che nuocciono tanto alla carità. Non siate come i farisei, che vedevano la paglia nell’occhio del loro prossimo e non si accorgevano della trave che avevano nel loro!
Gesù disse a Pietro: “Che t’importa? Tu seguimi! Fa’ bene ciò che fai; pensa che dovrai rispondere di te stesso! Amami, dammi tutto il tuo cuore; bada alle radici dei tuoi pensieri ed azioni; non ricercarti in niente!”. Badate a non richiamare mai l’attenzione delle altre su qualche mancanza di una delle vostre Sorelle. Una volta un Novizio andò a dire molto seriamente a S. Filippo Neri: “Un tale si guarda intorno invece di tenere gli occhi sul Lezionario ..., e poi fa la tale e la tal altra cosa!”. “E chi te l’ha detto?”, rispose il Santo. “Nessuno, ma l’ho veduto io !”. “Ciò prova che tu sei distratto, che non preghi ..., che sei curioso; dunque sei tu che manchi!
E queste piccole passioni ti accecano e ti fanno vedere forse le cose sotto colori meno esatti ... . Dunque, tu farai la colpa in refettorio ..., e tre giri con gli occhi bendati. Ricordati della grande parola: Non giudicate, e non sarete giudicati!”.
Voi, care principianti, non ditemi che siete già morte, perché non vi crederei. Quante volte vi si potrebbe dire: “Perché questi piccoli confronti che nascono dall’io, se non perché siete ancora tanto piccole?”. Ripetete piuttosto a voi stesse: “Bada a te, che t’importa? Che apostolo senza Spirito Santo io sono. Emittet Spiritum Tuum! Fammi grande! Ti amo! Advegnat Regnum Tuum!”.
Aneddoti, esempi ordinari di vita, fatti, più che parole. Con che chiaro e in fondo austero indirizzo. C’è aria di famiglia, a Ghiffa, ma dentro la virtù soda e provata, di qui non si scappa. Per la grazia dell’anima, per dare vita a Gesù in tutte e in ciascuna.
La Comunità, come lei l’ha cresciuta, e salvaguardata, non teme borghesismi e rilassamenti.
Va sempre agile al dunque, alla prassi la Madre. Con la giusta arguzia che ruba il sorriso, ma intanto… intanto va sempre giù bella dura, e senza fare sconti ai difetti, alle debolezze, alle incrinature da raddrizzare, senza lasciare vita all’amor proprio.
Vera Madre, che indirizza allo Sposo divino.
Uno stile più incidente di quello della Madre Fondatrice, più massiccio e sì, anche invasivo. Molto diretto, proiettato concretissimamente al suo prossimo. Ma simpatico, che si accoglie! Simpatico, e ben accetto, naturalmente, alle anime che desiderano convertirsi, cambiare nel profondo, lasciare i panni vecchi. E se le monache non sono questo, non vogliono la conversione… ahimè, c’è poco da fare!
Infatti, parlando del santo Padre Benedetto, il 10 luglio 1931, quasi al termine del suo cammino terreno, vediamo che la Madre rincara la dose, presentando il nostro Fondatore giovane, a Subiaco, tutto perso in Dio nel sacro speco:
“Che scuro, che umido, che languore in quella grotta! Chi sa: il papà, la mamma, gli amici ... . Potevo farmi un nome; distinguermi facendo del bene... Qui mi seppellisco... e... se muoio?”.
Si svincola; prega; si immola; sente l’onnipotenza di Dio: Io voglio esser Tuo, voglio farmi Santo; aiutami. Questo che tolgo a me e do’ in sacrificio, lo reputo come un guadagno soprannaturale della Tua sapienza, della Tua potenza, del Tuo amore ..., per poter fare quello che vuoi...
Ed andava avanti, a misura che aveva difficoltà e tentazioni. Che spirito superiore! Che sincerità! Che ricerca di Dio! Nessuno lo vedeva, ma giorno e notte pregava; giorno e notte combatteva il buon combattimento; giorno e notte soffriva; giorno e notte faceva piangere la sua natura e imponeva un giogo severo alla sua vita, rinunciando di cuore, di volontà, di tutto.
Così ... è entrato, senza saperlo, nel compimento dei disegni di Dio! Se fosse stato meno morto, non avrebbe potuto essere così Santo. È la pietra dell’Ordine che ha dato tanti Santi, per tanti secoli! Guardatelo questo eroe, che coerente alla ricerca di Dio, al sacrificio di sé, si è sepolto fisicamente e moralmente, per vivere e far vivere in Dio! Se si semina in Dio, che efficacia di vita: un seminare che non muore; che non finisce attraverso i secoli”.
“Se fosse stato meno morto, non avrebbe potuto essere così Santo”!
Non ci sono dubbi di sorta al suo discorso. Ma ci vuole umorismo per ragionare così! Ci vuole il coraggio forte dell’umorismo, che non ha paura di fare male… per fare il vero bene!
Infine, dal Capitolo del 11 novembre 1927:
“La nostra Istitutrice dice: “La Figlia del SS. Sacramento che vuol dare il frutto che Dio e la Chiesa aspettano, deve essere come un ciborio che non contiene che Gesù!”. Ora, vorreste voi prendere la pisside per mettervi anche il più squisito rosolio? Gesù vi fa l’onore di innalzarvi all’altezza di vaso sacro, separato da ogni altro uso e consacrato esclusivamente per Lui! Questa è una dignità, una grazia, un dono, una predilezione di Dio per voi. Gli Angeli vi apprezzano; i demoni fremono di rabbia vedendo questa scelta divina corrisposta dalle creature, osservando il moltiplicarsi di queste “porta-Dio”. Dovete rispettarvi e tenervi a questa altezza!
“Fuori di casa”; “va fuori, straniero!”. Amate! Non sarà sempre amore sensibile. Le cose belle si indorano a fuoco... Dovete lavorare, combattere il vostro amor proprio, ripetendo: “Ti voglio, voglio solo Te, o Gesù!” […]
Quando farete questo buon lavoro? Nelle occasioni contrarie alla natura; ogni volta che incontrerete un’opposizione alla vera ed effettiva separazione e Consacrazione. Aderite senz’altro! Non portate né scuse né ragioni, dacché questi pretesti sarebbero la prova evidente che non cercate Dio, ma lavorate per salvare la natura e ritenere, almeno in parte, ciò che dovevate dare. Non invocate S. Michele per scusare S. Michele! Dio, la Chiesa, la Comunità, non hanno bisogno di voi... ma voi avete bisogno di loro! Allora, perché non dare spontaneamente?
Entrate nelle idee di chi vi forma, entrate nella corrente. Allora sarete realmente rette e vi formerete bene, e sapientemente. Ma, se una cosa tira da una parte e un’altra dall’altra..., l’amor proprio e il diavolo giungeranno a farvi interpretare le migliori lezioni ricevute in opposizione a questo spirito di distacco. Verrà il giorno in cui dubiterete, per così dire, delle cose, e di questo stesso spirito di Consacrazione, che più che uno spirito, è un fatto. Come c’è il fatto materiale delle grate, così vi è tutto un ordine di cose che è moralmente una difesa: mette al riparo questa separazione, impedisce, veglia e provvede affinché la volpe non cerchi di introdurvisi. Se voi vi accorgete di questo spirito di opposizione, tremate, e confessate a voi stesse e a Dio: “Io sbaglio!”.
Ciò che dico di questo spirito, lo dico anche di tutte le altre cose che appartengono alla realtà, e non alle apparenze”.
Una parola non conciliante. Forte, ma salutare. Il tutto, però, sempre condito dal gusto di un sicuro umorismo, che è diffidenza della nostra natura corrotta, del nostro fondo marcio…
Con un altro stile, molto diverso dal gentile e più distaccato savoir faire della Fondatrice, c’è la stessa precisa e determinata presa di mira dell’io, la stessa sana diffidenza e distacco dal nostro povero egoismo. Senza mezzi termini, senza guanti. Con simpatia lombarda!
Ma, questo stile forte dei Capitoli monastici di Madre Caterina, con cui ha generato la terra fertile di Ghiffa, non ci deve trarre in inganno, ed indurre a credere che quello della prima Priora di Ronco non sia un cuore largo, materno, buono e tenerissimo.
Se prendiamo, ad esempio, qualche piccolo saggio dal ricco epistolario alle sue figlie, abbiamo la prova di come, qui, l’umorismo si declini in tratti anche molto faceti, che suscitano il riso… e dimostrano quanto è furba, veramente e santamente astuta questa Madre, ma sempre potentemente materna. Lo vediamo, ad esempio, dallo stralcio della lettera sottostante, indirizzata alla sua “primogenita” della prima aggregazione a Catania:
A Madre Scolastica Sala (Catania)
Ronco, 16.10.11
“Mia carissima Madre,
Le nostre lettere si sono incontrate e chissà che non s’incontrino anche stavolta. Ad ogni modo, non voglio tardare a trattenermi con la mia cara primogenita, che, tanto lontana, mi sta sul cuore e nel cuore. Prima di tutto le dirò che giovedì venne la signora marchesa Capizzi: la sua visita ci fece tanto, tanto piacere. Fu gentilissima; si vede che ha cuore e affetto per lei. Il signor Marchese però fece rapporto che Madre Scolastica proibì i dolci. Io l’assicurai che avrei protestato, per il Sig. Marchese però, unicamente. Dunque, gli faccia fare i famosi dolci. Diedi loro il caffè; visitarono la Madonnina, ecc. Loro dissi, per sua norma, che questa è casa di campagna: il Monastero grande è a Seregno e il collegio di lusso a Milano, senza altre spiegazioni. Così feci buona figura. Però mi guardò quasi scandalizzata, confrontando, si vede, la mia faccia abaziale (abbaziale) colla mistica sua fisionomia e la sua aria penitente. Che fare? Amare la mia abiezione! In quel giorno tutte le suore erano contente; ci pareva di esserci avvicinate alle nostre care sorelle lontane.
E la sua salute? Mi inquieta un poco. Per carità non si leghi, e senza dire faccia quello che è conveniente per lei e per stare benino, se così Dio vuole. Sa, mi dissero quei Signori che il Monastero è ricco. Faccia così: lei rinunci all’amor proprio di esser economa, spenda il conveniente per tutte e poi presenti i conti. Pagheranno bene! Dica che è tutto cresciuto, che in coscienza non può far soffrire le Suore, che la buona osservanza richiede cure e vitto conveniente...(convenienti); e così ne avanza lei. Lasciar che altri faccia (facciano) avanzi, non conviene. Prenda una via più libera, lei; voi godetevi in pace quello di cui avete diritto, ma non si nomini, neppure nel consegnare le spese. Dica sempre: “Quelle povere figliole non devono soffrire, altrimenti il diavolo lavora di più”, etc. Diventi un po’ furba.
Per quelle postulanti di cui parla, per ora si contenti dei frutti che danno. Faccia loro fare una novena alla Madonna Bambina, qualche Via Crucis alle anime purganti, il Rosario, qualche adorazione di notte, per ottenere la grazia di formarsi al buono spirito e conoscere la volontà di Dio per la Vestizione, ect. Quello che il Padre non ha scartato si farà col tempo. In generale apprezzi anche i loro lati buoni, e cerchi di sviluppare quelli. Parli bene sempre delle sue figlie anche coi preti, col Vescovo, col Cardinale, pur aggiungendo: “Hanno bisogno che la grazia le formi allo spirito religioso, ma speriamo che a poco a poco il difetto sia assorbito dal buono”. Creda a me: una Superiora che si lamenta spesso delle sue figlie è come una maestra che si lamenta delle scolare; segno che non è proprio brava lei e capace di ottenere frutti.
Così si pensa dai più. Dunque, non sia troppo umile, e in questo caso, per imitare il buono e paziente Gesù e per salvare il suo onore, faccia a mio modo.
Per quella che è fuori per la salute, la persuada ad attendere qualche annetto, per rendere più robusto l’organismo e fortificare il sangue. Sempre, dica, nel suo interesse: “Per evitare il dolore di altra uscita, per assicurare la sua riuscita”, e poi le consigli una novena o anche tre a S. Placido e a S. Odilia. Spesso la fede opera miracoli, e chi meno si pensa, sta bene. Guardi Sr. Odilia: sempre martire di lavoro in cucina, resiste più di una sana, e a giudicare umanamente non le si dà un soldo…”.
Buon senso, concretezza. “Spiccia”. Non sta a perdersi. Consiglia chiarissimamente, chi legge non può sbagliare. Fa avanzare sicure le figlie, senza ombre e senza scrupoli. Abbiamo già compreso, anche dai Capitoli, come Madre Caterina li combatta gli scrupoli, non gli dia posa! Questo è molto bello. La serenità è la vita, perché una vita monastica contorta, non semplice, non aperta, che si chiude sul proprio sguardo piccino, ristretto, non va, non regge.
Così, nello scrivere alle monache, diventate Priore dei monasteri aggregati, la Lavizzari è sempre molto semplice, aperta, buona, disponendo costantemente le riceventi al sorriso, anche quando parla di affari o di cose molto pratiche e terra-terra.
Come ad esempio, in questa lettera alla sua antica compagna di Noviziato, Madre M. Domenica Terruzzi, che è succeduta a Madre M. Scolastica Sala a Catania. Nulla trascura il suo sorriso: nemmeno… i mandarini!
1.2.1925
“Carissima M. Domenica,
Ringrazio per suo mezzo la buona Provvidenza, che mi fece giungere da Catania sani e salvi i mandarini, veramente preziosi per le nostre care ammalate e gustati anche dal R. Padre e... dal Sindaco! E anche dalla sottoscritta. Grazie tante anche a Lei,carissima, che in mezzo alle sue molte occupazioni e preoccupazioni ha trovato modo di rinfrescare le fauci alle aride settentrionali.
Sono in debito di una risposta alla buona (alle buone) M. Gertrude e M. Scolastica. Me le ringrazi tanto: anch’io le ricordo con pari dilezione e loro prego un santo progresso nella perfezione delle virtù eucaristiche, e la fedeltà più semplice e generosa alla grazia dello Spirito Santo, che vuol trasformarle rispettivamente in agnelli e in colombelle, sullo stampo di Gesù. Se le sue care figlie pregano per me fanno una vera carità: chi dà ai più poveri sarà meglio rimunerato.
E la sua influenza? Spero bene. Ha croci sufficienti per sperare di non morire. Si abbia riguardo e lasci che un po’ tutte si guadagnino corone; non le voglia tutte lei!”.
E alla stessa:
6.IV.1929
“Mia buona e Carissima Madre,
Mi compatisca, e con lei mi compatiscano le care sue Figlie, se gli auguri pasquali giungono da Ronco tanto in ritardo. Sono arrivata il martedì Santo: qualche giorno di riposo, perché divento vecchia; poi, il lavoro di Pasqua, tutta la corrispondenza ufficiale, ricca quest’anno di omissioni, ma sempre grave, gli arretrati di cinque mesi; la gioia delle Suore da contenere, per non cambiare il Venerdì Santo in Pasqua anticipata. Visite e parlatori, così che una sera combattei per due ore forte forte la tentazione di... scappare…”.
Sorriso che attenua il sacrificio, l’estenuazione di chi si è data tutta, la fatica di una Madre che “diventa vecchia” donandosi e consumandosi per Ronco e le altre Case. Consumazione gioiosa, che nasconde le croci, donazione piena condita dalla pietà che si auto-celia, e tira avanti senza prendersi troppo sul serio…
C’è un gran cuore di Madre, che emerge dall’epistolario; un cuore vibrante di bene per le Comunità, per ogni singola Madre in missione e Comunità affiliata; un cuore che arde per la gloria di Dio, che non è mai abbastanza. Un cuore che ama, e che porta se stessa, con le sue fatiche fisiche e le sue prove intime, con dignità sorridente, con il dolce sorriso di chi sa stare bene sotto la Croce, senza troppo darlo a vedere… Vediamolo qui, in questa lettera al buon Padre Celestino M. Colombo, nell’Ottava dell’Immacolata 1912:
“Per la Casa attendo sempre, ma S. Giuseppe farà tutto bene. Lo preghiamo, e poi c’è il N. Padre che fa segni in cielo, e dubitar non lice.
Confermo nostre relativamente buone notizie. Per una svista di Sr. Cecchina mi sono mezza asfissiata giovedì notte. Venerdì fui sul punto di far fagotto, sabato stetti fra cielo e terra, oggi sono qui tutta intera. Vede che le sue cento benedizioni non bastano? Ce ne vogliono 107. Però ho una gran voglia di essere buona buona e mi sto aggrappata alla Madonna gratia plena, Dominus tecum, così qualche cosa cadrà nel mio vuoto, e anche il Signore sarà meco.
Grazie della sua buona e cara lettera, un po’ furbetta, però … Pregheremo secondo le sue intenzioni, e ... secondo le nostre. La dolce volontà di Dio si compia in tutto. Se il suo Vescovo non torna, salga in trono e pigli possesso. Prima però venga a Ronco a prendere gli abiti prelatizi.
Siamo qui tutte, dalla prima all’ultima, inginocchiate ai suoi piedi perché ci benedica e ci faccia passare una santa novena del Bambino, come il Bambino vuole. Dunque, ci benedica † in nomine P. et F. et S.S. et Mariae et Joseph, e poi altrettante benedizioni ritornino sul suo veneratissimo Capo e lo impinguino di olio, di latte, di miele e di Spirito Santo. Stavolta gli auguri di Natale li faremo a voce, spero. Ad ogni modo, ci sarà ancora luogo a lettere prima del 19.
Con fede, venerazione ed animo grato e filiale, le umilio cento cose da tutte le sue figlie e 101 dall’ultima e più aff.ma
Sr. M. C. di G. B.”
E così, scherzando sulla povera salute di Padre Celestino, il 20 agosto del 1927:
“Veneratissimo Padre,
Voti ed auguri a Lei e alla sua Congregazione per la festa del loro Beato: che Egli sia, soprattutto per il nostro amatissimo Padre, doppiamente Papà, e lo plasmi con tenerissima e celeste carità sua copia nella santità e suo figlio di predilezione. Congratulazioni vivissime per i trionfi mariani, di cui speriamo di aver raccolto qualche briciola. Vede come la Madonna premia la fede e il sacrificio del suo Vescovo Bianco?! E intanto, che ricca messe di anime a di bene per l’eternità! Il settimo miracolo di prima classe sarà di dare una elettricità di Spirito Santo a’ suoi polmoni, così che non facciano più il broncio, ma cantino fino a 100 anni i trionfi di Maria”.
Non possiamo chiedere ulteriore pazienza a chi fin qui ha avuto la bontà di leggere.
Ma sarebbe interessante, a questo punto, rintracciare, solamente dalle numerose lettere al caro Padre Olivetano, che è stato la “buona stella” del firmamento di Ghiffa, quanto, sotto la battuta furba e un po’… mattacchiona della Priora, si nascondano virtù, eroismo, e un profondo, interiore martirio. L’allegria spontanea di Madre Caterina non la fa sembrare santa, ma la sua vita lo è stata davvero: consumando se stessa senza darlo a vedere, senza esibire il conto, o, come direbbe lei, “fare la calcata”!
Ad ogni suo passo, una battuta amena e arguta: ma quale segreto di virtù questo indirizzo di sorridente bontà ha racchiuso?!
Con l’umorismo, fonte di virtù forte, con il volto costantemente aperto al sorriso, che ha ben nascosto tanti fastidi e tante croci, la Madre è sempre, in defettibilmente andata a Dio, e a portato tutti a Dio, con cuore sereno, largo, universale. Questa è la sua grande eredità.
L’arguzia è la sua forza, l’umorismo il suo segreto.
Impariamo anche noi. Mettiamo in pratica!
Conclusione
Sento il bisogno di ringraziare.
Per aver ricevuto la grazia di potermi reimmergere in queste nostre care fonti, nel dono che sempre ritorna, alla nostra vita di monache, al nostro cuore, ogni volta che ci è chiesto di attingere ai modelli vivi delle nostre amate Madri.
L’umorismo è stato un tratto costante sia di Madre Mectilde che di Madre Caterina.
Certamente, l’abbiamo visto, con tutte le loro differenze di personalità, di cultura, di nazionalità, di doni e di missione di ciascuna. Entrambe Madri, e missionarie Eucaristiche. Ma differenti.
Eppure, l’umorismo, lo dimostrano queste due care Madri, non può essere un optional, un accessorio, nemmeno nella vita dei monaci. Non è un di più.
L’umorismo è il sorriso di Dio nei nostri giorni. Forza che viene dalla fede nella Sua fedeltà.
Saperci in cammino con Lui, dentro il Suo disegno, ogni giorno amati, e ogni giorno di più.
L’umorismo è il colore dell’umanità dei monaci. La dimostrazione che la vita monastica non livella e non ingloba l’umano, ma valorizza i talenti umani di ciascun chiamato alla pura ricerca di Dio.
L’umorismo in Mectilde de Bar e in Caterina Lavizzari è l’evidenziatore della loro bellezza umana, della loro pienezza umana. La dimostrazione che Dio non è mai senza l’uomo; e che, l’uomo che segue Dio, e lo segue con cuore indiviso, davvero diviene più uomo, più bello, più vero. Potenziato da Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo!
Mi ha fatto bene, questo lavoro.
Conferma il mio amore per la vita monastica, come pienezza di Dio e pienezza umana
[1] Catherine de Bar, che in religione assume il nome di Mectilde del SS. Sacramento, nasce a Saint-Dié, in Lorena, il 31 dicembre 1614. Battezzata lo stesso giorno della nascita, grazie al clima profondamente cattolico che si respira in famiglia, Catherine avverte precocemente la chiamata alla vita religiosa. Nel 1631, a diciassette anni, entra nel convento delle Annunciate di Bruyères, ma ben presto la comunità si disperde, per l’infierire della guerra dei Trent’anni. Per disposizione divina, la giovane suora viene accolta nel fervente monastero delle Benedettine di Rambervillers. Si imbatte così felicemente nella Regola di san Benedetto, riconoscendovi la sua più autentica chiamata. L’11 luglio 1640 emette la professione monastica, prendendo il nome di Mectilde. Questo non è, però, che il punto di “non ritorno” di una serie di necessari e pesanti cambiamenti esterni, di monastero in monastero, cui l’efferatezza degli eventi bellici la costringono, con la dispersione della stessa comunità di Rambervillesr. I trasferimenti obbligati, segnati altresì dal suo reiterato rifiuto di cariche abbaziali – Montmartre, Caen, Parigi – arricchiscono il suo mondo interiore, grazie agli incontri con personalità di rilievo. Ricordiamo in particolare le figure di dom Louis Quinet (1595-1665), cistercense della stretta osservanza, il quale, inciderà, con forti ideali di riforma del monachesimo, sul carisma della Madre, come influiranno sull’impostazione stessa della vita monastica delle benedettine del SS. Sacramento i monaci Mauristi di Saint-Germain-des Près; il padre Chrysostome de Saint-Lô († 1646), penitente del Terz’Ordine di san Francesco, suo direttore spirituale; e soprattutto il laico Jean de Bernières (1602–1659), terzogenito del tesoriere di Francia e figura spirituale di spicco nella Francia dell’epoca. Ed è a Parigi, in condizioni di estrema povertà, che il progetto divino su questa audace donna e sulle poche sorelle rimaste con lei si fa finalmente chiaro. L’interessamento di alcune nobildonne alla loro povera sorte fa sì che il grande sogno di madre Mectilde, che ben si spiega in un secolo fortemente eucaristico, ma trapassato dalla piaga del giansenismo, divenga realtà.
Il 25 marzo 1653 nasce così a Parigi, con l’approvazione della regina Anna d’Austria, in rue du Bac, la prima Comunità delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento. Si tratta di una piccola ma fervente realtà, in cui la Madre avvia con radicalità le sue figlie a vivere la Regola Benedettina secondo un’intensa spiritualità eucaristica di riparazione, che chiede alle monache di lasciarsi sempre più conformare alle esigenze del mistero pasquale di Cristo.
Il carisma mectildiano si diffonde ben presto in numerose comunità, francesi ed europee: alla morte di madre Mectilde, avvenuta a Parigi il 6 aprile 1698, i monasteri dell’Istituto sono dieci. Segno della fecondità di un’ispirazione, condensata in numerosi scritti della Madre – solo l’epistolario conta più di tremila lettere! – che è tutt’oggi viva e operante nel cuore dell’Europa.
[2] Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio. Lettere alle monache 1641 – 1697, pp. 71- 72.
[3] Ibidem, p. 77.
[4] Cfr 1 Cor 9, 22.
[5] Cfr San Francesco di Sales, Lettere di amicizia spirituale, Paoline, Milano 2001, lettera 217, alla figlia spirituale Maddalena de la Fléchère, p. 516. “…Conservate il vostro cuore pieno di amore, ma d’un amore dolce, sereno e tranquillo. Pensate alle vostre colpe, come pure a quelle degli altri, con un senso di compassione piuttosto che d’indignazione, con grande umiltà piuttosto che con severità. Addio, Signora. Vivete nella gioia, poiché vi site consacrata interamente alla gioia immortale, che è Dio stesso…”.
E alla Madre Angelica Arnauld (!): “…Unite sempre al vostro coraggio l’umiltà, e unite alla vostra umiltà, cioè, alla vostra miseria e al desiderio di essere umile, la confidenza in Dio, così che il vostro coraggio sia umile e la vostra umiltà sia coraggiosa. Rivestite tutte le parti della vostra attività, sia interiore che esteriore, di sincerità, di dolcezza e di allegria, seguendo l’avvertimento dell’Apostolo: Siate sempre lieti nel Signore. Ve lo ripeto: siate lieti. La vostra amabilità sia manifesta a tutti (Fil 4, 4-5). E se è possibile, siate d’umore costantemente coerente, e tutti i vostri atti risentano della risoluzione che avete preso di amare sempre l’amore di Dio…”. Ibidem, lettera 359, pp. 739-740.
[6] Catherine Mectilde de Bar, La Giornata Religiosa, Monastero SS. Trinità, Ghiffa 1999 - pro manuscripto, p. 59.
[7] Cfr Ibidem, p. 53.
[8] Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio, cit., Lettera n. 42, p. 116.
[9] Madre M. Caterina di Gesù Bambino (Luigia Lavizzari) nasce a Vervio (SO), il 6 ottobre 1867, da una buonissima e agiata famiglia, che la educa alla fede e a principi morali robusti, ma, soprattutto, educandola a una larghezza di mente, di cuore, di spirito. Nel 1889 entra in Monastero a Seregno (MI) ed emette i Voti il 21 novembre 1891. Nel frattempo la Comunità di Seregno si trasferisce a Ronco di Ghiffa, in Diocesi di Novara. Dal 1900 al 1931 Madre Lavizzari ne è Priora, ed il suo governo conferisce alla Comunità delle caratteristiche inconfondibili di luminosità, di calore eucaristico, di accoglienza e disponibilità umana e spirituale. La personalità viva, acuta, aperta della Madre tonifica il cammino delle figlie, e il Monastero cresce in numero e bellezza dei soggetti, così che alcuni Vescovi del centro e del sud d’Italia chiedono a Madre Lavizzari aiuti per Comunità dell’Ordine di san Benedetto in decadenza. La Madre è sempre molto prodiga nell’invio senza calcolo di monache ben preparate, che diventano forza di rinnovamento per quelle Comunità sofferenti. Sono così numerosi i Monasteri Benedettini aggregati a Ghiffa da Madre Caterina, e la Madre stessa non risparmia fatiche, viaggi, spese, per sostenere la vita di queste Comunità, che sotto la sua mano rifioriscono e riprendono slancio. Diventa così l’anima, la Lavizzari, di una nuova primavera monastica nei primi decenni del Novecento. Una primavera che segna il suo governo, fino a chiederle una donazione totale, incondizionata, che la consuma nell’amore. L’esempio di amore ardente per l’Eucaristia, il cui regno vuole estendere lungo la penisola, fa di Madre Caterina una vera “missionaria dell’Ostia”. Alla sua morte, avvenuta nel 1931, sono un’ottantina le monache che la piangono. Ma sulla sua scia, alla luce della sua eredità così ricca, le generazioni successive a Ghiffa, e nelle altre Comunità affiliate, la vita monastica continua, a gloria di Dio e delle anime. Numerose sono, a tutt’oggi, le persone che attestano di aver ricevuto grazie dall’intercessione di Madre Lavizzari.
[10] L’epistolario di madre M. Caterina comprende 2272 lettere, così indirizzate: 462 lettere ai laici; 365 lettere a padre Celestino Maria Colombo; 1491 lettere alle monache benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento; 12 lettere a religiosi di altri Istituti; 71 lettere alla curia di Novara. Si comprendono inoltre, nell’epistolario, 386 pensieri natalizi, scritti sul retro di immagini di Gesù Bambino.
Come si fa opportunamente notare nella Positio super virtutibus…, vol. I, pp. 519-520, le lettere della Madre “avevano spessissimo un carattere molto pratico; in esse la Serva di Dio affrontava problemi organizzativi relativi alle varie case di aggregazione o chiedeva consiglio su come diportarsi nelle varie circostanze…”. Occorre però rintracciare nelle stesse l’itinerario spirituale, che scorre tra le righe degli eventi e non di rado degli affanni, ed emana la luce del soprannaturale in cui la Madre vive e agisce.
[11] I capitoli della Serva di Dio sono 139. Li consideriamo in senso lato tra gli scritti della Lavizzari, anche se si tratta di registrazioni a cura delle monache presenti ai capitoli, che, comunque, riproducono in tutta fedeltà l’insegnamento vivo della Madre, il suo diretto magistero, il suo puntuale dare forma alla Comunità.