Suor Maria Cecilia La Mela osb ap
I due precetti della carità nella spiritualità riparatrice di madre Mectilde de Bar
In cima ai 72 strumenti delle buone opere, il nostro santo Padre Benedetto mette il supremo comandamento della carità, sintesi di tutta la tradizione biblica e apice dell’insegnamento di Cristo: «Anzitutto amare il Signore Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze: quindi il prossimo come se stessi» (capitolo quarto, strumenti 1 e 2). I successivi strumenti, anche quelli ascetici, non sono altro che una coniugazione di questo binomio inscindibile, sintetizzato nel 26°: «Non abbandonare mai la carità». Tutta la Regola benedettina non è altro che evangelica propensione a costruire e vivere il dualismo unitario della carità, soprattutto in quella meravigliosa sintesi che è il capitolo 72°, Dello zelo buono, e che giustamente il beato Giovanni Paolo II ha definito “il testamento della carità”.
Madre Mectilde de Bar, nella sua riflessione eucaristica, nel suo vivere da benedettina l’esortazione a “nulla anteporre all’amore di Cristo”, richiama continuamente il primato della carità fraterna: «Se abbiamo disposizioni contrarie alla carità, ci escludiamo dall’effetto della preghiera di Nostro Signore Gesù Cristo; preghiera sempre efficace perché tutto quello che egli ha domandato al Padre suo per noi, gli è stato concesso. Ora egli, la vigilia della sua morte, chiede che, così come lui era uno con il Padre, così i suoi fossero uno tra di loro […]. Se l’unione di carità è per tutti i cristiani, a maggior ragione è per noi che siamo – o ci diciamo – figlie e vittime del SS. Sacramento, che è un sacramento di unione e di carità. Sarebbe meglio che la terra ci inghiottisse, piuttosto che noi commettere un peccato contro la carità. Non dobbiamo avere carità soltanto per le nostre sorelle, ma abbracciare tutto il mondo nella unione della carità di Gesù Cristo»[1].
Preparando la relazione da presentare alla sessione internazionale di studi su madre Mectilde de Bar, svoltosi nel marzo 2011 nel monastero francese di Rosheim, abbiamo coinvolto alcuni giovani universitari proponendo loro una riflessione-dibattito sulle profanazioni eucaristiche perpetrate durante la guerra dei Trent’anni (1618-1648) e delle quali la nostra Fondatrice è stata diretta testimone.
I giovani, che hanno risposto con entusiasmo evidenziando l’attualità del carisma mectildiano, hanno sviluppato maggiormente l’aspetto delle profanazioni non strettamente legate all’Ostia ma al corpo mistico di Cristo: Gesù offeso e schernito nei suoi fratelli. In fondo è quello che cerca di far capire Paolo ai Corinzi, le cui divisioni sono scandalose e «gettano disprezzo sulla Chiesa di Dio» (1 Cor 11,22) perché in netta contrapposizione con ciò che essi celebrano. Quando al versetto 29 l’Apostolo afferma che «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e bene la propria condanna» egli pensa piuttosto a quel corpo di Cristo che è la Chiesa, le cui membra più povere sono disprezzate. Lui stesso, il giorno della sua conversione (cfr. At 9,1-5), ha fatto esperienza che perseguitare la Chiesa era perseguitare il Cristo stesso, Capo del corpo. Ecco perché la carità, il più grande dei carismi, trova la sua piena espressione ed attuazione nell’Eucaristia, definita appunto da san Tommaso d’Aquino “Sacramentum caritatis”.
L’amore a Cristo non può non essere anche amore ai fratelli. Il cristiano è ed è credibile nella misura in cui vive sinergicamente e simultaneamente questa duplice e unitaria dimensione dell’amore! Il disprezzo palese per l’Eucaristia si concretizza anche in comportamenti aberranti quali la pedofilia, gli oltraggi alla dignità della persona umana comprese le manipolazioni genetiche, la crisi della famiglia, tanta cultura mistificatoria e superficiale, programmi televisivi volgari e irriverenti, tutta una mentalità che ferisce e lede la sensibilità non soltanto dei cattolici, ma di quanti credono nei grandi valori del rispetto e della sacralità dell’altro. Ma senza andare troppo lontano, quanta indifferenza verso i problemi degli altri, quanta difficoltà a vivere le relazioni fraterne, quanti atteggiamenti da struzzo che ci fanno nascondere la testa dentro la sabbia per non lasciarci turbare, o semplicemente raggiungere, dal grido del fratello!
La fatica quotidiana della carità non è una colpa, fa parte della debolezza della nostra natura, ma la rinuncia a volerla costruire è un delitto. Ci sono, dunque, vari tipi di profanazioni, non soltanto al Santissimo Sacramento -Madre Mectilde nei suoi scritti parla anche di altri tipi di profanazioni ai danni di Gesù ad esempio quando è ricevuto da persone che hanno l’animo corrotto, quando lo si riceve con tiepidezza, quando è dimenticato e lasciato solo nel SS. Sacramento; e ancora le bestemmie, l’indifferenza… - ma le profanazioni sono possibili anche nei confronti delle persone, nell’uomo stesso, e sono quelle che più fanno male al Signore perché ogni uomo è fatto ad immagine del suo volto. Non si può dire di amare il Dio che non vediamo e poi, concretamente, non amarlo nel fratello che vediamo (cfr 1 Gv 4,20)! Ed è proprio qui che si inserisce il discorso della riparazione che, se nel pensiero esplicito della madre Fondatrice è per lo più segnalata nei riguardi dell’Eucaristia, nei suoi scritti è tuttavia sottesa anche nei confronti del prossimo. In fondo, lo scambio del bacio in occasione del capitolo di pace a fine anno, non è una “celebrazione-riparazione” verso quella carità da noi ferita nelle sorelle? Un gesto che si carica del desiderio di voler riparare, abbracciando nella sorella che ci sta vicina, tutte quelle persone “lontane” che sono offese da altri, o dall’ingiustizia, e delle quali magari nessuno si cura…
Così ancora la Madre fondatrice: «Bisogna portare una disposizione di stima e di carità verso tutte le consorelle. Dovete riguardarle e rispettarle come altrettanti santi cibori nei quali risiede Dio stesso prendendovi le sue compiacenze»[2]. E a proposito della bella immagine delle sorelle, e dunque di tutti gli uomini!, come ciborio, ci piace riportare un’ampia citazione di don Tonino Bello, straordinario testimone del nostro tempo: «Chiediamo alla Madonna che ci dia la gioia della riparazione eucaristica, cioè non solo la gioia di riparare le offese che vengono fatte al Signore presente nel tabernacolo, ma anche la riparazione al tabernacolo del Signore, che è l’uomo vivente. Questa è riparazione eucaristica!
Tutte le violenze commesse nei confronti dei nostri fratelli sono offese eucaristiche; tutte le ingiustizie che compiamo o che vengono consumate sulla pelle dei nostri fratelli, sono eresie trinitarie, perché i nostri fratelli non vengono riconosciuti come persone uguali alle altre.
Allora, ogni volta che un nostro fratello, “tabernacolo di Dio”, viene violentato, noi abbiamo l’obbligo di correre ai ripari perché sarebbe fin troppo comodo riparare gli oltraggi che vengono fatti all’Eucaristia con le sole giaculatorie. Anche questo bisogna fare, eccome: quanta gente c’è che bestemmia il Signore; quanta gente viene nella casa del Signore e non si accorge di lui silenzioso nel tabernacolo; quanta gente riceve sacrilegamente l’Eucaristia, e quanta non la riceve per niente: trascura questo dono, che è il centro del mistero della nostra salvezza. Allora noi dobbiamo correre ai ripari. Ed ecco la preghiera, l’implorazione, il bisogno di purificare il nostro animo prima di accostarci al Signore.
Sì, questo dobbiamo farlo, perché il Signore del tabernacolo viene violentato! Ma ricordiamoci che viene violentato anche il tabernacolo del Signore.
Sapete tutti quanta gente muore ogni momento nel mondo: ogni anno cinquanta milioni di persone per fame, fra cui venti milioni di bambini! Cinquanta milioni di tabernacoli distrutti! […] Quanti bambini vengono uccisi nel grembo materno, e quanta gente muore, e noi non ce ne accorgiamo: in Iran, Iraq, Palestina… […] Quando vedi un pover’uomo che dorme lì per terra, alla stazione d’inverno, o in villa d’estate, penserai: questi sono i tabernacoli del Signore! E questa deve essere la riparazione eucaristica!
Dove siete veroniche? Dove state nascosti cirenei? Chiedete al pianto di Maria che sciolga, che intenerisca il nostro cuore perché si corra veramente ai ripari. Perché di questo il Signore ci chiederà conto! Non credo cha farà soltanto la somma delle nostre giaculatorie, delle litanie di riparazione che dobbiamo pur dire, ma ci chiederà conto in questo modo: “Cosa ne hai fatto di tuo fratello?” (Molfetta 1993)»[3].
Ogni commento sarebbe superfluo. L’accostamento con la nostra spiritualità è immediato. L’insegnamento che ci lascia è forte ed impegnativo.
Ecco perché non aggiungiamo altro ad una tematica sulla quale non si finirebbe mai di parlare. Occorre però “correre ai ripari” vivendola. Noi non possiamo concretamente metterci accanto ai “tabernacoli” del Signore più dimenticati e oltraggiati, ma lo possiamo fare con la generosa e totale offerta del nostro quotidiano, con la preghiera, accettando anche piccole mortificazioni in solidarietà a chi ne vive di più grandi. Senza scoraggiarci, senza farci esagerati sensi di colpa - consapevoli però che si gioca qui tutta la nostra credibilità di donne, di cristiane, di monache - ci sforziamo ogni giorno di crescere sempre più in questa dimensione oblativa chiedendone la grazia al Signore. Un messaggio da vivere, da testimoniare e da proporre anche agli altri perché è, prima di tutto, l’evangelo di Gesù, dell’Amico -come scrive l’abbadessa Anna Maria Cànopi- «incontrato nella Parola, nell’Eucaristia, nel sacramento dei fratelli [corsivo nostro]»[4], Colui che ci porta, perché l’ha vissuta per primo, la buona notizia di quell’amore “così grande che dà la vita per i propria amici” (cfr Gv 15,13)!
E chiudiamo con l’accorata esortazione di madre Mectilde riportata per il 23 maggio nel calendario spirituale che ogni sera si legge nei nostri refettori: «Amiamo il prossimo, sorelle, poiché Dio ce lo comanda. Non disprezziamo nessuno, poiché Dio non lo può sopportare e questo prossimo è a Lui caro come la pupilla dell’occhio».
Più cresce l’amore vero per Dio e più si alimenta quello per l’altro, anche per la persona scomoda e molesta, che il Signore stesso ci insegna e aiuta a chiamare amico… Quando incontriamo una nostra sorella, quando qualcuno ci avvicina, quando vediamo o sentiamo di persone che soffrono, sia questo il sentimento che deve animarci tanto da farci esclamare: Questi sono i cibori, i tabernacoli del Signore, la pupilla del suo occhio!
[1] C. M. de Bar, Eccellenza della carità in Capitoli e conferenze, Edizioni Tofani - Alatri, 1998, 133-134.
[2] Ead, Osservanza delle regole in Capitoli e conferenze, 32.
[3] T. Bello, Quaresima-Pasqua. La carta d’identità del Risorto, Edizioni Messaggero Padova, Padova 2010, 74-76.
[4] A. Cànopi, Lo sguardo di Gesù. Lectio Divina su alcuni brani del Vangelo, Edizioni Paoline, Milano, 2010, 124.