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Deus absconditus, anno 103, n. 4,  Ottobre-Dicembre 2012, pp. 37-41

 

 

 

 

Sr. Maria Cecilia La Mela osb ap

Spiritualità mectildiana tra pentole e aromi!

 

Come altre volte abbiamo avuto modo di sottolineare, la spiritualità di madre Mectilde de Bar, oltre ad essere profonda e poliedrica, si arricchisce di quella concretezza umana così squisita e penetrante da renderla armoniosa, come del resto è la stessa Regola di San Benedetto e, prima ancora, il fratello e amico Cristo Gesù, paternamente e maternamente accorto ai bisogni degli altri, alla quotidianità spicciola e necessaria. E c’è un capitolo della nostra Fondatrice davvero sorprendente (non è il solo!) nel quale si armonizzano i più svariati aspetti della vita monastica, dall’alta spiritualità alla praticità del lavoro, dall’ascesi alle considerazioni, persino umoristiche, sulle inevitabili stanchezze fisiche o morali. Il capitolo, rivolto allora alle converse, ma tanto utile per chi in monastero si occupa della cucina, con insegnamenti validi anche per quelle sorelle che non sono preposte ad essa (di fatto tutte mangiamo!), focalizza, sin dall’inizio, il valore dell’attività lavorativa alla luce dell’obbedienza. «Ecco un capitolo della nostra santa Regola sull’obbedienza, che vale infinitamente. Io lo dico spesso: l’obbedienza racchiude tutta la perfezione e chi la medita bene vi trova tutte le virtù di Gesù Cristo Nostro Signore. Ma bisogna praticarla; e voi, sorelle mie, dovete compiere le vostre azioni, sottomettervi al vostro lavoro in vista di Dio solo, perché servendo le sue spose e i suoi eletti, voi servite lui. Non fermate lo sguardo alle creature. Ci danneggia l’abbandonare questo sguardo diretto a Dio, per considerare che lavoriamo per questa o per quella persona. No, sorelle mie, non servite le persone, ma Gesù Cristo. Non lo dice lui stesso?»[1]. È quanto dispone san Benedetto per gli infermi e gli ospiti: «Degli infermi si deve aver cura prima di tutto e a preferenza d’ogni altra cosa, sicché davvero si serva a loro come a Cristo in persona: infatti Egli disse: Fui infermo e mi visitaste (Mt 25,36); ed anche: Quel che avete fatto ad uno di questi piccoli, l’avete fatto a me (Mt 25,40)» (RB, 36). Inoltre «tutti gli ospiti che sopraggiungono, siano ricevuti come Cristo» (RB, 53). 

La fede che nella sorella, nel fratello, c’è Cristo stesso, fa del servizio una celebrazione della carità, educa ad un costante atteggiamento di disponibilità ed accoglienza, di rispetto e condivisione. Continua madre Mectilde: «Dunque, quando fate bollire la pentola o qualunque altra cosa facciate, credete fermamente che state preparando il cibo a Gesù Cristo! Che onore per voi, ma anche quale gioia dovete avere nel vostro lavoro se credete, com’è vero, che è per sostentare Gesù Cristo. La Santissima Vergine ha considerato un onore il servirlo, e San Giuseppe ha lavorato per guadagnargli la vita»[2].

L’attenzione di madre Mectilde, e quindi anche la nostra, si concentra adesso sulla “liturgia” del cucinare, dal momento che servire a Cristo stesso nelle sorelle e farlo con gioia non è altro che celebrare un evento quotidiano, ripetitivo sì, ma carico di sacralità. Ovviamente il discorso vale per tutti i tipi di mansioni che si svolgono all’interno del monastero anche se, di fatto, cucinare ha un qualcosa di squisitamente materno (anche quando è fatto da uomini!), quel prendersi cura che è una delle sfaccettature più belle e intense della carità.

La Regola di San Benedetto ha un capitolo, il 35°, dedicato per intero ai settimanari di cucina: «I fratelli si servano l’un l’altro, sicché nessuno sia dispensato dall’ufficio della cucina, se non perché infermo ovvero occupato in affare di grande utilità, giacché con ciò si guadagna una maggiore ricompensa e un maggior merito di carità. Ai deboli poi si procurino degli aiuti, perché non compiano il lavoro di malanimo, ma abbiano tutti degli aiuti secondo le esigenze della comunità e le condizioni del luogo […] Gli altri si prestino a vicenda il servizio in spirito di carità».

Nella Regola come nel pensiero di madre Mectilde, la cucina, così come ogni altro ufficio del monastero, è una palestra, un’officina dove esercitare le buone opere, dove tutto va fatto con precisione, accortezza, rispetto per i fratelli, per l’ambiente, per gli oggetti stessi dei quali non si è padroni ma custodi: «Chi sta per uscire dalla sua settimana, il sabato faccia le pulizie […]. Chi esce restituisca puliti e in buono stato gli utensili del proprio ufficio al cellerario, il quale a sua volta li consegnerà al fratello che entra, per sapere cosa si dà e ciò che si riceve». E per chi cucina c’è tanta considerazione e comprensione: «I settimanari poi un’ora prima della refezione prendano in più, sulla porzione stabilita, un bicchiere di vino per ciascuno e un po’ di pane, perché all’ora del pasto servano ai loro fratelli senza lagnanze né grave fatica», ma anche richiamo al senso di responsabilità che necessita l’aiuto della preghiera: «Sia i settimanari che entrano, sia quelli che escono, la domenica, nell’oratorio, subito dopo la fine delle laudi, si prostrino ai ginocchi di tutti chiedendo che si preghi per loro», perché, a detta di madre Mectilde, «benché il lavoro di cucina appaia sterile, non sembrando aver altro scopo che di nutrire il corpo, si troverà tuttavia pieno di grazie, se lo si considera nell’ordine in cui Dio l’ha stabilito»[3]. Per Benedetto, inoltre, il lavoro della cucina è considerato talmente impegnativo che per gli ospiti è prevista una cucina a parte «di modo che in qualunque ora vengano all’improvviso i fratelli non siano disturbati» (cap. 52).

Per entrambi alla cucina è strettamente legato il rito del prendere insieme i pasti laddove tutto viene compiuto con gravità, silenzio, armonia, carità, discrezione, moderazione, e mentre il corpo viene nutrito dal cibo, l’anima si alimenta ascoltando la lettura spirituale che si fa a refettorio, considerato quasi alla stregua del coro. L’entrare in processione e la preghiera prima e dopo i pasti, ogni gesto, tutto ha un significato ben preciso, nulla è lasciato al caso, tutto concorre all’elevazione della mente, attraverso il corpo, in Dio! Così ogni monaca percepisce ancor più che la bontà del gusto, soddisfatto non per se stesso, aiuta ad apprezzare i frutti della terra e della laboriosità umana come richiamo forte all’opera creatrice di Dio. Ecco che il prender cibo, insieme ai gesti che lo accompagnano, esprime in pieno quella “teologia” della convivialità che trova nel cibo per eccellenza, il pane, non solo eucaristico, la massima espressione della comunione e della fraternità. È tanto bella l’immagine di Abramo che, per onorare gli ospiti alle querce di Mamre, offre un lauto banchetto e «all’armento corse lui stesso, Abramo, prese un vitello tenero e buono e lo diede al servo, che si affrettò  a prepararlo. Prese latte acido e latte fresco insieme con il vitello, che aveva preparato, e li porse a loro» (Gn 18, 7-8). Tutta la Bibbia è costellata di “rinfreschi” di ospitalità, di offerte sacrificali, di banchetti tra amici, di ricevimenti nuziali, culminanti nell’ultima cena di Gesù che dà in cibo il suo stesso corpo. E da risorto, quel pesce arrostito fatto trovare ai discepoli sulla spiaggia lo aveva cucinato lui stesso? «E nessuno dei discepoli osava domandargli: “Chi sei?”, poiché sapevano bene che era il Signore» (Gv 21, 12).

In una veste inedita il priore di Bose, Enzo Bianchi, ci regala una confidenza casalinga: «Io amo cucinare, e lo faccio in un grande silenzio perché cucinare significa pensare, essere consapevoli, essere presenti e avere un senso forte della realtà e degli altri per i quali si cucina. Cucinando si è obbligati ad una unificazione di aspetti molteplici: le leggi culinarie, le attese di chi mangerà, la conoscenza dei prodotti, l’esperienza del fuoco, dell’acqua, del tempo. […] Davvero la cucina e la tavola sono l’epifania dei rapporti e della comunione […]. Il cibo cucinato e condiviso – il pasto – è allora il luogo di comunione, di incontro e di amicizia: se infatti mangiare significa conservare e incrementare la vita, preparare da mangiare per un altro significa testimoniargli il nostro desiderio che egli viva e condividere la mensa testimonia la volontà di unire la propria vita a quella del commensale. Sì, perché nella preparazione, nella condivisione e nell’assunzione del cibo si celebra il mistero della vita e chi ne è cosciente sa scorgere nel cibo approntato sulla tavola il culmine di una serie di atti di amore compiuti da parte di chi il cibo lo ha cucinato e offerto come dono all’amico. Far da mangiare per una persona amata, prepararle un pranzo o una cena è il modo più concreto e semplice per dirgli: Ti amo, perciò voglio che tu viva e viva bene, nella gioia!»[4].

Certo il lavoro in cucina è faticoso, ancor più adesso che diverse intolleranze alimentari e svariate patologie intestinali richiedono la preparazione di più pietanze “personalizzate”, ma questo, quando è fatto con generosa disponibilità e comprensione e senza l’assillo o le pretese di chi ne ha bisogno, offre alla cuciniera una grande occasione di “condire” la carità. Tutto questo lo ha ben previsto madre Mectilde e sa alleggerirlo con l’incoraggiamento a guardare in alto e anche a sdrammatizzare: «Direte: “Ma io ho lavorato tanto, sono morta!”. Meno male! Sei morta per servire Gesù Cristo! Anche lui è morto per te. Come sareste felici di consumarvi nel lavoro della cucina! Non avrei alcun dubbio che nello stesso momento (della morte) entrereste in Paradiso! Sono certa che una religiosa che morisse in un atto di obbedienza e di osservanza sarebbe salva. Sì, se voi servite fedelmente e con l’intenzione rivolta a Dio solo, potrete dire con giustizia nell’ora della morte: “Mio Signore, datemi il vostro Paradiso, poiché io vi ho dato da mangiare. Vi ho sostentato nella persona delle vostre spose”»[5].

C’è il rischio che in cucina ci si lasci prendere dall’affanno, che ci si ritrovi soltanto massaie, magari soddisfatte del proprio talento culinario, un po’ come Marta che «tutta presa dai molti servizi» (Lc 10, 40) rischiava di perdere la dimensione dell’incontro con il Maestro, pur affaticandosi per Lui. Senza Marta gli invitati sarebbero rimasti digiuni e Gesù non le rimprovera il suo essere indaffarata, ma la invita a fare tutto senza preoccuparsi e agitarsi. Come è possibile questo nella cucina di un monastero? Lo chiediamo ancora una volta a madre Mectilde e, davvero, il suo consiglio è efficace! «Vedete unicamente Dio in tutto ciò che fate, e nel vostro lavoro rendete continui omaggi e adorazioni al Santissimo Sacramento. Ricordatevi che dando o preparando da mangiare alle sorelle voi fornite una sostanza al Santissimo Sacramento, perché esse sono la sostanza di Gesù Cristo. Noi perdiamo infinitamente non approfittando delle occasioni di carità, di umiltà, di sottomissione e condiscendenza»[6].

Dal discorso pratico/spirituale riguardante la cucina madre Mectilde passa poi a considerare gli effetti della comunione eucaristica perché è l’assimilazione a Cristo, il nostro adorare e lavorare in unione al suo sacrificio, che ci permette di non perdere gli effetti di tanta grazia anche tra i fumi e i vapori della cucina!

 

Suor Maria Cecilia La Mela


 

[1] C. M. De Bar, Il conto che dovremo rendere nell’ora della morte. Esortazione in capitolo rivolta alle sorelle converse in G. Guerville, Catherine Mectilde de Bar II. Uno stile di lectio divina nel secolo XVII, Città Nuova, Roma 1989, 149-150.

[2] Ibid. 150.

[3] C. M. De Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Jaca Book, Milano 1981, 181.

[4]  E. Bianchi, Il pane di ieri, Einaudi, Torino 2010, 31. 36.

[5] C. M. De Bar, Il conto che dovremo rendere nell’ora della morte, 150-151.

[6] Ibid. 151.