Suor Marie-Cécile Minin osb ap
Il servizio dell’autorità:
Il personale cammino di santità
di madre Mectilde de Bar
Se si volessero declinare i punti principali del cammino spirituale di madre Mectilde, occorrerebbe rivolgersi non all’opera manoscritta, ma alla persona stessa. A testimoniare della santità della sua vita, è infatti la Madre stessa. Se gli scritti di madre Mectilde rispecchiano una particolare esperienza monastica nella Chiesa, la sua vita è uno cammino docile dietro a Cristo crocifisso e risorto, un cammino di ricerca del Volto di Cristo nell’Eucaristia, nella Chiesa, nella vita comunitaria, negli altri e in se stessa.
La vita di madre Mectilde fu segnata da un compito particolare: generare alla vita spirituale. Dal 1635 (a 20 anni) fino alla morte nel 1698 (a 83 anni), salvo il periodo 1639-1640 di formazione alla vita monastica, madre Mectilde governò varie comunità, come annunziata e come benedettina, segno che, in entrambi i casi, ella seppe incarnare la Regola professata.
Tramite il servizio dell’autorità, non senza fatica perché tentò almeno due volte nel 1657 e nel 1694[1] di liberarsi dal giogo del governo, madre Mectilde imboccò un cammino di santità, cioè un cammino particolare “di configurazione a Cristo Signore, che viene espresso con singolare efficacia dalla consacrazione religiosa, e in modo particolare dalla vita monastica, fin dalle origini considerata come un modo particolare di attuazione del Battesimo”[2]. Ci vengono in mente la sua corrispondenza con la Contessa di Châteauvieux sul battesimo o le sue conferenze sulla la professione religiosa[3].
Nell’esperienza spirituale di madre Mectilde, il servizio dell’autorità fu un cammino di una autentica santità.
Il servizio dell’autorità
Nel cap. 2 della Regola san Benedetto traccia il proprio ritratto quando delinea i tre compiti dell’abate il cui comando e insegnamento devono infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità.
Tre sono dunque le parole chiave che troviamo alla fine del testo: comando, insegnamento e santità, che si possono tradurre nell’arte di governare, di insegnare e di aiutare alla crescita spirituale altrui e che si intravedono bene nell’operato quotidiano di madre Mectilde de Bar.
L’arte di governare
Oggi si parla tanto di leadership, di management. Madre Mectilde non fu né leader né manager. Si accontentò di essere una donna di Dio, “virago Dei”, e una Madre per le sue sorelle. A muoverla fu soprattutto il timore di Dio, uno dei sette doni dello Spirito che fa agire nel vero amore di Dio.
Madre Mectilde ebbe la guida di varie comunità, a partire della comunità delle annunziate di Bruyères, poi della comunità benedettina di rue Cassette e anche della Congregazione delle Benedettine dell’adorazione perpetua del Santissimo Sacramento.
Eccola a soli 20 anni, nel 1635, nominata superiora della comunità delle annunziate di Bruyères in Lorena. Da questo momento sarà sempre guida capace di sposare gli eventi di una vita movimentata, trasformandoli in storia sacra. Saprà far fronte a un fiume in piena, ai soldati, a tante altre avversità.
Eccola nel 1647, mandata come guida alla comunità del Bon Secours de Caen che riporterà alla vita buona del vangelo.
Eccola nel 1650, quale guida richiamata ora dalla sua comunità di Rambervillers.
Eccola infine nel 1653, chiamata a guidare la comunità di Parigi e lo farà fino alla morte il 6 aprile 1698.
Riflettendo sull’agire di madre Mectilde, ci viene in mente la barca di Pietro che è la Chiesa, con Pietro quale guida. Una comunità è come la barca di Pietro che risponde al meglio alle sollecitazioni della guida, l’abate. È Dio il navigatore e il comandante della nave, l’abate è il timone, l’abate e la comunità formano insieme la nave.
C’è un arte di governare una nave, come c’è un’arte di governare una comunità, cioè di darle una direzione. Quest’arte, questa sapienza, si vedono all’opera nella vita di madre Mectilde.
La guida di madre Mectilde, salvo il periodo 1639-1640, corre lungo 63 anni, con tutti i rischi inerenti a un tempo così lungo. In agguato c’erano per lei due grandi tentazioni: l’autoritarismo o il maternalismo. Non è stato cosa facile per una persona di tale levatura camminare sul sentiero giusto senza eccedere da una parte o dall’altra. Riesci pero, in modo stupendo. Come l’abate è Padre tra i suoi fratelli, madre Mectilde fu veramente Madre tra le sue consorelle.
L’arte di insegnare
Per aiutare le sue consorelle a raggiungere il fine proprio della loro vocazione madre Mectilde le invitava a riflettere sui diversi temi della tradizione monastica: “preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, clausura, lavoro, silenzio, ascesi”[4].
Uno degli elementi più significativi della vita di madre Mectilde fu la lectio divina ossia la lettura orante della Parola di Dio colta non tramite la Bibbia stessa – testo all’epoca non accessibile - ma attraverso i testi liturgici e i commenti. Il Vangelo e le Lettere di san Paolo formano i fondamenti del suo insegnamento. Ne ha fatto il nutrimento della sua contemplazione e della sua vita quotidiana, in modo da poter condividere questa esperienza trasformante della Parola di Dio con monache e laiche. Così facendo fu in grado di “colmare la distanza tra spiritualità e quotidianità, tra fede e vita” perché “il processo messo in atto dalla lectio divina intende portarci dall’ascolto alla conoscenza, e dalla conoscenza all’amore”[5].
Madre Mectilde fu fedele alla Lectio divina, mostrando in questo modo come “la lectio divina non si conclude nella sua dinamica fino a quando non arriva all’azione (actio), che muove l’esistenza credente a farsi dono per gli altri nella carità”. In questo modo madre Mectilde “produrrà abbondanti frutti nel cammino di conformazione a Cristo, meta di tutta la vita”[6].
Madre Mectilde commenta in modo sistematico e regolare il Vangelo delle domeniche e delle solennità e feste. Cita la Sacra Scrittura spesso in latino, sia nella corrispondenza, sia nelle conferenze e capitoli. Attinge ai Padri e ai Dottori della Chiesa, antichi e moderni, alle vite dei Padri del Deserto, dei santi, alle opere monastiche e ascetiche, ai grandi classici della vita spirituale e ad autori meno noti; da tutto questo ella trae quanto conviene alla formazione delle monache e discepole in modo concreto, vivo e attraente.
Le capita di accennare alle sue fonti. Così l’8 novembre 1694 madre Mectilde fece alla comunità “una lettura del mattino sull’argomento della Santa comunione, con il commento dei Padri che consigliano di riceverla frequentemente”[7], mentre il 15 dicembre, in una conferenza, si riferisce alla Scrittura nell’interpretazione dei Padri[8].
Madre Mectilde commenta anche la Santa Regola; la teneva infatti sempre in tasca. Conservata ora presso il monastero di Rouen, la sua copertina tutta logorata è testimone silenziosa del suo uso constante. Ha così lasciato un’ampia rassegna, un bel patrimonio spirituale diffuso solo in parte.
Madre Mectilde attinge a tale letteratura spesso tramite opere altrui. Ad esempio, a partire dal 1680, si appoggia ad un libro intitolato La Véritable dévotion envers la sainte Vierge del gesuita Jean-Baptiste Crasset[9], da cui estrae numerose citazioni di testi patristici.
Anche per i momenti importanti e solenni come le vestizioni o professioni, attinge dai Sermons des Vêtures, Professions religieuses di Jacques Biroat, benedettino dell’Ordine di Cluny[10].
Stupisce vederla citare Tertulliano:
“Tertulliano dice che la nostra anima è cristiana, ma non dice che la nostra natura lo sia[11].
Da dove ha attinto madre Mectilde? In un altro libro del Biroat, Sermons sur les Mystères de la Vierge dove l’autore afferma:
“L’istinto naturale che Dio ha impresso nelle nostre anime fa cercare Dio nel cielo per rivolgergli le nostre preghiere e per offrirgli i nostri omaggi, come sottolinea Tertulliano, che chiama questo sentimento, la testimonianza di un’anima che è naturalmente cristiana”[12].
Non solo madre Mectilde attinge, ma adatta i testi al discorso che svolge, senza tuttavia tradire il senso della fonte; accenna anche a tanti santi quali Ignazio di Antiochia, Maria Egiziaca, Paolo il semplice, ecc; ella fa anche uso della liturgia riprendendo antifone come quella di san Martino[13].
Madre Mectilde trae materia anche dagli scritti di Sant’Agostino, Bernardo di Chiaravalle, Teresa d’Avila, Giovanni della Croce, Geltrude di Helfta, Mechtilde di Hackeborn, Caterina da Genova, Caterina da Siena. Conosce a fondo l’Imitazione di Cristo[14].
Ha un’anima missionaria, madre Mectilde. Per questo anche gli echi della missione appena fondata in Canada dalle Religiose Orsoline non la lasciano indifferente. Anzi, diventano fonte di insegnamento. Diceva infatti in una conferenza:
“Mi si leggeva in questi giorni una lettera che una religiosa irochese scriveva al suo direttore, che è qui, la quale per esprimere i sentimenti di rispetto che ha per lui, dice : «Metto il viso nella sabbia»” [15].
Ne trae le conclusioni pratiche:
“Facciamo come questa buona religiosa, sorelle mie, mettiamo nella polvere non solo la testa, ma tutto il corpo”[16].
Madre Mectilde conosceva bene anche le opere del suo tempo. Nella sua corrispondenza con la contessa di Châteauvieux, offre ampie citazioni di Giovanni Eudes, di Condren o ancora raccomanda di leggere le opere di Olier. Conosce le opere di Francesco di Sales[17], le lettere della Chantal[18] e le capita anche di citare Vincenzo de’ Paoli[19].
La sua premura raggiunge le monache della sua congregazione, altre religiose oppure le nobildonne da lei seguite.
A una monaca consiglia Il Libro della devozione del Sacro Cuore di Gesù e a un’altra Laurent de Paris, mentre a madre Bernardine Gromaire, allora priora a Toul, chiede che si legga in comune il Père de Saint Jure e Le Religieux intérieur[20].
Alla contessa di Rochefort fa sapere che appena avrà recuperato la Vita di Charles de Condren, data in prestito a un ecclesiastico, glielo farà avere. Sempre alla Rochefort consiglia la lettura del Chrétien intérieur e del Trésor spirituel[21] e alla duchessa d’Orléans di leggere Padre Bourgoing o Hayneuve[22].
Ad una benedettina di Montmartre propone i libri del Guilloré[23], mentre scrive così a una Superiora della Congregazione di Notre Dame a Epinal:
“Continuo a cercare la «Science des saints», e anche se ora è impossibile, mi auguro, tuttavia, di trovarlo nel corso del tempo, sia a Parigi, sia in altre città di Francia, dove c’è una Stampa. Ho dato ordine per questo”[24].
Madre Mectilde ha tratto frutto lei per prima di quanto poteva servire alla vita spirituale, facendole diventare farina del proprio sacco. Insegna traendo dal proprio sacco gli ingredienti della vita spirituale. Così nel suo operato quotidiano, fu fedele ad “insegnare agli ignoranti”, cioè a chi imbocca un cammino di vita spirituale mettendosi alla sequela del Maestro divino.
L’arte di santificare
Il monaco non cammina da solo, ma “pariter”, cioè insieme alla comunità, dice san Benedetto (RB 72). [qui nos pariter ad vitam aeternam perducat/che ci conduca tutti insieme alla vita eterna]. La sua è una “appassionata ricerca del volto di Dio, nella relazione intima con Lui”[25].
Senza tralasciare la propria santificazione, madre Mectilde si impegnò ad aiutare le consorelle a imboccare insieme il proprio cammino di santità, cammino nello stesso tempo unico per ciascuna nel carisma comune, cioè a vivere secondo “il grado di santità che Dio ha deciso dar loro”. A questo scopo ha sempre “mantenuto viva la ricerca del volto di Dio e l’amore incondizionato a Cristo, quale suo elemento specifico e caratteristico”[26].
Madre Mectilde spronava le sue consorelle. Aveva di mira solo la santità di vita. Dice infatti ad alcune consorelle:
“Se quelle anime saranno fedeli nel corrispondere in ogni momento a quella piccola grazia, avranno il vantaggio di trovarsi unite a Dio secondo quel grado di santità che Dio ha deciso dar loro. Perciò dunque non dobbiamo far altro che esser fedeli, ognuna alla sua propria grazia, e saremmo unite a Dio divinamente e amorosamente; e nulla più sulla terra ci sarà motivo di pena. Saremo in Dio e Dio sarà in noi. Oh, qual suprema felicità!”[27]
Madre Mectilde non pretendeva l’impossibile ma voleva che il bicchiere di ciascuna fosse pieno secondo la grazia ricevuta. Diceva:
“Purché riempiate il vostro piccolo recipiente di grazia, sarete contente in cielo”[28].
Poco importa dunque se il bicchiere è grande o piccolo: ciò che conta è che sia interamente colmo di grazia. L’importante è la pienezza e non la capienza. Vivere in grazia di Dio è gustare già la pienezza dell’amore di Dio, è gustare Dio in questa vita. È l’unica porta per partecipare in verità alla vita stessa di Dio.
Da guida spirituale esperta, madre Mectilde invita anche ciascuna a scoprire il sentiero da percorrere. Sa bene che, come spiega ella stessa:
“Benché facciamo tutte le stesse cose, ogni anima ha un sentiero particolare da seguire per darsi a Dio. Siate fedeli alle vostre attrattive. Chiedete incessantemente la venuta e la dimora di Gesù nelle nostre anime, non come nella sua nascita a Betlemme, circoscritta nel tempo: il suo disegno è quello di dimorare per sempre in noi, che siamo suoi templi, fino alla consumazione dei secoli. Vuole stabilire in noi il suo trono e il suo dominio. Consegniamoci alla sua potenza, adoriamo, accettiamo tutti i mezzi che egli usa per condurci e i disegni che ha su di noi”[29].
E non esita a tornare sullo stesso argomento:
“Ognuno deve scrutare le tendenze del proprio intimo per giungere a conoscere il sentiero segreto della perfezione, nel quale Dio vuole che l’anima cammini. È importante che sappia ciò che deve fare. Bisogna ripetere di frequente con piena fiducia questo versetto del Profeta: «Vias tuas, Domine, demonstra mihi», mostratemi, Signore, le vostre vie e fatemi conoscere il sentiero segreto, nel quale devo camminare per unirmi a Voi. Questo sentiero rimane, per così dire, nascosto ai nostri sensi, i quali vogliono sempre vedere, conoscere, gustare e sentire. Si tratta di un sentiero stretto: per camminare in esso dobbiamo quindi spogliarci del nostro modo di vedere e dei nostri affetti”[30].
La Madre promuove nelle sue comunità la santa emulazione che porta a dare il meglio di sé. Agendo con autorità ha un solo desiderio: far germogliare nell’altro ciò che già porta di migliore in se stesso, aiutarlo a crescere dentro per irradiare attorno a sé. Uno fu il cammino di madre Bernardine, altro quello di madre Benoîte de la Passion morta in odore di santità, altro ancora quello di madre Joseph de Montigny-Laval, altro ancora quello di Monique des Anges.
Un cammino di santità nel quotidiano
Sul cammino di madre Mectilde s’incrociano strade che portano tutte alla santità nel quotidiano, anche se nella vita della Madre la componente mistica va riconosciuta. Utilizziamo qui il termine “santità” secondo il cap. 2 della santa Regola. “infondere nelle anime dei discepoli il fermento della santità”.
Madre Mectilde, modello di umanità
Madre Mectilde non ha insegnato diversamente da come ha vissuto. Entra in quella dinamica dell’annientamento che “attesta che nessuno basta a sé stesso e impone di incamminarsi, alla luce della fede, per un esodo dal proprio io autocentrato, attratti dal Volto del Dio santo e insieme dalla «terra sacra che è l’altro», per sperimentare una più profonda comunione”[31].
Se spigoliamo alcuni particolari della sua vita riportati nel necrologio veniamo a sapere che madre Mectilde:
“non si dispensava mai neppure dalle minime osservanze. Non ha mai mancato sino all’età di 82 anni, eccetto, ovviamente, durante le sue malattie, di assistere all’ufficio della notte e all’ora di adorazione che faceva prima e dopo l’ufficio notturno, tempi di adorazione che avevano lo scopo di disporla a pronunciare con la bocca le lodi di Dio con più attenzione e fervore e a metterla nella condizione di trarne maggior frutto” [32].
Stupisce in questo ricordo il richiamo a san Benedetto il quale chiede al monaco di prendere parte “alla salmodia in modo tale che l’intima disposizione dell’animo si armonizzi con la nostra voce” (RB cap. 19, 7).
In madre Mectilde, la cui opera fu segnata dalla spiritualità dell’annientamento, la parola “umanità” potrebbe suonare falso se le lettere e le testimonianze lasciate dalla storia e conservate dalle monache non venissero a provare il contrario. Tale umanità si rivela soprattutto nelle lettere. Colpisce ad esempio quanto scrive dopo aver saputo delle stato di salute di una monaca di rue Cassette:
“La nostra buona amica (Suor Benedetta della Passione Grandery) va morendo. L’ho trovata così cambiata che il mio cuore è stato invaso di dolore (...) se io potessi trattenerla in vita, vi assicuro di tutto cuore che pregherei Nostro Signore di volerla conservare”[33].
In un’altra lettera del 14 settembre 1679 alla comunità di Rouen circa la quaresima monastica, essendo stremata la comunità, madre Mectilde dispensò quasi tutte le monache del digiunare:
“Dato che stiamo entrando nei digiuni, – scrive – non vedo tra voi che tutte siete forti per digiunare”[34].
Se madre Mectilde è tutto rigore per se stessa, al contempo sa essere tutta misericordia e piena di umanità per le consorelle. Sa consigliare i dubbiosi, consolare gli afflitti, pregare Dio per i vivi e i morti.
Madre Mectilde, tra preghiera e vita spirituale
Madre Mectilde fu una anima di preghiera. Nell’opera a lei affidata dal Signore fu protagonista silenziosa e orante. Fuori dall’Ufficio Divino e delle sue mansioni dedicava tutto il tempo all’adorazione. Pregava con desiderio continuo sgorgato dalla fede, dalla speranza e dalla carità. Fece suo il monito dell’Apostolo: “Pregate senza interruzione”. Seguendo l’esempio del Signore che passava la notte a pregare non voleva misurare. Così ogni istante disponibile era un’occasione unica per continuare ad adorare rimanendo unita a Gesù Eucaristia.
Pregava più a lungo quando non era impedita da altre incombenze di azioni buone e necessarie, sebbene anche in quelle azioni pregava sempre. L’adorazione attuale in quanto intimo e durevole desiderio fu la sua forza. Esortava così in una conferenza:
“corrispondiamo con tutta la nostra capacità a questa chiamata e alla scelta divina che Dio ha fatto di noi per adorarlo continuamente”[35].
Madre Mectilde usava anche le parole “tensione d’amore”. Tendeva infatti ad una vita di adorazione sempre più intensa. Per questo diceva:
“Non è necessario vedere sempre il SS. Sacramento: basta che abbiamo sempre una tensione d’amore verso questo sole divino come principio che ci fa agire”[36].
Madre Mectilde indicò il modo di realizzare tale adorazione attuale in spirito e verità:
“Per realizzare una tale vocazione non basta stare un’ora o qualche tempo alla sua presenza in coro. La nostra adorazione deve essere perpetua, poiché il medesimo Dio che adoriamo nel Santissimo Sacramento ci è sempre presente in ogni luogo. Dobbiamo adorarlo in spirito e verità. In spirito, con un santo raccoglimento interiore; in verità, facendo sì che tutte le nostre osservanze siano una adorazione continua grazie alla nostra fedeltà nel darci a Dio in tutto ciò che domanda da noi. Poiché appena manchiamo di fedeltà, cessiamo di adorare”[37].
Nel pensiero di madre Mectilde vi è quindi una continuità tra l’adorazione eucaristica e una vita di unione con Dio nel raccoglimento e nel silenzio, che attinge forza proprio nell’adorazione eucaristica. Così si esprime in un’altra conferenza, parlando dell’adorazione eucaristica:
“Per compierla non è sufficiente fare le nostre ore di adorazione; bisogna che il nostro cuore lo ami e lo adori sempre e che in tutte le nostre azioni siamo sempre unite a Lui. Stringiamoci dunque forte, sorelle, a questo grande sacramento per scoprirne le meraviglie, le eccellenze, le grandezze, e infine tutto quello che esso è e tutto quello che racchiude di divino e di adorabile, che noi non possiamo penetrare né immaginare”[38].
Il cuore dell’uomo è fatto per amare e adorare Dio. Lì è la sua felicità, lì è stata la felicità di madre Mectilde.
Madre Mectilde, oltre il perdono delle offese
Altro spunto di spicco sul cammino di santità di madre Mectilde: il perdono delle offese, un’altra opera di misericordia.
Il perdono, madre Mectilde l’ha dato ad una sua monaca, madre Françoise de la Résurrection. Dopo il drammatico processo da lei intentato, madre Mectilde giunta già all’età di 71 anni non la mandò via ma continuò a volerle bene, sopportandola pazientemente malgrado il rifiuto nei suoi confronti da parte della monaca che le rimarrà sempre chiusa, ostile e contraria. In continuo cammino di conversione, seppe perdonare e avere misericordia.
Sopportò tutto unicamente per amore del Signore, in riparazione delle offese ricevute da Gesù durante la sua vita e che Egli continua a ricevere nel Sacramento dell’Eucaristia.
Un altro esempio: l’equilibrio economico del monastero si appoggiava sulla presenza di alcune ospiti che garantivano così un introito fisso alla comunità. Orbene, tra le ospiti ci fu chi ritirò la parola data, lasciando madre Mectilde in situazioni che sarebbero state insostenibili per chi non avesse una fede robusta e a tutta prova come la sua. Ecco il commento della Madre: “Bisogna soffrire tutto in pazienza”[39].
Altre avevano preso disposizioni in favore del monastero. Anche qui, la campagna di calunnie alla quale fu sottoposta fece sì che cambiassero idea. Ci fu chi prima la lodava e poi non fece che sparlare contro di lei. Perché? Perché anche se scomoda, madre Mectilde non smise mai di dire la verità a chi andava da lei per un consiglio, un parere, un scambio di vedute. Ebbe il coraggio di ammonire i peccatori.
Dopo tanti dispetti e delusioni, in madre Mectilde non vennero mai meno la fede, la speranza e la carità. Al contrario, più fu rovinata nella mente degli altri, più attingeva forza da queste virtù vissute al limite. Lei, che dovette fronteggiare detrattori e traditori, quanta forza ebbe per sostenere tante disgrazie, contraddizioni, sospetti![40] Infatti conosceva bene le persone accanite contro di lei, persone delle quali si fidava; per questo ebbe a soffrire di più. Perdonava chi la calunniava. Perdonava, offriva e soffriva in silenzio per la salvezza sua e per la salvezza loro, traendone anche gioia interiore.
Così alla Madre Priora di Toul, in seguito all’ennesima delusione, confidava nel 1679: “Mi trovai in una grandissima gioia interiore nel vedermi ingannata dalle creature”[41].
Dunque non solo madre Mectilde soffriva, ma ringraziava e continuava a fidarsi di Dio. Quanti avrebbero gettato la spugna al suo posto! Lei no. Si fidava di Dio, pronta a ridare fiducia a chi l’aveva appena tradita e schernita. Ne faceva un trampolino, un mezzo di crescita spirituale sul proprio cammino.
Madre Mectilde, specchio della bontà di Dio
L’ultimo punto saliente fu la bontà e la compassione de madre Mectilde. Ne parlano da una parte i testi legislativi quali le Costituzioni sulla Regola del 1675, e dall’altra parte il grande libro della sua stessa vita.
Nelle Costituzioni del 1675, madre Mectilde esprime il suo pensiero circa i poveri nei capitoli che trattano degli infermi, degli ospiti e della tavola dell’abate, ambiti tutti che richiedono la particolare sollecitudine dell’abate e del cellerario.
La bontà di madre Mectilde per i poveri apparve chiaramente in alcuni capitoli delle Costituzioni sulla Regola. Al capitolo 31 della RB, Quale debba essere il Cellerario del monastero, si legge che la Celleraria cioè la monaca impegnata nel gestire quotidianamente i beni materiali:
“amerà pure i poveri e li soccorrerà secondo le disposizioni della Madre Priora, nutrendo sempre per loro grande tenerezza e compassione”.
Nel Capitolo 36, Dei fratelli infermi, madre Mectilde dà alcune disposizioni da attuare dopo la morte di una monaca, a favore dei poveri:
“Si ponga una croce a refettorio al posto della defunta e per trenta giorni, mattino e sera, le si preparino i pasti, come se essa fosse ancora in vita; quindi tutto sarà distribuito ai poveri esattamente secondo la sua intenzione”.
Al Capitolo 53, Come devono essere accolti gli ospiti, madre Mectilde dà indicazioni precisi da rispettare verso i poveri che sono la care di Cristo cioè “ci rappresentano al vivo la persona di nostro Signore Gesù Cristo”:
“Ai poveri che sono le vere membra di Gesù Cristo si faccia ogni giorno l’elemosina, secondo i mezzi del monastero. La Madre Priora abbia cura che siano trattati benevolmente, con parole piene di dolcezza e di compassione per le loro sofferenze, senza usare mai nei loro confronti parole di disprezzo, tanto più che essi ci rappresentano al vivo la persona di nostro Signore Gesù Cristo”.
Infine al Capitolo 56, Della mensa dell’abate, madre Mectilde dà norme circa il modo di servire la Madonna abbadessa:
“La sua immagine sarà posta nel luogo più eminente del refettorio e ai suoi piedi ci sarà una tavola su cui tutti i giorni colei che presiede al refettorio le servirà devotamente ed umilmente a pranzo ed a cena una minestra, una libbra di pane, mezza misura di vino, tre porzioni, con frutta. Dopo il refettorio tutto sarà fedelmente distribuito ai poveri secondo le disposizioni della Madre Priora”.
È ovvio che quanto è delineato da madre Mectilde nelle Costituzioni sulla Regola riflette un atteggiamento già messo in atto prima che esse fossero stilate. Soccorrere i poveri fa parte della sua indole, perché lei stessa nei primi anni di vita religiosa insieme alle sue compagne di sventura, fu profuga e povera. Fame e precarietà furono poi il suo pane quotidiano a Saint-Mihiel. Conobbe sulla propria pelle ciò che significa patire la fame e il freddo.
Più che i testi sono dunque i fatti che rivelano maggiormente il volto compassionevole di madre Mectilde. Per questo lasciamo la parola a chi l’ha conosciuta bene, cioè a madre Monique des Anges de Beauvais, che fu la sua segretaria. Nel racconto della fondazione del monastero di Rouen della quale fece parte, madre Monique des Anges riporta la grande carità di madre Mectilde verso i poveri. Madre Monique des Anges la dipinge così:
“è così prodiga e così piena di compassione per i poveri; quindi molti si trovarono presenti [al suo arrivo a Rouen] e le chiedevano l’elemosina. Gettava loro monete a manciate, perché è sua consuetudine quando si reca in viaggio di aver sempre una borsetta piena di monete per distribuirle loro”[42].
Madre Monique des Anges, la cui narrazione era indirizzata alle monache di rue Cassette continua così:
“sapete del suo cuore buono e grande e non dovete stupirvene”[43].
La bontà di madre Mectilde affiora anche quando scrive nel 1660 a madre Augustin Genest circa una giovane senza vocazione religiosa:
“È meglio essere povera e salvarsi, che essere brava e graziosa e dannarsi. Tuttavia se potessi procurarle alcune piccole cose per maritarla, dato che non ha affatto vocazione, lo farei di tutto cuore”[44].
Da quest’ultimo punto ravvisiamo in madre Mectilde questa preziosa qualità di equilibrio tra austerità per sé e compassione per gli altri. Madre Mectilde ebbe compassione di Gesù, disprezzato nella Santa Eucaristia, come ebbe compassione dei poveri bisognosi che incontrò sul suo cammino. La parola “compassione” che troviamo sia nei testi sopra citati, sia nella testimonianza sopra riportata è la caratteristica del suo operato e della sua risposta nel fare germogliare nella Chiesa un ramo eucaristico sul grande albero benedettino.
Conclusione
Ha detto Paolo VI: “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”[45]. Ci piace dunque guardare a madre Mectilde quale maestra e testimone che indica la santità come misura alta della vita cristiana nel quotidiano.
Madre Mectilde offre alla Chiesa entrambi i modelli di testimone e maestra spirituale per oggi. Per oggi? Ma diremmo, madre Mectilde è vissuta nell’600, quattro secoli fa!!! Il suo è un linguaggio difficile da accogliere, da incarnare, da aggiornare. Nel nostro tempo, in cui la parola misericordia è la chiave di comprensione del dato della fede, madre Mectilde de Bar con l’immagine della giustizia di Dio, della riparazione, della vittima non può che essere fuori strada.
È bello riconoscerlo: madre Mectilde fu una donna del suo tempo, ma è un testimone e una maestra spirituale anche per oggi. Il suo messaggio attraversa tutti i secoli e vale anche per oggi. Sì, per oggi, perché ciò che manca terribilmente al mondo di oggi sono veri testimoni e maestri di vita spirituale, cioè persone capaci di fare scelte concrete e di aiutare altri a fare scelte concrete per il Regno di Dio.
Per questo è la sua persona, più che i testi a parlare per lei e di lei, a dare l’immagine giusta del suo operare. Il servizio dell’autorità più grande di madre Mectilde nei confronti di chi l’ha avvicinata è stato soprattutto di fornire una direzione spirituale, aprire l’anima a Dio, creare una capacità per Dio nell’anima, mettere in relazione costante ed attuale con Dio. E proprio questo, madre Mectilde l’ha fatto in modo impressionante non solo di volta in volta, ma durante tutta la vita.
Per riprendere i termini della Vultum Dei quaerere, madre Mectilde “fu in profonda comunione con la Chiesa, per diventare in essa prolungamento vivo del mistero di Maria vergine, sposa e madre, che accoglie e custodisce la Parola per restituirla al mondo, contribuendo a far nascere e crescere Cristo nel cuore degli uomini assetati, anche se spesso inconsapevolmente, di Colui che è «via, verità e vita»”[46].
Tramite il servizio dell’autorità madre Mectilde, con il suo continuo commentare la Sacra Scrittura, vivere il vangelo e incarnare la propria regola di vita, fu come una “scala” attraverso la quale Dio scende per incontrare l’uomo e l’uomo sale per incontrare Dio e contemplare il suo volto nel volto di Cristo [47].
Questo servizio dell’autorità fu perciò per madre Mectilde de Bar il personale cammino di santità nel quotidiano.
[1] Vedi Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, Rouen 1973, p. 295-296 e n. 2199, Lettera alla Reverenda Madre Priora di Toul, in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Lettres inédites, Rouen 1976 (d’ora in poi LI), p. 355.
[2] Costituzione apostolica, Vultum Dei quaerere, sulla vita contemplativa femminile, n. 1.
[3] Cfr. Catherine Mectilde de Bar, Lettere di un’amicizia spirituale (1651-1662). Madre Mectilde de Bar a Maria di Châteauvieux, ed. Ancora, Milano 1999, (d’ora in poi LA), pp. 71-95; n 1240, Capitolo nell’ultimo giorno dell’anno, in Catherine Mectilde de Bar, L’anno liturgico, ed. Glossa, Milano 1997 (d’ora in poi AL/1), p. 108.
[4] Vultum Dei quaerere, n. 12.
[5] Vultum Dei quaerere, n. 19 e 20.
[6] Vultum Dei quaerere, n. 21.
[7] N. 415, Colloqui del 8 novembre 1694 in Madre Mechtilde del SS. Sacramento, Colloqui familiari, Alatri 1987 (pro manuscripto) (d’ora in poi CF), p. 41.
[8] N. 175, Conferenza sull’Immacolata Concezione della Santissima Vergine, 15 dicembre 1794 in AL/1, p. 373.
[9] La Véritable dévotion envers la sainte Vierge établie et défendue par le R. P. Jean Crasset, de la compagnie de Jésus, à Paris, chez François Muguet, rue de la Harpe, 1679.
[10] Cf. Sermons des Vêtures, Professions religieuses et Oraisons funèbres prêchés par Monsieur Jacques Biroat, Docteur en théologie, Prieur de Beussan de l’Ordre de Cluny, conseiller et Prédicateur du roi, à Paris, chez Edme Couterot, rue Saint-Jacques au bon Pasteur, 1671, Premier Sermon pour la Vêture religieuse, pp. 1-13.
[11] N. 611, Alla Madre de Saint Placide in Joseph Daoust, Il Messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, 1614-1698, Ghiffa, 1981, (d’ora in poi ME) p. 95.
[12] Sermons sur les Mystères de la Vierge prêchés par Monsieur Jacques Biroat, Docteur en théologie, Prieur de Beussan de l’Ordre de Cluny, conseiller et Prédicateur du roi, à Paris, chez Edme Couterot, rue Saint-Jacques au bon Pasteur, 1669, p. 290.
[13] Cf. N. 2103, Alla Madre Marie de Saint François de Paule Charbonnier, dicembre 1688, in LI, p. 351.
[14] Vedi Rivista Deus absconditus, anno 98, n. 4, Ottobre-Dicembre 2007, pp. 5-23, Catherine Mectilde de Bar: alle fonti di un insegnamento monastico inserito nel dinamismo spirituale del suo tempo. Cf. anche Sant’Agostino n. 2654 e n. 1987 in CF pp. 39 e 62; San Bernardo, n. 188 in AL/1, p. 276; Geltrude, n. 1963 in CF, p. 67-68; Teresa d’Avila, n. 2017 in Catherine Mectilde de Bar, Chapitres et Conférences, Bayeux, 1985, (d’ora in poi CC) 262/1 e n. 2038 in CC 265/1; Caterina da Genova, n. 503 in AL/1 p. 76.
[15] N. 3140, Conferenza per la festa del S.S. Sacramento in ME p. 167.
[16] N. 3140, Conferenza per la festa del S.S. Sacramento in ME p. 167.
[17] Cf. N. 1542, Lettera alla Comunità di Toul, in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Lettres Inédites, Rouen, 1976, p. 341. Vedi Œuvres de Saint François de Sales, Tome V, Vol. 2, Traité de l’amour de Dieu, livre 9, chap. 15, Imprimerie J. Niérat Annecy 1894, p. 81; n. 859, Lettera a una religiosa ammalata di rue Cassette in Catherine de Bar, Fondation de Rouen, Bénédictines du Saint-Sacrement, Rouen 1977, (d’ora in poi FR) p. 263.
[18] Cf. N. 2471, L’orazione in semplicità di spirito secondo i sentimenti di Monsignore di Ginevra in LA p. 169.
[19] Vedi Jean Eudes: n. 195 in LA, p. 75, nota 8; n. 2408, p. 78, nota 12; n. 1653, p. 79, nota 27; n. 275, p. 94, nota 52; Jeanne di Chantal, n. 2471, p. 169; Charles de Condren, n. 636, p. 187, nota 200 e Il segreto di Mectilde de Bar, Il Vero Spirito delle Religiose Adoratrici del Santissimo Sacramento [1684-1689], Introduzione, traduzione e note a cura di Annamaria Valli, Glossa Milano 2009, p. 74; Francesco di Sales, n. 859 in FR p. 263; Vincent de Paul, n. 498 in CF, p. 46; Charles De Condren, n. 503 in AL/1 p. 74.
[20] N. 2930, Lettera alla Madre de Saint Placide in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Á l’Écoute de saint Benoît, Rouen 1979, (d’ora in poi EB) p. 132; n. 1305, Lettera alla Madre Bernardine de la Conception Gromaire, giugno 1665, in LI p. 240.
[21] N. 1245, Alla contessa di Rochefort, in EB, p. 132.
[22] N. 2685, Lettera alla duchessa d’Orléans, in LI, p. 37.
[23] N. 3134, Lettera ad una religiosa di Montmartre, 29 novembre 1668, in LI, p. 303.
[24] N. 148, Lettera alla Reverenda Madre Augustin Genest, a Épinal, in LI, p. 387.
[25] Vultum Dei quaerere, n. 9.
[26] Vultum Dei quaerere, n. 9.
[27] N. 2121, 21 settembre 1687, in CF, p. 12.
[28] N. 547, 29 maggio 1695, in CF, pp. 64-65.
[29] N. 2573, in AL/1 p. 62.
[30] N. 2029 in Il Vero Spirito, o. c., cap. 3, pp. 35-36.
[31] Vultum Dei quaerere, n. 1.
[32] Yves Poutet, Catherine de Bar (1614-1698) Mère Mectilde du Saint Sacrement, Parole et Silence, Paris 2013, p.681.
[33] N. 223, Lettera alla Madre Françoise de Sainte Thérèse du Tiercent, Priora di Rouen, in FR, p. 271.
[34] N. 1251, Lettera alla Comunità di Rouen, 14 settembre 1679 in FR, p. 204. Cfr anche n. 1127, Lettera alla Madre Bernardine de la Conception Gromaire, Priora, 25 febbraio 1683 in LI, p. 347 e n. 1220 in LI, p. 350.
[35] N. 2338, Conferenza: la vigilia dei Magi dell’anno 1694 sulla vocazione di adoratrice, in AL/1, p. 130.
[36] N. 188, Conferenza per la festa della SS. Trinità dell’anno 1683, in CC 117/4.
[37] N. 2338, Conferenza in AL/1, pp. 130-131.
[38] N. 513, Conferenza per il giorno della Dedicazione – sull’amore al SS. Sacramento (CC 183/1).
[39] N. 1735, Lettera alla Madre Marie de Saint François de Paule Charbonnier, 17 aprile 1693 in FR, p. 331.
[40] Cfr. N. 1311, Lettera alla Madre Priora di Toul, 1680 circa in LI, p. 340.
[41] N. 1311, Lettera alla Madre Priora di Toul, Pentecoste 1679 in LI p. 339. Cf anche n. 2779, Alla Madre Marie de Saint François de Paule Charbonnier, 26 luglio 1607 in LI, p. 371.
[42] FR p. 30.
[43] FR p. 56.
[44] N. 148, Lettera alla Reverenda Madre Augustin Genest in LI, p. 386.
[45] Paolo VI, Evangelii Nuntiandi, n. 67.
[46] Cfr. Vultum Dei quaerere, n. 37.
[47] Cfr. Vultum Dei quaerere, n. 37.