Don Paolo Milani[*]
La Riparazione
PARTE PRIMA
La riparazione come partecipazione all'opera redentiva di Cristo
Come dice la parola stessa nella lingua italiana, RIPARARE significa mettere a posto qualcosa, aggiustarlo, far passare una cosa da uno stato non tanto buono a uno migliore e quindi, in un certo senso, è l’idea di rimediare ad un degrado, ad una incuria, a qualche cosa che è andato a male. Il termine riparazione non si trova di per sé nella Sacra Scrittura, tuttavia è un concetto che la attraversa, anche se non c’è la parola esatta. C'è un’idea che ritroviamo sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento. Mi riferisco in particolare ad un brano di Isaia, molto conosciuto, dove dice il Profeta: Lo spirito del Signore Dio e su di me, perche il Signore mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la liberta degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l'anno di grazia del Signore, il giorno di vendetta del nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per dare agli afflitti di Sion una corona invece che la cenere, olio di letizia invece dell'abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto (Is 61, 1-3).
In questa idea c’è un messaggio di pace, di liberazione, un raggio di speranza per tutti, un recupero, una riabilitazione generale. Sappiamo che questo brano è stato ripreso da Gesù, che lo ha applicato a se stesso, lo troviamo nel Vangelo di Luca al cap. IV, quando appunto dice che oggi si e compiuta in me questa Scrittura (cfr. Lc 4,21). Allora l’idea è molto bella, tipica di curare chi ha il cuore spezzato.
Con Gesù l’immagine dunque esce dal solo popolo di Israele per allargarsi a tutta l’umanità. La situazione negativa che descriveva il profeta in fondo è l’archetipo, il modello della situazione, della maggior parte degli uomini. In Gesù, questo desiderio di curare i cuori spezzati e fasciare le ferite si allarga a tutta l’umanità. In fondo con la venuta del Messia il peccato deve scomparire, perchè Egli è Colui che è venuto a prendere su di sè il peccato di tutti gli uomini e di ogni uomo.
Allora Cristo, il Signore Gesù in prima persona, si sente impegnato in quest’opera di ricostruzione dell’uomo e allo stesso modo, che crede in Cristo, in modo particolare chi si consacra interamente a Lui, deve vivere in quest’ottica di compartecipazione al mistero di Cristo. Allora, come Cristo toglie il peccato del mondo, noi, pur essendo peccatori e bisognosi di perdono e di misericordia continuamente, tuttavia noi partecipiamo della sua stessa opera, di quello che Egli compie.
L’opera redentiva di Cristo è descritta proprio con il suo carattere sacerdotale nella lettera agli Ebrei: Gesu con un'unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati (Eb 10,14).
Ricordiamo nella lettera agli Ebrei che Gesù, come sacerdote offre il suo sangue, non più come il sangue dei sacrifici antichi di agnelli e di capri, ma il sangue dell’unico sacrificio che toglie veramente il peccato del mondo; è un po' lo stesso concetto che possiamo ritrovare nell’idea di ricapitolazione che troviamo nella Lettera agli Efesini e cioè che tutto viene ricapitolato in Cristo. Ma se Cristo è venuto appunto per quest’opera di salvezza, di redenzione, di rigenerazione dell’opera umana, noi come cristiani e piú ancora come consacrati, possiamo e dobbiamo vivere secondo quella formula che usa spesso l’Apostolo San Paolo, cioè essere in Cristo, cioè essere in un rapporto profondo e decisivo con Lui. E su questo ci aiuta molto la dottrina che esprime proprio l’apostolo san Paolo – che poi verrà ripresa molto anche da sant'Agostino – la dottrina del Corpo di Cristo. La Chiesa, e quindi noi, siamo membra del Cristo.
Credo che il concetto di riparazione, quindi della nostra preghiera che possiamo offrire in riparazione, si basa e si innesta su questa idea fondamentale. Che la Chiesa è il Corpo di Cristo e la Chiesa è il luogo dove Dio riconcilia a sè gli uomini. Noi stessi agiamo, in quanto membra di Cristo. C’è un nostro coinvolgimento vitale e profondo, in prima persona, in modo che anche questa idea di riparazione è sentita e vissuta come una continuazione dell’opera salvifica di Cristo.
É anche una nostra opera, nel senso che noi vi compartecipiamo, ma non è prima di tutto opera nostra, ma è opera di Cristo nella quale noi ci innestiamo. Qualcuno potrebbe giustamente dire: “Ma noi che siamo peccatori, come potremmo offrire delle preghiere e dei sacrifici in riparazione di peccati essendo noi stessi peccatori?”. Certo, noi non dobbiamo attendere una nostra perfezione assoluta, che non ci sará in questa vita seppure tendendovi, ma in quanto membra del Corpo di Cristo noi riproponiamo la Sua stessa opera. Naturalmente il centro, il fulcro di questa grande riparazione che Cristo opera è puntualizzata nella sua passione: è Cristo che offre la vita per la nostra salvezza. è per questo che noi lo invochiamo ogni volta nella santa Messa e nel suo Sacrificio con il titolo con cui Giovanni Battista lo chiama: Agnello di Dio che toglie, che porta su di sè il peccato del mondo.
É Cristo Colui che riconcilia e riannoda a sè tutta gli uomini tramite il suo sacrificio espiatorio. Cristo in croce espia i peccati di tutti, come dice la Lettera ai Romani: Cristo fu dato in sacrificio per causa dei nostri peccati e fu risuscitato per compiere la nostra giustificazione (Rm 4,25). Dunque è nel suo sacrificio della Croce che noi viviamo poi sacramentalmente nella santa Messa. Anche il Vangelo di Marco ci ricorda che il Figlio dell'uomo non e venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mc 10,45). É dunque dare la vita, il servizio che Gesù è venuto a compiere e questo è il passaggio decisivo senza il quale noi non potremmo nulla. Questo sacrificio di Gesù, lo sappiamo, è compiuto come offerta volontaria, come sacrificio e con lo scopo di salvarci. L’offerta volontaria di Cristo è fondamentale, ce lo ricordano le parole: oblatus est quia ipse voluit. Si è offerto perchè Egli volle: quindi la libertá... e questa libertá viene ricordata anche nel canone della Messa: liberamente! E quella morte è in riscatto per la moltitudine, in espiazione per i peccati. Non possiamo vedere la morte di Cristo semplicemente come un incidente di percorso, come qualcosa che è capitato, ma poteva anche non capitare. Possiamo vedere l’opera di Cristo unicamente condensata nella sua vita, nel suo insegnamento, nei suoi miracoli che assumono tutto il loro vero valore e la loro vera potenzialità solo in vista della morte redentrice.
Se Cristo non fosse morto per tutti anche il suo insegnamento sarebbe rimasto come delle buone parole, ma senza quella efficacia vera che hanno. Sarebbe rimasto semplicemente come un Profeta, come un maestro di Dio, ma non quello che è veramente nel suo senso piú profondo; è importante riconsiderare sempre questa bellissima figura-immagine di Cristo RICONCILIATORE. Cristo che riconcilia! Anche l’Apostolo San Paolo lo dice spesso che è Cristo che ristabilisce una amicizia tra Dio e l’uomo e tra uomo e uomo e poi fra l’uomo e la natura, il cosmo. Allora i sacrifici e la preghiera di riparazione si innestano proprio nel sacrificio ultimo riconciliatore di Cristo.
É certo poi, anche nella nostra vita, nel nostro piccolo, secondo le nostre misure e possibilità, dobbiamo sentirci impegnati a portare avanti questa riconciliazione operata da Cristo. Quindi, a vivere come persone che sanno riconciliare e non che operano divisioni, spaccature, che lavorano a favore del peccato, ma come persone che cercano di lavorare sempre a favore della ricostruzione, ossia a favore della grazia.
La RIPARAZIONE ha il suo inizio, il suo fulcro, la sua origine in Dio. È Dio che decide di riparare al peccato degli uomini, perchè invano l’uomo sarebbe ricorso a Dio se il Signore stesso non avesse deciso di salvarci. Dio è all’origine di tutto. É Gesù Cristo che la realizza attraverso il sacrificio di sè. Come dicono sempre le parole della Scrittura: un corpo invece mi hai preparato (Eb 10,5), perchè è il Corpo, cioè attraverso il mistero dell’Incarnazione che Gesù opera questo.
Qui ricordiamo il bellissimo Trattato di Sant’Anselmo: “Cur Deus homo?” (Perchè Dio è diventato uomo?). Dopo tutte le riflessioni la sintesi finale è questa: solo un Dio poteva, solo un uomo doveva, cioè solo Dio poteva realizzare la salvezza di tutti gli uomini. L’uomo non è capace. Ma solo l’uomo doveva, perchè è l’uomo che aveva peccato e quindi doveva partecipare attraverso il proprio debito nei confronti di Dio. Ecco allora perchè diciamo che Cristo paga il proprio debito in sè, perchè essendo vero uomo e vero Dio puó nella sua persona sintetizzare perfettamente tutto questo. In Cristo si realizza perchè Cristo è Dio vero e quindi Lui puó perchè è onnipotente, ma solo Lui deve, perchè essendo uomo, nella sua carne di uomo, soffre tutto quello che l’umanitá ha meritato di soffrire. Ecco perchè diciamo che il dolore di Cristo sulla croce è un dolore infinito da ogni punto di vista: un dolore fisico, un dolore morale, un dolore spirituale infinito cosí come sono grandi i peccati di tutti gli uomini e di tutti i tempi.
Allora diciamo: Dio l’origine, Cristo lo realizza e la Chiesa ne diventa il luogo della continuazione attraverso anche le singole anime che se ne fanno carico. Perchè è vero che tutta la Chiesa opera come corpo di Cristo, ma nella Chiesa anche attraverso particolari doni di grazia e attraverso anche particolari vocazioni, come ad esempio la vostra. Nella Chiesa appunto, essendo corpo di Cristo, essendo sue membra, ci son diverse membra con diverse funzioni. Ci sono anime che hanno dentro di sè questo dono e questa missione di continuare attraverso la loro preghiera e il loro sacrificio, che è sempre l’unione al sacrificio della Croce, di continuare questa preghiera –diciamo cosí – di recupero, di rigenerazione.
Noi riceviamo la linfa vitale da Cristo e dalla Chiesa, ma offriamo la nostra fattiva collaborazione perchè questa linfa sia piú abbondante. Noi ci sentiamo parte viva, integrante del Corpo di Cristo; è importante considerarci in questo, quando noi preghiamo, preghiamo sempre come membra di Cristo e quindi siamo anche noi, in un certo senso, un prolungamento nel tempo della riconciliazione operata da Gesù crocifisso.
Questo collega molto bene la preghiera di riparazione innanzi al Santissimo Sacramento, perchè è appunto il memoriale vivo della passione di Cristo; è proprio lí che si realizza, e attraverso il Sacramento dell’Eucaristia Cristo continua a operare quella redenzione. Quando noi adoriamo Gesù nell’Eucaristia, offrendo la nostra preghiera di riparazione, siamo realmente presenti al Calvario.
Ci sono anche alcuni Padri della Chiesa che in senso generale riflettono sopra questa idea di restaurare, riformare, quindi riparare e portare alla forma originale.
Ad esempio San Cipriano di Cartagine dice che è Cristo che restaura l’immagine di Dio nell’uomo ed è lo Spirito Santo che ripara ció che c’è di peccaminoso nella carne. Ed è poi importantissimo anche questo per noi, viene questo da un’omelia di San Cipriano e poi verrá ripreso anche da altri Padri. Dicono che è Maria che stabilisce l’equilibrio tolto da Eva.
Allora i gesti di riparazione e, in modo particolare, il Sacrificio dell’Eucaristia è vero sacrificio non è solo memoria di ció che è avvenuto, ma è vero Sacrificio incruento. E tutto questo ci prepara alla Risurrezione nella quale saremo tutti completamente restaurati. Questa è poi la mèta finale, quando l’Eucaristia, oltre a essere sacrificio ci anticipa la risurrezione. Diventa anche prefigurazione – lo sappiamo – del banchetto celeste. Nell’Eucaristia viviamo anche questa dimensione.
Anche Sant’Ignazio di Antiochia, uno dei primi grandi martiri della Chiesa, si offre lui stesso come sacrificio espiatorio per la Chiesa di Efeso e scrive che il suo spirito si offre come sacrifico espiatorio non solo ora, ma anche quando arriverá a Dio. E nel suo viaggio da Antiochia a Roma dove sarebbe stato condannato ha questa tensione verso il martirio, come occasione di uniformare in modo reale e completo la propria vita al sacrificio di Cristo. E il martire vive questa agonia prolungata per la Chiesa: offre questa sofferenza per la Chiesa. Sono preghiere offerte di assoluta riparazione.
Anche San Giustino, martire, fa un parallelismo tra Maria ed Eva: Maria è la nuova Eva. Fa un parallelismo tra la disobbedienza di Eva e l’obbedienza di Maria. Anche in questo vediamo che c’è una restaurazione del genere umano secondo il progetto originario di Dio. Possiamo dire che anche Maria ci offre come esempio alto, bello e luminoso di completa riparazione. Certo, Lei per grazia particolare secondo il compito, il ruolo che Dio le ha dato di essere Madre del Redentore, ma anche noi che possiamo vivere con i nostri limiti l’imitazione di Maria, possiamo prendere Lei come fulgido esempio in questa opera.
Allora Eva e Maria corrispondono un po' ai due opposti: da una parte la rovina e dall’altra la riparazione. è Maria santissima, con il suo SÍ, con l’accettazione del messaggio dell’Arcangelo Gabriele, che è, in fondo, l’inizio di questo processo di riparazione; è Maria che attraverso la sua libertá ha permesso che il Signore potesse incarnarsi e poi redimerci. Il SÍ di Maria è il primo passo verso la riparazione.
Anche Sant'Ireneo di Lione, attraverso la categoria della ricapitolazione fa una correlazione tra Adamo e Cristo e tra Eva e Maria. Questo viene poi ripreso in tutta la storia della teologia e viene vissuta nella spiritualitá, tanto è vero che in uno dei Prefazi mariani si dice: La gioia che Eva ci tolse ci e ridonata in Maria.
Bisogna cercare quindi di vivere la riparazione proprio con questo spirito mariano. Sono punti importanti: la Passione di Cristo, il suo Sacrificio che si rivive nella santa Messa e quindi nell’adorazione eucaristica, ma sempre con spirito mariano.
Allora noi nella nostra preghiera di riparazione cerchiamo di porci davanti a Cristo, accanto a Cristo in spirito di partecipazione attiva; è chiesta questa nostra attiva partecipazione; è sbagliato dire che se Dio in Cristo ci ha salvati non serve a nulla la nostra preghiera perchè è Lui che ci perdona. Questo è un errore, perchè è un’idea totalmente passiva dell’essere umano; è vero che c’è un principio di passività nel senso che l’azione parte da Dio, ma è necessaria la nostra collaborazione attiva. Ecco perchè la preghiera di riparazione è una grande opera di associazione al mistero della Redenzione.
É sempre fondamentale che nella nostra preghiera ci concentriamo sulla persona di Cristo. Ricordarci sempre che la Passione del Signore è la riparazione, che Cristo è il Riparatore del genere umano e Maria è la riparatrice, perchè è Colei che ha permesso che tutto ció potesse avvenire.
Sicuramente possiamo dire che Maria santissima è la prima riparatrice, perchè è Lei che ha dato questa possibilitá. La riparazione ci riconduce nuovamente a Dio, non solo noi, ma anche tutta la Chiesa e tutto il genere umano per il quale noi possiamo pregare. Questa preghiera deve essere guidata innanzitutto dall’amore di Dio a cui ci rivolgiamo, ma anche – e questo è importantissimo – dall’amore per i fratelli, per l’intero genere umano, per ogni uomo, per ogni persona. Allora puó essere vissuta da noi come un ministero, ovvero un servizio che noi rendiamo ai fratelli.
La preghiera, questa modalitá di riparazione puó avere diverse forme di espressioni: la preghiera, l’adorazione eucaristica, la partecipazione alla Messa e anche l’ascesi nostra, cioè offrire i nostri sacrifici personali. Cercare di riparare in questo modo significa cercare di restaurare l’immagine di Dio nell’uomo. E questo ci ricorda che l’amore di Dio per noi è davvero infinito, perchè senza questo non potremmo fare nulla. L’amore di Dio per noi è infinito perchè ci ha donato suo Figlio, perchè ha offerto la sua vita sulla croce. E questo ci dá sempre grande speranza, altrimenti saremmo schiacciati dai nostri peccati, dalle nostre debolezze e l’uomo cadrebbe nella disperazione. Sappiamo che uno dei peccati piú grandi a cui anche il demonio cerca di indirizzare il peccatore facendogli inizialmente dimenticare il peccato, ma se la grazia di Dio riesce a far cogliere a questa persona il peccato, allora il diavolo cosa fa? Tenta sulla disperazione. “Sei un peccatore, sei proprio messo male, non c’è piú niente da fare...” E questo diventa un peccato ancora piú grande. Ecco perchè dobbiamo sempre, anche attraverso la nostra preghiera di riparazione, far sì che resti sempre vivo nel peccatore la speranza del perdono, della riconciliazione, della ricostruzione.
Maria anche in questo ha tracciato un cammino attraverso - dicevo - l’accoglienza della parola dell’Arcangelo Gabriele. E questo cammino è proseguito in maniera silenziosa in tutta la sua vita terrena, lungo la vita terrena con Gesù. E questa via è stata solennemente proclamata alla croce di Cristo dove Maria viene donata come madre ad ogni uomo attraverso l’apostolo san Giovanni. Allora tutti i gesti di Maria diventano per noi un modello, perchè sono in sintonia con quelli di Gesù. Maria, vera serva di Dio, ha ripagato, unita al Cristo, con un vincolo ineffabile di amore rispetto a tutti i traviamenti e le disperazioni dell’umanitá intera. è ancora Lei che ci conduce attraverso questa via di unione con il Signore, di imitazione nei suoi confronti, e appunto di preghiera perchè sia restaurata nell’uomo l’immagine originale: quella per cui Dio ci ha fatti.
Noi non possiamo mai dimenticare queste riflessioni quando offriamo la nostra preghiera di adorazione e di riparazione, perchè è vero che la nostra preghiera, rispetto a quello che noi siamo, puó avere un valore limitato, ma è senza limite, ha valore infinito il sacrificio di Cristo. É questo che da forza, che trasforma il nostro piccolo dono in qualcosa di infinito, perché non solo la passione di Cristo è sufficiente per riparare i peccati del genere umano, ma è sovrabbondante. Dobbiamo sempre ricordarci che dove sovrabbonda il peccato lá sovrabbonda la grazia.
A questa compartecipazione al mistero di Cristo, possiamo anche ricordare quelle parole dell’apostolo san Paolo ai Colossesi: percio sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo Corpo che e la Chiesa (Col 1,24). Questo non significa che la passione di Cristo sia stata incompleta, che manchi qualcosa, ma vuol dire che tutti i fedeli, membra del Corpo di Cristo devono assimilarsi a Cristo nel vivere la passione. Se Cristo-Capo ha completato in sè perfettamente la passione, con ha valore infinito, le membra, - noi - hanno ancora bisogno di progredire in questo cammino. Ecco perchè noi offriamo volentieri anche le nostre sofferenze in unione a quelle di Cristo a favore del suo Corpo che è la Chiesa. Noi possiamo cooperare in questo senso alla salvezza del nostro prossimo.
É molto bello, perchè nell’orizzonte mistico e spirituale, il bene che puó fare un monastero, una clausura è davvero grandissimo, immenso. E quanto c’è bisogno di preghiera per i peccatori! Questo significa fare tanto del bene alle persone anche se non vedremo, se non magari in Paradiso, le persone a cui abbiamo fatto del bene, quel bene che abbiamo potuto rendere a tutto il corpo della Chiesa.
Leggevo alcuni brani delle Lettere di madre Mectilde de Bar dove scrivendo alla Madre Benoît de la Passion viveva questi sentimenti contrastanti e diceva: L’umiliazione e sempre la mia parte tanto dopo che l’opera e compiuta, quanto prima. Vi ringrazio Nostro Signore e vi supplico di fare lo stesso con me. La vergogna, l’obbrobrio e la contraddizione sono la mia parte e mi sento cosi confusa davanti a Nostro Signore che non so dove metterlo.
Quando noi preghiamo non significa che noi celebriamo in uno stato di superioritá o di impeccabilitá, anzi, sentiamo ancor piú vivamente in noi il peccato dell’umanitá come ci insegnano i santi. Questi hanno sempre avuto un vivissimo senso del peccato, del dolore causato dal peccato.
Madre Mectilde da una parte manifesta tutta la sua indegnitá – e noi tutti dobbiamo sempre sentirci indegni di fronte a Dio – ma dall’altra dice: non desidero che una cosa morire di dolore per gli oltraggi dei miei peccati e quelli dei miei fratelli peccatori hanno fatto a Gesu mio Salvatore. C’è dunque un'idea che siamo fratelli peccatori, ma il nostro desiderio è morire di dolore per questi peccati. Quindi un desiderio di ricomposizione, di riconciliazione. Naturalmente ci sono anche bei doni del Signore che ci innalzano. É per questo che poi scrive: io non posso adorarLo, benedirLo e ringraziarLo abbastanza. C’è questo continuo desiderio di adorare e lodare il Signore.
Oppure racconta che un altro giorno facendo la riparazione, piu di vent’anni fa, avevo dei piccoli moti straordinari i quali facevano si che io fossi molto commossa. Altrettanto, ancor piu dei miei peccati a cui avevo presente alla vista che non quelli degli altri. Si trova in questa forte pena interiore – la vista dei peccati, dice – che gli erano di gran peso e non sapendo piú cosa fare tanto io ero desolata vedendomi cosi miserabile e carica di peccati mi fu detto interiormente: Poiche tu hai ferito il tuo Dio oltraggiandoLo e gli hai fatto delle piaghe con i tuoi peccati, nasconditi in quelle stesse piaghe che i tuoi peccati hanno fatto. Vi troverai la tua guarigione, la tua salvezza e infine troverai la vita in cio che ti aveva dato la morte.
Questa è la grandezza straordinaria della nostra fede, che ció che ci dà la morte viene trasformato in strumento di vita. La croce, strumento di morte terribile, viene trasformata in strumento per la risurrezione. Il peccato che noi sentiamo diventa strumento per la grazia e la rigenerazione. Ecco allora perchè noi possiamo offrire con tutto il cuore questa preghiera di riparazione a Dio perchè siamo proprio nel cuore della Chiesa, nel cuore dell’evento che ci ha salvati. La croce di Cristo sovrabbondante nella sua grazia per tutti noi e Maria in tutto questo ci è di esempio e ci invita.
PARTE
SECONDA
La riparazione e la spiritualità del Sacro Cuore di Gesù
Tutto quello che dicevo, soprattutto legato alla morte redentrice di Cristo, alla sua presenza nell’Eucaristia, si collega tramite il concetto della riparazione, al culto del Sacro Cuore di Gesù che è un altro nucleo importante. Un culto che ha giá delle tracce nell’antichitá e che via via ha avuto dei segni anche nel Medio Evo, ma sappiamo che si è sviluppato poi grandemente attraverso le rivelazioni che il Cuore di Gesù ha fatto a Santa Margherita Maria Alacoque. Da lí poi è un culto che si è diffuso moltissimo in tutta la Chiesa, favorito soprattutto dai Gesuiti nel ‘700-’800. Un culto che ha raggiunto il suo piú grande splendore nel corso dell’800.
Mi ricordo che nel mio paese – quando ero piccolo – non c’era casa in cui non ci fosse un quadretto o una statuetta del Sacro Cuore di Gesù: proprio per significare l’infinito amore misericordioso di Dio per tutti noi. Io ho ancora la statua del Sacro Cuore di mia zia... Un culto nato anche per contrastare le asprezze del rigore Giansenista dove si puntava molto sulla purezza e la moralità del singolo pensando di poter quasi fare a meno della misericordia di Dio.
Il culto e l’amore per il Sacro Cuore di Gesù si collega certamente molto bene al culto e all’amore per l’Eucaristia. Per esempio San Pier Giuliano Eymard nell’800 scrive cosí: Nel santo Sacramento sono precisamente riuniti e trionfanti, nel Suo Cuore glorioso evidente, tutti quanti gli amori della vita mortale del Salvatore e tutto l’amore del Bambino apostolo del Padre Suo nella vita pubblica e tutto il suo amore di vittima sulla croce. e qui che dobbiamo venire a cercare il suo amore e nutrircene. Nell’Eucaristia c’e per noi. La nostra devozione verso il sacro Cuore dev’essere percio eucaristica. Deve concentrarsi nella divina Eucaristia come nell’unico centro personale vivente dell’amore e delle grazie del Sacro Cuore per gli uomini. Allora il Cuore di Gesù è proprio vivo e palpitante nell’Eucaristia, perchè è nell’Eucaristia che è presente e vivente il Cuore di Gesù. Nel Santissimo Sacramento Egli ci guarda e lí il suo Cuore veglia sempre per noi, anche in un apparente silenzio: “Io dormo ma il mio Cuore veglia”.
Questa presenza è stata colta da moltissimi santi che hanno approfondito questa devozione, questo legame, questo amore forte per il Sacro Cuore e l’Eucaristia.
Anche Pio XII nell’Enciclica “Haurietis aquas” (1956), dedicata al Sacro Cuore di Gesù scrive: Mai il Cuore di Cristo cessera di proclamare il triplice amore che unisce il Figlio di Dio al suo Padre celeste e a tutta la famiglia umana di cui ha pieno diritto e capo mistico. Il culto del Cuore Sacratissimo di Gesu non e in sostanza che il culto dell’Amore che Dio ha per noi in Gesu ed e insieme la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini. Quindi il triplice amore è l’amore che Dio ha per noi, l’amore che noi abbiamo per Dio e l’amore verso le altre persone. Prosegue il Papa Pio XII: Una fervida devozione verso il Cuore di Gesu alimentera e promuovera il culto alla sacratissima croce, come pure l’amore verso l’augustissimo Sacramento dell’altare.
Vediamo come questi tre elementi si trovano strettamente uniti: il Cuore di Cristo, la sua Croce e il Sacramento dell’altare, in cui si realizza sacramentalmente ció che è avvenuto. E prosegue: E nessuno potra capire Gesu Crocifisso se non colui a cui si schiudono i mistici penetrali del Suo Cuore. Ecco perchè allora invita a coltivare una speciale devozione verso il Cuore eucaristico di Gesù.
Riprende in questo quanto aveva giá affermato Papa Leone XIII che diceva: L’atto di suprema dilezione, di supremo amore con il quale il nostro Redentore, profondendo tutte le ricchezze del suo Cuore, allo scopo di stabilire tra noi la sua dimora sino alla fine dei secoli, istitui l’adorabile Sacramento dell’Eucaristia. Anche l’Eucaristia è frutto proprio dell’infinito amore del Cuore di Cristo: il culto verso il Cuore augustissimo di Gesu porti copiosi frutti di bene nella famiglia cristiana e in tutta la societa umana.
Anche san Giovanni Paolo II diceva in un Angelus del 1984: non siamo stati noi ad amare Dio, ma e Lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. Quindi e la sintesi di tutti i misteri nascosti nel Cuore del Figlio di Dio. L’amore preveniente, (è Dio che previene con il suo amore) l’amore soddisfatorio (è Dio che soddisfa pienamente alla giustizia) e l’amore vivificante (con il quale ci rende vivi nella grazia). E continua: questo Cuore pulsa con il sangue umano che e stato versato sulla Croce. Questo Cuore pulsa con tutto l’inesauribile amore che e eternamente in Dio. Con questo amore Egli e sempre aperto verso di noi attraverso la ferita che ha aperto la lancia del centurione sulla Croce.
É la ferita di cui parla molto bene l’evangelista san Giovanni, diventa segno e simbolo efficace di questo amore che si sparge per noi e che appunto attraverso il segno dell’acqua e del sangue trova la sua realizzazione nei sacramenti. Piú volte il Papa con interventi all’Angelus fa riferimento al Cuore di Gesù e poi anche al Cuore Immacolato di Maria. Oppure in una Lettera del 1996 – sull’anniversario della festa del Corpus Domini - dove fa riferimento al Cuore di Gesù e all’Eucaristia, scrive: onorando il Santissimo Sacramento noi compiamo anche una profonda azione di rendimento di grazie che eleviamo al Padre, perche attraverso suo Figlio Egli ci ha visitato e redento il suo popolo. Mediante il sacrifico della Croce, Gesu ha dato la vita al mondo e ha fatto di noi suoi figli adottivi a sua immagine instaurando rapporti particolarmente intimi che ci permettono di chiamare Dio con il nome di Padre. Come ricorda la Scrittura – dice – Gesu passava intere notti a pregare.
La preghiera continua di Gesù che è anche modello e stimolo alla nostra continua preghiera. La preghiera di lode che si realizza nell’Ufficio Divino e la preghiera di impetrazione e di riparazione che si realizza nella continua adorazione del Santissimo Sacramento.
Continua: nella preghiera mediante un gesto di fiducia filiale, imitando il suo Maestro e Signore il cristiano apre il proprio cuore e le proprie mani per ricevere il dono di Dio e per ringraziarlo dei suoi favori offerti gratuitamente. E poi riprende la bella immagine di san Giovanni: e bello intrattenersi con Cristo e chinarsi sul petto di Gesu. Come il discepolo prediletto, possiamo essere toccati dall’Amore infinito del Suo Cuore.
Questo rapporto dunque di speciale predilezione: mettere il nostro capo sul petto di Cristo. Questa intimitá, è importante ricordarlo, con Cristo nel silenzio, nella preghiera, nella contemplazione non ci allontana dai nostri contemporanei. Anzi, ci rende molto piú attenti e aperti alle gioie, agli affanni, ai problemi degli uomini e allarga il nostro cuore alle dimensioni del mondo. Questa è la grandissima e la divina potenza della preghiera, che proprio perchè ci rende cosí vicini a Cristo ci rende contemporanei a ogni uomo e ad ogni suo problema; solidali verso i nostri fratelli in umanitá e attraverso l’adorazione il cristiano contribuisce misteriosamente alla trasformazione radicale del mondo e alla diffusione del Vangelo. È fondamentale non perdere questo particolare dono e carisma che voi avete coltivato. Non perdetelo con delle scuse di essere piú attive o presenti nel mondo. Questo è il modo migliore piú vero ed efficace per voi. Altri faranno altre cose, ma c’è bisogno di questo per l’uomo di oggi e per la Chiesa di oggi.
Proprio collegato all’amore al culto del Cuore di Cristo nell’Eucaristia è molto presente il concetto della riparazione. Anche nelle due orazioni della Messa del Sacro Cuore in una si chiede proprio, perche possiamo adempiere al dovere di una giusta riparazione. Lo si chiede espressamente al Sacro Cuore di Gesù proprio nella sua festa piú importante e quindi ha una sua veritá profonda questa della riparazione.
Una riparazione che púo essere letta anche attraverso una categoria che in latino si chiama la redamatio, cioè il RIAMARE: è l’atto di riamare Colui che ci ha amato. Il nostro atto di amore e di riparazione non parte dunque da noi, ma è una risposta all’amore di Dio, all’infinita caritá di Cristo che per noi ha donato tutto se stesso: che ha dato la sua vita per noi! Dio ci ha amati per primo, come sottolineiamo sempre, e noi, come dice sant’Agostino nel commento alla prima lettera di San Giovanni: noi dobbiamo renderGli amore per amore.
Giá nella Chiesa antica molte volte, ai tempi dei Padri e in sant’Agostino, c’è questa idea di un ritorno di amore verso l’amore che Dio ci ha dato. In questo appunto una imitazione di Dio che in Cristo ha amato l’uomo o come scrive un Autore: chiunque ama non ama, ma ri-ama. Per sottolineare che l’iniziativa non viene da noi, ma ricambia l’amore ricevuto. Il nostro è dunque solo un piccolo, debole, fragile ricambio dell’infinito amore che Dio ci dá. La redamatio allora è la risposta umana all’amore di Dio rivolta verso la persona divina di Cristo. Anche l’Apostolo S. Pietro riceve il suo ministero, la sua conferma nell’ambito di una redamatio. Pietro aveva rinnegato, ma il Signore lo ama e per tre volte gli chiede: Mi ami tu? (Gv 21,15) è solo in questo ritorno d’amore, questo bisogno d’amore dimostra chiaramente come il fondamento non è mai nell’uomo ma sempre in Dio.
Il Profeta Geremia scrive: maledetto l’uomo che confida nell’uomo. Benedetto l’uomo che confida nel Signore (Ger 17,5). Il primato di San Pietro è in questa logica. Si tratta allora di vivere questo nocciolo pasquale dell’amore. Anche nelle liturgie del venerdí santo, si nota, secondo sempre la prospettiva giovannea verso la ferita simbolica del Cuore di Cristo. L’amore al sacro Cuore, come ci viene rappresentato nelle sue raffigurazioni, ci aiuta anche a considerare il peccato nel suo termine, cioè negli effetti che provoca.
Quali sono gli effetti? Li vediamo simbolicamente ritratti: le spine, la croce, la ferita della lancia. Quelli sono gli effetti del peccato, di tutto il peccato dell’uomo e degli uomini. Quelle ferite esistono, anche perchè i nostri peccati sono la causa dei dolori di Gesù, della sua croce e ogni peccato consiste nel riaprire queste ferite. Ogni peccato si configura profondamente come una ingratitudine verso Dio, verso Gesù che si sacrifica per noi. Anche l’attenzione nostra ad evitare a commettere peccati va in questa direzione come un ritorno di amore. Cercare di far sí che Cristo sia meno offeso. Ci sono anche santi, forse molto forti nelle loro espressioni, che hanno chiesto la morte, ma non il peccato. Magari poi si sbaglia per fragilitá, tuttavia questo ci aiuta a renderci conto della serietá del peccato, che puó essere peggiore della stessa morte fisica.
L’anima di Cristo che era triste nel Getzemani, come Egli stesso dice: L’anima mia e triste fino alla morte (Mc 14,34), ecco allora che appare l’angelo per consolare il Signore Gesù. In un certo senso anche noi, attraverso la nostra preghiera possiamo continuare nell’opera di consolazione del Cuore di Cristo. Perchè Egli continua ad offrirsi per i peccatori, come diceva un altro Autore: Cristo rimane in agonia fino alla fine dei tempi. Noi possiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai nostri peccati. Questo determina quindi anche un sentimento di compassione. Noi com-patiamo, patiamo insieme a Cristo. C’è una partecipazione affettiva alle sofferenze di Gesù.
Alcuni santi hanno raggiunto una straordinaria altezza in una compartecipazione persino fisica alle sofferenze di Gesù. Pensiamo ai santi che hanno ricevuto il dono delle stigmate, anche materiali nel loro corpo: una partecipazione intensa e vivissima alla passione di Cristo. Ci sono molti santi e sante che hanno vissuto questa unione profonda alla passione di Gesù, che hanno vissuto per decenni e decenni ogni venerdí oppure in modo particolare nella settimana santa. Alcune di esse nutrendosi solo dell’Eucaristia. Sono doni particolari che il Signore elargisce a certe anime per il bene della Chiesa. Quelle stanno a significare che anche noi, magari in modo piccolo, dobbiamo partecipare attivamente alle sofferenze di Gesù. È la partecipazione al Corpo mistico di Cristo, noi siamo membri terreni di questo corpo e ne partecipiamo e come dice san Paolo: quando un membro soffre, tutto il corpo soffre. Quando un membro sta bene tutto il corpo sta bene (cfr. 1Cor 12,26). Abbiamo questo altissimo compito. Questa solidarietá, questa unione con Cristo si riflette anche in una unione e solidarietá con i fratelli e le sorelle.
San Clemente Romano scriveva: vi affliggevate delle mancanze del prossimo come se i difetti altrui fossero stati vostri. Noi non abbiamo una responsabilitá personale dei peccati degli altri, questo no, tuttavia ne portiamo anche le conseguenze: tutto il corpo ne soffre. Oppure sant’Ambrogio scrive: ogni volta che si tratta del peccato di uno che e caduto, concedimi Signore di provare compassione e di non rimbrottarlo altezzosamente, ma di gemere e di piangere. Cosi che mentre piango su un altro io pianga su me stesso. Ecco cosa vuol dire la prospettiva cristiana del peccato e sul male.
La prospettiva mondana sul male invece è ben diversa e rischia di penetrare anche nella Chiesa, nella nostra prospettiva. Che cosa fa il mondo riguardo al male? Il mondo tende da una parte a concedere tutto, quindi a non porre piú nessuna distinzione tra bene e male, ma quando uno facesse un errore o che è tale agli occhi del mondo, questo errore diventa imperdonabile e quindi uno viene distrutto dal mondo. Invece, la fede cristiana ci dice chiaramente qual è il bene e qual è il male, perció ci fa dire quello è il peccato e non è lecito, ma dopo che un fratello, una persona, ha peccato noi non entriamo nella dinamica della distruzione, dell’allontanamento, della condanna, ma su quella di gemere e piangere su noi stessi, perchè ci sia il perdono. La carità cristiana spesso inizia dove finisce la solidarietà umana e lí inizia la vera carità cristiana, che non è compresa dal mondo. C’è dunque questa compassione, questo patire con Cristo, questo piangere su noi stessi che si configura come una vera conformazione a Lui.
Un martire della chiesa di Oriente, prima della decapitazione, pregava per il perdono peccati propri e per quelli dei carnefici e allora una voce dal cielo dice: Il tuo nome non e piu Pantaleon (cosi si chiamava), ma “panteleimon”, colui che ha pieta di tutti. Bellissimo! Un monaco pregava per un discepolo che aveva rinnegato Cristo. Il Signore gli apparve e gli disse: Ma non tieni conto che mi ha rinnegato? Ma il santo continuava ad avere pietá e a pregare piú intensamente per quel discepolo. Allora il Signore gli disse: Tu sei diventato simile a me con il tuo amore. Un amore cosí grande che va oltre il peccato, perchè il peccato viene guarito, perchè si fa finta che non ci sia. Questa è la nostra prospettiva!
Cristo ora non soffre nel suo stato glorioso, tuttavia sente compassione nell'anima sua. Il Signore non è indifferente al male, all’offesa. Come dice la Lettera agli Ebrei: noi non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze (cfr. Eb 4,15). Questa compassione di Cristo che continua anche nel suo stato glorioso, vi è una fruizione di questo amore. Egli continua in questa sofferenza. Queste raffigurazioni appunto delle spine, del suo costato aperto ci ricordano continuamente questo.
Sant’Agostino commentando le parole del vangelo di Giovanni – Rimanete in me e io in voi – dice: Resteremo in Lui se saremo suoi templi. Restera Egli noi se saremo membra vive. Quindi non insensibili. Le membra vive sentono, soffrono, sono sensibili alle ferite del corpo mistico. Questa sensibilitá presuppone una vita interiore esercitata, sviluppata. A volte dobbiamo chiedere la grazia di dimenticare le nostre difficoltá per poter sentire, nello stesso tempo, piú profondamente il vero dolore con Cristo sofferente, il dolore che Cristo porta nel suo corpo mistico. La pena che noi proviamo e la compassione, non è solo per i dolori che Cristo ha vissuto sulla croce, 2000 anni fa, ma che attualmente continua a soffrire per il male del mondo e per il peccato.
C’è dunque quest’opera di consolazione che noi possiamo fare attraverso la preghiera. è una riparazione che ha dunque l’aspetto della consolazione, ma anche una riparazione che ha l’aspetto della espiazione che comporta, in questo caso, la necessitá di vivere o di subire una sofferenza. Ad esempio per i nostri peccati personali dobbiamo offrire una soddisfazione, un’espiazione, una penitenza. Nella vita religiosa e consacrata possiamo allora caricarci di penitenze per il peccato di tutto il mondo. Certo, in maniera piccola, perchè è Cristo che si fa carico di tutto, ma noi ne partecipiamo secondo la nostra misura. Il senso di questa riparazione come viva compartecipazione. Si puó arrivare in questa prospettiva a compiere quello che hanno fatto alcuni mistici, alcuni santi martiri, cioè fare la propria offerta vittimale che è la prassi di offrirsi come vittima. Questa forma è stato oggetto soprattutto della riflessione della scuola francese di spiritualitá del ‘600: l’offrirsi come vittima. Per esempio i martiri danno chiaramente un’offerta sacrificale alla loro vita. Tanto è vero che nei primi secoli sono soprattutto i martiri che sono oggetti della preghiera di intercessione e sono davvero come Gesù.
Pio XI, per esempio, questa idea la collega all’idea del sacerdozio comune, al sacerdozio battesimale. Cosí come il sacerdote ordinato celebra l’Eucaristia rinnovando il sacrificio del calvario, peró ogni battezzato offrendosi in unione a Gesù Vittima diventa davvero sacerdote. Ecco perché la moltitudine dei cristiani puó essere chiamata stirpe eletta, sacerdozio regale, cioè nell’offrire i sacrifici per i peccati per sè e per tutto il genere umano. Questo viene ribadito nelle preghiere, nelle orazioni del Messale. Ad esempio l’orazione sulle offerte del comune di un martire dice: Il sacrificio che ti presentiamo in memoria del santo Martire N.N. ti sia gradito Signore come fu preziosa ai tu occhi l’offerta della sua vita. I martiri ci danno l’esempio di una offerta piena e completa.
Questa riflessione dell’unione alla stato di Gesù Vittima si può allargare allo stato non solo dei martiri, ma anche a chi vive intensamente una situazione di dolore. San Giovanni Paolo II nell’Enciclica Salvifici doloris del 1984 dice: La redenzione operata in forza dell’amore soddisfatorio rimane costantemente aperta ad ogni amore che si esprime nell’umana sofferenza. Quindi anche ogni uomo nella sua sofferenza puo diventare partecipe della sofferenza redentiva di Cristo. Ecco il grande dono del mistero del dolore umano, perchè è un mistero che ci supera. Cosí come ci supera il mistero del martirio... Quanti bellissimi esempi la storia della Chiesa ci offre, sia tra i martiri sia tra i sofferenti.
E c’è anche l’altra categoria che è quella della poenitentia, cioè persone che, soprattutto nell’ambito monastico, che hanno dedicato tutta la propria vita alla penitenza. Pensiamo al monachesimo antico - con una vita per noi troppa dura, perchè non saremmo in grado come ai quei tempi vivere nel deserto con pochissime cose - sapeva offrire questa penitenza, la rinuncia di tutto per il Signore.
Un altro dono spirituale è il dono delle lacrime che sono un dono spirituale prezioso. In questa prospettiva possiamo vedere quanto scrive Madre Mectilde de Bar sulla via dell’annientamento, che per noi è una parola molto forte, tuttavia è la via di Cristo che si è “annichilito” come dice l’Apostolo – la kenosis – si è svuotato fino alla morte in Croce. E fa proprio il paragone con il martirio, dice: Confesso che il martirio che si soffriva anticamente (ma oggi è tornato drammaticamente presente nella Chiesa) era crudele ma non durava a lungo. La prospettiva della ricompensa animava i martiri. Il martirio della vita interiore invece non conosce pause finisce solo con la fine della vita e bisogna avere una costanza invincibile per non scoraggiarsi e per non perdere forza negli attacchi e di tante violente tentazioni che vengono ad assalirci sia da parte del demonio, sia da parte nostra, sia da parte di Dio stesso che vuole provare l’anima.
Perchè Dio mette alla prova, molte volte. Ci vuole fermezza, ci vuole pazienza e per meglio riportare vittoria bisogna annientarsi. E una guerra nella quale per vincere bisogna perdere se stessi. Dovete dunque essere generosa nello scoraggiamento, forte nella debolezza, non tanto facendo molti atti di resistenza, ma abbandonandovi ai ferri e ai tormenti. Questa via dell’annientamento non è nient’altro che una via, potremo dire, di un perpetuo martirio, offerta martiriale di se stessi in unione al sacrificio di Cristo.
Con la vostra presenza e la vostra preghiera continua siate un dono prezioso per la Chiesa ed ecco perchè questo dono va mantenuto proprio attraverso il continuo rinnovarsi dei propri propositi e della fervida devozione. Affidiamo tutto questo alle mani di Maria Santissima, la vostra celeste Abbadessa, la prima riparatrice, Colei che ha aperto, che ha permesso che le porte del Paradiso potessero riaprirsi; è per questo che noi siamo contenti di essere qui.
[*] Direttore dell’Archivio diocesano. Il testo è stato rivisto dall'Autore.