Home    Temi    Spiritualità mectildiana   Autori

           122

Deus absconditus  anno 105,  n. 3,  Luglio-Settembre 2014, pp. 21-37

 

Sr. Marie-Cécile Minin osb ap

Fare della propria vita un culto spirituale a Dio,
secondo madre Mectilde de Bar

 

 

 “Vi esorto […] fratelli, per la misericordia di Dio a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12, 1). In poche parole, Paolo indica ai Romani il cammino per essere veramente cristiani: fare della propria vita un culto spirituale a Dio. Anche madre Mectilde ritorna più volte su quell’argomento. E non a caso. Infatti ne Il Vero spirito[1], nella sua corrispondenza, nelle sue conferenze, nelle costituzioni sulla Regola, madre Mectilde si ferma diverse volte sullo sacrificio che Gesù offre nell’intimo dell’anima al momento della comunione eucaristica, sacrificio al quale anche il cristiano è unito a motivo della sua incorporazione a Cristo Gesù mediante il battesimo.

In una conferenza madre Mectilde, parlando della comunione eucaristica, dice:

“Quando ci si comunica nella S. Messa, si ha la fortuna di ascoltare due Messe; quella del sacerdote che sacrifica Gesù Cristo e quella di Gesù nell’anima che lo ha ricevuto, dove egli stesso s’immola a Dio suo Padre, consumandosi per la sua gloria e rendendogli un onore infinito […] Quale fortuna la Santa Comunione !”[2]

E ne Il Vero spirito, potrà scrivere:

“Poiché Gesù, come Capo dei cristiani, vi si trova immolato per noi, sono persuasa che siamo tenute ad assistervi come membra unite al loro Capo. Di conseguenza non solo dobbiamo avere l’intenzione di ascoltare la santa Messa, ma dobbiamo partecipare formalmente a ciò che fa Gesù, il quale ci immola con Lui.” (VS 4, 2)

Sfogliando pagine antiche e nuove, ci soffermeremmo dunque su un argomento caro a Madre Mectilde e considereremmo Gesù che si immola a gloria di Dio Padre suo. Partiremmo dalle antiche interpretazioni del concetto di sacrificio vivente per – dopo aver penetrato nel cuore dell’intuizione mectildiana – approdare nel dono inestimabile della comunione eucaristica.

1. L’inabitazione dello Spirito Santo nell’anima

Tra i primi cristiani si usa già parlare dell’inabitazione dello Spirito santo nel tempio dell’anima. Così si rivolge infatti Paolo ai Corinzi, nella prima lettera:

“Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?... Santo è infatti il tempio di Dio, che siete voi.” (1 Cor 3, 16-17)

In seguito, scrivendo nuovamente ai Corinzi, Paolo ribadisce:

 “Voi siete il tempio del Dio vivo, come dice Dio stesso: abiterò in essi, e camminerò fra di loro.” (2 Cor 6, 16)

Nella lettera attribuita a san Barnaba, composta tra il 70 e il 132, i giudei e i primi cristiani sono consolati della distruzione del tempio di Gerusa­lemme, nonché confortati nella loro fede, con queste parole:

“Diveniamo spirituali, rendiamoci tempio consacrato a Dio.” [3]

Nel quarto secolo, in un commento ai versetti del salmo 50, sant’Agostino a aperto un cammino di vita interiore dicendo:

“Ecco dunque che hai che cosa offrire. Non girare lo sguardo in cerca del gregge, […] Cerca dentro al tuo cuore cosa ci può essere di gradito a Dio. È il cuore che si deve spezzare.”[4]

Nel secolo V, san Pietro Crisologo ha lasciato alla Chiesa un impegnativo programma di vita spirituale.

“Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio […] a offrire i vostri corpi (Rm 12, 1) O immensa dignità del sacerdozio cristiano! L’uomo è divenuto vittima e sacerdote per se stesso. L’uomo non deve cercare fuori di sé ciò che deve immolare a Dio, ma porta con sé e in sé ciò che sacrifica a Dio per sé […] Fratelli, questo sacrificio è modellato su quello di Cristo e risponde al disegno che egli si prefisse […] O uomo sii sacrificio e sacerdote di Dio: non perdere ciò che la divina volontà ti ha dato e concesso. Rivesti la stola della santità. Cingi la fascia della castità […] fa del tuo cuore un altare […] Dio cerca la fede, non la morte. Ha sete della tua preghiera, non del tuo sangue. Viene placato dalla volontà, non dalla morte.”[5]

Sentiamo anche san Lorenzo Giustiniani in una meditazione sulla Vergine:

“O anima fedele, imita la Vergine Maria, entra nel tempio del tuo cuore per essere spiritualmente rinnovata […] L’offerta spirituale che purifica noi e sale gradita a Dio non è tanto l’opera delle nostre mani in se stessa, quanto il sacrificio spirituale che si immola nel tempio del cuore, ravvivato dalla presenza e dal compiacimento di Cristo Signor nostro.”[6]

Nella Chiesa ortodossa, questo programma di vita fu, lo stesso, oggetto di grande attenzione, come leggiamo in una omelia di san Giovanni Crisostomo, a proposito della preghiera:

“Quando ti accingi a compiere questa preghiera, rivesti la tua casa di modestia e umiltà, rendila luminosa come la luce della giustizia, adornala con lamine di oro puro, cioè con le opere buone; decorala non con pietre preziose ma con la fede e la grandezza d’animo, ponendo al di sopra di tutto la preghiera, con il frontone che incorona la casa: In tal modo preparerai perfettamente la tua dimora per il Signore e lo riceverai in essa come in una splendida reggia, possedendolo subito con la sua grazia, come un simulacro eretto nel tempio dell’anima”.[7]

Anche ne La Vita in Cristo di Nicola Cabasilas ci sono belle pagine:

“Egli stesso infatti è sacerdote e altare, ostia e offerente, termine della sua offerta e ciò che la costituisce”.[8]

Tutti questi testimoni della fede richiamano alla nostra mente la liturgia che si svolge nell’intimo dell’anima del battezzato, diventato tempio di Dio. In quel tempio, Gesù è il Pontefice e l’ostia di un’unica liturgia.

2. Gesù è il Pontefice e l’ostia di un’unica liturgia

Nel suo insegnamento, madre Mectilde si sofferma spesso sulla qualità di pontefice e ostia di Gesù. Così si esprime in una conferenza:

“Per mezzo della santa comunione [Gesù] compie pure il suo ufficio di Gran Sacerdote. Il cuore di colei che lo riceve è l’altare ed egli vi sacrifica tutto ciò che gli è opposto.” [9]

Sottolinea anche la Madre all’inizio de Il Vero spirito che:

 “Dio ha creato l’Istituto per dare gloria al Figlio suo, che nella divina Eucaristia sostiene abbassamenti infiniti” (VS 1, 1).

L’uomo è dunque stato creato per la gloria di Dio. Dio desidera entrare nel cuore dell’uomo mediante il battesimo – porta d’ingresso nel Regno – per celebrarvi un sacrificio divino, eterno, di merito infinito al momento della comunione. Continua infatti madre Mectilde sempre nel capitolo primo de Il Vero spirito:

“Sì, sorelle mie, proprio questo è meraviglioso: Gesù Cristo entra nei nostri cuori per celebrarvi un sacrificio divino, eterno, di merito infinito; ed è questo fatto che deve muoverci all’amore per la santa comunione, dal momento che Gesù Cristo compie in noi il ministero del sommo sacerdote e supremo sacrificatore, immolando se stesso per l’anima che lo riceve e rendendo omaggio e gloria infinita a Dio, Padre suo, in virtù del suo divin sacrificio.” (VS 1, 40).

Due secoli e mezzo dopo di lei, l’argomento lungi di esse esaurito, fu oggetto di splendide pagine in un scritto di madre Cécile Bruyères, fondatrice di Sainte-Cécile di Solesmes, intitolato La vita spirituale e l’orazione secondo la Sacra Scrittura [10] – che meriterebbe di essere più nota – dove la badessa si sofferma, infatti, anche lei su questo tema:

“Dio – scrive – non poteva creare nulla che non fosse per la sua gloria. Gesù Cristo è il primo a rendere a Dio il culto supremo voluto dalla volontà divina da tutta l’eternità. È venuto, in quanto creatura, per rendere al Padre suo l’omaggio più completo che Dio potesse ricevere, una gloria fatta per così dire sulla mi­sura di Dio perché gli veniva offerta da Dio medesimo, giacché l’unione ipostatica dà alla natura umana del Verbo Incarnato una dignità e uno splendore unici. La decisione del Signore era chiara: la sua Incarnazione doveva dargli la possibilità di essere pontefice e ostia, per offrire alla divinità il culto più perfetto e più alto che una creatura intelligente possa offrire.” [11]

Nella vita di tanti monaci e monache è stato l’incontro del Cristo, attraverso la contemplazione del mistero dell’Incarnazione redentrice del Verbo, ad alimentare la vita spirituale. Fu anche così per madre Mectilde de Bar:

“Gesù – scrive – viene nel mondo e nella nostra carne, facendosi uomo per essere la vittima della giusti­zia e santità di Dio. Egli è venuto per immolarsi e dare la Sua vita: ecco il mo­tivo della nostra gioia. […]. O Gesù, Dio-fanciullo, appena apparite sulla terra, siete già destinato alla morte, non respirate che il sacrificio, e l’amore che vi ha fatto usci­re dal seno del vostro divin Padre, vi con­duce alla Croce e alla morte. È il prime gesto che compite venendo al mondo sacrificandovi per rendere gloria e ono­re infiniti al Vostro divin Padre e per riparare gli oltraggi da Lui ricevuti a moti­vo dei peccati dell’umanità. O Gesù, fin da questo momento, noi dobbiamo considerarvi come la nostra vittima. Voi venite sulla terra per subire la morte e darci, morendo, la vita. Fateci la grazia che il momento della vostra na­scita sia per noi quello della nostra morte. Solo la vostra Vita sia la nostra vita!” (VS 10, 11-19)

La missione del Verbo Incarnato è infatti una mis­sione di pontefice. E di tale sacerdozio Cristo è stato investito in maniera permanente.

3. Gesù vuole unirci al suo sacrificio

La venuta del Figlio di Dio sulla terra ha avuto un’alta conseguenza. Infatti spiega madre Cécile Bruyères:

“Gesù ha cancellato le nostre colpe, riparando tutti i nostri errori, in modo che cooperassimo al suo sacrificio come membra di uno stesso corpo di cui egli è il capo.” [12]

Unirci al suo sacrificio è il volere di Gesù. Lo ha delineato in modo chiaro madre Mectilde in una lettera alla contessa di Châteauvieux:

“Appartenendo a Dio – scrive – siamo date e sacrificate a Lui mediante Gesù Cristo come membra del Suo Corpo mistico e questo perché tutte le cose appartengono a Dio. Noi siamo quindi necessariamente sue, ma in maniera ineffabile, mediante il sacrificio di Gesù Cristo, sia sulla croce che sull’altare, perché sulla croce voi siete stata crocifissa misticamente – guardate ciò che ne dice san Paolo – e siete morta con Lui. Per questo siete obbligata a vivere una vita di morte […], poiché ‘la vostra vita è nascosta in Gesù Cristo’, come dice l’Apostolo. Dunque se la vostra vita è nascosta in Gesù Cristo, nulla deve apparire in voi se non Gesù Cristo.”[13]

Madre Mectilde presenta di nuovo l’argomento in una conferenza alla sua comunità:

“Il Verbo divino si offre per riparare la gloria del Padre e salvare l’intero genere umano dicendo, come leggiamo nella sacra Scrittura: «Ecco io vengo per fare la tua volontà», pur essendo egli stesso l’offeso. L’amore e il desiderio che nutre di riparare la gloria del Padre e di salvare gli uomini, lo portano a espropriarsi di quanto gli è dovuto. E ecco che si umanizza. Come possiamo non ardere di fuoco d’amore per un Dio da cui ci viene tanto bene ? Ci ha donato un’anima tanto preziosa da renderla eterna perché potessimo gioire di lui per l’eternità. Il nostro peccato ci ha come strappati da Dio, e soltanto un Verbo umanizzato poteva ricondurci a lui. Il Padre lo dona a noi per salvarci.”[14]

Il supremo pontificato di Cristo è eterno e il suo eser­cizio non avrà mai termine, non soltanto nella persona adorabile del Figlio di Dio ma anche nel suo Corpo mistico, in virtù del sacerdozio regale nel quale tutti sono sacerdoti, benché secondo gradi diversi.

4. La Chiesa militante partecipa all’unica liturgia della Chiesa trionfante

Gesù ha voluto identificare in maniera meravigliosa e con divina industriosità il sacrificio terreno con quello celeste, poiché unico è il sacerdozio, quello di Gesù Cristo; unico è il sacrificio sulla terra e in cielo; unica è la vittima, l’Agnello vittorioso e immolato. Rimaniamo stupiti della ricchezza dell’insegnamento di madre Mectilde, leggendo questo consiglio che dà alle sue monache:

“Se la persona non può restare salda nella pace, né può nutrire rispetto o attenzione, che ripeta più volte con la Chiesa, di tutto cuore: «Amen». Questa parola è davvero piena di mistero: è una confessione di fede e un assenso che l’anima dà, sia a tutto ciò che Dio opera nella sua Chiesa, sia a tutto ciò che la Chiesa fa per Dio. È opportuno pronunciarla spesso con questa intenzione, dal momento che per questo motivo la Chiesa stessa la fa ripetere tante volte. Questa parola è stata pronunziata inizialmente nella Chiesa trionfante: san Giovanni ce lo fa notare a proposito dei quattro animali e dei ventiquattro vegliardi che, prostrati dinanzi al trono dell’Agnello, rispondevano “Amen” a tutti gli elogi, alle adorazioni, lodi e benedizioni che si indirizzavano al Dio vivo e a Colui che solo aveva il potere di aprire il libro sigillato con sette sigilli. Costui non è altri che Gesù Cristo, l’Agnello divino immolato dalla fondazione del mondo. Non è detto che i ventiquattro Principi dell’apocalisse pronunciassero altre parole, oltre questa parola preziosa, che contiene anche un’adesione e un nudo assenso alle operazioni di Gesù Cristo e all’effetto che si produce nell’anima, che le resta ignoto. Che cosa diventa dunque quest’anima con la comunione? Un Gesù Cristo” ( VS 7, 39-43).

Anche nell’epistolario,vediamo come madre Mectilde incoraggia la contessa di Châteauvieux a fare della propria vita un sacrificio interiore di lode:

“Quanto al sacrificio dell’altare voi sapete che è un memoriale di quello della croce e una continuazione di quell’adorabilissimo sacrificio. La differenza è che esso non è più cruento, ma è efficace e opera effetti potenti sulle anime che vi si applicano e che rimangono nella grazia che esso ci comunica. (…). E poiché voi non eravate sul Calvario per acconsentire alla vostra crocifissione, nostro Signore vuole che acconsentiate a quella dell’altare, per completare ciò che mancava alla sua Passione, così che, come suo membro, voi siete offerta al Padre con Gesù Cristo e per Gesù Cristo, e il sacerdote vi tiene misticamente fra le mani, ed è così che voi siete nell’ostia. O dignità dello stato cristiano: essere resa una stessa cosa con Gesù Cristo, essere crocifissa con Lui ed essere immolata tutti i giorni sull’altare con Lui ![15]

Il sacrificio offerto da Cristo è unico, perché egli non poteva offrire più volte un sacrificio che è perenne e che soddisfa con una sola e permanente obla­zione tutte le giuste esigenze della maestà divina.

Madre Cécile Bruyères fa eco all’intuizione mectildiana:

“Gesù ha dunque realizzato una mirabile unione tra la Chiesa trionfante e la Chiesa militante: l’una è nella visio­ne, l’altra è nella fede; ma la diversità di questi due modi di essere non scompone affatto l’unità dell’azione liturgica che si compie in cielo e sulla terra. Identica è l’oblazione che è offerta sull’altare del Cielo e sull’altare della terra; ma la terra ha una gloria partico­lare: il Cielo stesso è suo debitore, perché il sacrificio eterno è avvenuto prima fra noi, e noi lo abbiamo poi affidato alle mani degli Angeli. [16]

È lo Spirito Santo stesso a realizzare l’unità del sacerdozio, l’unità dell’al­tare, l’unità dell’ostia, l’unità del sacrificio che egli consuma in cielo e sulla terra. È lui che costituisce la comunione dei santi. Proseguendo la sua riflessione madre Cécile Bruyères dice:

“Ciò che lo Spirito compie con unità perfetta in Cielo e sulla terra, lo riproduce in modo analogo in ogni singola anima. Una vita spirituale attiva tende a questo solo fine. L’uomo è veramente il luogo ove si compie un’offerta liturgica che ha il suo esemplare nel culto reso a Dio dalla Chiesa, grazie allo Spirito Santo che ha stabilito nell’uomo stesso la propria dimora. Questo è un effetto diretto del battesimo purtroppo poco considerati finora.” [17]

Non da tutti, però, perché già nel 1659 madre Mectilde aveva scritto a madre Dorotea in preda ad una prova interiore:

“Non dovete stupirvi del vostro silenzio […] Bisogna talvolta portare questi stati di silenzio e anche di impotenza a parlare. […] Vi manderò per il vostro sollievo un piccolo schizzo sulla messa mistica che si celebra nell’anima. Se nostro Signore mi desse grazia e luce, la estenderei ancora di più e la renderei molto comprensibile e soave, perché la possiamo celebrare tutti i giorni e in ogni momento. Ma io vorrei dire qualcosa di più, se Dio lo volesse, e cioè come Gesù Cristo è immolato incessantemente in noi, e come in noi continua il suo sacrificio e ci sacrifica con lui.”[18]

Prendere coscienza che l’anima è un tempio abitato è rendere omaggio al Dio nascosto ma operante nel fondo dell’anima.

5. L’anima del cristiano è un tempio abitato

L’anima cristiana è un tempio e solo Dio che l’ha costruito può penetrarvi e abitarvi. Questo deve rassicurare. Nessuno può penetrare nell’intimo dell’uomo, nella propria interiorità. Solo Dio può farlo, perché l’uomo è creatura sua.

L’anima del battezzato è un tempio abitato. Lo dice la Sacra Scrittura, lo dice il magistero della Chiesa, lo dice pure madre Mectilde invitando a ritrovare la propria interiorità. Ritrovare l’interiorità significa accettare di vivere la dimensione spirituale della vita.

L’anima è un autentico santuario nel quale nessun profano può essere ammesso, il cui in­gresso la divinità ha riservato a sé, e nel quale l’uomo ma­teriale non potrebbe neppure discendere: solo l’uomo che si è spiritualizzato spezzando le catene del peccato può avervi accesso, dice madre Mectilde:

“Sarebbe opportuno, a questo punto, illustrare la struttura di questo tempio pieno dei misteri divini in cui Gesù e l’anima formano un solo sacrificio e una medesima oblazione; ma non finirei più. A me basta spiegarvi che un’anima che, per grazia di Dio, sia libera dal peccato mortale, in questo modo è fatta partecipe di Gesù Cristo.”(VS 7, 52)

Tutti i maestri della vita spirituale hanno ricono­sciuto tale profondità dell’anima umana, nonché la difficol­tà che incontra la maggior parte degli uomini a penetrare nel santuario della propria anima per incontrarvi la maestà augusta che vi risiede. Ed ecco che madre Mectilde invita proprio a fare questo, a penetrare nel tempio della propria anima:

“È necessario allora che parliamo della terza casa di Dio, che è la sua dimora nelle nostre anime. […] È in questa dimora dell’anima pura che in maniera totale comunica se stesso all’anima, e riforma in lei in quel luogo la sua immagine, che il peccato aveva distrutto  […] È in quel luogo che il profeta domandava di abitare tutti i giorni della sua vita, sapendo bene che egli non avrebbe potuto andare in cielo, nel regno di gloria, senza morire, e per conseguenza, senza consumare e finire i suoi giorni. Vedete dunque che egli domanda umilmente a Dio di dimorare per sempre nella sua casa, che è il fondo della sua interiorità, dove risiede Dio realmente. Le tre divine Persone vi dimorano come nel loro tempio.” (VS 3, 17-22)

Siccome Dio risiede nel santuario dell’anima, soltanto lo Spi­rito Santo può dare all’anima di sperimentare quanto vi si compie. Perciò occorre unire i nostri sforzi all’opera dello Spirito Santo, offrirgli una collaborazione generosa e costante per ritrovare, come già detto, la propria interiorità. Madre Mectilde, parlando di questa inabitazione di Dio nell’anima scrive:

“È in questa abitazione interiore, sorelle mie, che bisogna cercare di stabilire la nostra dimora. E per arrivarvi occorre passare attraverso parecchie specie di spoliazioni ai piedi della croce. Bisogna essere spoglie come il buon ladrone al quale nostro Signore promise l’ingresso in paradiso con lui. C’è bisogno della fede per entrarvi, c’è bisogno della fede per dimorarvi, e della fede e dell’amore per essere consumati.” (VS 3, 27-30)

La condizione esplicita di un’intimità con Dio, incontrato e gustato nell’eucaristia è l’os­servanza dei precetti con una fedeltà diligente, non servile ma colma di amore. Madre Cécile Bruyères ha queste parole stupende per svelare un po’ il mistero:

“Il santuario interiore dell’anima ha pure un altare, ed è il nostro cuore. Su questo altare sono offerti e consumati gli olocausti, l’ostia per il peccato; là infatti si compiono tutti gli atti dell’anima, quelli che la purificano e la giu­stificano, fino al sacrificio perfetto che è la consumazione in Dio.È su questo altare che l’uomo si offre. E l’ostia è tanto più gradita alla maestà sovrana in quanto ogni vera offerta è inclusa nel sacrificio dell’Agnello. Si tratta dunque sempre della stretta unione con il sacrificio eterno che, mentre rallegra il Cielo, si rinnova senza sosta sulla terra, realizzando in maniera incessante la santificazione degli uomini.”[19]

Il cielo dell’anima ospita la Trinità. Altro che inerzia e beata passività. Piuttosto sacrificio sulla terra, nel cielo e nel cielo dell’anima, perché il santuario dell’anima è come un cielo nel quale si ritrovano tutte le realtà dell’altro Cielo.

C’è dunque un tempio, c’è un santuario, un altare, un’ostia, c’è la pre­senza stessa del Dio vivo e vero. Però non basta. Occorre anche un pontefice. È l’uomo che è veramente il sacerdote, veramente il pontefice nel rito augusto che si celebra nel santuario della propria anima.

Madre Cécile Bruyères dedica grande parte della sua riflessione sul battezzato come sacerdote e ostia nel santuario della propria anima:

“Ogni battezzato – scrive – è sacerdote e re nel tempio segreto della propria anima, pur non essendo che una sola pietra viva dell’edi­ficio costruito dalla mano divina, di cui il Signore Gesù è la pietra d’angolo.” [20]

Nella scia dei santi della Chiesa, madre Cécile Bruyères considera dunque il cristiano che si offre nell’intimo della sua anima, essendo nello stesso tempo pontefice ed ostia nella propria anima. Madre Mectilde de Bar presenta questo concetto in modo originale. Parla infatti di Gesù Cristo che discende nei nostri cuori per immolarsi in essi, per celebrare lì la sua messa solenne. Ascoltiamola:

“O meraviglia inconcepibile! Gesù Cristo discende nei nostri cuori per immolarsi in essi, per celebrare lì la sua messa solenne, sebbene in un profondo silenzio; tutto è nella pace in questo tempio, gli angeli e i santi ammirano e adorano gli abbassamenti di Gesù Cristo e l’eterno Padre se ne compiace.” (VS 7, 45)

Ci soffermeremmo dunque ora su quelle parole di madre Mectilde che accennano a questa celebrazione della messa di Gesù in noi.

6. La nozione di essere sacramentale nel testi mectildiani

Se entriamo più in fondo nella lettura de Il Vero spirito, ci accorgiamo che madre Mectilde fa penetrare nel Sancta Sanctorum dell’anima dove Cristo rinnova i suoi misteri:

“Ma procediamo, e spieghiamo che cosa compie nostro Signore in un’anima povera e desolata, che non può entrare nella camera del re e non può prendere parte al banchetto. O sorelle mie! Sta qui il mistero superlativo: per noi Gesù Cristo entra nell’anima con la santa comunione, senza aver bisogno che l’anima gli prepari la camera, o apra il Sancta Sanctorum, in cui egli si ritira. So che, entrando nei nostri petti, giunge in questo santuario nella sfera più intime di noi stesse, in cui egli rinnova i suoi adorabili misteri, e principalmente quello del suo sacrificio, in una maniera molto vantaggiosa per l’anima. Infatti, poiché Gesù è a noi sostanzialmente unito con la divina Eucaristia, noi (secondo il giudizio dei Padri) non formiamo con lui che una cosa sola: siamo ossa delle sue ossa, carne della sua carne e siamo talmente unite a lui che questa unione riempie di stupore tutta la Chiesa, che non può comprenderla ne ammirarla come si dovrebbe. Questo è di fede e dobbiamo crederlo. Ora vi domando: quando vi comunicate, siete voi che operate questa unione o trasformazione? No di certo. È Gesù in virtù del suo divin Sacramento. Da parte vostra basta che siate in grazia e tutto il resto si compie in forza dell’amore infinito di Gesù Cristo.” (VS 7, 32-35)

Soggiunge la Madre:

“Dunque, Gesù Cristo è nell’anima: che cosa ci fa e dove si ritira dentro di essa? L’ho già detto:  nel Santa Sanctorum, che è il suo fondo più intimo. Esso svolge la funzione di santa casa di questo Sommo Sacerdote e di tempio in cui celebra il suo divin e tremendo sacrificio con cui sacrifica tutto se stesso al Padre. Egli lo vuole rinnovare nel fondo di quest’anima come nel tempio santo che ha consacrato nel giorno del battesimo.” (VS 7, 44)

È così, assicura madre Mectilde, che si vive l’unica liturgia nel santuario dell’anima. Le fa eco una’altra benedettina del 900’, madre Margherita Marchi, in una lettera scritta a un sacerdote dove offre una sua riflessione sul “sacerdozio del cuore”. Ecco i suoi appunti gettati in quella lettera:

“Il Signore è sacerdote nell’anima = c’è nell’anima cristiana qualche cosa di sacerdotale = Tutto è sacro”. [21]

La novità che offre madre Mectilde de Bar alla Chiesa, eccola. Gesù stesso rinnova il suo sacrificio nel fondo dell’anima cristiana come nel tempio santo che ha consacrato nel giorno del battesimo. Ne troviamo traccia per quattro volte nei testi raccolti ne Il Vero spirito dove madre Mectilde fa riferimento all’essere sacramentale di Gesù”[22].

Al capitolo primo che tratta delle Disposizioni e delle pratiche per le Figlie del Santissimo Sacramento, madre Mectilde indica in che cosa consiste essere vittima per una benedettina dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento:

“Sono vittime di Gesù nel Sacramento – scrive – per rendere, immolando se stesse, un omaggio infinito (se mai fosse possibile) all’essere sacramentale di Gesù, che egli distrugge ogni giorno nei nostri petti, a gloria del Padre suo[23].” (VS, 1, 3)

Prosegue madre Mectilde nello stesso capitolo:

“Tutti gli esseri creati sono soggetti a corruzione e si dissolvono nel corso dei secoli, confessando con la loro distruzione che Dio solo sussiste per se stesso. Nel Santissimo Sacramento invece, ogni giorno Gesù Cristo si annienta in modo tale da confessare ed esaltare in esso l’essere infinito del Padre. Ma sono le anime che si dedicano all’adorazione di questo infinito abbassamento. Non soltanto, Gesù Cristo consuma il proprio essere sacramentale per attestare rispetto e per rendere omaggio a Dio, suo Padre.” (VS, 1, 4-5)

Nel capitolo 9, intitolato La solitudine e il silenzio che nostro Signore ha osservato nel seno della sua santa Madre e le umiliazioni abissali a cui si sottopone nella divina Eucaristia, madre Mectilde si sofferma sul concetto di “distruzione dell’essere sacramentale” di Gesù:

“O abbassamento incomparabile di un Dio! O mistero dell’Incarnazione, perfettamente compiuto nella comunione! Non era sufficiente per te incarnarti nel seno di una Vergine purissima. Bisognava che annientassi te stesso nei nostri petti, per ricevere in essi delle umiliazioni estreme e perdere in essi il tuo essere sacramentale: tu lì lo consumi per rendere omaggio all’essere infinito di Dio Padre tuo, e attraverso questa consumazione, ci trasformi in te, in una modalità così elevata e così eccelsa che nessuna teologia o eloquenza umana può esprimere.” (VS, 9, 37-38)

Stessa cosa, infine, nel capitolo 18 sui Rapporti dell’anima con Gesù Ostia: Scrive madre Mectilde:

“Gesù in stato di morte nell’ostia. L’anima che rende omaggio a questo stato deve morire in ogni momento della sua vita, adorando con questa morte incessante la distruzione dell’essere sacramentale di Gesù, che avviene ogni giorno nel sacrificio eucaristico.” (VS, 18, 9)

C’è anche un quinto testo da esaminare, che non appartiene tuttavia a Il Vero spirito. Si tratta delle Costituzioni sulla Regola del 1675 dove madre Mectilde parla dell’essere eucaristico di Gesù:

“distrutto con la consumazione delle specie, non avendo trovato nulla di più degno per glorificare la suprema maestà del Padre suo, che di annientarsi in tal modo”. [24]

Ora, per intendere meglio il concetto di “essere sacramentale”, ci sembra opportuno sfogliare alcune pagine del magistero della Chiesa cattolica attingendo a san Agostino, poi ai decreti del concilio di Trento e infine all’enciclica Mysterium fidei di Papa Paolo VI.

7. L’essere sacramentale nel pensiero di san Agostino

Rileggere alcuni brani di san Agostino aiuterà a meglio capire questo concetto. Dall’eucaristia come sacramento Agostino parla nei suoi discorsi. Ne riportiamo quattro stralci. Sono un po’ lungi, ma fanno eco al pensiero mectildiano:

Nel discorso 272, 1, Agostino dice:

“Ciò che vedete sopra l’altare di Dio, […] ciò che vedete è il pane e il calice: ve lo assicurano i vostri stessi occhi. Invece secondo la fede che si deve formare in voi, il pane è il corpo di Cristo, il calice è il sangue di Cristo. Quanto ho detto in maniera molto succinta forse è anche sufficiente per la fede: ma la fede richiede l’istruzione. Dice infatti il Profeta: Se non crederete non capirete. Potreste infatti dirmi a questo punto: ci hai detto di credere, dacci delle spiegazioni perché possiamo comprendere. Nell’animo di qualcuno potrebbe infatti formarsi un ragionamento simile a questo: […] questo pane come può essere il suo corpo? E questo calice, o meglio ciò che è contenuto nel calice, come può essere il sangue suo? Queste cose, fratelli, si chiamano sacramenti proprio perché in esse si vede una realtà e se ne intende un’altra. Ciò che si vede ha un aspetto materiale, ciò che si intende produce un effetto spirituale. Se vuoi comprendere [il mistero] del corpo di Cristo, ascolta l’Apostolo che dice ai fedeli: Voi siete il corpo di Cristo e sue membra. Se voi dunque siete il corpo e le membra di Cristo, sulla mensa del Signore è deposto il mistero di voi: ricevete il mistero di voi. A ciò che siete rispondete: Amen e rispondendo lo sottoscrivete. Ti si dice infatti: Il Corpo di Cristo, e tu rispondi: Amen.” [25]

Nell’esposizione sul salmo 98, 9, a proposito del sacramento, Agostino scrive:

“Occorre però che tu, mentre lo adori, non ti arresti col pensiero al livello della carne. Rischieresti di non essere vivificato dallo Spirito, poiché lo Spirito è colui che vivifica, mentre la carne non giova a nulla. Quando il Signore inculcava questa verità, aveva da poco tenuto un discorso sulla propria carne e aveva detto: Chi non mangerà la mia carne non avrà in sé la vita eterna. Alcuni suoi discepoli, una settantina circa, rimasero scandalizzati e dissero: È duro questo parlare; chi può capirci qualcosa? E si allontanarono da lui e non vollero più seguirlo. Sembrarono loro dure le parole: Chi non mangerà della mia carne non avrà la vita eterna, poiché le avevano intese stupidamente. Ragionando in modo carnale, avevano pensato che il Signore avrebbe tagliuzzato il suo corpo in particelle dandole loro da mangiare. […] Allora Gesù li istruì dicendo: Lo Spirito è colui che vivifica; la carne non giova a nulla. Le parole che vi ho dette sono spirito e vita. Intendete spiritualmente ciò che io vi ho detto! Non mangerete questo corpo che vedete, né berrete il sangue che verseranno i miei crocifissori. Ho voluto proporre alla vostra considerazione un sacramento che, se voi lo intenderete spiritualmente, vi sarà fonte di vita. Sarà necessario, è vero, che esso venga celebrato visibilmente, tuttavia occorrerà sempre che lo si intenda spiritualmente.” [26]

Altrove, nel discorso 131, 1, Agostino ribadisce:

“Allora avverrà questo, cioè, che corpo e sangue di Cristo saranno la vita per ognuno, se ciò che si riceve visibilmente nel Sacramento si mangi spiritualmente, si beva spiritualmente nella realtà propria significata. Abbiamo ascoltato il Signore stesso che dice: È lo Spirito che dà la vita; la carne, invece, non serve a nulla. Le parole che vi ho detto sono spirito e vita.” [27]

Infine nell’omelia 27 (§1, 6 e 11) sul Vangelo di Giovanni, san agostino parla così a chi lo sta ascoltando:

“[Gesù] ci ha spiegato come farà a distribuire questo suo dono, in che modo cioè ci darà la sua carne da mangiare, dicendo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui (Gv 6, 57). La prova che si è veramente mangiato e bevuto il suo corpo e il suo sangue, è questa: che lui rimane in noi e noi in lui, che egli abita in noi e noi in lui, che noi siamo uniti a lui senza timore di essere abbandonati. Con linguaggio denso di mistero ci ha insegnato e ci ha esortati ad essere nel suo corpo, uniti alle sue membra sotto il medesimo capo, a nutrirci della sua carne senza mai separarci dalla sua comunione [….] Perciò dice: Le parole che vi ho detto sono spirito e sono vita (Gv 6, 64). Abbiamo già detto, o fratelli, che cosa ci raccomanda il Signore nel darci a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue: che noi dimoriamo in lui e lui in noi. Ora, noi dimoriamo in lui, se siamo le sue membra; egli dimora in noi, se siamo il suo tempio. È l’unità che ci compagina facendoci diventare membra di Cristo. Ma che cos’è che crea questa unità se non la carità? [….] Questo è quanto il Signore ci ha detto del suo corpo e del suo sangue. Ci ha promesso la vita eterna attraverso la partecipazione a questo dono. Perciò ha voluto farci intendere che davvero mangiano la sua carne e bevono il suo sangue coloro che rimangono in lui e nei quali egli rimane.” [28]

In uno studio sull’essere sacramentale dell’eucaristia, il domenicano P. Marie-François Berrouard[29], a riguardo di questi testi, tira le seguenti conclusioni:

“In questi due testi [esposizione sul salmo 98, 9 e discorso 131, 1] come alla fine dell’omelia 27, Agostino parla del sacramentum. È dunque in definitiva lo status sacramentale dell’eucaristia che egli intende sottolineare […] Non dobbiamo dimenticare tutto quello che il sacramento rappresenta vitalmente per Agostino, tutto ciò che significa realmente, concretamente, di suggestivo ed affascinante, di attivo e di misterioso. La parola per lui esprime ciò che indica e ciò che vive più intensamente di questa realtà. Per lui non si tratta, come troppo sovente per noi, di una categoria dei riti classificati una volta per tutti, ma di un modo di essere assolutamente originale, la cui complessità si dispiega in molteplici forme […]  Nell’eucaristia, il corpo e il sangue di Cristo non sono ricevuti nella loro materialità naturale e sensibile, ma in sacramento, e questa convinzione esprime la veemenza con la quale il predicatore denuncia nella sua omelia l’interpretazione carnale dei discepoli; pertanto, e per questo si giustifica la seconda serie di queste affermazioni, questo sacramento ha così realmente partecipazione, benché in maniera misteriosa ed indefinibile, al Signore risorto, che merita in tutta verità d’essere chiamato il corpo ed il sangue del Cristo, a tal punto che coloro che li ricevono con fede e nella carità ricevono, con lui ed in lui, lo Spirito Santo e la vita eterna. Queste due tesi per Agostino definiscono l’essere sacramentale dell’eucaristia. È in virtù di questa definizione che aveva potuto scrivere a Bonifacio: “Secondo un certo modo (di essere) il sacramento del corpo del Cristo è il corpo del Cristo e il sacramento del sangue del Cristo è il sangue del Cristo”.[30]

8. I riferimenti al magistero della Chiesa cattolica

Altri due testi ci forniscono materiale per meglio approfondire il concetto oggetto della nostra riflessione. Si tratta dei decreti del concilio di Trento e dell’enciclica Mysterium Fidei di Papa Paolo VI.

 Vanno ricordati per primo i Decreti tridentini dove troviamo l’espressione, “modo di esistenza”:

“Prima di tutto questo santo Sinodo insegna e professa chiaramente e semplicemente che nel divino sacramento della santa eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente, sotto l’apparenza di quelle cose sensibili, il nostro signore Gesú Cristo, vero Dio e vero uomo. Non sono, infatti, in contrasto fra loro questo due cose: che lo stesso nostro Salvatore sieda sempre nei cieli alla destra del Padre, secondo il modo naturale di esistere, e che, tuttavia, presente in molti altri luoghi, sia presso di noi con la sua sostanza, sacramentalmente, con quel modo di esistenza, che, anche se difficilmente possiamo esprimere a parole, possiamo, tuttavia, comprendere con la nostra mente, illuminata dalla fede, essere possibile a Dio, e che anzi dobbiamo credere fermissimamente.”[31]

Ci spostiamo ora nel secolo XX. Nella Mysterium fidei, Paolo VI riprende il brano del Decreto appena citato:

 Il Concilio Tridentino, appoggiato a questa fede della Chiesa «apertamente e semplicemente afferma che nell'almo sacramento della SS. Eucaristia, dopo la consacrazione del pane e del vino, nostro Signore Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, è contenuto veramente, realmente e sostanzialmente sotto l'apparenza di quelle cose sensibili». Pertanto il nostro Salvatore nella sua umanità è presente non solo alla destra del Padre, secondo il modo di esistere naturale, ma insieme anche nel sacramento dell'Eucaristia secondo un modo di esistere che, sebbene sia inesprimibile per noi a parole, tuttavia con la mente illustrata dalla fede possiamo intercedere e dobbiamo fermissimamente credere che è possibile a Dio. Ma perché nessuno fraintenda questo modo di presenza, che supera le leggi della natura e costituisce nel suo genere il più grande dei miracoli, è necessario ascoltare docilmente la voce della Chiesa docente e orante”. [32]

Solo Gesù si trova nella condizione speciale di avere diversi "modi di essere". È dunque questo “modo di essere assolutamente originale” che Gesù stesso distrugge nella santa comunione. Sotto queste luci antiche e nuove, i testi mectildiani che abbiamo incontrato trasmettono tutta la loro forza e il loro vero significato.

9. La distruzione dell’essere sacramentale nel pensiero di madre Mectilde de Bar

Col concetto di “distruzione dell’essere sacramentale” di Gesù, da intendere non in senso negativo, ma in senso positivo, madre Mectilde a portato una novità nella comprensione della comunione eucaristica. Secondo il suo pensiero, non è il battezzato a essere pontefice, ma Gesù stesso che rinnova i suoi misteri nel cielo dell’anima. In questo risiede l’originalità e la specificità del pensiero mectildiano.

In rapporto al secolo XVII, questo concetto di distruzione dell’essere sacramentale di Gesù “è un eco – imprecisa – delle opinioni teologiche del tempo. […[ Nella manducazione sacramentale della comunione del sacerdote viene distrutto lo stato sacramentale di Cristo. (R. Bellarmino †1621)”. È a questa opinione che rimanda l’espressione di madre Mectilde.[33] Quando madre Mectilde dice che « Gesù Cristo consuma il proprio essere sacramentale”, ella introduce il vocabolario di “consumazione” di Condren.[34]

Nelle tre prime citazioni estratte da Il Vero spirito e nella quinta delle Costituzioni sulla Regola sopra indicate[35], madre Mectilde parla sempre della “distruzione dell’essere sacramentale di Gesù”, in rapporto alla gloria di Dio Padre suo. Nella quarta citazione (brano che ha per fonte un testo di padre Épiphane Louys), non c’è nessun riferimento alla gloria di Dio. Vediamo dunque come madre Mectilde tiene sempre il legame – oppure la dinamica positiva – tra annientamento e della gloria di Dio.

Le Costituzione sulla Regola approvate nel 1704 senza nessun cambiamento per questa parte del testo, sigillano una intuizione fondamentale mectildiana, che letta nella luce dei chiarimenti del magistero sul sacramento dell’eucaristia, ci permettono di capire ciò che intende madre Mectilde quando parla della distruzione dell’essere sacramentale di Gesù. Gesù distrugge ad ogni santa comunione, a gloria di Dio Padre suo, questo modo di essere assolutamente originale, cioè il suo modo di esistere nel sacramento dell’eucaristia. Comprendiamo ora meglio lo stupore di madre Mectilde di fronte alla comunione eucaristica. Dice infatti:

“Oh! Se si conoscesse il bene che l’anima ne ricaverebbe! Non si può dire! Fare la santa comunione le sarebbe atto gradito in ogni tempo, poiché la persone sarebbe convinta che in lei si opera un mistero, e che tutto in lei si compie in virtù di Gesù Cristo. Se potesse decidersi a questo santo modo di fare, l’anima riceverebbe effetti meravigliosi da questo sacrificio […] Sarebbe opportuno a questo punto, illustrare la struttura di questo tempio pieno dei misteri divini in cui Gesù e l’anima formano un solo sacrificio e una medesima oblazione; ma non finirei più. a me basta spiegarvi che un’anima che, per grazia di Dio, sia libera dal peccato mortale, in questo modo è fatta partecipe di Gesù Cristo.” (VS 7, 50-52)

Per la Madre, nell’intimo dell’anima, non solo è il battezzato, il cristiano, che offre il sacrificio di se stesso, che è contemporaneamente sacerdote e ostia, ma soprattutto è Gesù Cristo che “discende nei nostri cuori per immolarsi in essi, per celebrare lì la sua messa solenne”.

Dopo aver considerato come madre Mectilde de Bar ha saputo trarre fuori dal tesoro comune della tradizione cose nuove e cose antiche, possiamo ora meglio entrare nella giusta comprensione dei suoi scritti, gustarne la profondità e la bellezza, e farle fruttificare nella nostra vita di intimità con Gesù mediante la comunione sacramentale.

10. La comunione sacramentale è l’atto più sublime della vita cristiana

Sono tanti i scritti di madre Mectilde sulla comunione eucaristica, tra conferenze, lettere, trattenimenti o biglietti spirituali, norme giuridiche. In alcuni Madre Mectilde si sofferma l’atto di manducare la carne dell’uomo-Dio e bere il suo sangue. Vuole così far meglio capire ai suoi interlocutori che sotto le specie eucaristiche c’è veramente il corpo e il sangue di Cristo, che non si tratta di simboli ma di una realtà, di un sacramentum, che dà la vita.

Dice la Madre:

“Se vi chiedessi, mie sorelle, se desiderate altri beni, mi rispondereste con animo grande che disprezzate tutto il resto e che, mangiando il corpo di Gesù, Dio fatto uomo, non avete paura di morire di fame. Mangiamo, sorelle mie, questo pane adorabile! È un pane che ha la vita dentro di sé. Ora, chi mangia solo per mantenersi in vita non cerca i piaceri della tavola. Non dico che voi non dobbiate assaporare questo pane divino, dal momento che esso ha un gusto e un sapore di cielo; ma non assaporatelo con i vostri sensi, perché essi non ne possono cogliere il gusto meraviglioso e delicato. Assaporatelo con la fede pura e nuda e saprete per esperienza che ha il gusto del Dio vivo. Infatti, nutrendovene in tal modo, avrete in voi la vita.” (VS 2, 13)

Madre Mectilde presenta la Santa Messa come un meraviglioso banchetto al quale siamo invitati da Dio stesso:

Per me, sorelle mie, la santa messa è un banchetto sontuoso, perché vi si mangia la carne di un Dio e si beve il suo sangue, le anime dei presenti sono colmate di Gesù Cristo tutto intero – cioè della sua divinità e umanità, della sua santa anima e di tutte le sue infinite perfezioni – e, per concomitanza, del Padre e dello Spirito. Ecco quanto ci è offerto in questo mistero prezioso, che per il fatto di essere molto usuale, è trascurato e, in quanto eccelso sopra ogni dire, non è riconosciuto che da pochissime persone” (VS 4, 33)

La comunione eucaristica dà Gesù Cristo a chi vi partecipa e dà chi chi vi partecipae a Gesù Cristo. La comunione eucaristica fa fare esperienza del Dio vivente, della la vita vera.

«Dobbiamo – scrive madre Mectilde – obbedire ai desideri di questo divin Salvatore, che vuole ricevere noi e prendere possesso delle nostre anime: infatti la santa comunione non solo ci dà Gesù Cristo, ma anche dà noi a lui, secondo la promessa uscita dalle sue labbra: chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui [Jn 6,57].”  (VS, 6, 5)

Madre Mectilde mette in guardia di non cadere nell’abitudine, la negligenza, la trascuratezza di un si grande mistero.

“Sono convinta – scrive sempre ne Il Vero spirito – che noi non assolviamo i nostri obblighi verso Gesù nel Sacramento se non facciamo la comunione; e poiché spesso la possibilità o le disposizioni, per entrare in possesso del dono infinito [della vita di Gesù] con la comunione sacramentale, ci mancano, siamo tenute a fare la comunione in maniera spirituale, cioè con il desiderio, l’amore, l’unione e la partecipazione al sacrificio compiuto dal sacerdote, o per dir meglio, compiuto da Gesù, poiché noi facciamo parte del corpo che egli sacrifica [alla messa]” (VS, 16, 14)

La comunione sacramentale non è fine a se stessa, ma la porta stretta per diventare conformi a Gesù, per diventare Gesù Cristo. Madre Mectilde sprona le sue figlie a non disdegnare un dono tanto grande, frutto della gratuità dell’amore di Dio per l’umanità. Lo fa dialogando con il Signore:

“Vengo a sapere, mio Salvatore divino, che dal momento in cui hai fatto della tua carne preziosa un pane eucaristico, tu non puoi più non provare desideri e quindi non puoi più evitare di manifestare che manca qualcosa all’appagamento del tuo cuore. È l’ardore infinito (posso chiamarlo anche in tal modo) che ti fa desiderare di essere unito agli uomini in questo mistero: l’amore l’ha istituito per farli participi di tutto ciò che tu sei in te stesso. È vero che ti sei annientato nel mistero dell’Incarnazione: eppure, questo non doveva essere sufficiente per te! No, l’amore in te non è soddisfatto. [Gesù] vuole essere annientato in ogni anima in particolare: desiderio desideravi. Vuole essere da noi mangiato, al fine di impiantare la sua vita divina in noi cosicché, entrando noi in lui e lui in noi, in virtù della sacra manducazione della sua carne adorabile, si faccia una cosa sola di lui e di noi; e affinché attraverso questo mezzo egli ci comunichi tutto ciò che gli appartiene in quanto Dio, fino ad elevarci alla partecipazione della natura divina. Divinae consortes naturae.”(VS, 8, 7-10)

Tutte le energie di madre Mectilde sono al servizio di questo divino mistero. Non si dà sosta, è sempre attenta a scrutarlo per meglio capirlo, per incoraggiare, stimolare:

Ma a che cosa giova all’anima questo sacrificio? A fare anche di essa un sacrificio, in quanto – unita a lui sostanzialmente – non può essere separata da Gesù Cristo, e di conseguenza essa è immolata con lui e attraverso di lui in questo tempio. Così essa fa parte del suo sacrificio: cosa che non potrebbe mai fare se non in virtù della santa comunione. Ecco dunque, sorelle mie, una soluzione portentosa e mirabile che Gesù Cristo ha escogitato per dar modo all’anima di offrirsi, attraverso di lui, all’eterno Padre in maniera degna della grandezza divina. (VS 7, 46-47)

Se non aspettiamo Gesù, lui ci aspetta, lui a cura di noi lo stesso. Bisogna dunque comunicarsi per permettere a Gesù di rinnovare in noi il suo mistero d’amore:

“Mi sia permesso di aggiungere che, rinnovandosi questo mistero d’amore nel sacrificio ininterrotto che i preti quotidianamente offrono, è necessario – se vogliamo che il suo sacrificio sia perfettamente compiuto – che anche noi facciamo la comunione con il sacerdote, che immola Cristo e che lo riceve dentro di sé. Se non ci fosse nessuno che facesse la comunione, si potrebbe in un certo senso dire che mancherebbe qualcosa al sacrificio. Perché? Il fatto è che, poiché Gesù l’ha istituito per comunicare a noi la sua vita, e trasformarci divinamente in lui, noi dobbiamo diventare una stessa ostia e una stessa vittima d’amore con lui”. (VS, 16, 13)

L’ultimo punto del messaggio eucaristico di madre Mectilde, lo cogliamo ancora ne Il Vero spirito. Non può lasciarsi indifferenti la perdita da parte da tante gente dei frutti di un tale donno. Una grande santa aveva detto: L’amore non è amato”. Madre Mectilde ammette con tristezza che la vita divina nell’eucaristia non è apprezzata:

“Piangiamo, sorelle mie, piangiamo per questa grande disgrazia ! Piangiamo vedendo nell’adorabile Eucaristia una vita divina non apprezzata! Piangiamo perché il nostro adorabile Salvatore non trova nessuno che voglia separarsi da se stesso come sarebbe necessario per poterla ricevere!” (VS 2, 8-9).

La Madre ha il senso della sua responsabilità di cristiana. Per questo cerca a sensibilizzare di fronte alla tentazione di prendere questo mistero d’amore con leggerezza, oppure di trascurarlo. Dice dunque:

“Oh quale dolore sarà per noi, al momento della morte, vedere che abbiamo ospitato nella casa della nostra anima tutta la santissima Trinità! Abbiamo avuto Dio stesso in nostro possesso per tanti anni senza goderne, senza pensarvi, senza crederlo, senza neppure conoscerlo!” (VS 3, 37)

Se sapessimo il dono di Dio. Con il battesimo, c’è un’ospite che risiede nell’intimo della nostra anima, la Santissima Trinità, Dio stesso. Sì, veramente, i tempio della nostra anima è abitato.

Con la comunione eucaristica, ciascun battezzato che accoglie Gesù gli dà la possibilità di rinnovare il suo mistero a gloria di Dio, ma per questo bisogna essere convinti che nell’eucaristia Gesù sia veramente presente con il suo corpo e con il suo sangue. Questo è vivere di fede, questo è vivere di speranza, questo è vivere di carità.

Non siamo noi a cercare Gesù e ad aspettarlo. È Lui, quale Pane di vita che cerca noi, che ci aspetta e che ci esorta  […] a offrire con Lui, i nostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, per fare della propria vita un culto spirituale a Dio.


 

[1] Il segreto di Mectilde de Bar, Il Vero spirito delle Religiose Adoratrici del Santissimo Sacramento [1684-1689], Introduzione, traduzione e note a cura di Annamaria Valli, Glossa 2009, 185 pagine.

[2] N. 20, Conferenza per la 16° domenica dopo la Pentecoste, in CC 128/1.

[3] Lettera detta di Barnaba, in L’Ora dell’Ascolto, vol. II, Edizioni del deserto, Sorrento, 1978, p. 661.

[4] Sant’Agostino (354-430), Discorsi (1-50) sul Vecchio Testamento in Opere di sant'Agostino vol. XXIX, Città Nuova, p. 357.

[5] Pietro Crisologo (†450), Discorso 108, in L’Ora dell’Ascolto, vol. I, Edizioni del deserto, Sorrento, 1977, pp. 1001-1002.

[6] Lorenzo Giustiniani (1381-1456), Sermone 8, in L’Ora dell’Ascolto, vol. II, p. 1180.

[7] Giovanni Crisostomo (344/354-407), Omelia 6, in L’Ora dell’Ascolto, vol. II, p. 807.

[8] Nicola Cabasilas (1323-1392), La vita in Cristo, libro 3, in L’Ora dell’Ascolto, vol. I, p. 1045.

[9] N. 1591, Conferenza sulla Natività di nostro Signore in Joseph Daoust, Il Messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, 1614-1698, Ghiffa, 1981, p. 125-126.

[10] Cécile J. Bruyères, La Vie Spirituelle et l'Oraison, Maison Marne, Tours-Paris, 1960, Abbaye Saint-Pierre, Solesmes (Sarthe) (tr. it. La vita spirituale e l’orazione secondo la Sacra Scrittura e la tradizione monastica, Rusconi, 1976). Madre Cécile Bruyères (1845-1909) è la fondatrice dell’abbazia Sainte-Cécile di Solesmes, situata nella Sarthe, in Francia.

[11] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 331.

[12] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 331.

[13] N. 307 in Catherine Mectilde de Bar, Lettere di un’amicizia spirituale (1651-1662). Madre Mectilde de Bar a Maria di Châteauvieux, Milano 1999, p. 315.

[14] N. 1591 Prepararsi alla Natività di Nostro Signore, in Catherine Mectilde de Bar, L’anno liturgico, ed. Glossa, Milano 1997 p. 82.

[15] N. 307 in Catherine Mectilde de Bar, Lettere di un’amicizia spirituale, cit., pp. 315-316.

[16] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 335.

[17] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 337.

[18] N. 3007, Lettera a madre Dorotea Heurelle, 3 settembre 1659 in Il segreto di Mectilde de Bar, o.c., p. 93, nota 35.

[19] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 340-341.

[20] Cécile J. Bruyères, La vita spirituale e l’orazione, o. c., p. 342.

[21] Benedettine di Viboldone, Margherita Marchi (1901-1968) e le origini delle Benedettine di Viboldone, Vita e Pensiero, 2007, p. 80.

[22] Cf. Il segreto di Mectilde de Bar, o.c., cap. 1, 3; cap. 1, 4-5; cap. 9, 37-38 e cap. 18, 9.

[23] D’ora in poi tutti i grassetti nelle citazioni sono della scrivente.

[24] Constitutions des Religieuses Bénédictines de l’Institut de l’Adoration perpétuelle du très Saint-Sacrement de l’Autel, Paris 1677, cap. 5.

[25] Sant’Agostino, Discorsi (230-272B) su i tempi liturgici in Opere di sant'Agostino, vol. XXXII/2, Città nuova, p. 1043.

[26] Sant’Agostino, Esposizioni sui salmi in Opere di sant'Agostino, vol. XXVII, Città nuova, p. 433.

[27] Sant’Agostino, Discorsi (86-116) sul Nuovo Testamento in Opere di sant'Agostino, vol. XXX/2, Città nuova, p. 193.

[28] Sant’Agostino, Commento al vangelo e alla prima epistola di san Giovanni in Opere di sant'Agostino, vol. XXIV, Città nuova, pp. 619, 625 e 631.

[29] Cf. Marie-François Berrouard, o.p., « L’être sacramentel de l’Eucharistie selon Saint Augustin, commentaire de Jean VI, 60-63 dans le Tractatus XXVII, 1-6 et 11-12 in Ïohannis Evangelium » in Nouvelle Revue Théologique, n. 99, Louvain 1977, pp. 702-721.

[30] Marie-François Berrouard, o.p. « L’être sacramentel de l’eucharistie selon Saint Augustin, art. cit. pp. 719-721.

[31] Decreti del concilio di Trento, n. 202-203.

[32] Paolo VI, Mysterium fidei, n.46 e 47.

[33] Cf. Il segreto di Mectilde de Bar, p. 7, note 4.

[34] Cf. Il segreto di Mectilde de Bar, p. 8, note 6.

[35] Vedi sopra, paragrafo 6.