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Deus absconditus, anno 104, n. 2, Aprile-Giugno 2013, pp. 26-29
Suor Maria Cecilia La Mela OSBap
Donne presso la croce,
donne testimoni della resurrezione:
Mectilde de Bar e colleghe
Le mistiche e la croce[1] è il titolo di una raccolta antologica, casualmente capitataci tra le mani, che raccoglie stralci di scritti di 15 mistiche vissute in epoche diverse e convergenti sul tema della partecipazione alla passione di Cristo snodata attraverso le strofe dello Stabat Mater. Con gioiosa sorpresa abbiamo constatato che, tra queste ardenti innamorate dell’Uomo/Dio, vi è anche la nostra fondatrice Mectilde de Bar[2]. Filo conduttore è l’unione interiore, e per alcune di queste donne anche esteriore, ai patimenti di Cristo: l’annientamento di Colui che «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio» (Fil 2, 6) rende possibile l’incontro tra il Creatore e la creatura; è in virtù dell’umanità del Verbo che si celebra lo sposalizio tra l’onnipotenza divina e il cuore dell’uomo. Questo prodigio dell’Amore di abbassarsi sino a noi, fa sì che le mistiche possano abbracciare lo Sposo celeste attingendo direttamente al Dio amato e cercato con tutte se stesse. Le piaghe del Redentore diventano via d’accesso ad una conoscenza intima e inconfondibile «perché i chiodi si sono fatti per noi chiave che ci disserra la porta che stava chiusa per il peccato» (Caterina da Siena, n. 165), adesione e conformazione fino a portarne alcune volte anche i segni, visibili o non: «E qui io sentii con sicurezza che amavo talmente Cristo al di sopra di me che non c’era pena che potessi soffrire simile a quella che avevo provato vedendolo soffrire» (Giuliana di Norwich, n. 14).
Tre sono i temi che vorrei esplicitare anche in rapporto alla spiritualità mectildiana: l’annientamento, la riparazione, la vittima. C’è un approdo finale che li lega tutti e tre perché ne è, allo stesso tempo, l’origine e il significato stesso. Ma lo evidenzieremo in ultimo, come quando il sipario cala sulla scena non per siglare la conclusione dello spettacolo, ma proprio perché tutto racchiude e compendia.
Annientamento.
Questo dell’annientamento di Cristo e di coloro che si pongono alla sua sequela, è un tema caro alla riflessione dei mistici renano-fiamminghi e degli spirituali della Francia del Seicento, il cosiddetto secolo d’oro. È da essi che madre Mectilde attinge a piene mani, rimeditando quanto sviluppato da altri in sintonia con la sua ricca e intensa esperienza di donna e di monaca benedettina: «Ora, il mio pensiero più abituale è il desiderio di essere perfettamente annientata e confitta sulla preziosissima croce. Quanto all’annientamento, io l’intendo interno ed esterno, sapendo che senza di esso non avanzerò verso Dio […]. Tutto ciò che in voi è veramente vostro, deve essere annientato affinché Gesù solo appaia» (nn. 116. 45). L’annientamento non è inteso come distruzione della personalità dell’individuo – non sarebbe umano né cristiano – anche se spesso si tratta di un’esperienza bruciante, che scarnifica l’io per purificarlo, per liberarlo da tutte quelle sovrastrutture che lo allontanano dalla verità di se stesso e dalla conoscenza di Dio. Esso è piuttosto una sorta di catarsi attraverso la quale l’uomo è restituito alla sua originaria dignità di figlio di Dio e, in quanto tale, abilitato a prendersi cura del creato e, ancor più, dei suoi fratelli e sorelle in umanità.
Quasi tutte le voci riecheggianti nella raccolta di cui sopra, anche se con termini diversi, esprimono la teologia paolina della kenosi che, come sappiamo, è in modo peculiare alla base della spiritualità mectildiana. Tuttavia abbiamo trovato una maggiore affinità con l’afflato mistico della beata Elisabetta della Trinità, morta nel 1906 e beatificata il 25 novembre 1984. Così scrive la carmelitana di Digione ad una sua corrispondente: «Non le sembra che per arrivare all’annientamento, al disprezzo di se stessi e a quell’amore della sofferenza che erano al fondo dell’anima dei Santi, sia necessario sostare a lungo nella contemplazione del Dio crocifisso per amore, ricevere come un’effusione della sua virtù attraverso un contatto continuo con lui? […] Tutti gli eletti che hanno la palma in mano, e sono tutti immersi nella grande luce di Dio, hanno dovuto prima passare attraverso la grande tribolazione. Prima di contemplare a faccia scoperta la gloria del Signore hanno preso parte agli annientamenti del suo Cristo» (Elisabetta della Trinità, nn. 128. 186). L’annientamento, dunque, come vittoria, trionfo della vita, liberante ed esaltante esperienza di luce e fecondità interiore.
Riparazione.
Conosciamo la centralità della riparazione nel carisma mectildiano, anche se oggi andrebbe espressa meglio con il termine riconciliazione, in quanto più vicino al linguaggio moderno. La riparazione intesa come chiamata e risposta, dono e servizio, per essere solidali, ad imitazione del Cristo, con le sofferenze e il peccato del mondo, ma, a differenza di Lui agnello senza colpa, cariche della nostra stessa fragilità e miseria. Riparazione come necessario risvolto di un atteggiamento costante dell’esistenza caratterizzato dall’adorazione del SS. Sacramento quale Mistero di continua offerta e immolazione: «Abbandonatevi tutta senza riserva a Gesù che vi unisce alla sua croce e alla sua morte, e vi fa entrare nel suo sacrificio […]. Abbiate una disposizione di fondo di adorare tutto quello che il nostro adorabile Signore ha fatto e sofferto nella sua passione. Desiderate che tutto quello che è avvenuto in lui avvenga spiritualmente in voi, poiché dovete essergli simile. Aderite a tutti i disegni di Gesù per voi sulla croce e abbandonatevi ad essi in spirito di sacrificio continuo per rendere omaggio alla sua santità, alla sua potenza e al suo amore» (nn. 104. 137. 156).
Nell’accostamento con una delle mistiche dell’antologia, la nostra scelta è caduta su Teresa Benedetta della Croce, la carmelitana morta ad Auschwitz il 9 agosto 1942 e canonizzata nel 1998: «Chiunque, in qualsiasi tempo abbia accettato una dura prova col pensiero rivolto al Salvatore sofferente o si sia volontariamente assunto un compito di espiazione, ha espiato con ciò qualcosa dell’immane carico di colpe dell’umanità ed ha aiutato il Signore a portare questo peso. O meglio: è lui, Cristo-Capo, colui che espia e che riconcilia in questi membri del suo corpo mistico che gli si offrono anima e corpo per la sua opera di redenzione […]. La sofferenza umana trae la sua potenza riparatrice soltanto dall’unione con il Capo divino» (Edith Stein, nn. 59. 80).
C’è una forte corrispondenza tra i riti di propiziazione ebraici, culminanti nel “giorno dell’espiazione”, ossia la festa ebraica annuale del 10 tishri che la giovane ebrea Edith Stein conosceva bene, e la riparazione cristiana. Importante è la rilettura cristologica che ne ha fatto la tradizione neotestamentaria, soprattutto la Lettera agli Ebrei che assimila la funzione redentrice di Cristo a quella del sommo sacerdote, e ogniqualvolta si afferma che Egli è morto per i nostri peccati (cfr 1Cor 15,3), oppure effonde il suo sangue per la remissione dei peccati (ad esempio Mt 26,28). Il giorno dell’espiazione, descritto nel libro del Levitico al cap. 16, potrebbe trovare un equivalente in piccolo nella Giornata della Grande Riparazione voluta da madre Mectilde de Bar, così come la forte evocazione del capro espiatorio che, nella simbologia del Seicento, assurge a modello della riparazione con i segni tipici mutuati dalla giustizia del tempo quali la corda, il cero e l’ammenda. È in unione al sacrificio redentore del Cristo, celebrato nell’Eucaristia, che si fa voto in qualità di vittima, per cui madre Mectilde prega Dio di «animarvi con la sua forza divina per soffrire santamente» (n. 86) perché «la sofferenza accettata volontariamente in espiazione è ciò che unisce al Signore veramente e realmente, fino nel profondo» (Edith Stein, n. 89).
Vittima.
Strettamente connesso ai concetti di annientamento e di riparazione è quello di vittima: «Dobbiamo essere sempre piene di questa grazia e non avere altre più intime brame che di essere conformi a Gesù, Vittima divina» (Mectilde de Bar, n. 26).
La mistica con la quale abbiamo operato un raccordo è la terziaria francescana Angela da Foligno morta nel 1309: «Mi fu data la grazia di cercare la via della croce, per poter stare ai suoi piedi, dove si rifugiano tutti i peccatori. E la via della croce mi fu insegnata, illuminata e indicata in questo modo: ebbi l’ispirazione che, se volevo raggiungere la croce, dovevo spogliarmi, per essere più leggera, […] della mia proprietà e di me stessa e dare il mio cuore a Cristo, che mi aveva concesso tanti benefici, e camminare per la via spinosa della tribolazione» (n. 2).
Questo tema della vittima ci conduce al culmine del viaggio mistico attorno al tema dello Stabat Mater e che noi abbiamo voluto conglobare nelle tre chiavi mectildiane. L’annientamento del Cristo “obbediente sino alla morte e alla morte di croce”, è in funzione della sua esaltazione “perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sottoterra”. La rinuncia e il rinnegamento di sé cui è chiamata in particolare l’anima mistica, a partire dalla contemplazione della croce all’uniformità al Servo sofferente, non sono altro che un morire per risorgere in e con Cristo, Colui che, secondo la bella definizione di sant’Agostino, è Victor quia victima. Siamo al cuore della spiritualità cristiana, per noi mediata dal carisma mectildiano, laddove non può concepirsi la dimensione vittimale senza il suo indissolubile legame con la resurrezione. Ecco perché la domenica di Pasqua la liturgia ci fa cantare: Victimae paschali laudes. La vittima è sempre vittima pasquale: al di fuori di questo aspetto sarebbe tutto tenebra, disfatta, morte. Scrive madre Mectilde: «Se la santissima Vergine avesse amato Gesù con un amore puramente naturale, non avrebbe mai sopportato che morisse in croce; ma lei, che conosceva la dignità e la santità della sofferenza, e la gloria che l’eterno Padre ne avrebbe tratto, acconsentì alla sua morte con una profonda sottomissione ai voleri divini. Consentiamo umilmente ai disegni adorabili di nostro Signore Gesù Cristo, che vuole gloriarsi nei suoi eletti e renderli conformi alla sua umanità crocifissa» (n. 5). Anche il cammino della religiosa che si unisce al sacrificio di Cristo in qualità di vittima non può non essere irradiato dalla luce della Pasqua, altrimenti il suo soffrire sarebbe mero e ingiustificato masochismo: «Io supplico la Vittima divina con tutto lo zelo e l’ardore di cui sono capace, perché ci faccia entrare tutte nel suo spirito di ostia e ci renda da lui inseparabili, affinché i nostri sacrifici e le morti che dobbiamo sostenere in questa vita siano animate dal suo amore e santificate dal suo spirito divino» (Mectilde de Bar, n. 26). Solo così, come Benedetta Bianchi Porro, possiamo esclamare: «Come sono vere le parole di Dio che dà la croce, poi la resurrezione» (n. 199) e, ancora, con Teresa di Lisieux: «Con te canterò la felicità di servire Gesù e di abitare nella sua casa, la felicità di essere la sua sposa per il tempo e per l’Eternità» (n. 185)!
La resurrezione è la nostra ragion d’essere in quanto cristiane e consacrate, quell’ “associarci con la sofferenza ai patimenti di Cristo, come scrive san Benedetto nel Prologo della Regola, per meritare di essere anche partecipi del suo Regno”. La centralità della Pasqua nella vita della Chiesa e di tutti i battezzati, nella liturgia e nello snodarsi del tempo, è continuo motivo di fede, di gioia, di gratitudine: «Sia benedetto, o Signore, il tuo Sangue prezioso sperso per noi che, dandoci la certezza del tuo amore, trasforma la nostra sera in un rosso tramonto scintillante di luci di carità. Sia benedetta, o Signore, la tua umanità risorta e gloriosa che trasforma questo tramonto nell’aurora di un giorno eterno, che non conosce più sera. Amen. Alleluia» (Leletta d’Isola, n. 200).
Non c’è notte tanto lunga o buio così fitto da non lasciarci intravvedere l’alba del nuovo giorno perché Cristo, con la sua passione e morte, ha vinto una volta per sempre donandoci la salvezza e la pienezza della vita! Adoriamo questo mistero aderendo all’irresistibile chiamata di testimoniarlo e annunciarlo a tutti: «Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto»!
[1] AA. VV., Le mistiche e la croce. Meditazioni sulla Passione da Chiara d’Assisi a Edith Stein, a cura di Giovanna della Croce OCD, Ancora Editrice, Milano 2003.
[2] Nella bibliografia sono riportati i seguenti testi:
C. M. de Bar, Non date tregua a Dio, Lettere alle monache 1641-1697, Jaca Book, Milano 1979;
Ead, Lettere di un’amicizia spirituale (1651-1662). Madre Mectilde de Bar a Maria di Châteauvieux, Milano 1999.
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