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Deus absconditus  anno 105,  n. 2,  Aprile-Giugno 2014, pp. 22-23

 

Don Aldo Ticozzi,
cappellano
del Monastero SS. Trinità di Ghiffa

I buoni effetti che l’anima riceve
comunicandosi spesso
Introduzione a una lettera di Madre Mectilde de Bar

 

 

«Mia buona sorella in Cristo, vi desidero tutta applicata al suo san­to amore e tutta consumata in lui. Desidererei che vi accostaste spesso alla comunione e se il vostro reverendo confessore vi per­mettesse domani di ricevere questa grazia, vi consiglierei di farla vostra. Non potrete mai darvi troppo a Gesù Cristo, né mai con­segnarvi troppo ai disegni che egli ha di possedervi mediante que­sto adorabile sacramento. Avete bisogno di inabissare la vostra debolezza nella sua forza divina e di desiderare di essere comple­tamente ricolma di lui.

“Come io vivo per il Padre - dice Gesù - così tutti quelli che mi ricevono vivono per me” (Cf Gv 6,57). O beata vita, vivere per Gesù e di Gesù, essere nutrita e sostentata di lui! Per questo egli è nell'ostia e vi sarà sino alla consumazione del mondo. E il suo desiderio sa­rebbe di essere ricevuto attualmente, per operare continuamente gli effetti del suo amore e della sua misericordia: che egli viva in noi e noi in lui. In una parola: che noi siamo trasformate nel suo amo­re, tutte inabissate nella divinità e rese una sola cosa con Gesù Cri­sto. Mi sembra che un'anima che si comunica spesso ne riceva mol­ta più forza, grazie e benedizione di quelle che se ne astengono.

Andiamo a Dio con umiltà e fiducia. Egli è buono di una bon­tà infinita. Conosce la nostra impotenza e la nostra incapacità e supplirà a ciò con la sua divina sufficienza. Oh, quando mai sare­mo tutte di Gesù, i nostri cuori respireranno soltanto il suo amo­re, vivremo della sua vita e avremo impressi in noi i suoi sentimen­ti? Consegniamoci al suo desiderio eterno di possederci per attuare questo. Quanto è dolorosa e insopportabile questa vita senza l'amo­re di Gesù e senza essere in croce per lui! Mi pare che un'anima cristiana non possa trovare gioia se non nella speranza di soffrire qualcosa per colui che la fa vivere e morire. Soffriamo quindi, perché questa è l’unica felicità di un’anima che appartiene a Gesù Cristo e che non ha né può più avere parte al mondo e a tutte le soddisfazioni che questo può offrire: “per quem mihi mundus crucifixus est, et ego mundo” (Gal 6,14)». (…)

 

[Catherine Mectilde de bar, Lettere di un’amicizia spirituale. 1651-1662, Áncora, Milano, 1999, pag. 196]

 

 

Effetti della comunione frequente

 

    La lettera di Madre Mectilde alla figlia spirituale Maria di Chateauvieux inizia con una richiesta esplicita: “Desidererei che vi accostaste spesso alla comunione”. Raccomandazione ovvia per noi, ma per nulla scontata nel tempo in cui la Madre scriveva. Solo qualche anno prima (1643) Antonio Arnauld, il grande teorico del Giansenismo, aveva pubblicato un suo scritto “Sulla comunione frequente”, opera che stava contribuendo, e avrebbe contribuito nei secoli successivi, ad allontanare dalla comunione eucaristica moltissimi fedeli. Per l'Arnauld infatti questa  pratica, anziché mezzo per fortificarsi nel cammino cristiano della vita, doveva essere considerata ricompensa riservata a poche anime elette, capaci di severe mortificazioni, sostenute da una particolare grazia divina, da ricevere solo dopo lunga e austera preparazione: comunione quindi come premio ai forti, non come sostegno ai deboli.

    Non è questa l'idea della Madre la quale, senza entrare in polemica con l'ideologia giansenista (ce n'è forse un solo accenno là dove ella afferma che le anime che si comunicano spesso ricevono più grazie di quelle che si astengono), si appella all'autorità che veramente conta, Gesù Cristo, e alla sua parola nel Vangelo: “Come io vivo per il Padre, così tutti quelli che mi ricevono vivono per me” (Gv. 6,57). Abbiamo tutti bisogno - commenta M. Mectilde -, di pienezza di vita, di essere trasformati nell'amore di Cristo e inabissati nella sua divinità: e dove può diventare possibile questo se non nell'incontro sacramentale con lui, mangiando il suo corpo e bevendo il suo sangue?

Ma se la comunione frequente è un mezzo dato a tutti i cristiani per il loro cammino spirituale, M. Mectilde è ben lontana dal considerarla una pratica superficiale e abitudinaria, come a volte purtroppo avviene oggi nelle nostre comunità. Con il suo abituale linguaggio forte ricorda che comunicarsi con il corpo di Cristo offerto sulla croce comporta la disponibilità a soffrire con lui e per lui, addirittura richiede la speranza di poter soffrire con lui. Non si tratta certo di una ricerca masochistica del dolore, ma della consapevolezza che partecipare al corpo e al sangue di Cristo significa partecipare anche alla sua croce e sentirsi solidali con chi vive l'esperienza del dolore. Non è difficile notare la corrispondenza di queste idee con l'insegnamento di papa Francesco: la misericordia di Dio (e della Chiesa) per i deboli ed i peccatori e la vicinanza affettuosa a chi vive l'esperienza della croce. Cristiani che si accostino così al banchetto eucaristico, consapevoli di aver bisogno della misericordia di Dio e del perdono dei fratelli e insieme, anzi proprio per questo, capaci di compassione e di solidarietà, potranno realizzare l'ideale auspicato dalla Madre, che è l'ideale del vero discepolo: respirare l'amore di Cristo, vivere della sua vita e avere impressi nel cuore i suoi sentimenti.