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Deus absconditus, anno 105, n. 1,  Gennaio-Marzo 2014, pp. 32-43

 

 

 

Sr. M. Cristiana Macenni osb ap
“Andiamo a Gesù nel Cuore
Verginale di Maria”

  

La Vergine Maria come Abbadessa

 

La pratica di intronizzare Maria Santissima come Abbadessa, che trova in Madre Mectilde ampiezza di attuazione e profondità di convinzione singolari, non era una novità. Anche in questa scelta la nostra Fondatrice segue quell’intuizione, quel carisma, che Dio aveva suscitato in lei, ma sempre in piena sottomissione ai suoi superiori e alle autorità della Chiesa, e in piena continuità con quella lunga e rigogliosa tradizione monastica che l’aveva preceduta[1]. La prima testimonianza di questa pratica viene fatta risalire a S. Ugo, abate di Cluny, che nel 1056 fondò un monastero femminile insediando Maria Santissima come Abbadessa[2], l’usanza prevedeva che una statua della Madre di Dio avente in mano il pastorale fosse posizionata in coro [3] mentre un’altra fosse collocata nel refettorio, qui ad ogni pasto veniva posta una porzione ai piedi della Vergine [4], porzione che in seguito era distribuita ai poveri[5].

Un’altra testimonianza viene dal monaco inglese Guglielmo di Malmesbury († 1143), il quale racconta di un abate che “rimettendo tutto nelle mani della Vergine Maria, pose il monastero sotto il suo nome e affidò ad Essa le proprietà e il governo; Lei sola sembrava detenere il comando, la Madonna non si stancò mai della funzione affidatale e rimase a capo del monastero [6].

Anche Teresa d’Avila istituì la Vergine Maria come superiora del suo monastero, posizionandone una statua nel suo stallo priorale[7].Nel periodo storico in cui visse Madre Mectilde alcuni monasteri[8], come per esempio quello di Montmartre dove la de Bar era stata per qualche tempo[9], mantenevano viva la prassi di porre l’immagine della Vergine sullo stallo abbaziale. Tuttavia nella maggior parte di questi monasteri, soprattutto quelli contemporanei a Madre Mectilde, si trattava di una pratica “devozionale”, ossia di un semplice “titolo” dato alla Vergine con amore e dilezione filiale, ma che lasciava alla superiora il titolo e la carica di Abbadessa[10] con tutti i risvolti giuridici.

Così a Montmartre Marie de Beauvilliers portava il titolo ed esercitava pienamente la funzione di l’Abbadessa, allo stesso modo Santa Teresa d’Avila restava la superiora del Carmelo.

Non così nei monasteri delle Benedettine del SS. Sacramento, nei quali l’elezione abbaziale della Madonna comporta un vero e proprio statuto con valore giuridico[11].

[…]

Ci sembra opportuno soffermarci su una conferenza tenuta da Madre Mecilde per il 25 marzo, giorno in cui per disposizione della divina provvidenza venne fondato l’Istituto, questa conferenza, riconosciuta come fondamentale dagli studiosi e riportata in appendice del presente lavoro, appare chiarificatrice della visione mariologica della de Bar [12].

Andiamo a Gesù nel cuore verginale di Maria”, così Madre Mectilde parlava alle sue figlie in una delle sue conferenze. Proprio a partire da questo mistero[13], da questa conferenza, vorremmo introdurci nella mariologia[14] tipica di Madre Mectilde e dell’insegnamento che prodigò alle sue figlie.

Ciò che la Madre contempla, e fa contemplare alle figlie cui si rivolge, è il “Dio annientato” nella Persona del Verbo fatto uomo, che si riveste delle “debolezze” e delle “miserie e bassezze” umane…questo Dio così annientato dev’esser “oggetto delle nostre adorazioni e della nostra ammirazione”.

Ma questo dono infinito dell’amore di Dio che è l’Incarnazione, segna profondamente e indelebilmente il cuore e l’intera vita di Maria, ma la Vergine è totalmente relativa a Dio già prima dell’annuncio dell’angelo, vivendo in una piena conformità amorosa alla Volontà del Padre.

Per la sua umiltà, obbedienza, docilità, la Madonna diviene maestra e aiuto per andare a Cristo: “andiamo a Gesù nel cuore verginale di Maria”.

Proprio l’umiltà e la verginità che furono vissute in grado eccelso dalla Madre di Dio non sono motivi di farcela apparire troppo in alto e lontana dalla portata della nostra imitazione, ma, al contrario, queste due virtù sono la via privilegiata per la quale Maria si è fatta a noi vicina e quasi sorella della nostra condizione umana.

Perciò, afferma Madre Mectilde: “supplichiamo ardentemente questa Madre di bontà di renderci partecipi della sua purezza e umiltà”, saremo allora “tutte di Gesù Cristo attraverso il cuore verginale della sua santissima Madre”.

Tuttavia il lavoro dovrà essere vissuto con serietà e fermezza anche dalla monaca (ma questo è valido per ogni battezzato): “rinunciamo alla vanità e al nostro orgoglio; diamoci a Gesù e a Maria per accogliere tutte le umiliazioni che la grazia ci domanda”.

Il mistero dell’Incarnazione deve perciò occupare l’intero arco dell’esistenza della monaca adoratrice i cui occhi devono restare fissi su Gesù presente nel sacramento dell’Eucaristia, il cuore e lo spirito devono vibrare di lode, di adorazione, di amore, è quella “vita nuova”, la vita divina, che nasce solo da questo sguardo continuo a Lui, somma Carità.

Quanto è ineffabile questo mistero! (…) Il nostro spirito è incapace di comprendere”, l’altezza, l’ampiezza e la profondità sembrano in scrutabili e inimitabili, eppure, prosegue la Madre, esiste una via sicura e luminosa per vivere questo mistero: “restiamo ai piedi della santissima Vergine, nostra maestra[15], per partecipare al mistero di un Dio annientato nel suo grembo verginale”.

Perciò, continua Madre Mectilde rivolgendosi alle figlie: “permettete a Dio di essere in voi in qualsiasi modo gli piacerà”, imitando cioè, come dicevamo sopra, l’umiltà, la sottomissione, l’amore, la riverenza e l’abbandono della Madonna ripetendo “oggi, tre volte, in spirito di amore, di riverenza e di abbandono: Verbum caro factum est, ecc., e tre volte: Ecce ancilla Domini”.

L’imitazione di Maria si realizzerà quanto più la monaca saprà essere “ricolma di Dio”, “colma di Gesù Cristo”.

Il Verbo ha voluto Incarnarsi e avere una Madre: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da Donna” (Gal 4,4), e questa Donna è la “benedetta tra le donne” (Lc 1,42). Se Gesù è la luce del mondo, il lumen gentium, Lei è la Stella mattutina che riflette sui suoi figli, e sulla Chiesa universale, questa luce[16].

L’abate per san Benedetto

Il capitolo secondo della Regula Benedicti propone un profilo fondamentale dell’Abate del monastero come guida e padre spirituale dei monaci. Il capitolo sessantaquattresimo lo completa e ammorbidisce ulteriormente, essendo con ogni probabilità stato redatto in un’età più matura e ulteriormente ponderata della vita del Santo, rispetto al precedente.

L’abate, precisa Benedetto, è immagine del buon Pastore, è guida e maestro del gregge di Cristo, è responsabile della vita e dell’armonia, del buon andamento della Comunità; è garante della vita spirituale dei suoi figli. Immagine paterna e materna insieme, quella dall’abate benedettino, con tratti maschili e femminili, potremmo dire: fortezza e fermezza, energia nel correggere i vizi e sollecitudine pastorale fanno corpo con i connotati della comprensione amorevole e delicata, che tiene conto delle differenze temperamentali e delle particolarità del cammino di ciascuno. Per questo non è forzata la prospettiva mariana della lettura dei capitoli suddetti della RB. La ‘forma mentis’ benedettina ha una struttura tipicamente verticale: la vita che si irradia sulla comunità proviene dall’alto, da Cristo, e passa attraverso la centralità, il buon governo dell’abate, che ha funzione mediatrice tra Cristo e i monaci: il parallelo con la figura della Madonna viene, così, naturalmente. L’abate, colui che “tiene il posto di Cristo” (RB 2), “con tatto e discrezione, con prudenza e carità, sarà per i suoi fratelli di fede una guida ispirata, punto di riferimento ed elemento di sintesi dell’unum” [17]. Viene da pensare al ruolo di Maria nel cenacolo[18], come riferimento per gli apostoli in attesa della discesa dello Spirito Santo. Centrale è la funzione di Maria, la Madre di Gesù, quale garanzia di vita per l’unità del primitivo collegio apostolico; come centrale e garante è l’abate, per l’unità e la vita del cenobio benedettino. E come Maria è primariamente Madre, prima di Gesù e poi di Giovanni, e in lui della Chiesa, così l’abate benedettino ha una responsabilità primariamente spirituale, che non deve passare mai in seconda linea, nemmeno quando incombono sul vissuto comunitario preoccupazioni di tipo materiale.

Un carisma “benedettino”

Il legame tra spiritualità mectildiana e RB è strettissimo[19]: il fatto che Madre Mectilde crei un nuovo Istituto[20] all’interno dell’alveo secolare benedettino ha grande valore e importanza, non è un fattore accidentale. Teniamo conto che, per la Madre, il punto fondativo dell’Istituto delle Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento è riposto nella morte gloriosa del santo padre Benedetto, davanti all’Eucaristia. È in questo atto finale di culto e di vita, di pasqua, che madre Metilde lega all’“agire di san Benedetto i concetti di adorazione, di vittima, di riparazione, ecc.” [21]. Da notare che la Madre individua nel ‘privilegio’ di san Benedetto che spira ai piedi dell’altare una connotazione eucaristica che non è solo per le sue figlie, ma può ben riconoscersi come una prerogativa di tutto l’ordine benedettino. Il che dimostra quanto per lei questo aspetto sia determinante e insieme universale: “San Benedetto, spirando ai piedi dell’altare come una vittima immolata al Santissimo Sacramento, ha lasciato in eredità la sua anima ai piedi dell’altare e al tempo stesso gli ha consacrato tutto il suo Ordine [22]. Quel che il carisma mectildiano manifesta non è che una presa di coscienza visibile di quella che dev’essere la vita benedettina in sé.

Il cuore della RB, che è poi il fine ultimo di ogni cristiano è allora la sequela Christi, l’imitazione del Maestro e Signore a partire da quanto i Vangeli e l’intera Sacra Scrittura trasmettono, facendo passare il tutto attraverso la laus perennis interiore dell’adorazione eucaristica, che plasma e trasforma il nostro agire nella vita stessa di Gesù Cristo. Perché, come fa notare la Madre, nell’Eucaristia noi ritroviamo tutti i misteri della vita di Cristo, dall’Incarnazione all’Ascensione, e tutti i misteri della Chiesa, dalla Pentecoste alla storia contemporanea che il Corpo di Cristo vive nell’oggi delle vicende terrene, o celesti.

Madre Mectilde è quindi profondamente convinta non solo dell’affinità, della connaturalità tra il carisma suscitato in lei dallo Spirito Santo e quello del santo di Norcia, ma altresì della loro intima dipendenza: “Dio scelse delle religiose di san Benedetto per essere le sue vittime nel santissimo Sacramento, poiché la grazia di questo Ordine ha avuto uno stretto rapporto con l’Eucaristia [23]. La Madre propone fondamentalmente una rilettura eucaristica della RB[24], in termini di annientamento eucaristico: attraverso la regola la monaca benedettina dell’adorazione perpetua si assimila agli stati eucaristici di Gesù Cristo, svuotandosi gradualmente di sé, per lasciarsi incorporare a Cristo: “Madre Mectilde vede uno strettissimo rapporto tra la vita monastica benedettina, l’Eucaristia e l’annientamento kenotico; la RB come lei stessa afferma nell’inedito Avant propos du Cérémonial, è il testo che meglio si addice ad una ‘esistenza eucaristica’[25] in cui la ‘monaca-vittima-ostia’ si offre quotidianamente in olocausto: così come l’Eucaristia è la suprema forma di kenosi di Cristo ‘annientato’ nel pane e nel vino, la vita monastica lo è del cristiano chiamato all’abbandono del modello di vita precedente [26].

E così, la vittima’ ha un legame unico con il Signore, scegliendo sempre la Sua via, che è quella dell’umiltà e della piccolezza, che la kenosi eucaristica offre in modo mirabile.

E se la monaca benedettina dal SS. Sacramento guarda preferenzialmente all’umiltà di Gesù Cristo nell’Eucaristia, alla Sua morte per la vita, chi le insegna questa via in modo limpido ed esemplare, se non Maria?

In questo studio non ci soffermiamo sulla rilettura in chiave eucaristica che Madre Mectilde de Bar fa della RB[27], ma è proprio di qui, dal carisma, che si comprende la scelta di porre Maria quale madre e abbadessa, guida e maestra delle monache dell’Istituto. Quando infatti la Madre, nel 1664, apre il monastero a Toul, dichiara: “Questa fondazione è la santa Vergine che l’ha compiuta per il suo Figlio, è consacrata a onorare la sua santa anima e tutte le operazioni che il divin Verbo compie in lei [28].

Madre Mectilde sceglie la Madonna quale madre e vera superiora dell’Istituto, proprio perché Maria è stata la creatura più annientata, ad imitazione del Figlio stesso: “in concreto, la vittima sceglierà la piccolezza, perché la piccolezza è la scelta di Cristo”, e la Sua santa Madre ha proprio preso questa strada. “Quindi la sua esistenza è il tipo del nostro itinerario…Questo fa sì che la devozione alla Madonna non possa essere intesa come aggiuntiva nella vita monastica mectildiana, ma sia strettamente collegata con la forma stessa di questa vita” [29].

E la forma è Cristo, cui Maria tende con tutto il suo essere. Dunque, non può esserci abbadessa più degna di lei, perché è la creatura più vicina e conforme a Gesù Cristo.

Cristo ideale del monaco

Il nostro glorioso padre (san Benedetto) fa ben comprendere in questo capitolo (XXXIII) che sua intenzione è di formare i suoi figli sul modello di Gesù Cristo [30].

Il pensiero mectildiano esprime un forte ideale cristocentrico, assimilato sotto l’influsso diretto degli Spirituali francesi – Berulle, Condren, Olier. Alla loro scuola la Madre si nutre, sotto la direzione spirituale del Bernieres, attingendone pienamente la spiritualità e filtrandola alla luce della sua sensibilità e delle sue ispirazioni profonde.

Come monaca, madre Mectilde concentra tutto il lavoro ascetico nella contemplazione e imitazione di Gesù Cristo, vero modello di vita.

In un ritiro del 1662, del quale sono rimaste alcune note registrate, la

Madre individua una disposizione di fondo per la vita delle monache adoratrici:

una immolazione perpetua, che si manifesta:

- nel puro sguardo su Dio sempre, come Gesù sempre guarda il Padre suo;

- nell’oblio di se stesse, nella dimenticanza dei propri interessi, per avere in vista nient’altro che la gloria di Dio[31].

Gesù, sottolinea la De Bar, ha due sguardi nell’Ostia: il primo è al Padre; il secondo va alla salvezza degli uomini. Così, la vita delle Figlie del Santissimo Sacramento ruota totalmente attorno a questi due poli, e non ha altri fini: “questi sono i motivi della nostra vocazione nel nostro istituto: la gloria di Dio e lo zelo per la conversione dei peccatori, soprattutto dei profanatori dei questo sacro mistero [32].

Ma in questa imitazione adorante del Cristo, ideale del monaco, l’ispirazione carismatica della Madre si fa ardita. Infatti, continua così: “Siete peccatrici, sorelle mie, personalmente e nei vostri fratelli”. Non è astrazione questo ‘riparare’ la gloria di un Dio annientato; è un partecipare dal di dentro alla Sua umiliazione, riconoscendo la propria natura corrotta dal peccato, e ‘portando’ con Lui quello dei fratelli; assumendolo con Lui, nella consapevolezza che solo Lui lo salva. “Voi fate quello che ha fatto Gesù, benché certo in modo infinitamente dissimile: dovete dunque risolvervi a essere trattate come Lui [33].

Adorare la gloria di Dio che si annienta nell’Eucaristia e offrirsi totalmente per la salvezza dei fratelli sono due grandi fini riportabili alla vita e all’esempio stesso di Maria. La Madre Fondatrice la definisce infatti: “la prima adoratrice” (fine della gloria di Dio) e “la più perfetta vittima che sia mai esistita sulla terra” (fine della salvezza altrui) [34]. La monaca benedettina adoratrice trova negli stati eucaristici di Gesù il suo ideale concreto di vita, verificandolo e confermandolo con l’aiuto di Maria, guida e madre, “unica Superiora perpetua” dell’Istituto[35].

L’Abate come colui che nel monastero tiene il posto di Cristo

A questo punto è opportuno approfondire i tratti della persona dell’Abate, così come san Benedetto li delinea nel capitolo secondo della Regola.

L’abate è un vigilante: un essere memore, che evita la superficialità, la smemoratezza, la leggerezza. Questo è il primo tratto d’identità del responsabile di una comunità di monaci: “L’abate che è giudicato degno di stare a capo del monastero, deve sempre ricordare come viene chiamato, e al nome di superiore rendere conformi le sue azioni” (RB 2, 1-2).

L’“Ascolta figlio…” vale in primo luogo dell’Abate, di colui che “nel monastero fa le veci del Cristo”: egli vive alla presenza di Dio; si ricorda di Chi porta il nome e il giogo; cerca pertanto di agire secondo il cuore e la vita stessa di Cristo, conformandosi in tutto a Lui. L’abate non porta dunque se stesso ai monaci, ma Cristo. Già questo primo tratto offre dei riferimenti mariani chiaramente percepibili: chi più di Maria è la donna dell’ascolto? Chi più di lei è vigile e tutta rivolta a Colui che ha generato? Chi più di lei non porta se stessa, ma Cristo?

Un altro tratto della figura dell’Abate è la mitezza: “…il comando e l’insegnamento suo penetrino dolcemente nell’animo dei discepoli come fermento di divina giustizia” (2, 5-6). Appare singolare questo riferimento alla dolcezza, raffrontata con l’austerità del legislatore monastico che la raccomanda. È invece, la dolcezza o mansuetudine del cuore, che si comunica all’esterno, un elemento rivelatore del monaco pienamente ‘riuscito’, maturo (Cfr RB 7, 12° gradino dell’umiltà), e su cui san Benedetto insiste molto, come già i padri classici del monachesimo. Una condotta di vita e un insegnamento duri dell’Abate non penetrano nel cuore dei discepoli, non attecchiscono, non perdurano. Segno che con tutto se stesso l’Abate deve istruire i monaci motivandoli dal di dentro di se stessi, e non semplicemente istruendoli dall’esterno. Questo è significativo, e rimanda ancora con naturalezza a Maria, che “meditava tutte queste cose nel suo cuore”.

La Vergine Maria ideale del monaco

Fin dall’antichità la Madre di Dio venne proposta non solo come Madre e Mediatrice del consacrato ma anche come modello di quanti seguono Cristo più da vicino[36].

Da parte sua la RB non nomina mai, se non indirettamente[37], Maria, ma l’essenzialità evangelica e la concisione del testo potrebbero, a detta degli studiosi, riflettere quello stesso silenzio che anche il N.T. riserva alla figura della Madre del Salvatore.

Tuttavia la centralità della figura di Maria all’interno dell’esperienza monastica e, in modo speciale benedettina, diviene sempre più forte e manifesta quando dopo il X secolo cominciano ad apparire forme di devozione quali l’Officium parvum, in onore della Vergine, o l’inclusione di un culto mariano stabile all’interno della spiritualità monastica[38].

Se san Benedetto non nomina mai la Madonna, M. Mectilde, al contrario, come è proprio anche della sua epoca, si sofferma spesso e in modo prolungato sui misteri di Maria, con una devozione che tocca le corde più profonde del suo cuore, “Senza dubbio la figura di Maria come abbadessa e Madre quale la presenta M. Mectilde de Bar non è un profilo che possiamo ritrovare nel conciso dettato della RB [39].

Ma la persona della Madre di Dio resta comunque importantissima per il monaco, proprio in quanto figura e modello della vita cristiana autentica, e, dunque, figura e modello per eccellenza del monaco[40]. “I Vangeli ci presentano più il silenzio che le parole della Vergine Madre. Ella vive all’ombra di Cristo, perduta nel Figlio, segno puro, trasparente, del suo mistero. San Benedetto che traccia per il monaco un itinerario di conversione, «per ducatum evangelii» (RB Prologo 21), e dà un’impostazione così marcatamente cristologia alla Regola non può se non lasciar intravedere i tratti di Maria nel volto del Figlio, indicarla come modello di sequela e di discepolato [41].

Alcune caratteristiche di Maria, riscontrabili nei Vangeli, sono però particolarmente necessarie anche al monaco, il quale deve tendere, in questo senso, ad una imitazione della Vergine[42]:

Da parte sua Madre Mectilde avrà modo di ricordare alle sue figlie la necessità di imitare le virtù di questa “Vergine purissima, a suo esempio siamo ripiene di umiltà, di dolcezza, di carità, di modestia, di purezza, di sottomissione. Imitiamo il suo silenzio, il suo abbandono a Dio, l’umile sottomissione agli ordini divini”. (La Giornata Religiosa)

1. Maria è modello di ascolto[43] e diventa pertanto maestra di lectio divina;

2. Maria è modello della disponibilità al servizio, Lei è l’ancella del

Signore e diventa perciò maestra di quel servizio a Dio e ai fratelli che san

Benedetto chiede ai monaci;

3. Maria è totalmente rivolta a Cristo, tutto fa convergere verso di Lui, tutto

e tutti Ella conduce al suo Figlio, la centralità di Cristo è la vita del monaco.

 

Ascolta o figlio” sono le prime e fondamentali parole della RB (Prologo), mentre di Maria è detto che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19), ritorna alla mente l’atteggiamento con cui Maria viene rappresentata in molte icone dell’Annunciazione: protesa con il capo reclinato e la mano accostata all’orecchio, in profondo atteggiamento di ascolto e di accoglienza di quella Parola che in Lei si faceva carne.

Ma l’ascolto di questa Madre si fa sempre servizio al Figlio divino, spazio aperto non solo per accoglierLo, ma anche per donarLo, perché “nulla venga anteposto a Cristo” (RB 4,21; 72,11).

Una fede che si fa sopportazione paziente, silenziosa e consapevole di quanto la vita e i fratelli ci riservano di duro e crocifiggente (RB VI, 4° grado di umiltà) così come Maria sta presso la Croce del Figlio. Ma la via privilegiata che il monaco deve percorrere resta quella dell’obbedienza, attraverso la quale egli può “ritornare a Colui dal quale si era allontanato cedendo alla pigrizia della disobbedienza” (RB Prologo 2): e non è forse Maria colei che “serva del Signore” ha detto, non solo a parole ma con la fedeltà della vita: “sia fatto di me secondo la tua parola”?! Così come il monaco nell’atto della Professione: “Suscipe me Domine secundum eloquium tuum” (RB 58,21).

Sarà poi da questa Parola ascoltata, accolta e meditata – “incarnata” – che il monaco, sull’esempio della Madre del Verbo, diviene sollecito e delicato nella carità fraterna e come Maria partì svelta verso la cugina Elisabetta (RB 5,9) così san Benedetto afferma che lo slancio dell’obbedienza rende “rapidissimo” e di una “simultaneità sorprendente” l’esecuzione di un comando (RB 5,9), si tratta di una “corsa” (RB Prologo 22), di un “affrettarsi” verso la perfezione, la santità, la conversione(RB 73,2).

Conversione che è sempre crescita nell’amore (RB Prologo 49 e cap. 72) e nell’abbandono alla guida dello Spirito Santo (RB Prologo 7,67-70), che porta il monaco a “magnificare il Signore che opera in lui” (RB Prologo 30; cf. Lc 1,46).

Ecco allora che il monaco nell’atto di riconoscere che tutto è grazia, loda con gioia il suo Creatore riconoscendo la propria debolezza (RB Prologo 41) e fa fiorire l’umiltà, caratteristica tanto necessaria, secondo il santo legislatore, ai monaci.

Anche la stabilità, che viene da “stare” o “restare”, non può che far pensare di nuovo all’atteggiamento di Maria che di fronte alla croce di Cristo “stava” (Gv 19, 25).

Infine, Maria era presenza operosa, ma silenziosa e discreta, anche all’interno della primitiva comunità di Gerusalemme che è modello della comunità monastica, dove di fronte alle mancanze dei fratelli, l’Abate e i fratelli si uniscono in preghiera per riparare e intercederne la conversione (RB 28,4; cf. At 1,14) Sant’Anselmo usa il termine “Madre della Riparazione” in lode alla Madre del Redentore e dei redenti (“Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la Madre della sua riparazione” (Discorso 52 di sant’Anselmo d’Aosta, Cf. Ufficio delle letture della Solennità dell’Immacolata Concezione).

Tutto nasce e scaturisce sempre da quella “urgenza” che viene dall’“amore” (RB 5,10).


 

[1] Adottando la SS. Vergine ad Abbadessa del suo Istituto, Madre Mectilde del SS. Sacramento si conformava così ad una delle più belle tradizioni mariane dell’Ordine monastico”. LECLERCQ J. osb, La Madonna Abbadessa, in Deus absconditus, anno 76, n. 3, Luglio-Settembre 1985, pp. 17-18.

[2] Tale prassi, poi adottata in vari monasteri cluniacensi, viene fatta risalire, appunto, alla fondazione del monastero di Marcigny, presso Paray-le-Monial, voluta da S. Ugo. Le fonti storiche contemporanee del santo sono, però, poco numerose e poco esplicite, tuttavia anche se tali fonti non parlano di questa prassi gli storici attestano che questa tradizione era «conservata negli archivi di Marcigny ». Dom M. Lamey riporta alcuni dettagli sulla fondazione e sulle modalità con cui veniva vissuta tale usanza: Sant’Ugo fece questa fondazione sotto il patrocinio della Santissima Vergine nel 1056 per 99 religiose; e la Madonna, che egli costituì loro Abbadessa, completava il numero di cento. In coro il suo posto era segnalato da un pastorale in rame e vi presiedeva dalla sua effige, in cui appariva rivestita dall’abito e dal velo delle Benedettine. Veniva servita ogni giorno in refettorio, e la sua porzione, dopo ogni pasto, era data ai poveri. Il titolo conferitole era quello di Nostra Signora Abbadessa e sotto questo titolo le era pure dedicata una cappella. Quest’ordine di cose sussistette fino alla Rivoluzione, ed il numero delle religiose fino ad allora restò fissato a 99». Cf. LAMEY M., Les traditions mariales de l’Ordre de Cluny, in Resoconto del Congresso Mariano tenuto a Lione nel 1900, t. II, Lyon 1901, p. 377 in LECLERCQ J. osb, La Madonna Abbadessa, op. cit., pp. 17-18; PIGNOT H., Histoire de l’Ordre de Cluny, Autun, Paris 1868, t. II, pp. 34-35 in Ibidem e FRANZI F., Maria SS. «Unica e perpetua Abbadessa» dell’Istituto delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento, op. cit., pp. 134-135.

[3] Il “coro” è la parte della chiesa monastica riservata esclusivamente alle monache, i sedili disposti in questa zona vengono detti “stalli”, solitamente, soprattutto nei monasteri benedettini, al centro del coro, o, comunque, in uno spazio privilegiato e solenne è posizionato lo “stallo abbaziale” riservato unicamente all’Abate o “stallo priorale” riservato al priore in quei monasteri in cui il superiore porta il titolo di priore e non di Abate, come nel caso del Carmelo di santa Teresa d’Avila, cf. p. 26.

[4] Cf. nota n. 83.

[5] Questa stessa usanza Madre Mectilde adotterà per l’Istituto da lei fondato. Cf. MININ M. C. mb, Le Message marial de Catherine de Bar, Mere Mectilde du Saint-Sacrament 1614-1698, op. cit., p. 68.

[6] De gestis pontificum Anglicae, V, PL 179, 1659 in LECLERCQ J. osb, La Madonna Abbadessa, op. cit., pp. 17-18; cf. FRANZI F., Maria SS. «Unica e perpetua Abbadessa» dell’Istituto delle Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento, op. cit., pp. 134-135.

[7] MININ M. C. mb, Le Message marial de Catherine de Bar, Mere Mectilde du Saint-Sacrament 1614-1698, op. cit., p. 69.

[8] Si tratta per lo più di monasteri femminili dove la Madonna veniva onorata con il titolo di «Abbadessa delle Vergini». Cf. LECLERCQ J. osb, La Madonna Abbadessa, op. cit., pp. 17-18.

[9] Cf. parte I.1.3.

[10] Per la differenza tra Abbadesse e priora nei monasteri benedettini cf. parte II.2..

[11] Cf. parte III.1.3 e III.2.2.

[12] Conferenza per il giorno dell’Annunciazione (n. 2014) B 521, in AL/2 nota n. 10, pp 145-148. Cf. Appendice tav. I.

[13] Certamente la meditazione e l’assimilazione di questo mistero sarà stato al centro della formazione della giovane Catherine de Bar annunziata (sr. Saint-Jean), l’Annunciazione era stata forse il mistero più amato e sentito da Giovanna di Francia, la quale trasmise alle figlie, anche attraverso il titolo dell’Ordine da lei voluto, la centralità dell’insondabile disegno di Dio che scelse la via dell’Incarnazione per salvare l’uomo dal peccato.

Occorre altresì accennare anche al forte parallelismo tra il mistero dell’Incarnazione del Verbo e il mistero dell’Eucaristia, in entrambe c’è l’annientamento (la Kenosi) di Dio che lascia il “trono della sua gloria” per farsi vicino all’uomo, così vicino da divenire prima uomo tra gli uomini e poi, nel Sacramento dell’Altare, Cibo e Bevanda per la sua creatura.

[14] Come era comune fino al Vaticano II, il mistero dell’Annunciazione era sentito a partire dal suo riferimento mariano, tuttavia nella contemplazione di questo evento la Madre esprime con forza “l’intreccio tra mistero cristologico e mistero mariano, anzi forse con una sottolineatura del mistero del Signore piuttosto che quello della Madre Sua”. Anno Liturgico, p 144.

[15] Affermerà Giovanni Paolo II nella sua Lettera Apostolica sul santo Rosario: “Maria ripropone continuamente ai credenti i «misteri» del suo Figlio, col desiderio che siano contemplati, affinché possano sprigionare tutta la loro forza”, per questo occorre che i fedeli ricorrano alla santissima Vergine lasciandosi guidare e condurre per mano alla vera contemplazione del Volto dell’Unigenito e quindi alla sequela Christi: “la contemplazione di Cristo ha in Maria il suo modello insuperabile (…), alla contemplazione del volto di Cristo nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria”, ma lo sguardo con cui la Vergine Madre guarderà a questo divin Figlio “sarà in ogni caso uno sguardo penetrante, capace di leggere nell’intimo di Gesù, fino a percepire i sentimenti nascosti e indovinarne le scelte, come a Cana (cf. Gv 2,5) … sarà ancora, in certo senso, lo sguardo «partoriente», giacché Maria non si limiterà a condividere la passione dell’Unigenito, ma accoglierà il nuovo figlio a Lei consegnato nel discepolo prediletto (cf. Gv 19,26-27)”. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, op. cit., n. 11.10.

[16] Commento di p. Giorgio M. Bertolini alla Conferenza per il giorno dell’Annunciazione (2014) B 521, in AS nota n. 10, pp 148-153.

[17] G. ANELLI osb, Autorità nella vita monastica come ministero di grazia fraterna, in “Deus Absconditus”, gennaio-marzo 2009, n. 1, p. 38.

[18] Cfr M. G. ARIOLI, Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, in “Ora et labora”, aprile-giugno 1998, 2, p. 89: “Mi sembra ancora di scorgere una singolare presenza di Maria, Madre della Chiesa, nello sguardo di Benedetto alla Comunità primitiva di Gerusalemme vista come modello della famiglia monastica”.

[19] Non si tratta di voler trovare analogie o differenze tra il carisma suscitato in Madre Mectilde de Bar e l’antica Regola monastica di san Benedetto, si tratta invece di riconoscere all’Istituto delle Benedettine del SS. Sacramento lo “status” monastico di “benedettine”, Catherine Mectilde de Bar, infatti, innestò l’adorazione e la riparazione verso il SS. Sacramento sulla Regola, di più, in quei travagliati anni ella cercò di applicare quella medesima riforma che voleva ritornare all’autenticità della vita monastica, così come l’aveva vista vissuta con amore e dedizione in quei monasteri da lei stessa visitati (cf. parte I). Vi è poi tutta la questione Eucaristica della rilettura che Madre Mectilde fa non soltanto della RB, ma anche della vita del santo di Norcia, vedendo nella sua morte, descritta da Gregorio Magno nei Dialoghi, avvenuta nell’oratorio dopo aver ricevuto il Corpo e il sangue di Cristo, l’atto con cui il santo Patriarca generò spiritualmente l’Istituto. “Sarebbe certamente insufficiente una visuale di pura giustapposizione, ma riuscirebbe artificiosa e forzata una pretesa di cogliere analogie, parallelismi o identità di vedute tra S. Benedetto e M. Mectilde. Figure che appartengono ad epoche storiche lontane e assai diverse, inquadrate in ambiti culturali e spirituali distanti tra loro, si esprimono in linguaggi che non si possono rapportare ad una stessa unità di misura. Rimane comunque l’evento storico, guidato dallo Spirito, della fondazione di un ramo del grande ordine monastico dell’Occidente, dedicato all’adorazione perpetua in spirito di riparazione. M. Mectilde afferma: «siamo di fronte ad un’eterna disposizione di Dio che fa di noi, religiose di S. Benedetto, le figlie del SS. Sacramento. Questa grazia la dobbiamo al nostro Santo Legislatore che ce l’ha meritata senza dubbio al momento della sua morte, quando seppellì gli ultimi momenti della sua vita nel SS. Sacramento» (M. MECTILDE DEL SS. MO SACRAMENTO, Il Vero Spirito, cap. 19). Cf. anche conferenza n. 1234 per la festa del nostro santo Padre Benedetto in DE BAR CATHERINE MECTILDE, Attesa di Dio, Riflessioni sulla Regola, op. cit., p. 34)”. ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, in Ora et Labora, LIII, n. 2, aprile-giugno 1998, p. 81.

[20] L’intenzione originaria della de Bar, tuttavia, non fu quella di fondare un nuovo Istituto o un nuovo Ordine, ma quello, appunto, di vivere integralmente la Regola da lei professata – “è evidente come la realtà delle Benedettine del SS. Sacramento non si configurino come una semplice fondazione, ma come un vero e proprio progetto di riforma dell’Ordine di san Benedetto” (MANCINI L. E., La riforma monastica di Catherine Mectilde de Bar (1614-1698): le radici, l’attuazione, le prospettive, op. cit., p. 25). – l’innesto dell’adorazione perpetua fatta in spirito di riparazione non vuole perciò essere una “modifica” alla RB, ma un’interpretazione suscitata dallo Spirito Santo in tempi nei quali questo mistero subiva oltraggi, sacrilegi ed indifferenze troppo grandi perché le anime consacrate potessero restarvi indifferenti. D’altra parte basta osservare come il testo legislativo fondante l’Istituto siano le Costituzioni, che sono un commento, capitolo per capitolo, alla RB. Cf. MECTILDE DU SAINT SACREMENT (CATHERINE DE BAR), Costituzioni sulla Regola del Santo Padre Benedetto, op. cit.; altri commenti alla RB che si trovano nelle Conferenze e in altri scritti della Madre sono stati raccolti nel volume DE BAR CATHERINE MECTILDE, Attesa di Dio, Riflessioni sulla Regola, op. cit.

[21] G. M. BERTOLINI, o. cist., La morte di san Benedetto nell’orizzonte del dogma eucaristico, in C. MECTILDE DE BAR, Anno liturgico e santità, cit., p. 334.

[22] C. M. DE BAR, Conferenza per la festa di san Benedetto, in C. MECTILDE DE BAR, Anno liturgico e santità, cit., p. 318.

[23] DE BAR CATHERINE MECTILDE, Il sapore di Dio, Scritti spirituali / 1652-1675, op. cit., p. 110.

[24] Cf. ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, op. cit., p. 83.

[25] Sulla vita del monaco come oblazione sacrificale vista in parallelo con l’Eucaristia sacrificio di Cristo cf. MANCINI L. E., La riforma monastica di Catherine Mectilde de Bar (1614-1698): le radici, l’attuazione, le prospettive, op. cit., pp. 103s.

[26] MANCINI L. E., La riforma monastica di Catherine Mectilde de Bar (1614-1698): le radici, l’attuazione, le prospettive, op. cit., p. 106.

[27] Il rapporto Eucaristia-RB è a tal punto privilegiato da essere difficilmente ripetibile con altre spiritualità (cf. M. MECTILDE DEL SS. MO SACRAMENTO, Il Vero Spirito, cap. XX,4cf. tasi MANCINI p, 111). Per approfondire lo studioso questo argomento cf. ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, op. cit., p. 83.

[28] VALLI M. C., Temi fondamentali in madre Mectilde de Bar, dispensa a cura della Scuola di Cultura Monastica, Monastero S. Benedetto, Milano 30 marzo 1998.

[29] Idem. Si tenga presente quanto dettano le Costituzioni al cap. 2, 1.: “Noi abbiamo creduto che, per mantenere in vigore il nostro Istituto, rendere stabile e permanente l’adorazione perpetua…, non ci sia altro mezzo più efficace di quello di affidarlo nelle mani della Santissima Vergine”.

[30] Giornata religiosa sulla povertà…… in Attesa di Dio p. 175.

[31] Cfr LECLERCQ J., Cristocentrismo e Regola Benedettina, in ANDRAL V., Catherine Mectilde de Bar. Un carisma…, cit., p. 292. Si noti l’affinità con la terminologia e sensibilità ignaziana: termini come ‘gloria di Dio’, ‘oblìo di sé’ (=santa indifferenza) sono cari a sant’Ignazio, al cui influsso la Madre non è estranea.

[32] Ibidem.

[33] Ibid.

[34] DE BAR M. MECTILDE, Costituzioni sulla Regola del santo padre Benedetto per le monache benedettine del SS. Sacramento, Alatri 1982, cap. 2, 1., p. 23.

[35] Ibidem.

[36]Dopo l’editto di Costantino del 313 la verginità è proposta come ideale di vita cristiana e molte donne la scelgono come stato di vita, a queste donne consacrate a Dio sant’Ambrogio presenta la Vergine come modello da seguire”. ZARRI G., Famiglie religiose, op. cit., p. 524.

[37]Come ad es. nel cap. 17,7 dove viene si menziona il magnificat all’interno della preghiera vespertina.

[38] Tra i vari esempi ricordiamo qui “l’abate di Cluny Pietro il Venerabile (= 1146) che inserì negli Statuti della federazione l’obbligo di cantare solennemente la Salve Regina durante la processione con cui i monaci si recano dalla basilica alla cappella della Vergine”, come anche la prescrizione di “celebrare ogni sabato una messa e recitare l’ufficio in onore della Vergine, usanza che sarà poi estesa a tutta la Chiesa”. Allo stesso modo i cistercensi proseguirono e diffusero la devozione alla Vergine, soprattutto con la predicazione e l’opera di san Bernardo di Chiaravalle che esaltò, a partire dalla contemplazione del mistero dell’Annunciazione, alcune prerogative della Madonna: soprattutto la maternità, la verginità, l’umiltà e la mediazione. Cf. ZARRI G., Famiglie religiose, op. cit.,pp. 526-527.

[39] ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, op. cit., p. 86.

[40]Maria diventa via mistica per ogni contemplativo, in quanto considerata non solo madre ma anche nella sua esemplarità. I dono dello Spirito Santo hanno realizzato in lei la piena e cosciente adesione alla vita del Figlio” – qui, in fondo, sta l’ideale del cristiano e, quindi, ancor di più di chi si consacra in modo più intimo e forte a Dio con la professione religiosa – “divenendo la prima discepola del Figlio del nuovo popolo di Dio. La sua unione con la Trinità viene recepita dai mistici come esempio luminoso di ogni rapporto da stabilire con il Dio cristiano (…). La sua esistenza è trasformata dal fatto che Dio ha preso possesso della sua vita in vista della redenzione dell’intero genere umano. (…) Per i mistici la Madre di Dio è insieme ideale di donna contemplatrice e illuminatrice (Summa Contemplatrix e Summa Illuminatrix), in quanto solo contemplando il volto del Figlio può diventare luce per i fedeli di ogni tempo. Mirando la Vergine i contemplativi entrano nel mistero del Padre che dona il Figlio nell’Amore sostanziale”. ASTI F., Mistica, in DE FIORES S. – FERRARI SCHIEFER V. – PERRELLA S. M. (a cura di), Mariologia, op. cit., p. 858.

[41] ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, op. cit., p. 86.

[42] Cf. BÖCKMANN A. osb, Possiamo scoprire Maria nella regola di san Benedetto?, in Miscellanea cassinese a cura dei monaci di Montecassino, estratto di Monastica II, Montecassino, 1984, in ARIOLI G., Regola di San Benedetto e carisma mectildiano: spunti di riflessione, op. cit., pp. 86-87.

[43]Il Rosario offre il segreto per aprirsi più facilmente ad una conoscenza profonda e coinvolgente di Cristo. Potremmo dirlo la via di Maria. È la via dell’esempio della Vergine di Nazaret, donna di fede, di silenzio e ascolto”. GIOVANNI PAOLO II, Lettera Apostolica Rosarium Virginis Mariae, op. cit., n. 24.