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Deus absconditus, anno 112, n. 2, Aprile-Giugno 2021, pp. 14-21
 

Padre Serafino Tognetti

La riparazione dei peccati

 

 

Il grave compito della Chiesa

 

Don Divo Barsotti ha scritto un libretto dal titolo eloquente: La mistica della riparazione, che affronta l’argomento della riparazione dei peccati dal punto di vista spirituale. Oggi questo argomento non è attuale, se ne sente parlare poco, mentre nell’‘800 era molto più sentito.

Come noi possiamo essere uniti a Cristo nel cancellare, nel riparare i peccati degli altri?Eppure noi abbiamo questo potere, dobbiamo pertanto parlarne. Il santo Curato D’Ars, patrono di tutti i parroci del mondo, aveva il chiodo fisso della riparazione dei peccati dei propri parrocchiani, ma anche padre Pio, che non era parroco, visse il suo sacerdozio intriso in questa spiritualità, e così tanti altri santi. Quindi non siamo fuori tema, ma al contrario al centro del tema.

Il punto di partenza della riflessione è meditare sull’azione del Cristo, che opera la redenzione (ossia il riscatto dai peccati) non da fuori, ma “dal di dentro”, cioè facendosi uno con l’uomo prendendo la sua carne. Dio avrebbe potuto riparare il peccato di Adamo stando anche seduto su una nuvola: Egli è Dio e fa quello che vuole. Poteva rimanere invisibile nel seno della Santissima Trinità, non l’ha fatto ed è inutile che argomentiamo su quello che avrebbe potuto o non potuto fare: si è incarnato, e il nostro ragionamento parte da qui. Incarnandosi, si è fatto uno con l’uomo. L’umanità di Dio era assolutamente impensabile nella religiosità ebraica, tant’è che gli stessi apostoli arrivarono a questa comprensione pian piano e in maniera definitiva solo con il dono dello Spirito Santo. C’è giusto Tommaso che alla fine della vita confessa: “Mio Signore e mio Dio”… La divinità del Cristo fu compresa col tempo.

La missione del Signore Gesù, annunciata dal Battista, è la medesima allora e oggi: tutti i giorni dall’altare mostrando la sacra particola noi annunciamo solennemente: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, non: “Ecco l’agnello di Dio che risolvi i problemi del mondo”. La Chiesa non è chiamata a mettere a posto le cose della società, altrimenti il Signore l’avrebbe detto, e più che altro l’avrebbe fatto. Invece Gesù ha lasciato il mondo come l’ha trovato, a livello di problemi, di malattie, di difficoltà ecc. Bene, ha fatto molto di meglio: ha tolto i peccati del mondo, cioè ha riparato il peccato della ribellione di Adamo; ora chi è in Cristo è una creatura nuova, libera dal peccato. Sappiamo che possiamo ancora peccare usando malamente il nostro libero arbitrio, ma di per sé l’atto del sacrificio di Cristo cancella i peccati del mondo. La missione della Chiesa indicata da Gesù il giorno dell’Ascensione è: andate, annunciate la buona novella che è solo questa, la remissione dei peccati. Anche oggi Gesù dall’altare annuncia la remissione dei peccati, e se io ora sono in quel Corpo, devo sapere che partecipo ai suoi stessi fini, ossia la cancellazione dei peccati in noi e nel popolo di Dio. Questo indubbiamente è il nostro compito principale in quanto sacerdoti.

Non facciamoci ingannare dalla visibilità e dai gravi problemi della società. La Chiesa non deve risolvere tutto, perché se anche il mondo fosse nella pace, senza guerre, ingiustizie, avendo risolto il problema della fame e del clima, il peccato rimarrebbe ancora.

Una volta a madre Teresa di Calcutta un intervistatore chiese: “Madre, quali sono secondo lei i grandi problemi dell’umanità oggi?” Forse egli si aspettava che ella dicesse l’ingiustizia, la fame, l’aborto, le guerre, invece madre Teresa, dopo averci pensato un po’, rispose: “I grandi problemi dell’umanità sono due: io e lei”. La risposta è molto appropriata, perché tutto si riconduce alla persona, e se io accuso sempre gli altri, non risolvo nulla. I problemi sono dentro di me, ossia il mio peccato, e madre Teresa fu anche gentile e delicata, perché avrebbe potuto rispondere: “Il grande problema dell’umanità è uno solo: tu”.

I problemi sono nel nostro intimo: se noi continuiamo a rigettarli fuori non li risolveremo mai. In altri termini: il problema è solo il peccato. Risolto quello, risolviamo tutto. La Chiesa è allora inviata nel mondo per pulirlo dal peccato. Questa è l’opera di Cristo con il suo redentivo sacrificio, ma questo sacrificio è presente oggi.

 

 

La spiritualità che nasce nel Getzemani

 

Scrive don Divo: “Io non sono come gli altri poteva dirlo solo Gesù, ma non l’ha detto. Gli altri non esistono”.Il riferimento di questa espressione è la frase del fariseo al tempio, che giudica il pubblicano. Io non devo sentire gli altri come altri, dice Barsotti, perché se siamo un solo corpo gli altri non esistono perché “io sono te”, siamo lo stesso corpo. Così perché devo sentire mio il tuo peccato, e tua lontananza con Dio come mio dramma personale, come fu nella Passione di nostro Signore Gesù.

L’atto più grave e drammatico della Passione del Signore avviene nel Getsemani. Mi sono chiesto più volte come mai nell’Orto degli ulivi Gesù, che non è toccato da nessuno,fosse angosciato. Pare un uomo veramente turbato: va avanti e dietro, corre su e giù, chiede aiuto agli apostoli, è un uomo senza pace… In seguito invece, quando subisce cose fisiche ben più gravi, flagellato, coronato di spine, preso a pugni, a schiaffi, caricato della croce e inchiodato ad essa, non perde mai la pace, la sua regalità. Mai appare nella cruenta e dolorosa Passione che Gesù perda il controllo: addirittura si mette a disquisire con Pilato sulla verità, cosa veramente incredibile se si pensa in che condizioni egli si trovava.

Che cosa veramente succede nell’Orto degli ulivi? Con un atto della volontà e di amore Gesù assume su di sé il peccato del mondo provandone un’angoscia mortale, e chiede agli uomini – in quel frangente Pietro, Giacomo, e Giovanni - di partecipare a quell’atto. Non chiede di partecipare alla flagellazione, alla coronazione di spine, ma all’atto dell’assunzione del peccato universale. 

E’ l’unica volta nel Vangelo in cui il Signore chiede la partecipazione dei suoi sentimenti. Se quella volta lo chiese ai discepoli, oggi lo chiede a tutti. Se siete amici di Gesù (e lo siete!) condividete l’angoscia del Getsemani, il peso dei peccati. Per partecipare alla gioia eterna avremo tutta l’eternità in Paradiso. Solo adesso potete partecipare con Lui alla remissione dei peccati della vostra generazione. Secondo Barsotti, poi, addirittura noi possiamo essere spostati nel tempo e partecipare alla remissione dei peccati.

La domanda di Gesù nel Getsemani continua: vivete con me il peso dei peccati. Il Curato D’Ars sentiva molto intensamente questo appello. Quando gli comunicarono la sua destinazione ad Ars, chiese quante anime c’erano; erano 243. Egli si disperò: erano troppe! Quando il Vescovo destina un sacerdote ad parrocchia con 10.000 anime, che cosa deve fare? Forse buttarsi giù dalla torre? Meglio chiedere al Signore un supplemento di grazia. E che cosa dovremmo pensare allora di un Vescovo, inviato in una Diocesi di 600.000 persone? San Carlo Borromeo diceva che un’anima sola e una diocesi fin troppo vasta per un vescovo.

Se il Signore manda il sacerdote in quella parrocchia in cui dovrete salvare quei 243 vostri parrocchiani, ve ne chiederà conto. Dal primo all’ultimo, da chi frequenta o da chi non frequenta, dal figlio devoto al bestemmiatore, dal santo al grande peccatore. Dovrà portarne il conto davanti al Signore, semplicemente facendosi-uno col vostro popolo.

 

 

Farsi uno

 

Noi non possiamo redimere il peccato, nemmeno il nostro -  figuratevi quello dei parrocchiani o della città intera – se non lo fa il Cristo che vive in me. Io devo solo sentire come mio del mio e del loro peccato. Silvano del Monte Athos aveva questa espressione: “Quando uno viene a confessarsi da me, cerco di fargli capire il peso del suo peccato e della sua mancanza; quando l’ha capito, comincio a pentirmi del nostro peccato”.

Il Papa ha recentemente nominato Dottore della Chiesa un santo armeno, san Gregorio di Narek. E’ un padre armeno del settimo secolo, una grandissima figura. Un giorno san Gregorio andò a confessarsi e accusò: “Io ho ammazzato un uomo”. Il confessore rimase molto turbato, perché sapeva che Gregorio era un sant’uomo; come era possibile che fosse caduto nel peccato di omicidio? Poi continuò: “Sono stato con dieci donne”. Lo sgomento del confessore aumentò: forse padre Gregorio era impazzito? E il santo proseguì: “Ho rubato e picchiato molte persone”. A quel punto il sacerdote pensò che Gregorio non stesse confessando peccati suoi, ma di altre persone. Ed era così: egli li sentiva suoi e li confessava pentendosi e piangendo amaramente. Faceva così questi tutte le volte. Gregorio di Narek confessava tutti i peccati del suo paese. Vi chiederete se quelle confessioni fossero valide; questo lo giudica nostro Signore, io non posso dirlo… Roba da santi. A me capita al contrario di sentire che uno ha commesso qualcosa di terribile e pensare: “meno male che tal cosa non l’ho fatta io”. Non sono un sol corpo con quel peccatore, non mi viene da sentire “nostro” quel suo peccato.

In proposito scrive Divo Barsotti: “Se anche dessimo la salute ha i malati non avremmo fatto niente. La carità più grande è quella sovrannaturale, quella che unisce gli uomini a Dio. Cosa c’è di più grande che assumersi il peso del peccato e supplicare misericordia per tutti? Quando tu curi un malato o assisti e curi un vecchio tu rimani distinto da lui. Ma se tu ti offri a pagare per un’altra persona veramente tuti fai uno con quella persona. Nella riparazione tu ti identifichi a colui che ha peccato. Più di qualsiasi altro atto, questo compie l’unità. L’unità maggiore avviene se tu identifichi i al fratello peccatore, assumendo il suo peccato; un unità così intima che meno Dio non può spezzare”.

Tale realtà trova le sue radici nella Sacra Scrittura, soprattutto nel passo in cui Mosè “forza” Dio a perdonare il popolo, disposto a pagare di persona. Dopo l’episodio del vitello d’oro Dio manifesta la sua volontà a Mosè: vuole distruggere il popolo, che si lamenta sempre, lasciando però in vita Mosè per iniziare un altro popolo, più docile. Il condottiero non ci sta: “O Dio, perdona questo tuo popolo! E se hai deciso di sterminarlo comunque, cancella anche me dal libro della vita”. Il racconto finisce con Dio che si pente e non stermina né il popolo né Mosè. In altri termini: quando Dio è in lite con il popolo, state dalla parte del popolo, perché ne basta uno per salvare tutti. In questo, Mosè è figura del Cristo venturo, perché anche Gesù sta con il popolo peccatore, assume suo peccato e tutti in atto primo sono salvati - in atto secondo ci vuole la singola personale volontà.

Venne a me una volta un giocatore di calcio degli anni ‘80, piuttosto famoso, aveva giocato anche nel Milan e nella Roma. Aveva perso un figlio in passato, morto per un tumore al cervello, e questo aveva scombussolato tutta la sua vita. Rimase con noi a pranzo, e durante il pasto don Divo Barsotti rivolgendosi all’ospite gli disse che a volte le grandi disgrazie possono diventare grandi grazie. Non vi era supponenza o superficialità in queste parole, perché mentre le pronunciava due lacrime gli scendevano dagli occhi. Dopo pranzo il giocatore chiese di confessarsi. Erano anni che non si accostava al sacramento; alla fine gli dissi: “Se dovessi darle una penitenza proporzionale alle colpe, chissà che cosa dovrebbe fare! Le darò qualcosa di fattibile, e il resto lo farò io”. Non sapevo quello che dicevo… Era lecito questo mio ordine? Mi domandati poi, davanti al Signore, che cosa avrei dovuto fare per compiere tale compito; nelle vite dei santi si legge di tante penitenze espiatorie…. avrei dovuto fare digiuni, compiere altre rinunce, sopportare malattie?  Io da allora sto benissimo, non ho avuto nessuna malattia, quindi o mi arriverà tutto in un colpo oppure al Signore sarà piaciuta la generosità e l’intenzione.

 

 

Espiatori

 

La maggior gloria di Dio – scrive don Barsotti - non gliela danno gli architetti che costruiscono grandi cattedrali, la maggior gloria di Dio non la danno i grandi teologi fanno i trattati di teologia, ma la danno le anime vittime, che riparando il peccato sanno più bella la creazione”.

I grandi spazzini della creazione sono le anime vittime, le quali riparando i peccati si offrono per contribuire alla salvezza delle anime, rendono più bella la creazione, perché ciò che rende brutto il cielo e la terra è il peccato.

Per riparare bisogna soffrire? La risposta è molto semplice, basta pensare se soffriamo o meno per le persone che amiamo. Quale padre non soffre per i figli, quale fidanzato o quale marito se ama la moglie non soffre per lei? Se un mio amico si ammala gravemente, soffro anch’io.

Il problema non è tanto la sofferenza, ma l’amore. Amate veramente le persone che vivono con voi? Siete disposti a dare la vita per loro? Non la vita nell’atto eroico, se vi vengono ad ammazzare, ma nella riparazione dei loro peccati accettando tutto quello che Dio vorrà mandarvi.

La prima cosa che la Madonna disse ai tre pastorelli a Fatima il 13 maggio 1917 fu questa: “Siete disposti ad accettare le sofferenze che Dio vorrà mandarvi in riparazione dei peccati?” Senza esitare un momento, i tre bambini risposero di sì. Da notare che Giacinta aveva sette anni, Francesco nove e Lucia dieci; davvero bambini. Eppure accolsero immediatamente l’invito a soffrire per la riparazione. Se è la prima richiesta che la Madonna, significa che è la cosa più importante.

I pastorelli vissero effettivamente l’offerta di ogni sofferenza e penitenza: Francesco dava il pane della merenda alle pecore, Giacinta stette un mese intero senza bere, nell’estate calda del Portogallo. Quando Giacinta era in ospedale, soffriva per una ferita che le avevano fatto in un fianco (fu operata per la tubercolosi); ebbene, la piccola stava girata proprio su quel fianco per offrire un po’ di sofferenza al Signore. Quando la vedeva così, l’infermiera la sgridava e la voltava sul fianco sano, ma appena ella usciva di stanza subito si rigirava sulla parte ferita. Alla sera si rivolgeva al suo Signore: “Gesù, sei contento? Oggi ho salvato molti peccatori”. Linguaggio infantile, se si vuole, ma profondamente vero. Se questi ragionamenti ci paiono ingenui, significa che abbiamo perduto l’idea della missione vera della Chiesa, che abbiamo trasformato in un istituto per l’educazione culturale o religiosa dei popoli. Quello che conta di più è invece la remissione dei peccati: “Ecco l’Agnello di Dio che togli i peccati del mondo”.

Per riparare i peccati se siete generosi fate pure come il santo Curato D’Ars, che si dava delle frustate e, mangiava pochissimo, se no fate come santa Teresa di Gesù Bambino: accettate con gioia le prove della vita.

 

 

Il dolore innocente

 

Don Carlo Gnocchi, beatificato dalla Chiesa, è una bellissima figura del clero italiano. Fondò degli istituti per i bambini orfani che dopo la seconda guerra mondiale erano rimasti mutilati dalle mine esplosive che i tedeschi lasciavano per terra. Scrisse un libretto, a mio parere una vera perla: “Il mistero del dolore innocente”. Vi si parla di un bambino che doveva essere operato; siccome sarebbe stato un intervento un po’ doloroso – allora le anestesie erano quello che erano – il sacerdote confortò il bambino chiedendogli di dare un nome alla sofferenza: “Domani sarai operato, ti faranno un po’ male, allora fai così: se hai qualche parente per il quale vuoi ottenere qualche grazia, durante l’operazione pensa a lui e dedicagli quella sofferenza che forse sentirai, sapendo che egli ne avrà del bene. Il giorno dopo il bambino fece come gli aveva chiesto don Carlo… i bambini sanno capire le cose meglio degli adulti in tanti casi. L’episodio non finisce qui: un mese dopo don Gnocchi venne a sapere che uno dei suoi bambini, mentre giocava nel prato, era finito in un cespuglio di ortiche ed era stato ricoverato al pronto soccorso perché era pieno di bolle urticanti. Il sacerdote corse all’ospedale e vide che si trattava dello stesso bambino che era stato operato un mese prima. “Che cosa è successo?” chiese al piccolo. Egli rispose. “Mi sono gettato nelle ortiche perché ho pensato che i cugini avessero bisogno una certa particolare grazia”. Don Carlo stava per rimproverarlo benevolmente, ma il fanciullo lo anticipò: “Don Carlo, ce l’ha insegnato lei a dare un nome ad ogni sofferenza”.Il piccolo si era gettato nel cespuglio di ortiche per riparare dei peccati dei suoi cugini. Conclude don Gnocchi: “Stavo per rimproverarlo ma mi fermai, perché mentre il bambino parlava, lampi di luce uscivano dai suoi occhi”. Il sacerdote si mise allora in ginocchio davanti al letto del piccolo, perché capì che si trovava davanti a qualcosa più grande di lui.

Dopo aver letto questo episodio, fui chiamato a predicare un corso di esercizi spirituali ai Vescovi dell’Emilia Romagna. Dopo un paio di meditazioni, non capivo se le cose che dicevo andassero bene o meno, perché i Vescovi ascoltavano in silenzio senza nessuna espressione facciale… Allora mi lanciai e feci una battuta per “scongelare” un po’ l’ambiente, proprio citando l’episodio del beato Carlo Gnocchi. Rivolgendomi a mons. Stagni, allora vescovo di Faenza, dissi: “Pensi, Eccellenza, come sarebbero contenti i fedeli della sua Diocesi se sapessero che lei si è buttato in cespuglio di ortiche per loro, per riparare i loro peccati!” Non capiva se parlavo sul serio o se scherzavo…. Ma fece un sorriso, e l’atmosfera divenne familiare. Eppure dicevo proprio sul serio: un Vescovo che paga per i suoi fedeli è cosa che tutti gradirebbero.

Anche voi avete le vostre situazioni, i vostri problemi, avete certamente le vostre ortiche… non c’è bisogno di andare a cercare nei cespugli. Quando vi buttate nel vostro monastero facilmente vi buttate nelle ortiche.

Ecco la differenza tra chi assume un compito faticoso lamentandosi e chi si getta come quel bambino appositamente nelle ortiche per riparare i peccati. Fate voi le vostre applicazioni.

 

 

Piccoli atti riparatori di amore puro

 

Una grande santa della terra emiliana, Benedetta Bianchi Porro, visse delle prove al limite dell’immaginabile, e al termine della vita comunicò con la mamma, come poteva, la seguente frase: “Dio non poteva darmi che una vita migliore di questa”. Benedetta è una giovane donna che ha capito tutto, è nel cuore di Dio e nella sua verità. L’amore di Dio e la riparazione dei peccati sono la stessa cosa, dite quello che volete.

Non abbiamo bisogno di cercare delle sofferenze aggiuntive, però l’efficacia di un monastero sta nel fatto che i monaci sanno come riparare i peccati.

C’è però chi generosamente si offre con penitenze volontarie. Nella Diocesi di Bologna so di un sacerdote (ora morto) che tutte le notti ci si alzava, si metteva un cilicio e celebrava la Messa in riparazione del Clero della sua Diocesi. Si è saputo di questo solo dopo la morte del sacerdote. Sappiate che queste cose avvengono, per fortuna.

Tutti per altro abbiamo la possibilità di collaborare alla purificazione dei peccati e alla riparazione, offrendo a Dio piccoli atti riparatori di amore puro. Ce lo insegna magistralmente santa Teresa di Gesù Bambino, che era afflitta da questo problema. Come poter fare penitenza in un ambiente dove nessuno ti perseguita e tutti la pensano allo stesso modo?

Il metodo ce lo suggerisce Santa Teresa di Gesù Bambino:“Io non ho altri mezzi per provarti il mio amore se non gettare dei fiori, non lasciare sfuggire alcun piccolo sacrificio, alcuna premura, alcuna parola, approfittare di tutte le cose e farle per amore. Voglio gioire per amore e soffrire per amore, così getterò dei fiori davanti al tuo trono, canterò anche quando dovrò cogliere i fiori in mezzo alle spine. Signore, che cosa ti serviranno i miei fiori? Io lo so che questa pioggia di petali non ha nessun valore, questi canti di amore del cuore piccolo che saranno cari, questi nulla ti faranno piacere, faranno sorridere la Chiesa trionfante. Ella raccoglierà i miei fiori sfogliati facendoli passare attraverso le tue mani divine e getterà anch’essa quei fiori i quali avranno acquisito sotto il tuo tocco divino, un valore infinito e gli getterà nella Chiesa dolorante per spegnere le fiamme e sulla Chiesa militante per farli avere vittoria”.

Il ragionamento di santa Teresa è questo: Io posso fare solo piccoli atti, sopportare la suora molesta ma farlo per amore, accogliere le contrarietà di ogni giorno per amore; poi elevo intenzionalmente questo atto – ella lo chiama fiore - nel Paradiso ove Gesù lo prende nelle sue mani e lo divinizza; il mio atto è piccolo e insignificante ma Cristo prendendolo in sé lo rende infinito, cioè lo divinizza. Poi lo getta sulla Chiesa, magari in Nuova Zelanda, o sull’antico etrusco, oppure anche nei rioni nella mia città. Posso fare questo io per voi, operare piccoli atti di amore puro sopportando una certa situazione e chiedendo al Signore che li doni divinizzati a voi.

In una giornata, quante occasioni di piccoli atti si presentano! Se li lasciate perdere, sognando magari il grande atto eclatante, probabilmente non vivrete né il piccolo atto né il grande. Gli atti quotidiani si presentano tutti i giorni, occorre solo farli per amore. Oggi io sopporto per amore questa seccatura e lo faccio per il Signore. Poi possiamo chiedergli, come la piccola Giacinta di Fatima: “Sei contento?” Abbiate questa semplicità infantile, non credo che al Signore dispiaccia. Il gesto del buon samaritano è il più bello che si possa pensare: dopo aver dato il primo soccorso al disgraziato, lo porta nella locanda e dice all’albergatore: “Se hai bisogno di più soldi, al mio ritorno te li darò. Per lui pago io”. Quando uno va al bar e offre da bere per tutti, si fa un sacco di amici. Ebbene, questo “pago io” sono le parole cristiane che ci guadagnano degli amici, ossia che aiutano il Signore a riempire il Paradiso. Ma poi bisogna pagare sul serio! Fatelo allora con le persone a voi affidate e non abbiate timore che il Signore vi chieda chissà che cosa. Fa tutto Lui (con la Passione e Resurrezione), a voi chiede solo fede e partecipazione.

 

San Paolo della Croce, fondatore dei Passionisti, raggiunse il matrimonio spirituale, cioè l’unione trasformante con Dio, all’età di 29 anni. Morì a 82 anni, quindi viene da pensare di conseguenza che abbia avuto una vita meravigliosa, con tutti quegli anni di vita spirituale. E’ vero il contrario: dai 29 agli 82 anni visse una aridità spaventosa, si sentiva maledetto e rigettato da Dio, nel Getsemani, tranne qualche sprazzo solo verso la fine della vita. Il suo problema era la Messa perché si sentiva respinto da Dio, e mentre predicava doveva andare quasi contro coscienza, parlando di un Dio che è amore mentre nell’intimo questo amore non lo vedeva davvero. Dio in realtà gli voleva bene: gli chiedeva di partecipare, come a Pietro, Giacomo e Giovanni, al Getsemani. Chissà quanti peccati avrà riparato insieme al Signore proprio in questo suo Orto degli ulivi.

Non dico questo per scoraggiarvi, certamente il Signore si accontenta della nostra generosità attraverso l’esercizio dei piccoli atti, che a volte sono eroici. Se siamo distratti, lasciamo scappare tante occasioni, e perdiamo la capacità di operare positivamente per la purificazione delle anime