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Deus absconditus, anno 105, n. 4, Ottobre-Dicembre 2014, pp. 28-44
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Sr. Maria Ilaria Bossi osb ap
“Desiderio desideravi…”
Il desiderio infinito che Dio ha dell’amore dell’uomo.
Da “Il Vero Spirito” di Madre Mectilde de Bar
Volge al termine, in questi mesi, il quarto centenario della nascita della nostra Madre Fondatrice, Catherine Mectilde de Bar [1], avvenuta il 31 dicembre 1614.
E siamo al culmine, come Istituto, di un anno prezioso, che significativamente prepara e apre le porte del nostro cuore al grande Anno della Vita Consacrata, indetto da Papa Francesco a partire dal prossimo 21 novembre, nella felice cornice liturgica della presentazione di Maria SS.ma al tempio, nonché ricca Giornata pro Orantibus: viviamo, dunque, l’incontro benedetto tra un anniversario mectildiano e una straordinaria iniziativa ecclesiale che si associano e sostengono, richiamandoci alla freschezza e novità della nostra vita di claustrali, nel cuore orante ed operante della Chiesa. E questo va e tornerà a beneficio non solo nostro, ma di tutti coloro che fanno riferimento ai nostri monasteri, camminando con fede e speranza nel mondo.
Per questo vorrei, in questa serata, rivolgere uno sguardo grato ai fratelli e sorelle laici qui presenti, chiedendo all’intercessione della nostra amata Madre Fondatrice di toccare i loro cuori con il suo amore di donna consacrata e di madre nello spirito, perché possano avvertire, attraverso il mio povero tentativo esplicativo del suo magistero, la grandezza inesauribile del desiderio vivo di Dio per ciascuno di noi.
“Desiderio desideravi!”: “se tu conoscessi il dono di Dio…” (Gv 4, 10)
“Desiderio desideravi…”.
Così ha inizio l’ottavo capitolo de “Il vero Spirito”, il gioiello delle opere di madre Mectilde de Bar, messo insieme e realizzato sulla base di numerosi “foglietti” offerti dalla Fondatrice alle sue figlie, nel corso di un lungo e proficuo ritiro da lei vissuto a cavallo tra il 1661 ed il 1662: foglietti doverosamente custoditi e ricopiati dalle monache, fino a dare corpo, nel 1683, alla prima edizione del libretto che documenta l’essenza, appunto, Il Vero Spirito, dell’Istituto delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento, pienamente incentrato sulla vita nascosta di Gesù Cristo nel credente. Opera assolutamente cristocentrica, “Il Vero Spirito”, come assolutamente cristocentrici sono lo spirito e la sensibilità di madre de Bar.
Il nostro contributo si concentra, appunto, su questo capitolo ottavo dell’opera: capitolo breve ma intenso, e tutto ‘giocato’ sul desiderio infinito che Gesù Cristo nutre per noi.
Il titolo esteso riguarda “Il desiderio infinito che Nostro Signore ha di unirsi alle anime in virtù della santa comunione”.
“Desiderio desideravi”. Era, questo, il versetto che compariva nell’antifona del Magnificat del giovedì detto di Passione, cioè il giovedì precedente il giovedì santo, solennizzato dalla nostra Madre Fondatrice, per onorare nel nostro Istituto “gli infiniti desideri che Gesù Cristo ha di darsi agli uomini per attirarli e inserirli tutti in Sé”.
I desideri infiniti di Gesù, afferma madre Mectilde, sono “un mistero meraviglioso e profondissimo”, ineffabile, indicibile, che lascia senza fiato, che confonde al solo pensarci. Gli infiniti desideri di Dio per noi! Notiamo l’accento posto sul desiderio al plurale, per evidenziarne nel profondo del cuore l’infinità, la dismisura e insieme l’intensità, la sovrabbondanza dell’amore di Dio per noi [2].
Si tratta di un mistero d’amore così grande e senza paragoni, di un “mistero meraviglioso e profondissimo” – mistico, appunto, in cui Dio abbraccia ed avvolge l’uomo con il Suo infinito bene - che la Madre tiene a precisare, già alle prime battute, che esso “riguarda le anime su cui il possesso di Gesù è totale” [3].
Questa precisazione sembra un’esclusione, una selezione senza sconti. Un amore infinito, dei desideri infiniti di Dio, che però volgono la loro attenzione sulle anime che hanno già camminato e lavorato nello spirito, e sono del Signore senza mezze misure, senza compromessi, senza ritorni.
È subito ardito ed inequivocabile il discorso della Madre.
Tocchiamo con mano come Mectilde de Bar sia una finissima maestra nello spirito.
Da una parte è molto umile, incrementa la modestia, ridimensionando le facili pretese dei lettori, e dall’altro, si rivela esigente: non ti fa vedere la meta subito lì, bell’e pronta, a portata di mano con facilità. Non vuole illudere, la Madre, che questi infiniti desideri del Signore siano già per noi “a buon mercato”. C’è da lavorare bene su di noi, c’è un’ascesi costante e sempre necessaria, un bel cammino da compiere, per quanto ci riguarda, se vogliamo che lo sguardo del Cuore di Dio declini la Sua grazia verso di noi.
Ci aspetta una purificazione nella nostra vita spirituale, frutto di un percorso di fede e di amore, come inequivocabilmente Mectilde de Bar sottolinea, in altri capitoli de Il Vero Spirito:
- Al capitolo III, su Le tre dimore di Dio, parlando della terza dimora, ovvero della “casa di Dio” in noi, nelle nostre anime, cioè della grazia e della bellezza della vita interiore, la Madre afferma:
“È in questo palazzo che Egli risiede con sommo godimento. È in questa dimora dell’anima pura che in maniera totale comunica se stesso all’anima, e riforma in lei in quel suo luogo la sua immagine, che il peccato aveva distrutto”.
- Al capitolo XI, laddove precisa che questo possesso totale di Gesù acquista anche il nome di stato di morte in noi:
“Non sono capace, sorelle mie, di spiegarvi a parole questo stato di morte; ma vi dirò semplicemente… che dovete introdurre uno spirito di annientamento in tutto e sempre. Siate senza scelta, senza desideri, senza attaccamenti, senza progetti e senza alcun volere al di fuori dell’appartenenza a Gesù Cristo…” [5]
- Al capitolo XIV, su La divina volontà:
“…dobbiamo dire che ogni felicità è racchiusa in questa divina volontà e che un’anima che ne è posseduta è felice e, fin da questa vita, gioisce di un paradiso anticipato. Tutto ciò che c’è di bene va con essa; non turbamento o inquietudine, non incostanza o pretesa, né affanno o tristezza, né timore o oscurità, ecc. Tutto è calmo nella volontà divina, in essa tutto è luce e chiarezza, tutto vi trova stabilità” [10]
- Al capitolo XV, su La signoria di Gesù Cristo:
“Il regno di Dio in noi non è altro che Dio che vive e regna nell’anima che lo possiede come nel suo divino palazzo. Egli ne è padrone, ne è sovrano e formula le sue leggi, tutto gli è sottomesso. L’espressione ‘regno di Dio’ significa che Dio solo si trova a occupare l’anima e nulla traspare in essa se non lui solo; l’anima gli è sottomessa in tutto così perfettamente che la sua volontà scompare, rimanendole soltanto l’unico desiderio di vedere Dio vivere sempre più in lei….” [21]
E se tutto questo è come un traguardo, per cui madre Mectilde afferma: “ma io non sono degna di spiegarlo”, come se quanto ha rilevato fin qui con tanta chiarezza di spirito, e con lucidità programmatica, non fosse frutto dell’opera di Dio in lei, e quindi “farina del suo sacco”, proprio per questa modestia la Madre delibera: “Mi soffermerò soltanto sui desideri di Gesù, stupita di vedere un Dio capace di desideri”. Sui desideri di Gesù.
È ancora e sempre Gesù Cristo il centro d’interesse, per la fondatrice delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento: Gesù Cristo, e non noi.
Lo stile e la scelta sono inequivocabilmente cristocentrici, nell’alveo benedettino più terso, più puro. Degna figlia di san Benedetto, Mectilde de Bar parte da Dio, e si centra in Dio, senza fermarsi a scandagliare ed analizzare l’io. E questo è molto importante.
Ma torniamo al desiderio, anzi, ai desideri di Dio.
Qui emerge la categoria dello stupore. Stupore e meraviglia della creatura di fronte al desiderio come declinazione incredibile dell’amore di Dio per le sue creature. La categoria dello stupore è direttamente connessa all’umiltà. Solo l’umile si sa stupire e meravigliare. Solo l’umile si apre gratuitamente alla sorpresa di Dio, alle possibilità infinite del Suo amore, capace, Lui che è il Creatore, l’Onnipotente, anche di desiderare.
La Madre, nella sua umiltà, e dunque nella sua apertura disarmata al dono di Dio [4], rimane attonita – umile, in ginocchio, e libera, sanamente ‘spiazzata’ – di fronte a un Dio che per amore esprime una mancanza: un de-siderio, appunto. Il desiderio in Dio è paradossale; questo vuole dirci madre Mectilde. Se c’è un anelito, è perché c’è ancora qualcosa che manca. Com’è possibile questo in Dio?
Se Dio è pienezza, pienezza infinita, dice la Madre, è pieno, non esiste in Lui mancanza, come è possibile che, proprio Lui, de-sideri?
Lo esprime molto bene, la Madre, fin dall’inizio del capitolo ottavo:
“Se i desideri sono segno che manca qualche cosa, com’è possibile che il Figlio di Dio possa nutrire desideri, dal momento che egli è pienezza infinita [cfr Col 1, 19] ed il solo che ha il potere di colmare ogni desiderio?” [5].
Com’è possibile che la fonte, che disseta, abbia sete?
Com’è possibile che la pienezza infinita manifesti una mancanza?
E ancora:
“Si troverebbe in necessità Colui che fa conseguire a tutti i beati il compimento della loro felicità e che soddisfa in maniera totale ai loro desideri?!” [6].
La Madre, nella sua umiltà, è stupita, colta di sorpresa, di fronte a un Dio umile, la fonte della beatitudine e della felicità universale, che denuncia una necessità: una mancanza, un bisogno, un detrimento, e quindi una sofferenza.
Poi, fa un passo in più. Lo stupore umile apre all’amore. E notiamo, appunto, il disarmo della mente e del cuore di madre Mectilde, che sa leggere e comprendere in profondità tale paradossalità dell’amore di Dio: cioè, nelle sue categorie mentali e spirituali la Madre è libera, aperta, si lascia condurre, portare, trasformare dentro… lascia che Dio modifichi tali categorie, le cambi – la pienezza di Dio che si rivela mancante – e le riplasmi, le rimodelli a modo Suo, aprendola sempre più all’infinita meraviglia del dono, che spiazza e sbaraglia ogni previsione e prospettiva pre-costituita [7]. Non ci sono limiti a un amore così grande. Per questo, dallo stupore, dalla meraviglia, il passo verso l’amore è immediato e conseguente:
“O amore ineffabile, che rende Gesù capace di desiderare, che lo fa sospirare [cfr Mc 7, 34] e insistere dicendo con divino ardore: desiderio desideravi!”.
Il desiderio in Dio, i desideri, scaturiscono dalla pienezza del Suo amore che scende verso di noi, dentro di noi. Dalla SS.ma Trinità, pienezza d’amore infinito, all’Incarnazione, al mistero eucaristico, all’intimità di Dio in noi, nella nostra anima e nella nostra carne. Questa condiscendenza, questa ‘compromissione’ amorosa di Dio dentro l’uomo è la strada, il percorso che riempie noi di stupore, e che da’ forma e sostanza al desiderio di Dio.
Alla base di questo percorso c’è l’amore ineffabile di Dio, e lungo il percorso di questo meraviglioso incontro tra il Cuore di Dio e quello dell’uomo, c’è la forza del desiderio. L’amore di nostro Signore è tanto più desiderante, quanto più è grande. La Sua è una pienezza ardente, che non si estingue mai, ma che brama di comunicarsi a noi – ecco il desiderio - e languisce e gioisce traboccando, uscendo da sé. Parafrasando un’espressione tanto cara al nostro Santo Padre Francesco, “la Chiesa in uscita”, e che ci sta aiutando molto di questi tempi, potremmo affermare che, prima di una Chiesa in uscita, c’è il nostro Dio in uscita, e da qui vengono, per noi, tutte le grazie e benedizioni. Perché questa pienezza di Dio, così dinamica nell’amore, non ha che un sospiro: il cuore della sua creatura!
Non se ne è rimasto, Dio, tranquillo nella SS.ma Trinità. È uscito da Sé, è venuto tra noi, si è scomodato, ed ha gioito di questo movimento, mosso e acceso, appunto, dal desiderio. Il desiderio è il fuoco, il motore dell’amore di Dio per noi e in noi.
Tutto questo, al solo pensarci, al solo contemplare la soglia di tale movimento di grazia, colma di amore riconoscente la mente ed il cuore della nostra Madre Fondatrice, e insieme di dolcissima confusione:
“Ma come?! Mio adorabile Salvatore, come mai hai dei desideri? Non bastano alla tua gioia le tue grandezze e perfezioni adorabili, la comunione con il Padre e lo Spirito Santo? Tu sei l’oggetto della comunione beatifica di tutti i santi e sei stato termine della compiacenza divina prima che il mondo fosse! [Gv 17, 5] Vengo a sapere, mio Salvatore divino, che dal momento in cui hai fatto della tua carne preziosa un pane eucaristico, tu non puoi non provare desideri e quindi non puoi più evitare di manifestare che manca qualcosa all’appagamento del tuo cuore. È l’ardore infinito… che ti fa desiderare di essere unito agli uomini in questo mistero: l’amore l’ha istituito per farli partecipi di tutto ciò che tu sei in te stesso” [8].
Questo passaggio del testo è molto chiaro, e, nella sua limpidezza e trasparenza testuale, delinea molto bene il percorso da Dio all’uomo, e di Dio nell’uomo.
L’amore di Dio è la fonte, la sorgente,il punto di partenza. Ed è proprio l’amore ad istituire, a far nascere il desiderio: “ardore infinito”. Ed il desiderio, quale vettore dell’amore, è il canale della partecipazione della vita di Dio – “tutto ciò che tu sei in te stesso” – in noi.
Tutto questo lo ritroviamo espresso, con altrettanta chiarezza, nella conferenza della Madre “Per il venerdì della III settimana di Quaresima, Sul Vangelo della Samaritana” [9], dove la nostra Fondatrice presenta espressamente il dono di Dio e la sua chiarissima e salutare declinazione per noi:
“Sorelle mie, dite sovente a voi stesse: Anima mia, se conoscessi il dono di Dio! Dono dei doni, dono ineffabile che è Gesù Cristo stesso e che ci viene donato in tre modi:
1) Per l’Incarnazione del Verbo nel seno della Vergine;
2) Nel nostro augusto Sacramento;
3) Nell’intimo dell’anima nostra, dove questo dono è senza limiti, reale e dinamico, benché noto a pochissimi […]
Se conosceste il dono di Dio e chi è Colui che si annienta sotto la nostra carne! Se comprendeste la profondità di questo mistero e l’amore infinito che le tre divine Persone portano alle creature, potreste vivere ancora un momento solo senza essere tutta convertita a Dio? Oh, se sapessimo chi è Colui che viene a visitarci, chi è Colui che si dà a noi…!” [10].
Ecco qui delineati i tre passaggi, i tre ‘salti’ dell’amore divino – Incarnazione, SS. Sacramento, anima nostra – in cui il dono di Dio, l’amore infinito, si declina, attraverso il vettore del desiderio, verso e dentro la nostra umanità, e, raggiungendoci, ci riempie di sé. Tutto questo amore declinato in noi, la meraviglia del “Dio in uscita” per noi, non può, commenta stupita la Madre, non spiazzarci, non sorprenderci, e, mentre ne contempliamo commosse il mistero, non aprirci alla conversione, alla trasformazione reale, e non ideale, della nostra vita nella Sua.
Questo amore infinito di Dio è l’amore annientato per noi e dentro di noi. Non è bastato - prosegue la Madre nel capitolo ottavo de Il Vero Spirito - che questo amore di Dio si annientasse nell’Incarnazione. No, Dio è andato più giù, è sceso più in basso. Ed è sempre il vettore del desiderio che l’ha portato così in fondo. Desiderio come… paradossale mancanza, insoddisfazione di Dio!
Insoddisfazione: è proprio una parola grossa, per Dio. “No, l’amore in te non è soddisfatto”. Non è soddisfatto, non gli basta, e scende, Dio, si cala nella nostra sorte, viene sempre più incontro a noi, verso e nella nostra bassezza:
“È vero che ti sei annientato nel mistero dell’Incarnazione [cfr Fil 2, 7]: eppure, questo non doveva essere sufficiente per te! No, l’amore in te non è soddisfatto…”
Come per progressivi ‘salti’ in discesa, il desiderio porta sempre più l’amore di Dio a coinvolgersi, in una compromissione e comunicazione di Dio senza paragoni, in una kenosi impressionabile, nei confronti dell’uomo. Di salto in salto, Dio scende, si abbassa, entra sempre più paradossalmente nel nostro “fondo”, per usare un termine mectildiano; si dona a noi totalmente, annientandosi, consumandosi in noi, non solo accettando, ma addirittura desiderando – il desiderio come vettore – di essere da noi “mangiato”, nella S. Comunione, per usare un’espressione forte sempre cara alla Madre:
“Gesù vuole essere annientato in ogni anima in particolare: desiderio desideravi. Vuole essere da noi mangiato, al fine di impiantare la sua vita divina in noi, cosìcché, entrando noi in lui e lui in noi, in virtù della sacra manducazione della sua carne adorabile, si faccia una cosa sola di lui e di noi; affinché attraverso questo mezzo egli ci comunichi tutto ciò che gli appartiene in quanto Dio, fino ad elevarci alla partecipazione della natura divina: divinae consortes naturae [II Petr. 1, 4]” [11].
L’annientamento di Gesù in noi, in ogni anima, attraverso la s. Comunione, produce:
- una comunicazione di Dio, di tutto quanto Gli appartiene;
- una partecipazione nostra alla Sua natura;
- l’impiantazione in noi della Sua vita divina;
- il diventare, noi, una cosa sola con Lui.
Questa trasformazione, operata dal dinamismo del desiderio dell’amore di Dio per noi, e così bene contemplata dalla Madre – notiamo che non si tratta di un processo di riflessione o di un’elucubrazione a tavolino, ma di contemplazione, gustata intimamente – ha il suo sbocco naturale nell’Eucaristia e nella s. Comunione, centro della vita divina in noi, culmine di questo infinito processo di amore desiderante. Lì, nell’Eucaristia, il desiderio sbocca e si consuma, senza però morire. Lì il desiderio vive, inestinguibilmente. Si tratta veramente del roveto ardente dell’Eucaristia:
“Gesù Cristo nel SS. Sacramento mantiene vivo questo desiderio, non è ancora appagato; egli ripeterà fino alla fine dei secoli: desiderio desideravi. E fino a quando ci sarà una sola persona in questo mondo che possa ricevere la sua grazia, Gesù nutrirà un desiderio infinito di attirarla al suo amore mangiando la pasqua eucaristica con lei” [12].
Il desiderio infinito di Gesù, la Sua sete ardente, muove un’attrazione infinita verso di noi; anche verso “una sola persona in questo mondo che possa ricevere la sua grazia”: una sola persona non è troppo poco, ma è il destinatario amato di tale desiderio infinito di Dio. Anche per una sola creatura, Dio desidera infinitamente, non si dà pace, e, dunque, si dona, si offre, infinitamente.
Siamo sempre entro la paradossalità dell’amore divino: la misura senza misura del Suo amore.
Il bello è che madre Mectilde non solo esprime, in questa pagina de Il Vero Spirito, la meraviglia di questo amore, ma lo sente, lo vive dentro di lei, vi partecipa intimamente, e vibra con Dio di questo desiderio. Si tratta di un dono che la Madre riceve, cui partecipa pienamente, per grazia di Dio, e che quindi sa ben comunicare.
È la grazia che il Signore comunemente dà ai fondatori, per la loro particolare missione di infondere un carisma preciso all’Istituto cui si dà vita. Quindi, qui Mectilde de Bar non parla tanto per conoscenza, quanto, ci si passi il termine, per incidenza del mistero dell’amore di Dio in lei: mistero che incide, che si incide dentro di lei, e la riempie di riconoscente meraviglia, lasciandola però lucida nel comunicare ed esprimere i passaggi di questo dinamismo operativo dell’amore desiderante del Signore nei nostri riguardi, che giunge all’Eucaristia come al punto culminante dell’unione con noi.
Tanto più grande, questa unione nostra con il Signore nell’Eucaristia, quanto più è gratuita:
“Non che Gesù Cristo abbia bisogno di noi per dare gloria al Padre: il fatto è che ci ama veramente, che non guarda alla sua felicità se noi non abbiamo parte in essa; e poiché guarda a noi come membra del suo corpo mistico, non può compiacersi di nulla se noi non siamo unite e trasformate in Lui. Ci grida fortemente, rivolgendosi a noi dal suo trono eucaristico: desiderio desideravi” [13].
Il suo trono eucaristico, più che l’ostensorio, siamo noi, è il nostro cuore, come ben sottolinea la Madre in una conferenza tenuta per la domenica delle Palme [14]; e l’alveo, la culla di tale trono è questo Suo infinito desiderio, è l’amore supremo che per noi si fa povero; è l’annientamento estremo di Dio, l’Altissimo, Colui che è tre volte Santo, il Re dei regnanti e il Signore dei signori, che sceglie il niente per amore nostro, e, in questo estremo desiderio, non chiede in cambio che il riconoscimento del nostro niente:
“Tutte vi siete comunicate, e questo ammirabile Re ha fatto il suo ingresso in voi, che lo avete incontrato recando la vostra palma. Ma lui, cosa viene a fare? Viene per regnare. È Re; ma un re mite e indulgente. […] Il suo regno è un regno di pace, e tutto interiore. Dunque, il regno di Gesù sta nei nostri cuori: là egli vuole regnare, ve lo ripeto di nuovo. […] Presentategli le vostre miserie, la vostra povertà; andate a lui in tutta semplicità… Non potete immaginare il piacere che ha nel vedervi ai suoi piedi, con semplicità e fiducia. State attente a non lasciarlo andar via. Egli ci nutre della sua carne adorabile nella santa comunione; ma occorre che noi, a nostra volta, nutriamo lui”.
Ovvero: Lui fa fino in fondo la Sua parte nei nostri confronti, scendendo, per passaggi successivi – Incarnazione, SS. Sacramento, Santa Comunione – fino a noi. Ma poi, come non possiamo corrispondere? Come non fare anche noi, e totalmente, la nostra parte?
“Corriamo, corriamo, sorelle mie, corriamo verso il Santissimo Sacramento: andiamo ad appagare i desideri infiniti di quel cuore adorabile, facciamo la comunione per dargli compimento e soddisfare i suoi infiniti desideri” [15].
Fare la comunione, indica la Madre, non tanto per un appagamento nostro, ma per appagare Gesù, per appagare il Suo Cuore, i Suoi desideri infiniti. Notiamo come madre Mectilde parta sempre da Gesù, veda tutto in prospettiva del Signore. Noi rivolti a Lui, Lui al centro, non noi.
Sempre ne “Il Vero Spirito”, al cap. VI, su Le disposizioni da coltivare accostandosi alla santa comunione, la Madre afferma chiaramente che “dobbiamo accostarci alla santa mensa obbedendo al desiderio di Gesù Cristo, nostro Signore, di riceverci in sé, nel suo essere e nella sua vita…”. “Dobbiamo obbedire ai desideri di questo divin Salvatore, che vuole ricevere noi e prendere possesso delle nostre anime…” [16].
Mectilde de Bar, più che i desideri nostri per Dio, più che partire dal nostro orizzonte, al nostro cuore, dal nostro desiderio di Dio, ha presente i Suoi desideri per noi. Il suo cristocentrismo puro e assoluto le fa riportare lo sguardo sempre e totalmente in Dio, la fa svettare in Lui, nell’abbandono pieno ai Suoi interessi, nella comprensione della Sua gloria.
Del resto, a che fine nasce l’Istituto fondato da Mectilde de Bar?
“L’intenzione di colei che riceve questa fondazione è di offrirla tutta a Gesù Cristo nell’Ostia santa e di procurargli delle vittime cioè delle anime che si immolino alla sua grandezza abbassata in questo divin Sacramento, e che siano offerte attualmente a Gesù Cristo…”
“La Chiesa vi ha ricevuto nel suo seno in qualità di sue adoratrici, per supplire agli altri suoi figli che non rendono omaggio a Gesù Cristo” [17]
La grandezza abbassata di Dio, nel Suo infinito desiderio per noi, è il centro dell’Istituto.
Cristocentrismo mectildiano e mistica del Cuore di Gesù in Santa Gertude di Helfta. Due esperienze a confronto
Di conseguenza, il cristocentrismo eucaristico mectildiano assume un prospettiva molto diversa dall’esperienza della spiritualità del Cuore di Gesù di santa Gertrude di Helfta [18].
Se, infatti, consideriamo quanto fin qui abbiamo cercato di esprimere del cammino in Dio della nostra Madre, e dell’itinerario che offre, notiamo senza difficoltà la differenza di piani con la mistica di santa Gertrude, che pure la nostra Madre ben conosceva, e certamente amava.
Proviamo a leggere, a lasciar scorrere, non senza diletto e intimo gaudio, le pagine avvincenti e intensamente liriche degli Esercizi Spirituali di santa Gertrude di Helfta, scorrenti in una calda e insieme trasparente mistica sponsale, che evidenzia la grazia di un rapporto unico e personale, tra Il Cuore amante di Gesù e la risposta colma di desiderio dell’anima della sposa.
Nessuna mistica sponsale, invece, in Mectilde de Bar. Se di mistica si può parlare, anche in questo caso, e ben a ragione, è proprio perché madre Mectilde è affacciata e spalancata sul grande mistero dell’Eucaristia, e totalmente protesa ed immersa in esso; annientata, come persona, in quanto adoratrice, nella pienezza di tale mistero.
Se dunque gli Esercizi Spirituali di s. Gertrude, sostenuti e dispiegantesi sul sottofondo liturgico delle Ore canoniche, favoriscono uno scambio d’amore continuo, in un intimo connubio e sodalizio che si fa dialogo colmo di sensibile tenerezza tra il Cuore di misericordia di Gesù e l’anima che ne è sempre più avvinta; se qui i colori e gli affetti sono delicati, ma insieme molto vivi e caldi, ricchi di simbolismi intensi e di espressioni superlative, per rendere l’inesprimibile esperienza di Dio, quel che ne viene a noi lettori, scorrendo queste pagine, quel che si imprime nei nostri cuori, è appunto la pienezza esuberante dell’amore del cuore di Gertrude, avvinto da Gesù Cristo.
Come un calice vivo, come un giglio aperto alla luce splendida del ‘sole’, il cuore anelante della mistica di Helfta trabocca del calore operante di questo Cuore dello Sposo, che interamente l’attrae a Sé, e lo canta, dietro una vivace, incontenibile danza d’amore.
Nell’opera di Gertrude emerge, dunque, la risposta colma di desiderio dell’anima della sposa, della consacrata, della monaca “una”, tutta del Signore, che appunto corrisponde all’appello esclusivo e totalizzante dell’amore di Cristo. E tutto questo è molto bello e prezioso, nell’ambito, di un chiara mistica sponsale. I colori di Gertrude sono caldi, forti, solari.
È l’unione sponsale la chiave di lettura del mondo di Gertrude la grande, con tutta la ricchezza esperienziali delle immagini e dei simboli di cui si nutre il suo linguaggio e la sua poesia, e la vitalità piena di slancio di tutto il suo essere, anima, spirito e corpo, che corrisponde a Dio senza mezzi termini.
Niente di intimistico e di ripiegato, in Gertrude, in questo rapporto personale ed esclusivo tra Gesù Cristo e l’anima, ma dilatazione piena ed espressione massima del cuore della sposa, immerso totalmente nell’amore del Cuore di Cristo Sposo, e, in Lui, nella vita di tutta la Trinità.
Così, il canto di Gertrude, come la sposa del Cantico dei Cantici, è anelito estremo e infinito a Dio, sola pienezza della creatura. Tutto in Gertrude dice Dio, tutto canta assolutamente Dio. Non ci sono mezze misure, non ci sono battute d’arresto, perché è l’amore sponsale il metro e la misura piena del rapporto di fiducia e di abbandono a Dio.
Il desiderio di Gertrude per Dio è il canto e la forza di tutti gli Esercizi Spirituali, in una lirica assoluta, in un rapporto unico, strettissimo. Eccone degli esempi limpidi:
“O Gesù, mio fratello e Sposo, Re grande, Dio e Agnello, poni, poni sul volto della mia anima un segno tale che io sotto al sole non scelga nulla all’infuori di te. E Tu stesso, o carissimo, fra tutti coloro che mi sono cari, degnati di unirmi a me con il patto del matrimonio spirituale in modo tale che io divenga tua vera sposa e consorte in virtù di quell’amore inseparabile che è più forte della morte ” [19].
“O Cuore straripante di carità! O Cuore che stilli soavità! O Cuore pieno di compassione! Fammi morire per l’amore e la dilezione di te. O carissimo Cuore, ti prego, assorbi in te il mio cuore. Perla quanto mai cara del mio cuore, invitami ai tuoi banchetti che donano vita. A me, benché indegna, offri da bere i vini della tua consolazione, affinché la rovina del mio spirito sia riempita della tua carità divina…” [20].
Una mistica molto affettiva, quella di Gertrude, dove la cifra dominante della struttura del testo è il dialogo, e un dialogo denso e colmo di fiducia, vulnerabile, pregnante di tenerezza e di confidenza. Ovunque il dialogo degli Esercizi trabocca di confidenza, che apre la dolcezza del Cuore di Cristo all’anima.
Non è propriamente questa la cifra di madre Mectilde.
Sono vicine, le due sante benedettine, eppure lontane. Entrambe sono totali, ci sono tutte nel rapporto unico ed unificante con lo Sposo divino. Ma, oltre la differenza di sensibilità e di linguaggio, di stili e di affetti, diverso è il piano, la prospettiva di base, di partenza, e diverso è lo sviluppo di questa prospettiva.
Sì, è chiaro, anche lo stile di madre Mectilde è assoluto, anche lei non cede alle tinte tenui, anche lei si coinvolge totalmente e senza ritorni nel rapporto personale con Cristo. Eppure, diverso è il piano e differente la sensibilità.
Se, infatti, la grande mistica del Sacro Cuore, con tutto il suo calore umano, mette al centro dell’attenzione il Signore, ma dà al tempo stesso agio e spazio all’anima della Sua interlocutrice – cioè a se stessa – di esprimere affetti, sentimenti intimi e forti, riscontri personali vivi, preghiere e afflati interiori profondi, che si manifestano in liriche intense, nel pensiero di madre Mectilde, invece, in una sobrietà di stile e di contenuto molto tersi e solidi, è assolutamente e sempre Gesù Cristo il centro d’interesse, nello spossessamento di ogni attenzione su di sé. Il riflettore è solo su Gesù, e non, insieme, su chi lo contempla.
Eccone un esempio, nel confronto efficace.
Dal Quinto Esercizio dell’Amore divino di santa Gertrude:
“Dammi la tua dolcissima benedizione, o mio caro Gesù, vero legislatore, affinché io proceda di virtù in virtù e giunga a vedere te, Dio degli dei, in Sion.
O Dio che sei amore, chiunque non ti ama è senza lingua e incapace di parlare; e solo chi aderisce a te per intero progredisce, amando te solo ininterrottamente.
Nella scuola della tua carità ch’io non sia sempre lasciata così sola, come un tenero pulcino, affidato a te perché lo allevi, ancora chiuso nell’uovo, ma in te e per te, anzi con te, ch’io avanzi e progredisca di giorno in giorno, di virtù in virtù, portando frutto per te, o mio diletto, ogni giorno in un nuovo campo del tuo amore” [21].
Gertrude evidenzia anche lei il desideri, ma è il desiderio dell’anima innamorata di Cristo ad emergere, la sua sete, il suo ardore:
“O amore, il cui bacio è dolce, tu sei quella fonte di cui ho sete. Ecco, il mio cuore arde del desiderio per te: oh, se tu, mare immenso, potessi assorbire in te questa piccola stilla che sono io! Tu sei per la mia anima quel vivo e dolcissimo ingresso che solo mi può permettere di uscire da me per passare in te. Si apre per me il salvifico ingresso del tuo carissimo Cuore! Ecco che ormai non ho più con me il mio cuore, ma tu, o mio carissimo tesoro, lo conservi con te nella tua camera segreta. Tu sei l’unica, totale e carissima essenza del mio cuore. A te solo si è unita con fervore la mia piccola anima” [22].
Gertrude è sì piccola, e, nella sua piccolezza, finisce per scomparire, immergendosi nell’oceano amoroso del Cuore di Gesù, introdotta nella vita divina, eppure lei c’è, vive, in tutta la sua esuberanza sponsale, e, colma di gratitudine, canta con affettuosa gioia e tenera devozione questa incommensurabile vita in Dio, che la riempie di meraviglia e la sommerge. Muore a se stessa, passando felicemente nel Cuore di Cristo, eppure, sì, lei c’è tutta, e bene.
In Mectilde de Bar, come si evince immediatamente dal capitolo VIII de “Il Vero Spirito”, che siamo venuti analizzando, è Il Cuore di Gesù l’assoluto ed unico centro, senza ritorni, senza un vero e proprio gioco dialogico in parallelo:
“Gettiamoci a corpo morto ai suoi santi piedi e diciamogli con una corrispondenza d’amore, che sia più fervente possibile:
‘O Cuore divino! O Cuore amabile! O Cuore, la cui eccellenza e la cui bontà sono indicibili! I tuoi desideri siano soddisfatti in me: attirami completamente a te, per appagare i tuoi desideri; nutriti a modo tuo cosicché io sia sostenuta di te e i tuoi desideri trovino il loro intero e completo appagamento” [23].
Madre Mectilde ha un solo interesse: i desideri di Gesù, e neppure più i suoi.
Non si tratta più nemmeno, come in santa Gertrude, di un dialogo portato avanti in parallelo, tra Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, e la pienezza umana del cuore di colei che vi aderisce, con tutta la soave ricchezza che questo comporta.
Solo Gesù, e la povertà di Gesù, contemplata nel Cuore Eucaristico, è il centro d’interesse di madre de Bar, nell’essenzialità vera della pura ricerca di Dio.
Nemmeno la nostra povertà, se non vista sotto lo sguardo della povertà di Cristo. Non il desiderio nostro, ma il desiderio di Gesù di darsi a noi, di essere annientato, ‘mangiato’, consumato in noi, e quindi di essere ricevuto per darci, con la morte, la vita. Siamo a punte estreme di espressione, completamente rapportate al Signore, togliendo ogni riflettore o semplice riflesso su di noi. Questa immersione pura ed essenziali in Lui è l’annientamento:
“O Sorelle mie, quando noi mangiamo lui, egli mangia noi , e quando lui è dentro di noi, noi siamo nel suo cuore: egli vive in noi nella misura della vita che gli diamo. Infatti, come possiamo infliggergli la morte con il peccato, allo stesso modo, con la nostra fedeltà, possiamo dargli la vita. E ce ne accorgiamo per esperienza, dalla diversità di stati e disposizioni delle anime: in alcune Gesù è vivente in una maniera mirabile, in altre languisce” [24].
Notiamo la felice identificazione, che la Madre opera, tra:
- Cuore di Cristo
- Vita
Gesù Cristo ci dà la Sua vita, ci fa dimorare nel Suo Cuore – e la ‘misura’ di tale vita la stabiliamo noi – nella misura in cui ci nutriamo del Suo Corpo. L’Eucaristia è il centro vitale del mondo spirituale di Mectilde de Bar, e tutto questo mondo si riassume ed assorbe nel mistero eucaristico, al di fuori del quale la Madre non ha vita, non ha nutrimento, non ha riferimenti.
Non c’è più nulla da dire, per madre Mectilde, al di fuori del mistero eucaristico, che ci dà la vita. Tutto si risolve qui.
L’Eucaristia al centro, ed è il centro totalizzante della spiritualità mectildiana. Per questo, nel confronto con il mondo spirituale della santa di Helfta, quello mectildiano appare così ‘sbilanciato’, senza più parallelismi o ritorni, verso il polo divino, ed eucaristico. Tutto è spiegato qui:
“Veniamo chiamate: le religiose dell’Adorazione perpetua.
O sorelle mie, non portiamo invano questo bel nome, non siamo fantasmi di adoratrici, corrispondiamo con tutta la nostra capacità a questa chiamata e alla scelta che Dio ha fatto di noi per adorarlo continuamente. Ha egli bisogno di noi per questo, e ne siamo capaci noi, povere e miserabili creature…? Non ha egli milioni di angeli e di spiriti celesti che gli rendono incessantemente perfette adorazioni anche nelle nostre chiese, che ne sono tutte piene? …
Tuttavia sceglie noi e vuole che abbiamo il privilegio di adorarlo come loro e di essere le sue adoratrici perpetue. Dovremmo, sorelle, gloriarci santamente di una vocazione così elevata! […]
Il nostro Istituto, sorelle mie, è stato creato unicamente per far di noi delle adoratrici perpetue. Voi vi siete state chiamate: sta dunque a voi realizzarne la grazia e la santità, divenendo delle vere adoratrici che adorano in spirito e verità. […] Mio Dio, quale onore ci avete fatto chiamandoci ad adorarvi! Concedeteci la grazia di corrispondere a questa chiamata….” [25].
Il desiderio di Dio plana e sfocia, per noi monache – ma, lasciatecelo osare, perché no: anche per i laici che attingono e condividono la nostra spiritualità – nell’unione che l’Eucaristia garantisce, con la partecipazione alla Vita di Gesù Cristo, attraverso la comunione e l’adorazione.
“Non siamo fantasmi di adoratrici!”, esorta la Madre.
Se questo desiderio di Dio ci ha toccate, ci ha raggiunte, e ci trasforma – vivendo dell’Eucaristia, contemplando l’Ostia, adorando – ecco che tutto viene di conseguenza. E ne viene, alla luce di questo mistero vissuto e adorato, che non ci possediamo più, non viviamo più di un amore proprietario riguardo a noi, alle creature, alle situazioni… perché il Signore è il centro, alla cui luce tutto viene compreso, spiegato, risolto.
Quella mectildiana è allora una mistica eucaristica – una vita consumata alla luce del mistero eucaristico – che punta a una grande semplicità di sguardo, di mente, di cuore, di vita.
In una totalità eucaristica che non chiede che di amare Lui, superando noi stesse; e allora, nulla più conta, se non il Signore. “Nulla anteporre all’amore di Cristo” (RB 4, 21) è l’invito di san Benedetto. Che madre Mectilde completa: “… all’amore eucaristico di Cristo”.
Gesù Cristo nell’Eucaristia manifesta il culmine dei desideri di Dio per noi, dei progetti di Dio su di noi. Di fronte a tali desideri infiniti, che si esplicitano nel dono di Dio in noi – “se tu conoscessi il dono di Dio!” – di fronte alla grandezza di tale disegno di unione di Dio con l’uomo, cosa sono i nostri desideri umani, le nostre aspettative, i nostri progetti, i nostri gusti e le attese o prerogative personali?
Tutto di noi sfocia in Gesù Cristo, come un fiume che si immette nel mare.
Questo è il cuore del messaggio mectildiano, attuale per noi, oggi: per noi, figlie di Mectilde de Bar, ma anche per tutti i cristiani che desiderano vivere con amore il proprio battesimo, nella conformazione piena e concreta a Gesù Cristo, tramite lo splendido dono di una vita eucaristica.
Non sono, allora, i nostri gusti, i sentimenti, le nostre visuali che contano. Tutto porta a Gesù, nella logica mectildiana, e tutto qui si riassume. È Lui che conta; solo Lui basta!
“I gusti e le consolazioni no sono affatto necessari, anzi, la vostra adorazione sarà più pura e più perfetta perché l’anima che ha una fede viva e non sensibile si eleva più puramente a Dio, persuasa, al di sopra dei sensi umani, di ciò che egli è in se stesso, nella sua grandezza, santità ed eccellenza. Non vi arrestate, dunque, sorelle, a ciò che i sensi vi fanno sentire e gustare, ma a ciò cui la fede vi obbliga e vi fa credere. Seguite questa fede, che è luce per illuminarvi e farvi conoscere quel Dio che vi ha chiamate con un amore infinito ad adorarlo incessantemente” [26].
Di qui, che ne viene all’anima, se non il desiderio di corrispondere, per quanto è possibile umanamente, a questa capacità di Dio, ai desideri infiniti di Dio in noi?
Questa è la nostra missione sulla terra: corrispondere, adorare e aderire il più fedelmente possibile, il più liberamente possibile (liberi da noi stessi!) ai desideri immensi che Dio nutre per noi, e che Gesù manifesta nel dono totale di sé nel mistero eucaristico.
La comunione eucaristica è lo sbocco più bello, come la foce naturale, spontanea e diretta, in cui desiderio di Dio e desiderio dell’uomo si incontrano, si sposano felicemente.
Ecco perché la Madre esorta: “Corriamo, corriamo, sorelle mie, corriamo verso il Santissimo Sacramento …”. Il nostro Dio ci desidera, ci attrae, e non ammette indugio. Bisogna darGli non un po’, non molto di noi, ma tutto [27].
Alla luce di quanto esposto, ora comprendiamo come davvero, ad ogni S. Messa, ad ogni comunione noi dovremmo correre; correre ed ardere, con il desiderio dello spirito e di tutta la vita, cibandoci di Colui che ci nutre di Sé.
Così, il desiderio, di Dio in noi e di noi in Lui, può ben essere il movente della nostra vita.
Un desiderio da chiedere, come grazia, da invocare dall’alto, dalla gratuità del Cuore di Gesù, come ben conclude, a mo’ di preghiera, la Madre, il capitolo esaminato:
“Comunica all’anima mia una piccola scintilla dei tuoi desideri più ardenti e possa io dire, con un medesimo cuore e un medesimo amore, per l’effusione dei tuoi sacri desideri in me, nella comunione quotidiana: desiderio desideravi” [28].
Può partire, da qui, una verifica concreta, per noi, Benedettine del SS. Sacramento, “depositarie dell’Eucaristia”, e per tutti coloro che vogliono riferirsi alla testimonianza di fede e di vita della nostra venerata Madre Fondatrice.
Quanto vivo del desiderio infinito di Gesù Cristo in me?
Quanto i Suoi desideri mi cambiano, e mi protendono in avanti?
Quanto L’Eucaristia mi segna e trasforma?
Non è troppo chiedercelo, in questo anno mectildiano che volge al termine. E sarà l’augurio e il dono più bello che possiamo presentare, nel nostro piccolo, oltre che al Signore, anche alla nostra cara madre Mectilde de Bar.
*Relazione tenuta il 13 ottobre 2014 presso il Monastero “San Benedetto” di Milano, alla Scuola di Cultura Monastica.
[1] Catherine de Bar, che in religione assume il nome di Mectilde del SS. Sacramento, nasce a Saint-Dié, in Lorena, il 31 dicembre 1614. E’ una figura ancora troppo poco conosciuta in Italia, persino nell’ambito monastico, mentre il suo apporto nel contesto degli “spirituali” del secolo d’oro francese merita indubbiamente un approfondimento. Offriamo qui il suo profilo biografico-spirituale.
Battezzata lo stesso giorno della nascita, grazie al clima profondamente cattolico che si respira in famiglia, Catherine avverte precocemente la chiamata alla vita religiosa. Nel 1631, a diciassette anni, entra nel convento delle Annunciate di Bruyères, ma ben presto la comunità si disperde, per l’infierire della guerra dei Trent’anni. Per disposizione divina, la giovane suora viene accolta nel fervente monastero delle Benedettine di Rambervilles. Si imbatte così felicemente nella Regola di san Benedetto, riconoscendovi la sua più autentica chiamata. L’11 luglio 1640 emette la professione monastica, prendendo il nome di Mectilde. Questo non è, però, che il punto di “non ritorno” di una serie di necessari e pesanti cambiamenti esterni, di monastero in monastero, cui l’efferatezza degli eventi bellici la costringono, con la dispersione della stessa comunità di Rambervilles. Ma, sotto l’infuriare delle prove – una “scala dell’umiltà” quanto mai concreta, cui questa benedettina, secondo una sua espressione tipica, “adora e si sottomette” – l’anima di madre Mectilde si affina sempre più, peregrinando, di tappa in tappa, verso il suo vero centro: l’unione piena con Dio cercato e adorato nell’Eucaristia. I trasferimenti obbligati, segnati altresì dal suo reiterato rifiuto di cariche abbaziali – Montmartre, Caen, Parigi – arricchiscono il suo mondo interiore, grazie agli incontri con personalità di rilievo.
Ricordiamo in particolare le figure di dom Louis Quinet (1595-1665), cistercense della stretta osservanza, il quale, inciderà, con forti ideali di riforma del monachesimo, sul carisma della Madre, come influiranno sull’impostazione stessa della vita monastica delle benedettine del SS. Sacramento i monaci Mauristi di Saint-Germain-des Près; il padre Chrysostome de Saint-Lô († 1646), penitente del Terz’Ordine di san Francesco, suo direttore spirituale; e soprattutto il laico Jean de Bernières (1602–1659), terzogenito del tesoriere di Francia e figura spirituale di spicco nella Francia dell’epoca.
Ed è a Parigi, in condizioni di estrema povertà, che il progetto divino su questa audace donna e sulle poche sorelle rimaste con lei si fa finalmente chiaro. L’interessamento di alcune nobildonne alla loro povera sorte fa sì che il grande sogno di madre Mectilde, che ben si spiega in un secolo fortemente eucaristico, ma trapassato dalla piaga del giansenismo, divenga realtà. Il 25 marzo 1653 nasce così a Parigi, con l’approvazione della regina Anna d’Austria, in rue du Bac, la prima comunità delle benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento. Si tratta di una piccola ma fervente realtà, in cui la Madre avvia con radicalità le sue figlie a vivere la regola benedettina secondo un’intensa spiritualità eucaristica di riparazione, che chiede alle monache di lasciarsi sempre più conformare alle esigenze del mistero pasquale di Cristo. Una spiritualità eucaristica vitale, che non è mera devozione, e che nulla toglie al proprium della vita monastica, costituendone, al contrario, un sostanziale elemento di fondo. Il carisma mectildiano si diffonde ben presto in numerose comunità, francesi ed europee: alla morte di madre Mectilde, avvenuta a Parigi il 6 aprile 1698, i monasteri dell’Istituto sono dieci. Segno della fecondità di un’ispirazione, condensata in numerosi scritti della Madre – solo l’epistolario conta più di tremila lettere! – che è tutt’oggi viva e operante nel cuore dell’Europa, ed oltre.
[2] Il tema della sovrabbondanza dell’amore di Dio per noi è stato sviluppato dal Cardinale Joseph Ratzinger in Introduzione al cristianesimo, Biblioteca di teologia contemporanea, 5, Queriniana, Brescia 1969, p. 210, dove afferma: “Cristo è l’infinita prodigalità di Dio”. Una prodigalità che sorprende e sgomenta – san Bernardo la definisce “la misura senza misura dell’amore” – e che costituisce, per il grande teologo tedesco, “…il fatto, davvero tale da mozzare il fiato, per cui Iddio, con un atto d’indicibile auto-prodigalità, non solo ha profuso un intero universo, ma addirittura se stesso, pur di condurre alla salvezza quel granello di polvere che è l’uomo”.
[3] Il segreto di Mectilde de Bar, Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del santissimo Sacramento [1684-1689], Introduzione, traduzione e note a cura di Annamaria Valli, Glossa, Milano 2009, c. VIII, 2, p. 99. Da qui in poi citeremo l’opera con la sigla VS.
[4] Viene qui da pensare all’espressione di Gesù alla Samaritana, anche questa frutto di una sete, “dammi da bere”, di un desiderio di Dio per l’uomo: “Se tu conoscessi il dono di Dio…” (Gv 4, 10).
[5] VS VIII, [3], pp. 99-100.
[6] Ibidem, p. 100.
[7] Come non pensare qui a certe espressioni di Papa Francesco, quando parla del “Dio delle sorprese”, che sempre cambia i nostri piani, operando come Lui sa, e molto meglio di quanto noi possiamo presumere…
[8] VS, VIII, 6-7, p. 100.
[9] Catherine Mectilde de Bar, L’anno liturgico, Glossa, Milano 1997, p. 178.
[10] Ibidem.
[11] VS, VIII, [6-7], p. 101.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem, pp. 101-102.
[14] Catherine Mectilde de Bar, Per la domenica delle Palme, in l’Anno Liturgico, Glossa, Milano 1997, pp. 181-182.
[15]VS, VIII, [15], p. 102.
[16] VS, VI, [5], p. 76.
[17] M.-Veronique Andral, Adorazione, in appendice a: Catherine Mectilde de Bar, Non date tregua a Dio, Jaka Book, Milano 1978, p. 245.
[18] S. Gertrude (1256-1301/2), monaca di Helfta, appartenente dunque alla famiglia benedettina, e grande mistica, ha ricevuto il titolo di grande – unica donna della Germania a ricevere tale onore - per il suo grande spessore umano, culturale ed evangelico, come ha ben evidenziato Papa Benedetto XVI nell’Udienza generale del 6 ottobre 2010.
[19] Gertrude di Helfta, Esercizi Spirituali, a cura di sr. Maristella dell’Annunciazione e Antonio Montanari, Glossa, Milano 2006, Terzo Esercizio di sposalizio e consacrazione, p. 33.
[20] Ibidem, pp. 134-135.
[21] Ibidem, p. 73.
[22] Ibidem, p. 65.
[23] VS, VIII, 16, p. 102.
[24] VS I, [ 71], p. 26.
[25] Catherine Mectilde de Bar, Sulla vocazione di adoratrice, in l’Anno Liturgico, Glossa, Milano 1997, pp. 130-131.
[26] Ibidem, p. 134.
[27] È molto interessante, e mi riprometto di approfondire la tematica in altra sede, studiare come madre Mectilde affronti il discorso vocazionale (la sua vocazione personale – si veda il famoso ‘sogno della bottega’ – ed anche quella delle Figlie del SS. Sacramento – si vedano qui i primi due capitoli de il Vero Spirito) proprio a partire dal desiderio di Dio, e non dal nostro anelito. Non considera tanto la persona chiamata, che “bussa” al Cuore del Signore, quanto la forza di Dio stesso che attira il chiamato a Sé, in una prospettiva quindi molto differente.
[28] VS, VIII, [16], p. 103.