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Deus absconditus anno 105, n. 1, Gennaio-Marzo 2014, pp. 6-8
Don Aldo Ticozzi,
cappellano
del Monastero SS. Trinità di Ghiffa
“A cosa ci obbliga
il battesimo”:
Introduzione a una lettera di Madre Mectilde de Bar
Il battesimo “obbliga”: la nostra sensibilità potrebbe restare sorpresa, perfino offesa, di fronte ad una parola così rude, specialmente se applicata al dono di un sacramento. Eppure questo termine, insistentemente ribadito, costituisce la struttura portante del pensiero di Madre Mectilde de Bar nel suo scritto indirizzato alla contessa di Châteauvieux, ancora all’inizio del suo cammino spirituale.
Basterebbe però sostituire il verbo “obbliga” col più attuale “abilita” per aiutarci a capire, al di là della terminologia, la limpida verità del pensiero della Madre. Per chi è, come la contessa, desideroso di avviarsi sulla via della perfezione e forse pensa di doversi dedicare a chissà quali pratiche eroiche di vita, è da lì che si deve partire: dal dono del battesimo ricevuto per grazia (la grazia e la verità sono venute per mezzo di Gesù Cristo, Gv 1,17), che introduce alla “perfezione elevata” della vita cristiana, rendendoci figli del Padre e conformi alla vita nuova di Cristo.
Per tanti anni e da parte di tantissimi cristiani si è pensato che la vita del battezzato (si diceva “semplice battezzato” e già l’aggettivo indicava la concezione di un cristianesimo in tono minore) potesse limitarsi ad una tranquilla mediocrità, lasciando solo a pochi, a chi consacrava la vita nella sequela dei consigli evangelici, l’avventura di esplorare e raggiungere le vette della perfezione.
Contro questa idea, per molti divenuta prassi di vita ma certamente non biblica né teologica, cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II, quasi eco dell’affermazione di Madre Mectilde, riaffermava autorevolmente “che tutti i fedeli, di qualsiasi stato o grado, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità” (LG 40) Non si deve forse a questa antica e nuova concezione del battesimo come vocazione alla perfezione la fioritura di tanta santità laicale, da santa Gianna Beretta Molla ai coniugi Beltrame Quattrocchi e a molti altri?
E la vita religiosa con la scelta dei consigli evangelici? Madre Mectilde è ben consapevole della sua importanza e del dono di grazia che essa rappresenta nella vita della Chiesa: a questo ideale ha consacrato la sua esistenza tra innumerevoli fatiche e sacrifici. Però – afferma - gli stati di vita religiosi sono libera scelta di alcuni in risposta alla chiamata di Dio e “obbligano ai mezzi della perfezione piuttosto che alla perfezione stessa...; aprono la via facilitandone il raggiungimento, ma presuppongono l’obbligo che già abbiamo”, mentre la grazia del battesimo è donata a tutti e tutti chiama alla “perfezione del Vangelo”. Il che sta a dire che la vita religiosa con i relativi voti è uno strumento prezioso di cammino verso la santità, ma la santità è dono di Dio e vocazione di tutti.
L’impegno, l’obbligo secondo la terminologia mectildiana, che compete a quanti, come la contessa, desiderano progredire nella vita cristiana, sarà quello “di far rivivere questa grazia che è presente m noi ma che spesso è come morta”. I1 fiume ricco d’acqua, che con i suoi ruscelli rallegra la città di Dio (salmo 45), cioè la varietà e la fecondità dei carismi presenti nella Chiesa, non potrà mai prescindere dall’unica sorgente che lo alimenta: il battesimo comune.
La voce di madre Mectilde de Bar, pur venendo da tanto lontano, delinea così con straordinaria modernità la vocazione alla santità di ogni battezzato, qualunque sia lo stato di vita a cui è chiamato.
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«Il battesimo ci obbliga ad una perfezione elevata, quella del cristianesimo, sia perché ci conforma alla morte e alla vita nuova di Gesù, imprimendo nelle nostre anime il suo carattere e la sua somiglianza, nella quale consiste tutta la nostra grazia e perfezione, sia perché costituisce l’ingresso nella legge della grazia, che è legge d’amore e di perfezione, a differenza della legge antica che era di timore e di servitù. Infatti la legge è stata data per mezzo di Gesù Cristo (cf Gv 1,17).
Infine, il battesimo è una nascita spirituale che ci rende figli di Dio. E siccome è proprio dei figli imitare i padri, così noi siamo esortati dal Figlio di Dio a essere perfetti come è perfetto il nostro Padre celeste (cf Mt 5,48). Ecco dunque il nostro primo obbligo, impresso così profondamente in noi con il carattere del sacramento del battesimo, che non potrà mai essere cancellato. Il battesimo ci obbliga direttamente alla perfezione. Invece gli altri stati di vita nella Chiesa come quello dei religiosi, obbligano ai mezzi della perfezione piuttosto che alla perfezione stessa, poiché obbligano all’osservanza dei voti che ce ne aprono la via facilitandone il raggiungimento; ma presuppongono l’obbligo che già abbiamo. Inoltre, i religiosi si consacrano a Dio di propria volontà, ma con il battesimo Dio ci sceglie con la sua autorità. I primi si rendono tali con la loro professione, che dipende dalla libertà umana; gli altri con la rigenerazione spirituale, che non dipende da noi. Dunque la prima grazia alla quale dovete fedeltà è quella del cristianesimo, grazia della legge evangelica e di Gesù Cristo nostro Signore, che è di uno stato e di un ordine superiore rispetto alla grazia originale di Adamo e a quello degli angeli, essendo proporzionata a Colui che ne è l’autore e il soggetto. Grazia che abbiamo ricevuta nel battesimo e che ci obbliga alla perfezione del Vangelo e ci lega al Figlio di Dio con il carattere di una servitù perpetua.
Primo vostro impegno deve essere quello di far rivivere questa grazia che è presente in noi ma che spesso è come morta e senza azione vitale; di rinnovarla se invecchiata, di risvegliarla se assopita; di accendere questo fuoco che nostro Signore è venuto a portare sulla terra 5, che nei nostri cuori si spegne, e di richiamare lo spirito originario dei primi cristiani della Chiesa nascente che spesso rimane in noi, per così dire, prigioniero ed inefficace; di riattivarlo, metterlo in funzione, accrescerlo e perfezionarlo; di entrare in un desiderio ardente della povertà e santità del Vangelo di Gesù Cristo, e di rinnovargli la nostra originaria servitù». (…)
[CATHERINE MECTILDE DE BAR, Lettere di un’amicizia spirituale. 1651-1662, Áncora, Milano, 1999, pag. 73]