Suor Carlamaria Valli osb ap [*]
L’altra
metà dell’amore
L’altro volto della riparazione
I. Riparazione? Che cos’è?
È un termine in via di estinzione? Non si sente usare con frequenza in campo materiale, ma soprattutto in ambito religioso sta diventando un pezzo d’antiquariato. Nella predicazione è raro sentirlo citare, forse è rimasto nel vocabolario dei devoti fans della spiritualità del Sacro Cuore.
Purtroppo c’è il rischio che la spiritualità vissuta dal “cristiano comune” vada avanti per la sua strada, segnata dalla devozione e sempre meno battuta, mentre la teologia avanzi pure sulla sua strada, aprendo percorsi sempre più specializzati e difficili per chi non abbia una cultura notevole.
Ci si accorge del divario molto profondo tra teologia e spiritualità quotidiana quando si scopre che neppure le parole hanno più lo stesso significato.
È accaduto, ricercando su Internet, di digitare “Ora santa di riparazione” e di vedere apparire accanto a “riparazione” la scritta: “cliccando qui avrai l’elenco di tutti i negozi di ricambi della tua città”.
Perché non se ne parla più?
Forse perché l’idea di Dio, presupposta dal concetto tradizionale di riparazione fa a pugni con l’immagine di Dio che è più familiare ai nostri giorni.
Per esempio: il padre dei due figli che troviamo nella parabola del vangelo di Luca (Lc 15, 11-32), aspetta il figlio che se n’era andato e, quando torna, quasi non gli lascia aprir bocca per chiedere perdono, ma lo abbraccia e lo riabilita subito. Questo padre non mostra di aspettarsi una riparazione per ciò che poteva aver perso a causa di quel figlio. La perdita per lui era: aver perso un figlio. È quindi appagato e contento per il semplice fatto di averlo ritrovato.
O forse, anche, non se ne parla più, perché diventa sempre più difficile parlare di peccato; ancora meno si parla di responsabilità e delle conseguenze dell’agire umano.
Mutamento del concetto nel tempo
Il concetto di riparazione, nella spiritualità cattolica è strettamente legato a quello di redenzione. Nell’epoca dei Padri della Chiesa era chiaro che la redenzione, cioè l’incarnazione, la vita e soprattutto la morte e la risurrezione del Figlio di Dio fossero un piano messo in atto da Dio per riparare la natura umana “guastata” dal peccato e ciò non senza la partecipazione e il consenso della creatura umana stessa.
Inoltre, sulla scia dell’espressione paolina “Completo nella mia carne ciò che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24) “ogni sofferenza umana liberamente accettata per gli altri in unione a Cristo, era ritenuta un mezzo per servirli, un ministero (…) che permetteva di contribuire alla loro salvezza”.[1]
In seguito la Teologia della Chiesa in occidente, per esprimere il dramma del peccato e il modo in cui Dio ci ha redenti in Cristo, ha usato immagini e concetti presi dal funzionamento della giustizia umana come “sanzione”, “pena”, “soddisfazione”, “riparazione”.
Lo sfondo culturale e sociale sottostante alla riflessione del periodo medievale e a quello successivo era un ordine stabilito, ben strutturato e gerarchizzato sia nella società civile che in quella religiosa. Su tale sfondo, il peccato era visto come sovvertimento di quest’ordine, infrazione. Il castigo e la pena erano il prezzo da pagare per ristabilire l’ordine e per riparare il guaio. Il tutto si inquadrava in un orizzonte giuridico e quindi la redenzione era vista come un pagare di Cristo al posto nostro e anche la riparazione risultava un fatto compensativo (se si fa il male, qualcuno deve pagare, se no la giustizia divina “si accende” e sono guai).
Impercettibilmente al Dio Padre di Gesù Cristo che, come il padre della parabola, si preoccupa per aver perduto dei figli a causa del loro peccato, si è sostituito un Dio impassibile, giustiziere.
Il peccato stesso, più che come un guaio per l’uomo, una realtà che gli avvelena la vita, si è visto soprattutto come un affronto a Dio. Siccome poi l’offesa è fatta ad un essere Infinito (Dio) anche il debito contratto dall’uomo peccando, è infinito e solo Gesù Cristo (uomo-Dio) lo poteva pagare, riparare.
Tale modo di presentare le cose urta però fortemente contro la visione di Dio-Amore rivelataci nel Nuovo Testamento e contro la sensibilità e la concezione dell’uomo del post-moderno, per il quale non è tanto l’ordine giuridico stabilito che vale, ma la persona.
A dire il vero, già nell’Antico Testamento, Dio, per bocca del profeta Ezechiele, aveva mostrato che pure a Lui è cara la persona: “Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Cfr Ez. 18,23), e quando castiga l’uomo è per sollecitare quella conversione che porta con sé la vita.
Anche Gesù, del resto, ha aperto la predicazione della buona notizia con l’invito: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1,15).
Per completare la storia del concetto di riparazione: poco dopo la metà del XVI secolo, a partire dalle apparizioni di Paray le Monial a santa Margherita Alacoque e dalla devozione che le segue, avviene una specie di rovesciamento. Non si parla più di Cristo riparatore della natura umana, ma dell’uomo che ripara l’ingratitudine e le ingiurie ricevute dal Cuore di Cristo. [2]
Quale volto di Dio?
Sullo sfondo della impostazione giuridica dell’argomento peccato-redenzione c’è un’immagine di Dio che è arrivata a noi carica di concetti filosofici.
Dall’aristotelico “motore immobile”, anche il Dio cristiano è stato fissato con i suoi attributi di impassibilità e immutabilità in un’immagine di Dio Padre rigida, che non poteva assolutamente avere a che fare col peccato e con la morte. Ma un Dio concepito così non era comunque un Dio libero di essere Padre, di provare compassione per la creatura umana (ogni sentimento era visto come un moto dell’anima, quindi come incompatibile con la immutabilità e non attribuibile a Dio). Era comunque la Giustizia (altro attributo divino) ad esigere che il peccato fosse punito, anche in questo non si coglieva molto la libertà di Dio che sembrava quasi “costretto” ad agire nella sua condotta dai suoi attributi divini, più filosofici che biblici. La Bibbia, infatti, non si pone problemi nel presentarci Dio con immagini antropomorfiche, infatti ce lo presenta adirato, che si pente di aver creato l’uomo o addirittura che prova compassione, un affetto viscerale, come quello della madre per la propria creatura.
Ma allora….basta!
Sarebbe sufficiente buttare nel cestino il Dio dei filosofi e riprendere il Dio Padre di Gesù Cristo! Al peccato Egli risponde col perdono.
La riparazione dunque non servirebbe, perché questo Dio è tutto amore, benevolenza e compassione.
Ma se Dio è tutto amore, da dove viene la sofferenza? Dov’era Dio Padre mentre Gesù sulla croce moriva con sulla bocca il grido del salmo 21 “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
Forse sarebbe opportuno dare un’occhiata alla condizione della natura umana ferita dal peccato che il Figlio di Dio ha veramente assunto e fatto propria fino in fondo, perché Dio non è venuto a spiegarci la sofferenza, ma si è messo a portarla con noi per dirci in questo modo e non solo a parole: “Vi voglio bene”.
Quale volto dell’uomo?
“Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi e il figlio dell’uomo perché te ne curi?” (salmo 8)
Che cos’è questa creatura umana perché Dio l’abbia fatta diversa da tutte le altre creature? E perché si è messo in mente di salvarla?
Ma, da che cosa, da quale pericolo dobbiamo essere salvati?
La tradizione cristiana della Chiesa in Oriente ha mantenuto lungo i secoli, una lettura della redenzione meno giuridico- penale, più legata all’uomo.
Il peccato non è visto tanto come un debito contratto da pagare, ma piuttosto come una malattia che assale l’uomo, ne altera le sue facoltà costitutive (la capacità di conoscere, di desiderare e di amare) e lo condurrebbe alla morte, se Dio non si prendesse cura di lui.
L’amore di Dio profuso nella morte e risurrezione di Cristo è la medicina che è offerta all’uomo per la sua salvezza. In tale prospettiva l’uomo è coinvolto nel processo di guarigione e la sua libertà è il necessario presupposto, attivato attraverso il cammino di conversione, perché la terapia dell’amore di Dio possa portare i suoi benefici effetti per la guarigione.
La persona umana: fatta per la libertà nella relazione
Proviamo dunque, anche noi ora, a non prendere come punto di partenza un ordine precostituito, una giustizia astratta voluta da Dio, ma quella legge fondamentale della natura umana che è l’amore.
In fin dei conti, anche i 10 comandamenti sono stati dati per sorreggere l’uomo in quel cammino di crescita nell’amore che fa uscire dall’istintivo arraffare tutto per sé e aprirsi a Dio e agli altri.
Ed è veramente la legge di base, perché noi diciamo che Dio è amore (1Gv). Addirittura è tanto amore che è Padre, Figlio e Spirito Santo, quindi è relazione.
Caratteristica fondamentale dell’amore è la libertà.
Dio Padre genera il Figlio comunicandogli il suo stesso essere Dio, ma lasciandogli la “libertà” di essere Figlio. Nella Trinità il fondamento e il garante di questa libertà e, nello stesso tempo, il legame di comunione che fa del Padre e del Figlio una cosa sola è lo Spirito Santo, che chiamiamo anche Amore.
Anche l’uomo dunque, fatto ad immagine di questo Dio (Gen 1,27) è fatto per amare e la sua vita sta nella relazione con Dio e con gli altri. È stato creato dotato di tale libertà.
In questa prospettiva il peccato è come una frattura alla base della natura umana, per la quale la libertà dell’uomo resta compromessa.
Ma come “funziona”?
Come è possibile che il male dell’uomo sia guarito in lui attraverso ciò che non è compiuto dall’uomo stesso, ma da un altro, (in questo caso Cristo)?
La Bibbia dice che “Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato noi vivessimo per la giustizia. Dalle sue piaghe siamo stati guariti” (1Pt 2,24-25)
Come è avvenuto che i nostri peccati siano stati portati da Cristo? Non si tratta – si è detto – di un pagare al posto nostro il debito del peccato. Come è possibile allora che la sofferenza dell’innocente guarisca i colpevoli se questo male è radicato nel profondo della libertà dell’uomo?
Se la riparazione non è un risarcimento, ma una guarigione, come ha potuto guarire noi bevendo Egli la medicina amara?
Per rispondere a queste domande bisogna tenere insieme la libertà sovrana di Dio, e la libertà dell’uomo, perché, se il peccato ha potuto essere così disastroso è per il fatto che l’uomo è stato creato libero, dunque i suoi atti hanno delle conseguenze.
Se si seminano ortiche, non si può pretendere che Dio faccia spuntare al loro posto carote.
Per poterci salvare Dio ha “escogitato” un piano che potesse farsi carico delle conseguenze della nostra libertà venendo a sanarla “come dall’interno” della nostra condizione.
II. La rappresentanza
Alcuni teologi, negli anni ’80 del secolo scorso, hanno letto la redenzione (quindi, di riflesso riceve nuova luce anche la riparazione) con il concetto di rappresentanza.
Che cos’è?
Più o meno sappiamo chi è un rappresentante in campo commerciale: è quel signore che si presenta nei negozi, negli ambulatori o farmacie a nome e al posto della casa produttrice di farmaci (o altro) per vendere gli articoli che la casa stessa mette in commercio. Questa è una forma di rappresentanza impropria, perché ciò che il rappresentante compie, i titolari della casa produttrice non lo fanno e non lo faranno mai.
Il tipo di rappresentanza preso in considerazione per leggere la redenzione è diverso.
È detto rappresentanza propria. Non è sostitutivo, ma costitutivo, nel senso che il rappresentante di noi umani, ossia Gesù Cristo, non si sostituisce a noi. Non si mette al nostro posto in modo che noi in quel posto non ci stiamo più, ma fa al nostro posto quello che noi da soli non saremmo in grado di fare, lo fa però in modo da renderci capaci di fare a nostra volta ciò che Lui fa.
Nella rappresentanza impropria, quando si usa il concetto per il rapporto tra due persone, una prende il posto dell’altra, la sostituisce. Nella rappresentanza propria, invece, “Una persona subentra al posto di un’altra in modo tale che non la sostituisce, ma, al contrario la abilita a (la rende abile, capace di) prendere il proprio posto”[3].
Questo “la abilita” smentisce l’idea che ciascuno possa essere se stesso solo se nessun altro interferisce nella sfera della sua presunta libertà. Smentisce anche la convinzione che, dove incomincia la presenza attiva di qualcun altro per me, finisce la mia libertà.
Proprio la riflessione sull’uomo ha portato invece a constatare che nessuno esiste “da sé”, ma ogni persona umana deve la sua umanità all’incontro e alla relazione con altri esseri umani.
Prendiamo l’esempio del linguaggio per la comunicazione.
“Noi parliamo perché i nostri nonni, i nostri genitori, le nostre maestre, le nostre consorelle ci hanno parlato e ci hanno insegnato come si parla. Questo lo comprendiamo quando vediamo che noi parliamo naturalmente bene l’italiano, mentre altri parlano naturalmente bene il francese.
L’uomo in che cosa si distingue dagli animali? Per il fatto che parla e pensa. Aristotele diceva che l’animale ha la voce, mentre l’uomo ha la parola. Però l’animale la voce ce l’ha comunque, invece l’uomo la parola ce l’ha a seconda di chi incontra (se si mette un gattino tra cuccioli di cane, crescendo, il gatto miagolerà, ma se si dà un piccolo d’uomo da allevare ad uno scimpanzè, il bambino, cresciuto, non saprà parlare, ma si esprimerà come l’animale). Anche in ciò che è più tipicamente umano la relazione è inscritta nel profondo della nostra identità.
Ciascuno di noi è uomo o donna nel momento in cui altri uomini e donne ci incontrano, ci parlano e si prendono cura di noi. Non basta che ci parlino, occorre che si prendano cura. Quando uno deve imparare una lingua che non conosce, qualcun altro deve assumere un atteggiamento pedagogico nei suoi confronti. Questo è rendere libera questa persona nel parlare quella lingua.[4]
Dinamismo della Rappresentanza
Tra i teologi sopra citati scegliamo di attingere agli scritti di Norbert Hoffman.
Egli vede nella vita e nei rapporti fra le Persone della SS. Trinità la matrice di ogni rappresentanza.
Ciò che si compie nella Redenzione (Dio nei confronti dell’umanità) trova la sua radice nelle relazioni tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Il concetto di rappresentanza è determinato da tre elementi o momenti:
1. Il momento costitutivo
È il momento in cui il rappresentante liberamente costituisce l’altro, gli dà la possibilità di essere, prendendosi cura di lui.
Nella Trinità il Padre dona al Figlio tutto se stesso, gli partecipa il suo essere Dio.
Nell’ambito della redenzione possiamo dire: se per imparare a parlare c’è bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi, e può farlo solo chi possiede già il dono della parola, solo il Figlio, che già vive per natura il dialogo d’amore nella Trinità, poteva prendersi cura di noi, mettersi nel nostro posto di peccatori, nella nostra condizione di “mutismo”, cioè di incomunicabilità con Dio, raggiungerci nella condizione di morte (“Se Tu non mi parli io sono come chi scende nella fossa” Sl 28,1) per darci la possibilità di tornare, non solo a chiamare Dio Padre, ma a vivere da figli
2. il momento passivo, obbedienziale
Il rappresentato accetta di ricevere la possibilità di essere se stesso dall’altro.
Nella Trinità il Figlio si riconosce ricevuto dal Padre e vive in totale riferimento a Lui.
Nella redenzione la nostra umanità assunta dal Verbo e rappresentata nell’obbedienza filiale di Gesù, viene in lui rigenerata.
3. il momento della reciprocità
Colui che fa essere, nel suo impegno, non pone in essere solo l’altro, ma, in certo modo, fa essere anche se stesso. È il caso del medico che, dedicandosi all’altro secondo le proprie competenze, non solo dischiude al paziente spazi di recuperata salute e pienezza di vita, ma fa essere se stesso in quanto medico.
Nella Trinità il Padre che genera il Figlio ha in Lui anche la più piena manifestazione della propria gloria, cioè del proprio essere Amore. La reciprocità d’amore è lo Spirito Santo.
Nella redenzione possiamo dire che la riparazione si colloca qui. I redenti, i salvati divengono figli nel Figlio e, quali sue membra, sono la sua pienezza, il suo compimento nella storia.
III. UN PELLEGRINAGGIO ALLA SORGENTE
Immaginiamo ora di risalire il fiume di grazia della redenzione, come si risale alla sorgente di un corso d’acqua, vedremo che scaturisce dalla Trinità e, passando per la pasqua di Gesù, giunge a compimento nella vita dei salvati.
La vita di Dio in Sé, della Trinità, è la fonte, la matrice, in un certo senso la modalità in cui l’amore di Dio si dispiega nella storia: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi.” (Gv 15,9)
La sorgente: la Trinità
La fonte è fuori dal tempo, è nel nostro Dio che da sempre e per sempre è Uno e Trino.
Nella circolazione d’amore all’interno della Trinità, dove “il Padre con la sovrana divinità della sua potenza generante fa essere un Altro come altro (Figlio, non Padre)”[5] eppure in tutto e per tutto Dio, come lo è il Padre.
Nello Spirito che è comunione e unisce il Padre e il Figlio, ma, contemporaneamente garantisce il rispetto delle differenze. Qui si trova la sorgente di quanto Dio fa per noi e tale vita, tale modo di relazionarsi si traspone alla realtà creata.
Prima tappa: la Creazione
Continuando a seguire l’esempio del corso d’acqua, possiamo immaginare la vita che è in Dio dilatarsi e scorrere e dare origine a qualcosa di nuovo, come una cascata nel corso di un torrente.
L’acqua che nello scorrere incontra un dirupo, forma una cascata. Essa è ad un tempo manifestazione della forza e della bellezza dell’acqua e vita per tutto ciò che è intorno.
Secondo il teologo Hoffman la creazione è la prima “occasione” in cui la rappresentanza vissuta nella Trinità si manifesta al di fuori di essa[6].
Il “non essere”, il “nulla” o il “le tenebre e l’abisso”, se vogliamo chiamarlo come lo chiama la bibbia, è la prima realtà sulla quale l’amore di Dio si dispiega, per creare all’uomo uno spazio vitale, un posto.
Il Padre, attraverso la sua Parola, cioè attraverso il Figlio, vince la forza del caos al posto della creatura e gli apre uno spazio perché possa essere, perché possa esistere.
Le cose create e la persona umana sono qualcosa di diverso, di “altro” rispetto a Dio, ma l’apertura al diverso e la sua salvaguardia è appunto ciò che opera lo Spirito Santo. Per ciò “il mondo può trovare il suo luogo solo all’interno della differenza tra il Padre e il Figlio, mantenuta e insieme colmata dallo Spirito Santo”.[7]
La lettera ai Colossesi dice che tutto è fatto in Cristo: “Egli è generato prima di ogni creatura, per mezzo di Lui sono state create tutte le cose” (Col,1,15-16) E la lettera agli Efesini: “In Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità” (Ef. 1,4)
Già nell’evento della creazione sono posti, secondo Hoffmann i presupposti della redenzione, perché: se la Trinità dischiude un posto per l’esistenza della creazione, all’uomo creato in Cristo viene offerto nel circolo d’amore trinitario, non un posto qualsiasi, ma il luogo d’essere del Figlio. Già dalla creazione l’uomo è chiamato ad essere figlio nel Figlio.
Il peccato
Siamo stati creati, dunque per avere nel Figlio, l’Amato, un posto nella comunione d’amore di Dio.
La nostra libertà, però, sedotta dal peccato, ci ha portato lontano da questo posto. La sfiducia in Dio ci ha portato a voler ruotare su noi stessi, fuori dall’orbita d’amore della Trinità. La Bibbia ci insegna che, fin da principio l’amore che Dio ha per la sua creatura non ha trovato una positiva accoglienza, ma, ha dovuto fare i conti con l’insinuazione della diffidenza:
- “È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di nessun albero del giardino” ? […]
Solo del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto non ne dovete mangiare altrimenti morirete.
Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando voi ne mangiaste […] diventereste come Dio. (Gen 3,1-4)
Ha dovuto fare i conti con il rifiuto e così, invece di trovare nella creatura umana un partner che gli stesse di fronte libero, in una relazione d’amore, ha avuto a che fare con un essere divenuto schiavo, e come tale, mosso dalla paura:
Adamo dove sei?
Ho avuto paura perché sono nudo e mi sono nascosto (cfr Gen 3,9-10).
La paura (la paura di perdere se stesso e la paura della morte) è il motore invisibile che spinge l’uomo a nascondersi, a fuggire la relazione con Dio.
Però l’amore di Dio è tenace e, se l’amato fugge, Dio lo insegue. Dio sa che la vera morte per l’uomo è non amare. La morte fisica e la morte come perdita di sé, che l’uomo sfugge, sono semplicemente il segno visibile, il frutto di quella morte dell’essere che è il non lasciarsi amare e il non rispondere all’amore. “Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv. 3,14).
Con l’incarnazione, nel Figlio fatto uomo Dio ci ha dato la sua grazia: In lui abbiamo la redenzione mediante il suo sangue (Cfr Ef 1,4)
Seconda tappa: l’Incarnazione
La vita e la morte di Gesù Cristo hanno potuto essere per noi salvezza, perché egli era il Figlio, Dio come il Padre, ma si è fatto uomo, veramente uomo, con una libertà umana, come la nostra, con una debolezza come la nostra. Lasciamo la parola a S. Ambrogio:
Quando Nostro Signore Gesù Cristo si accinse ad assumere la nostra carne per purificarla in se stesso, che cosa dovette eliminare per primo se non il contagio dell’antico peccato? Poiché il peccato era entrato attraverso la disobbedienza […] Egli dovette, prima di ogni altra cosa, restaurare l’obbedienza al fine di distruggere il seme del peccato. […] Da Buon medico egli dovette prima amputare le radici del male, in modo che i lembi della ferita sentissero l’effetto benefico della medicina […].
Che sarebbe giovato perdonare il peccato, se dentro fosse rimasta l’affezione al male? Sarebbe stato come chiudere la ferita senza averla curata. […] Egli quindi assunse su di sé l’obbedienza per trasfonderla in noi. E non avrebbe potuto fare altrimenti, perché Come per la disobbedienza di uno solo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti sarebbero stati costituiti giusti (Cfr Rm 5,19)
Ciò dimostra che erra gravemente chi dice che Cristo assunse la nostra carne senza le umane tendenze e va contro il disegno dello stesso Signore Gesù chi vuol separare in lui l’uomo dall’uomo, mentre non esiste uomo senza le tendenze proprie della natura umana. […]Da che cosa potrei oggi riconoscere uomo il Signore Gesù di cui non vedo la carne, ma so che è stato uomo, se egli non avesse avuto fame e sete, se non avesse pianto, se non avesse detto “L’anima mia è triste fino alla morte (Mt 26,38)”? Colui che viene dal Padre non è diverso da colui che nacque da Maria: ma procedendo dal Padre, assunse la carne dalla Vergine; assunse l’umanità dalla madre per prendere su di sé le nostre debolezze. (S. Ambrogio “Commento sui salmi” Sal 61,4-6)
L’Incarnazione è un evento che, in quanto a noi visibile, si è compiuto per una sola persona della Trinità, ma è manifestazione della dinamica d’amore che è la vita stessa del nostro Dio. Il Padre manda il Figlio che assume la carne del peccato (il segno della distanza da Dio), ma in questa distanza, il Figlio si riconosce come Figlio e vive la donazione di sé come donazione al Padre, affidandosi a Lui. Tutto questo si compie nello Spirito che sostiene la comunione tra il Padre e il Figlio anche quando Questi è nel posto dei peccatori che è il posto più distante dall’”essere figlio”.
Terza tappa: la Croce di Gesù per sanare dal peccato
Se l’uomo nella creazione non è semplicemente una creatura relativa al suo Creatore, ma è già chiamato ad essere (in Cristo) in relazione al Padre come figlio, questa realtà dà una visione particolare anche del peccato.
Io pecco quando mi rifiuto di essere il “luogo” sulla terra della dedizione e dell’amore tra il Padre e il Figlio[8].
L’uomo, fatto ad immagine del Figlio, chiamato a lasciar vivere in sé la gratitudine del Figlio che si riconosce tutto ricevuto dal Padre, con il peccato si nega alla figliolanza, volendo essere libero da Dio. In questa posizione egli non occupa il suo proprio posto, ma è ad esso contrap-posto.
Allora, la redenzione dell’uomo risulta, secondo il teologo Hoffmann come un secondo atto della creazione.
Nel primo atto c’è un nulla buono, un “non essere” che è stato vinto da Dio al posto della creatura per costituire l’uomo nell’esistenza.
C’è poi un nulla cattivo, il nulla del rifiuto ad essere figlio, che è stato vinto da Cristo con la croce, nella redenzione.
Solo il Figlio eterno, che non vive nel peccato di voler essere libero da Dio, ma che è rivolto da sempre al Padre, poteva trasporre anche nella realtà creata la sua figliolanza divina, perché l'uomo potesse riappropriarsene e riprendere il suo posto di figlio.
Nella carne di peccato e sulla croce il Figlio si mette al posto dei peccatori. Con il suo essere uomo, e tuttavia obbediente al Padre, risana dall’interno la contrapposizione umana.
L’altra metà dell’amore
Nella croce di Cristo si manifesta allora l’altra metà dell’amore: quando la carità incontra il rifiuto, quando la creatura umana imbocca la via della morte, l’amore di Dio diventa compartecipazione fin nella morte. Con un’espressione, che si trova in una lettera della nostra fondatrice madre Mectilde de Bar[9], si può dire: l’amore diviene “amore doloroso”.
Tutto ciò che era di segno negativo (sofferenza, oscurità, abbandono), assunto dall’amore, si trasforma e diviene strumento, via per la manifestazione dell’amore stesso.
Lo dice anche papa Benedetto XVI: “Per riconquistare l’amore della sua creatura Dio ha accettato di pagare un prezzo altissimo: il sangue del suo Unigenito Figlio […] La morte che per il primo Adamo era segno estremo di solitudine e di impotenza, si è trasformata nel supremo atto d’amore e di libertà del nuovo Adamo. ‘Cristo morì divinamente, perché morì liberamente’. Quale più folle eros di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?”. [10]
Stando così le cose, potremmo dire che la riparazione è “l’altra metà dell’amore” ed è innanzitutto Dio che ripara, in Cristo, la nostra natura umana.
Per questo Madre Mectilde radica il nostro essere vittime e quindi la nostra specifica vocazione in ciò che è di tutti i cristiani e cioè nell’essere membra di Cristo fin dal battesimo, partecipi per grazia di tutto ciò che Egli è e a tutto ciò che ha compiuto per noi.
Reciprocità
La redenzione è opera di tutta la Trinità ed è proprio trinitaria, perché non solo Dio opera sull’umanità, ma la coinvolge in una risposta libera.
Qui trova spazio la riparazione e qui si compie il terzo momento della rappresentanza che è la reciprocità (cfr pag ). Possiamo dire che la redenzione rende l’uomo responsabile e la riparazione (come partecipazione a quella di Cristo) fiorisce nella vita di cristiani responsabili. La parola “respons-abilità” letteralmente significa capacità di rispondere, abilità a dare una risposta. Dio parla e agisce per primo, però non si sostituisce all’uomo nel rispondere, suscita la nostra risposta. Come dice Guglielmo di Saint-Tierry: Egli ci ha insegnato ad amarlo amandoci per primo e fino alla morte di croce; con l’amore e la predilezione ha suscitato in noi l’amore per lui. Parlare per mezzo del tuo Figlio è stato come manifestare in piena luce quanto e come ci hai amato. E tutto ciò che fece, tutto ciò che disse sulla terra, perfino gli obbrobri che sopportò, perfino gli sputi e gli schiaffi, perfino la croce e il sepolcro, fu tutto un tuo parlarci nel Figlio, per suscitare e destare con il tuo amore, il nostro amore per te.
Tu sapevi infatti, o Dio creatore delle anime, che non si può imporre ai figli degli uomini questo amore, ma si deve invece suscitare. (dal trattato “La contemplazione di Dio”)
Dio parla all’uomo in Cristo, ma non gli dice: “Spostati che tu non sei capace”, ma dice:
“Tu ora con la tua libertà ferita dal peccato non hai la forza di resistere alla sua seduzione: Il peccato ha seminato in te un sentire da servo, che non sa amare se non riceve nulla in cambio, che sta in guardia dal Padre, perché gli appare come una padrone esigente e bizzarro, ma io che sono il Figlio, che ricevo liberamente tutto dal Padre: vita , essere, divinità, amore… posso prendere il tuo posto, posso amare fino a lasciarmi tradire dall’amico, vendere, uccidere: Posso, perché ho ricevuto dal Padre il potere di dare la vita, “Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18), posso mettermi nel tuo posto di servo (cfr Fil 2): posso svuotarmi dei privilegi della mia divinità e rivestirmi della natura umana serva del peccato. Posso deporre ciò che io ho come Dio, come la sera dell’ultima cena ho deposto le vesti e cinto l’asciugatoio per lavare i piedi ai miei. Posso abbassare la mia “statura” divina.
Posso provare tristezza, paura e angoscia, come avviene nel posto di servo.
Però in questo posto posso obbedire, vivere tutto questo con l’amore di Figlio, che percepisce che, così facendo, sta rispondendo all’amore del Padre. Tutto questo perché possa anche tu tornare ad essere e ad agire come figlio”.
Espiazione
“Il perdono non comporta semplicemente un puro condono, ma avviene sempre come espiazione. Espiazione significa che Dio non conosce solo oggetti, ma in verità soggetti, nel senso che egli rende libero l’agire dell’uomo in modo che il processo di conversione possa essere inteso tutto come opera di Dio e tutto come opera dell’uomo. Peraltro l’espiazione è un evento relazionale: dove, per un lato, l’amore di Dio rende capace il peccatore di soffrire per la colpevole rottura della comunione con Dio e con il prossimo; e per l’altro lato, attraverso la sua sofferenza il peccatore muta egli stesso il suo peccato in figliolanza. Nel processo di espiazione l’agire di Dio e l’agire del peccatore stanno tra di loro in un rapporto di proporzionalità diretta e perciò realizzano la nozione di rappresentanza propria” [11]
Se nell’antico testamento Dio dava all’uomo di poter porre sull’altare un sacrificio per il proprio peccato, qui “l’espiazione non avviene più soltanto come azione umana, resa possibile e realizzata nella grazia, [ma qui ora] la grazia è il Crocifisso, testimone della sovrumana potenza di perdono di Dio come anche dell’incomprensibile amore di Dio, […] perché in lui il Figlio si è posto dalla parte del peccatore.”[12]
Letta secondo la categoria della rappresentanza, la riparazione o “espiazione non può essere intesa come un tributo che Gesù paga al nostro posto nei confronti di un Dio irato e sanguinario, che rimarrebbe estraneo al processo redentivo, ma sarebbe assetato di sangue come un Moloch insaziabile.[13]
Se invece la redenzione è letta come la relazione eterna tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo che si cala nella storia, allora la croce è un evento che accade tra il Padre e il Figlio. Essa è la continuazione, (dentro la realtà drammatica della creazione segnata dal peccato) di quel processo che da sempre è nella Trinità: il Padre genera il Figlio donandogli tutto se stesso e il Figlio si riconosce generato dal Padre e vive rivolto a lui da sempre e in tutto.
Il peccatore (già pensato e creato come uomo nel Figlio) nella redenzione è chiamato a partecipare all’Evento come figlio, con la sua libertà rigenerata dalla dedizione incondizionata del Figlio eterno.
Santificazione
Per completare la dimensione di reciprocità contenuta come terzo momento nel concetto di rappresentanza, Hoffman ci parla della santificazione dei credenti come pienezza di ciò che si compie nella redenzione.
Si è detto che il rappresentante che si dà per il rappresentato lo costituisce nella sua propria verità e libertà e anche, con il suo donarsi per l’altro, egli realizza pienamente se stesso.
Tradotto in termini spiccioli: Cristo, che dà se stesso per l’uomo, rende la creatura umana libera di essere se stessa e poiché essa è fatta sulla “forma” del Figlio, libera a sua volta di dare se stessa per altri, e questo nelle vicende quotidiane.
In tal modo però la redenzione di Gesù è partecipata ai credenti e Gesù è in pienezza il Redentore (o il riparatore se vogliamo usare i termini di madre Mectilde) quando i redenti prendono parte attivamente all’evento redentivo.
Così sintetizza bene Hoffmann:
“L’espiazione dei cristiani appartiene come momento interiore all’espiazione di Cristo: attraverso di essa avviene l’auto costituzione di Cristo come il Redentore nella sua propria pienezza; in noi l’espiazione di Cristo perviene alla sua propria fioritura. La nostra espiazione è la sua gloria”.[14]
Essere lode e gloria della Sua grazia.
Su questo punto si accorda molto bene anche Madre Mectilde quando sottolinea con forza che il vero Riparatore è Gesù Cristo e la nostra riparazione è solo partecipazione alla Sua, è gloria di Lui, perché è Cristo che, nello Spirito Santo, continua attraverso i cristiani sue membra, ad essere generato come Figlio: “Dio riempie tutte le facoltà della nostra anima […]. E qual è la sua occupazione in noi? O sorelle mie, questo è ineffabile e incomprensibile. Egli fa nelle anime ciò che fa da tutta l'eternità: il Padre genera il Figlio, e il Padre e il Figlio producono lo Spirito Santo. Tutta l’augusta Trinità forma nelle anime Gesù Cristo.”[15]
Non solo, ma attraverso i credenti che sono sue membra, Cristo continua anche il suo essere-per, il suo porre se stesso per gli altri. Questo non è solo per le Figlie del SS.mo Sacramento[16], ma per tutti i cristiani. Secondo Madre Mectilde, prendere sul serio questa realtà è riconoscere di essere vittime fin dal nostro battesimo[17]. Il termine “vittima” usato dalla Madre esprime, infatti, totale appartenenza a Dio e totale disponibilità anche alla perdita di Sé per vivere della sua vita.
Il sacramento della nostra rigenerazione è appunto la porta che ci immette nella partecipazione alla vita trinitaria passando per la Pasqua di Cristo.
E’ nel battesimo che siamo rivestiti di Cristo per essere pienamente figli nel Figlio e, in Lui, capaci di “ridonare”, con gratitudine, la vita e la salvezza ricevute.
Cristiani respons-abili
A conclusione di questo “pellegrinaggio” alle sorgenti della redenzione, compiuto anche con l’aiuto delle categorie della rappresentanza, per scoprire l’altro volto della riparazione, forse può essere di aiuto riportare alcuni stralci di un articolo di A. Cencini.
Egli parla di grazia di trasformazione, che rende il cristiano responsabile capace di farsi carico dell’altro; e ritiene che questo, prima ancora di essere una conseguenza ovvia dell’essere salvati, è la base elementare dell’essere persone umane libere e mature.
La salvezza non può essere qualcosa di puramente meritato da Cristo, che lascia sostanzialmente passivo il redento; il quale – a sua volta – non può nemmeno considerare la salvezza come un fatto assolutamente privato, di cui al massimo esser grato. La salvezza consiste nel dono della liberazione dal peccato per eccellenza, dall’egoismo, dalla tristezza diabolica dell’autoreferenza, dall’equivoco della salvezza come bene privato. […] La salvezza cristiana è grazia di trasformazione del cuore, grazia che rende il salvato simile al Salvatore e dunque fa dell’uomo redento un essere libero e capace di farsi carico della salvezza di un altro. Questa è la salvezza cristiana: un salvato che diventa salvatore, un uomo che sperimenta su di sé il segno più grande ed evidente dell’amore di Dio; che consiste, per l’appunto, non semplicemente nell’esser benvoluto, ma nell’esser amato da Dio così tanto da averne il cuore trasformato, capace di amare con lo stesso amore divino, con la sua libertà e intensità, al punto di sentirsi responsabile della salvezza altrui. […]
È il caso di chiedersi se questo sia davvero il cristianesimo che oggi predichiamo e pratichiamo. È lecito avere dei dubbi al riguardo: il cristiano di oggi non sembra il fratello responsabile di suo fratello. Il peccato delle origini, in tal senso, ovvero l’affermazione con la quale Caino ha definitivamente ucciso Abele (“sono forse il guardiano di mio fratello?”), sembra in pratica sottoscritta da tanti, troppi cristiani.
Lo scrittore russo (Berdjaev) pensa alla storia umana come ad un evento o ad una serie di eventi racchiusi tra due domande che Dio pone all’uomo. […] All’inizio la domanda è rivolta a Caino, il fratricida, colui che è la personificazione del male, per chiedergli conto di Abele, la vittima innocente, come racconta la scrittura e come ci par logico, per altro. Alla fine la stessa domanda è rivolta inaspettatamente ad Abele e questo ci sorprende parecchio. Berdjaev, infatti, pensa, con una buona dose di immaginazione, che nasconde in realtà una profonda interpretazione della responsabilità e libertà umana, che alla fine della storia dell’umanità il Padre Dio si rivolgerà ad Abele, la personificazione del bene, domandandogli – stranamente – la medesima cosa: “Abele, cos’hai fatto di tuo fratello Caino?”. […] Domanda davvero inedita e singolare in bocca a Dio. A noi benpensanti, tutti rigorosamente dalla parte del bene, pare doverosa la prima domanda, quella rivolta con tono di giudizio severo, a Caino, ma come può Dio-JHWH chiedere con la stessa severità, al bene cosa ne ha fatto del male? […]
In realtà, chiunque voglia davvero essere responsabile deve avere il coraggio di lasciarsi scaraventare addosso una domanda così… appuntita. Perché è grande la tentazione del buono di sentirsi buono, magari l’unico buono, di doversi solo difendere dal male per proteggere incontaminata la sua virtù, di provvedere unicamente alle sue private economie spirituali, di non aver nulla di cui chieder perdono, finendo per lavarsi le mani di fronte al male del mondo. […]
Quando un essere umano, nel piccolo spazio della sua storia, costellata anch’essa di ferite, violenze, ingiustizie e quant’altro […], reagisce a tutto ciò ponendosi la domanda giusta, interrogandosi sul “come” rispondere perché l’amore delle origini non venga smentito, in quel momento avviene qualcosa di grande, al di là d’ogni meschino e improbabile moralismo: quell’uomo o chi fa così, completa nella sua carne quel che manca alla passione di Cristo (cfr. Col 1,24). Completa la salvezza, non perché manchi qualcosa al gesto dell’Agnello, ma perché solo così si compie il mistero della salvezza: quando il salvato diventa mediazione di salvezza.
Il senso di libertà e responsabilità dell’individuo fa qui partire, allora, un dinamismo assolutamente nuovo, diverso, sensato, giusto, pacifico, in una parola, “responsabile”, o fa di quel gesto aggressivo l’occasione o lo spunto per affermare ciò che s’oppone ad esso trasformandolo.
In quella trasformazione è racchiuso il cammino e il mistero non solo dell’integrazione del male, ma della vocazione cristiana, d’ogni vocazione. A che serve oggi donarsi a Dio, consacrarsi in qualche modo a Lui, se non per farsi carico del male e del dolore del mondo?”.[18]
[1] JEAN LECLERQ, Riparazione e adorazione nella tradizione monastica. Conferenza tenuta ad Hamikolt all’assemblea interfederale delle Benedettine del SS. Sacramento, aprile 1983; tradotta e pubblicata in «Ora et labora» 1983, numeri 3 e 4
[2] Cfr J. LECLERQ, Riparazione e adorazione, Ora et labora 1983/4, p. 154.
[3] K. H. MENKE, Stellvertretung, p. 17, riportato in: GIUSEPPE MANCA [a cura di], La redenzione nella morte di Gesù. In dialogo con Franco Giulio Brambilla, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2001, p. 23.
[4] L’esempio è stato tratto da una conferenza che il prof Andrea Grillo ha tenuto alla nostra comunità di Grandate.
[5] N. HOFFMANN, Kreuz und Trinitat, riportato in: G. MANCA [a cura di], La redenzione, p. 58.
[6] In questo autore, la lettura della creazione e della redenzione in chiave di rappresentanza sorprende, perché ci si imbatte in un concetto familiare a chi frequenta gli scritti di Madre Mectilde. La nostra Fondatrice dice che l’uomo è un nulla di essere, perché se Dio non lo avesse creato e non lo mantenesse continuamente nell’esistenza, egli ricadrebbe nel nulla dal quale è stato tratto. Dice poi che l’uomo è un doppio nulla, perché con il peccato si sottrae a quell’esistere nella grazia e a quell’essere in relazione con Dio che lo fa consorte della natura divina. Ebbene, anche il teologo che stiamo seguendo nella sua tesi, distingue due nulla.
[7] Ibid., p. 57, riportato in: G. MANCA [a cura di], La redenzione, p. 60.
[8] Cfr Ibid., p. 59, riportato in: G. MANCA [a cura di], La redenzione, p. 63.
[9] CATHERINE MECTILDE DE BAR (fondatrice delle Benedettine dell’adorazione perpetua, vissuta nel XVII sec.), Lettres inédites, Bénédictines du Saint Sacrement, Rouen, 1976, p. 249.
[10] BENEDETTO XVI, Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto, Lettera per la quaresima 2007.
[11] F. G. BRAMBILLA, La redenzione, op. cit., p. 65.
[12] N. HOFFMAN, Sühne, pp. 41-42 riportato in: G. MANCA [a cura di], La redenzione, p. 66.
[13] F. G. BRAMBILLA, La redenzione, op. cit., p. 69.
[14] N. HOFFMAN, Sühne, p. 91, riportato in: G. MANCA [a cura di], La redenzione, p. 71.
[15] Testo n°2641, Capitolo per il secondo venerdì di Avvento, anno 1663, in C. M. DE BAR, L’Anno liturgico, p. 42.
[16] La nostra vocazione è riconosciuta nella Chiesa come chiamata ad una particolare assimilazione al Mistero Eucaristico, che si concretizza nel condurre vita monastica nell’adorazione e nel vivere in spirito di riparazione. “ Vuoi tendere con costanza e pazienza a quel perfetto amor di Dio, che esclude ogni timore, camminando nella via di Cristo, sotto la guida del Vangelo vissuto nella Regola e nell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento in spirito di riparazione come si pratica in questo monastero?” (Dal rito della professione temporanea. Rituale monastico, Benedettine dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento Federazione “gruppo di Ghiffa” 1988).
Negli scritti di Madre Mectilde abbondano i riferimenti alle profanazioni e ai cattivi trattamenti che Cristo nell’Eucaristia riceve, però, leggendo a fondo i suoi testi, ci si accorge che quando dà le motivazioni, il senso più profondo del nostro essere riparatrici, va oltre il contingente delle profanazioni eucaristiche e ci porta alla persona di Cristo, alla redenzione che Egli ha operato a partire dall’incarnazione, fino alla croce e che il sacramento dell’Eucaristia continua a renderci presente.
Per questo si può dire che, se dovesse venire un tempo in cui non si verificassero più profanazioni eucaristiche (Dio lo voglia!) la nostra vocazione non verrebbe meno.
[17] “No, no: non è affatto un termine nuovo [quello di vittima, NdR], poiché San Paolo applica questa qualità a tutti i cristiani: Ma la maggioranza non la realizza, considerandola di troppo grande impegno ed estensione e pochi sono coloro che vi prestano attenzione.” (n°394, Ancora lo stato di vittima, in C. M. DE BAR, Capitoli e Conferenze, p. 200).
[18] AMEDEO CENCINI, Tu sei…Ti chiamerai…La pastorale vocazionale aiuta il giovane a coniugare vocazione e missione, «Vocazioni» 2008/2.
[*] Monaca del monastero “San Salvatore” di Grandate. Articolo già pubblcato in C. Valli, I “pensieri sulla riparazione”. Il carisma di Madre Mectilde de Bar riletto dalle sue prime discepole in Ora et Labora, 2009/4-181-195.