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Deus absconditus, anno 103, n. 3, Luglio-Settembre 2012, pp. 24-41

Suor Marie-Cécile Minin osb ap
Il segreto della fecondità spirituale
di madre Mectilde

Alla fine della sua vita terrena, madre Mectilde de Bar ha lasciato un’opera che contava dieci monasteri di Benedettine dell’adorazione perpetua, cioè oltre duecento religiose e alcune associazioni di laici impegnati nell’adorazione e la riparazione eucaristica: In tutta questa splendida opera, madre Mectilde de Bar ebbe come unico scopo la pura gloria di Dio.

Con le sue lettere e l’insegnamento spirituale, madre Mectilde si è rivelata prima come cristiana, poi come discepola, monaca, maestra di vita, donna salda nel chiostro, forte in tutte le epoche. Dotata di una grande capacità di discernimento, sapeva valutare persone e situazioni; possedeva grande maturità umana e spirituale, rettitudine di mente e una notevole forza interiore. Tutto questo perché viveva di fede.

Nei documenti ufficiali, firmava aggiungendo «Superiora della Congregazione per commissione», intendendo così manifestare, come superiora, il riferimento a Cristo di cui l’abate fa le veci, come richiede Benedetto al capitolo 2 della Regola (Christi enim agere vices in monasterium creditur); e più particolarmente esplicitare il riferimento alla Vergine Maria secondo il desiderio espresso nel 1654. Il suo magistero, lungi dall’essere caratterizzato dall’indipendenza di vedute, fu invece sempre umile, perché la Madre non intendeva mai mettersi in mostra. Quando parlava della propria esperienza spirituale, lo faceva spesso in terza persona.

Non le stava a cuore tanto il numero di monasteri, quanto piuttosto che si vivesse la totalità del carisma. Già nel 1668, per assicurare la continuità dell’adorazione perpetua, così scriveva nelle Costituzioni per la guida del Regime della Congregazione delle Figlie Benedettine del Santissimo Sacramento:

«Tutti saranno persuasi che la fortuna della Congregazione non consiste nell’ampiezza, né nella moltitudine dei monasteri, ma nella puntuale e fedele osservanza della disciplina regolare, la quale si tiene e si mantiene molto di più e più facilmente in un numero ridotto di monasteri»[1].

Madre Mectilde ebbe sempre la coscienza viva di tramandare un insegnamento ricevuto e del quale si faceva “canale”, umile strumento per la comunità. Era animata soprattutto dallo Spirito Santo, che conferiva alla sua dottrina un “sapore” del tutto particolare. Non ci si stancava mai di ascoltarla né di leggere le sue lettere. Sapeva trasmettere la vita, quella vera, che non finisce.

La ricchezza del suo insegnamento è legata a una grande cultura religiosa e a una buona apertura di mente, sempre radicata nella fedeltà al magistero ecclesiale. La comunità lorenese di professione di madre Mectilde, Nostra Signora della Concezione di Rambervillers, seguiva la riforma di Padre Didier de la Cour, caratterizzata da tre punti: il ritorno alla Regola pura, la degna celebrazione dell’Ufficiatura divina e la cura particolare della lectio divina. Formatasi nel solco di questo monaco benedettino riformatore e fondatore della Congregazione lorenese di Saint-Vanne e Hydulphe, madre Mectilde sapeva dove e cosa attingere per arricchire sempre più il cuore con la meditazione e la lettura sia del nuovo, sia dell’antico.

Oltre alla Sacra Scrittura, che cita abbondantemente soprattutto nelle lettere di direzione spirituale, madre Mectilde attingeva ai Padri e ai dottori della Chiesa, antichi e moderni, a cui univa le vite dei Padri del Deserto, quelle dei santi, le opere ascetiche, i grandi classici della vita spirituale,  autori meno conosciuti e numerosi altri che furono la fonte nascosta da cui attingeva per infiorare il suo insegnamento di esempi concreti, vivi, affascinanti.

Madre Mectilde esprimeva così al femminile una capacità innata di governare e di insegnare in vista della santificazione. Manifestò in modo stupendo il dono della Parola, sapendo porsi in ascolto di san Benedetto. La sua autorità fu davvero al servizio della comunione fraterna.

Il dono della Parola

Dotata di una grande facilità comunicativa e padrona del pensiero, sia quando scriveva sia quando parlava, madre Mectilde aveva il dono della parola, la capacità di trasmettere le basi della sua vita. Cercò di attualizzare per la sua epoca il dato rivelato, ponendolo alla portata del suo uditorio. Seppe rendere viva la Parola nell’oggi della sua vita. Perciò fu in grado di accogliere la spiritualità del suo tempo, tenendosi informata su ciò che poteva aiutare a promuovere la fede e la vita monastica, attingendo, per quanto poteva, alle fonti più autentiche.

Attraverso la lettura e i commenti della Parola, comunicava la sua esperienza personale di Dio. Il suo stile di lectio divina era la lettura liturgica che le permetteva di aderire a un Dio vivo e personale, oggetto della sua oblazione definitiva, facendo così del Breviario una via privilegiata del contatto quotidiano e personale con la Sacra Scrittura, in un secolo in cui l’accesso alle Scritture non era abituale né tra i laici, né in monastero.

Il suo modo di procedere era tutto eucaristico. Ciò che aveva ricevuto, lo trasmetteva; ma lungi dal far passare semplici parole o una cultura vana, veicolava una persona: Gesù Cristo.

Quando commentava il Vangelo, madre Mectilde condivideva la sua esperienza spirituale e religiosa, insieme al suo entusiasmo. Portava il Vangelo non sul, ma nel cuore. Così, a proposito del Vangelo della domenica di Sessagesima, scriveva a una religiosa intorno alle due o alle tre del mattino, dopo l’ufficiatura di Mattutino: 

«Uscendo da Mattutino, mi è venuta l’ispirazione di dirvi una parolina sul Vangelo di oggi, che trovo propriamente incantevole»[2].

Quando commentava la Sacra Scrittura, madre Mectilde si proponeva come fine ultime di esporre i misteri di Dio, di spiegarli e di trarre conclusioni pratiche per la vita quotidiana, orientando tutta l’esistenza umana verso la contemplazione cristiana. In lei, il dato della fede era una realtà accolta e accettata, che si attuava come esperienza di Dio e si manifestava attraverso una trasformazione interiore, una conversione, un orientamento verso il Bene supremo, cioè Dio.

Le sue conferenze si radicavano nella Sacra Scrittura assaporata mediante la liturgia. Madre Mectilde incarnava dunque un tipo di itinerario spirituale che andava dalla liturgia alla lectio divina; la liturgia era il luogo che le consentiva di comunicare al mistero di Dio, di incontrarlo.

L’esperienza della lectio divina era per lei sorgente di grande fecondità spirituale. Alla pari dei monaci del medioevo che furono maestri di orazione, in madre Mectilde non c’era nessuna opposizione tra preghiera liturgica e preghiera personale, perché si nutriva di entrambe attraverso i testi biblici accolti nella liturgia, favorendo in tal modo un clima propizio alla vita di orazione e all’unificazione interiore.

Nelle conferenze, madre Mectilde percorreva le diverse tappe della vita di Cristo, celebrava le glorie della Madre di Dio, si innalzava alla contemplazione delle gioie dell’unione sponsale, descriveva il processo che conduceva all’amore disinteressato di Dio, al puro amore, proponendo l’esempio dei santi.

Esortava la sua comunità a vivere «per ducatum Evangelii», sotto la guida del Vangelo, per riprendere i termini di san Benedetto nel Prologo della sua Regola. Quante volte ha meditato queste parole: «Procediamo sulle sue vie, sotto la guida del Vangelo, per meritare di vedere Colui che ci ha chiamati al suo regno!»

Sapeva stimolare, incoraggiare, risvegliare, suscitare interesse, far nascere, crescere e portare a maturità il cammino spirituale. Ne abbiamo un esempio in una conferenza per la quarta domenica dopo Pasqua. Come faceva spesso, madre Mectilde interrogava le monache:

«Qualcuna ha qualcosa da chiederci? Una monaca pose la domanda: “Cosa significa la Lettera di oggi: “Accogliete con dolcezza la parola seminata in voi?”. Madre Mectilde le rispose: “O Sorella mia, mi dà un’idea ricca e una materia tutta santa e divina per parlare!” “Accogliete con dolcezza la parola seminata in voi”. Quanto mistero in queste parole! Accogliete Cristo seminato, o per meglio dire, innestato. Avete mai visto un innesto? Con il bel tempo, ci disponevamo andremmo attorno a quell’alberello, e consideravamo le meraviglie della natura, la quale fa sì che l’innesto inserito in quella pianta selvatica, le fa perdere ciò che si muti in un albero carico di buoni frutti, grazie all’inserimento di quel piccolo innesto»[3].

La Sacra Scrittura alimentava la vita interiore di madre Mectilde dando l’impressione che nella sua anima avvenisse un’autentica generazione del Verbo. Si apriva perciò davanti agli occhi dell’anima «il libro dell’esperienza» nel quale poteva leggere e scoprire il senso vero della vita.

Nel mese di ottobre 1662, anno importante per il suo itinerario spirituale, madre Mectilde, commentando il Vangelo del granellino di senape, disegnò il quadro della vita nuova in Cristo Gesù:

 «Trovo diversi vangeli dove Gesù Cristo Nostro Signore parla della similitudine del Regno dei Cieli. Dice in uno, che il Regno dei cieli è simile a un uomo che ha gettato il granellino nel suo campo. Chi è quest’uomo? Che cosa è questo granellino? E che cosa è quel campo? Quest’uomo è Dio, il Padre, il quale ha gettato questo seme nella terra, cioè il suo unico Figlio. Lo ha seminato nel campo della sua Chiesa»[4].

E concludeva così la sua conferenza:

«Ecco, sorelle mie, una piccola spiegazione di queste similitudini, che ci mostrano bene l’unione che dobbiamo avere con Gesù Cristo, veramente il Regno del Padre, il quale, come un divino aratore lo getta nel campo delle nostre anime allo scopo di produrre un frutto degno della sua maestà»[5].

Madre Mectilde fu una di quelle donne che, nell’ascolto silenzioso della Parola di Dio e alla scuola dei Padri della Chiesa, seppero fare sintesi tra azione e contemplazione.

Fu capace di tradurre con immagini della vita di tutti i giorni alcuni passi del Vangelo, come in questa conferenza per la sesta domenica di Pasqua, sempre sul vangelo del granellino di senape, sempre a proposito del Signore Nostro Gesù Cristo che il Padre di famiglia «ha seminato sulla terra come un granellino di senape. […] Il granellino di senape non ha virtù e forza se non è pestato nel mortaio»[6].

La Madre ebbe sempre una coscienza alta e viva del compito affidatole al momento della sua elezione come Priora della comunità. Sia nell’insegnamento, sia nel governo della comunità, cercava di infondere nell’anima delle sue figlie il fermento della grazia, sapendo bene che non doveva insegnare, né stabilire, né ordinare niente che non fosse in conformità con il precetto del Signore (RB).

Impregnata dalla lettura di san Paolo, fece suo ciò che l’apostolo scriveva agli abitanti di Corinto: «Sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo» (1Cor, 4, 15).

Sì, di madre Mectilde, si può dire che generò la sua comunità monastica per la via del Vangelo, seminando la Parola non soltanto nella vita delle monache, ma anche dei laici che le avevano affidato la guida del loro cammino spirituale, come Margherita d’Orléans, Maria di Châteauvieux e tutte coloro che solo Dio conosce. Quante persone sono state generate da lei alla vita nuova nel Cristo Gesù!

Nel commentare instancabilmente il Vangelo delle domeniche, delle feste e delle solennità, infondendo mediante la Parola, lo Spirito Santo nell’anima delle monache, madre Mectilde rendeva possibile anche la nascita di nuove vocazioni. Fu davvero portatrice della Parola alle sue discepole, perché divenissero Gesù Cristo.

«Quando è stato fatto l’innesto, – commentava – non si va subito a strappare l’innesto, ma lo si lascia crescere nell’albero affinché dopo, diventi un albero robusto che porta frutto buono, come ho già detto. Facciamo lo stesso, non impediamo che Gesù Cristo produca in noi un albero, ma un albero robusto, e che non si veda in noi null’altro che Gesù Cristo»[7].

Madre Mectilde appartiene alla scia dei maestri della vita spirituale perché la Parola di Dio – commentata e trasmessa per essere vissuta – che ha seminato nelle anime, è stata un fermento, un lievito capace di far crescere la vita delle sue comunità.

Un’autorità all’ascolto di san Benedetto

Madre Mectilde de Bar aveva un dono innato per l’autorità. Fin dal suo primo priorato a Caen, seppe conquistare i cuori e rimettere una comunità monastica decadente sul cammino della fedeltà alla regola professata. Concepiva l’incarico di Priora come un servizio verso la comunità, svolto nel nome di Dio. «Imparate da me che sono mite e umile di cuore» aveva sentito nel fondo dell’anima il giorno del suo arrivo al monastero di Caen nel 1646.

Possedeva un senso di responsabilità che la faceva mettere in prima fila, come avvenne durante l’esodo del 1635 o al momento dell’incontro con i lupi nel 1640. Non temeva di pagare di persona.

In seno alla sua Congregazione, ebbe a cuore di difendere il carisma fondante che non poteva essere negoziato senza detrimento dei valori essenziali dell’Istituto. Non esercitò mai un potere assoluto sulle sue consorelle; ma quando gli avvenimenti lo esigevano, come ad esempio al momento della fondazione del monastero di Varsavia, seppe mostrarsi decisa.

La sua forza interiore risiedeva in un’intensa vita di preghiera e nella totale sottomissione ai disegni della divina Provvidenza.

«La principale delle nostre applicazioni nell’orazione deve essere di tenerci dinanzi alla grandezza e maestà suprema di Dio nel Santissimo Sacramento, con un profondo rispetto, con una fiducia e un abbandono totale, con una sottomissione e semplice assenso a tutte le disposizioni della provvidenza divina, ciascuna secondo la propria misura di grazia»[8].

Nelle esortazioni sulla santa Regola, madre Mectilde si soffermava sugli aspetti essenziali, sulle questioni vitali. Come monaca cresciuta nella vita cristiana e nella vocazione religiosa, aiutava le consorelle a crescere nella carità, nella pace, nella fedeltà, nello sforzo continuo e sostenuto di ogni giorno, mirando alla perfezione dello stato religioso. Nessuna violenza in lei, nessuna debolezza. Non aveva nulla di autoritario, per questo godeva di grande autorità morale e spirituale in grado di conquistare cuori e menti.

La Madre non compose alcun commento sistematico, capitolo per capitolo, della regola benedettina. Furono gli eventi di ogni giorno a dettare le sue scelte.

Nei suoi primi anni di vita monastica aveva avvertito parecchie volte la chiamata alla vita eremitica, che considerava lo stato di vita più perfetto. Superando ogni volta la tentazione, si era radicata sempre più nella via cenobitica con una grande fedeltà alla vita comunitaria e a tutte le osservanze della vita religiosa. Perciò, quando parlava della vita comunitaria, non esitava a ricordare il primo capitolo della Regola:

«Il nostro glorioso Patriarca san Benedetto – sottolineava – ha stabilito, nel primo capitolo della sua Regola, lo stato più perfetto di vita, che è quello di coloro che osservano una medesima regola di vita in comunità; egli lo chiama fortissimo, sicurissimo, perché è garantito da ogni pericolo, al riparo dell’obbedienza e dell’aiuto vicendevole di tante persone che aspirano allo stesso fine»[9].

Il fatto di essere stata chiamata a una vita conventuale e non eremitica portava a uno stile di vita particolare che richiamava con realismo:

«La nostra santa Regola – diceva – non vuole che diventiamo la croce del nostro fratello, ma che siamo premurose a vicenda; cerchiamo di sopportarci il più possibile, perché non siamo eremite, ma cenobite»[10].

Madre Mectilde si soffermava anche molto sulla coerenza di vita in rapporto ai voti professati. Ribadiva perciò:

«Lo stato di un’anima religiosa il giorno della sua professione è uno stato di morte. L’anno di probazione è stato una prova o preparazione a questa morte, mistica ma reale e vera, se l’anima si dispone a ricevere la grazia che Dio le conferisce. […] Una volta pronunciati i voti, essi vi fanno morire: a tutti i vostri sensi con quello di castità; a tutte le creature, con quello di povertà; a voi stessa con quello di obbedienza; con questa professione siete divenuta un altro Cristo. […] Siate fedele alla Regola e alle Costituzioni, ciò vi santificherà; separatevi da tutto ciò che può turbare la quuiete dell’anima; unitevi a tutta la comunità per amore di Gesù Cristo come ai membri del suo corpo mistico di cui fate parte»[11].

Dall’ambito generale si spostava al particolare, considerando questa o quella virtù secondo le circostanze. Così, a proposito della virtù dell’obbedienza, non ha mezze misure:

«Non vedo niente di più necessario a un’anima che l’obbedienza, dopo aver ben considerato ciò che è scritto di Gesù Cristo, che è stato obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Non si parla tanto delle altre sue virtù come della sua obbedienza: obbedienza fino alla morte di croce. Perciò è fino a questo punto il nostro glorioso Padre la mette nella sua santa Regola, giacché la porta fino alle cose impossibili»[12].

Madre Mectilde ebbe sempre una predilezione per la povertà religiosa vivendo in modo poverissimo sin dall’inizio della sua vita religiosa. Ecco come commentava il passo della Regola sulla povertà:

«Avete capito bene ciò che dice la santa Regola? Siete state attente alla lettura che è stata appena fatta a proposito della povertà e sullo spogliamento che richiede? È qualcosa lasciare i beni, le ricchezze e le comodità per rinchiudersi nel chiostro e non usarli più. […] È quasi niente lasciare molti beni se non si lascia la propria libertà. La si lascia da una parte, ma la si riserva datante altre parti»[13].

Altra virtù sulla quale madre Mectilde insisteva molto era il silenzio. Diceva:

«Il nostro glorioso Padre san Benedetto ci fa ben conoscere che il silenzio è assolutamente necessario per mantenere la disciplina regolare e che, nei monasteri ove non sarà esattamente osservato, non si avrà mai nessuna solidità spirituale; e l’esperienza ci fa ben constatare che non bisogna cercare il vero spirito di pietà e di orazione in una comunità dove manca il raccoglimento»[14].

Madre Mectilde vigilava non solo sul silenzio esteriore, ma anche su quello interiore:

 «Bisogna – esortava – imparare a tacere all’interno e all’esterno. Il silenzio è così necessario che, senza di esso, la grazia non avrebbe possibilità di operare in un’anima. Cessate dunque di parlare, imparate a tacere e udrete la voce divina che vi darà una gioia inconcepibile»[15],

perché

«il silenzio interiore e esteriore è un grandissimo segreto e un mezzo eccellente per raggiungere l’unione con Gesù»[16].

Vivere sempre nella concordia e nella carità fraterna è il frutto della lotta spirituale. Perciò madre Mectilde si impegnava a coltivare sempre più la carità e l’unione:

«Sorelle mie, comprendete bene l’importanza di vivere in pace, unione e carità tra voi: “Alter alterius onera portate et sic adimplebitis legem Christi”, dice san Paolo. Sopportatevi a vicenda nella carità di Gesù Cristo»[17].

E altrove, facendo di tutto per mantenere l’unione nella comunità:

«Amatevi a vicenda, ciascuna contribuisca da parte sua a mantenere nella comunità la pace e l’unione; poiché non formate che un solo corpo, così non ci sia tra voi che un solo cuore e un’anima sola: non vi sia altri a regnare che il cuore di Gesù. […] Prendete sempre tutto positivamente e, piuttosto che condannare, scusate»[18].

Richiamava ciascuna a rimettersi dinanzi al Signore nella verità e ad agire di conseguenza: 

«Quando vorreste dire qualcosa sul vostro prossimo, riflettete se vorreste che si dicesse così di voi: questa pratica vi farà sicuramente trattenere»[19].

Esortava a fuggire la critica, la maldicenza, i discorsi vani e vuoti:

«Non dite mai nulla delle vostre sorelle che le possa anche solo un poco alterare. È una virtù delicata la carità: spesso basta solo una parola per ferirla»[20].

Infine, quale figlia di san Benedetto, madre Mectilde si sforzò a coltivare la pace, inserendola nel mistero pasquale:

«Vedete un po’, sorelle mie, se avete partecipato alla grazia della Risurrezione: quello che stimo più vantaggioso di tale grazia è la pace che egli dà agli apostoli. Gli evangelisti sottolineano che gliela donò tre volte; questo c’insegna che egli ci vuole in pace con Dio, in pace col prossimo, in pace con noi stesse»[21].

Madre Mectilde viveva all’ascolto della Parola di Dio, seguendo in questo la linea tracciata da san Benedetto nella Regola. Questa capacità di rimanere all’ascolto della Parola delle sue consorelle le permise di stimolarle al bene e alla coerenza nella vita e nella fede.

Una maternità spirituale al servizio della comunione

Madre Mectilde mirava alla costruzione spirituale della Congregazione e di ciascuno dei monasteri che la componevano. Sapeva di essere al servizio della comunione fraterna; assicurò dunque un insegnamento orale assiduo e una corrispondenza abbondante, che le permise di mantenere e sviluppare il proprio carisma. Seppe fortificare, consolare, raddrizzare, consolidare, dare speranza.

Il 3 maggio 1671 scriveva queste parole a una religiosa di Toul:

«Non bisogna guardare se fate questo o quello, se state sorvegliando una porta o se siete in cella, ma se lo fate per Lui e in Lui. E poiché lo portiamo in noi, lo troviamo dappertutto. Guardate tutto in lui, fate tutto per lui e godrete un perfetto riposo. Morite dunque a voi stessa, alle vostre idee, ai vostri sensi esteriori e interiori. Morite ai lumi, ai gusti, alle dolcezze, alle vostre potenze; siate completamente spoglia di voi stessa. Mi sembra che spesso, pur volendo cose buone, vogliamo Dio e la sua gloria, ma stiamo ricercando noi stesse. Vedete, siete ben occupata di Dio, niente sembra costare in dato momento, non si vuole che lui; ma appena egli si è ritirato e viene la tentazione, cambiamo la disposizione»[22].

Riguardo all’umiltà, che aveva assunto come norma abituale, poteva scrivere a suor Marie de Jésus Chopinel:

«L’umiltà non consiste nell’avere pensieri umili, ma nel sostenere il peso della verità, che è l’abisso della nostra estrema miseria, quando piace a Dio di farcela sentire»[23].

Aiutava ciascuna a scoprire il proprio sentiero segreto e a seguirlo:

«Voi sapete – diceva – che vi sono molte mansioni nella casa del nostro Padre celeste. Non tutte le anime camminano per una medesima via, ancorché tutte seguono Nostro Signore. Le grazie sono molto differenti, e tuttavia tutte tendono a formare Gesù Cristo nelle anime e a farle vivere del suo Spirito»[24].

Madre Mectilde cercava così di consolidare l’unione, la buona osservanza e una vera carità nei monasteri. Il 9 gennaio 1672, così scriveva alla comunità di Toul:

«Prego Nostro Signore Gesù Cristo e la sua santissima Madre di colmarvi in questo inizio d’anno, mie carissime figliole, con tutte le benedizioni che vi desidero, e che riempia i vostri cuori di un ardentissimo desiderio di appartenere totalmente a Dio senza riserva. […] Tre cose sono necessarie per soddisfare bene quest’obbligo: 1) la purezza di coscienza; 2) il raccoglimento interiore; 3) un profondo abbassamento. Suppongo la prima già stabilita nei vostri cuori, poiché voi preferireste la morte al peccato. La seconda la praticate con facilità; ma la terza è raramente vissuta con fedeltà. Niente è più opposto dell’umiltà al nostro fondo cattivo»»[25].

Madre Mectilde manteneva contatti epistolari con tutte, sia che fossero priore, monache di coro o suore converse; Rispondeva per quanto possibile alle lettere ricevute. Seppe così far nascere, crescere e sviluppare le possibilità di ciascuna in vista del bene comune. Prese il tempo necessario per formare con cura, senza che le interessate se ne accorgessero, future responsabili delle fondazioni, avendo così la possibilità di inviare, quanto era necessario, una Priora o una formatrice  o  consorelle in grado di trasmettere a loro volta ciò che avevano ricevuto, donne capaci di assumere una responsabilità con tutte le sue conseguenze.

Dotata di cuore materno e comprensivo, madre Mectilde sapeva fortificare la fede vacillante di una nuova Priora appena eletta alla quale non esitava a scrivere il 17 luglio 1675:

«Lodato sia in eterno il Santissimo Sacramento dell’altare! Nostro Signore le dice, carissima Madre, le parole del santo Vangelo: “Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi ristorerò”. Certo, solo lui può sollevare il peso della vostra prostrazione: la trovo tanto grande che, ho compassione del vostro dolore, umanamente parlando, ma guardo i disegni di Dio, adoro il suo modo di agire che trovo santo e a cui lei deve, Madre mia carissima, una totale sottomissione. Comprendo bene le ragioni che ha di lamentarsi, ma le direi che ha nientemeno che la forza e la virtù di Gesù Cristo per sostenersi. Riceva l’elezione da parte Sua; non consideri nulla umanamente, per dimorare in colui che la fa agire in nome suo e che vuole animarla del suo Spirito. So bene che in questa occasione lei ha fatto ciò che si doveva, che è di essersi annientata nei sensi, nella ragione e nella considerazione stessa di tutti i suoi interessi o della sua indegnità. Rimetta tutto in Dio, se non l’ha già fatto, per tenersi nascosta e immersa in lui, sapendo per fede certa, che Gesù Cristo vuole svolgere in lei la funzione di Priora e la sua santissima Madre, sua preziosa Abbadessa, vuole guidarla in questo incarico. Deve solo abbandonarsi con totale fiducia al Figlio e alla Madre. Entrambi faranno meraviglie in lei; non perda tempo a riflettere inutilmente. Cammini, Dio lo vuole, prenda la sua croce, segua il suo Sposo. Vuole seguire il mio consiglio? Non guardi più a se stessa, non cerchi mai in sé ciò che deve trovare solo in Gesù Cristo; si separi incessantemente da sé per abbandonarsi tutta a lui. Non conosco altro segreto che questo per portare con pazienza e come si deve la carica la più crocifiggente del mondo e, aggiungo, la più ripugnante per le anime consapevoli del suo peso. Se vuole sperimentare quest’umile pratica, vedrà che ne riceverà grazie singolari e sarà fortificata interiormente. Desidererei esserle vicina, mia carissima Madre, per esprimerle più cordialmente i miei piccoli pensieri»[26].

Dotata di grande rettitudine, madre Mectilde svolgeva il suo dovere con coraggio e nella verità. Sentiva profondamente l’importanza di preparare le consorelle a varcare la soglia dell’eternità. Scriveva a una monaca di Rambervillers il 21 novembre 1671:

«Sento, figlia mia tanto cara, con grandissimo dolore, che il vostro male aumenta in modo tale che, senza un miracolo, non si può sperare la vostra guarigione. Non posso esprimere il dolore che provo e con quale desiderio chiedo a Nostro Signore che vi dia la grazia che vorrei per me. […] Guardatevi bene, figlia mia carissima, dal turbare la vostra anima con inutili riflessioni. Tenetela continuamente unita al suo bene supremo. Più avanzate verso il cielo, e più dovete rallegrarvi di tornare a Dio come a un Padre. Questa vita è un paese straniero; viviamo in esso in un esilio molto doloroso, ma la morte ci fa la grazia di terminare la corsa e ci introduce nella casa del nostro Padre celeste, ove la sua misericordia vi attende per ricolmarvi di benedizioni eterne, meritate dal Figlio suo col proprio sangue. Coraggio, mia carissima figlia, andate con un’amorosa fiducia tra le braccia del vostro divin Salvatore, e ricordatevi di una miserabile peccatrice quando sarete in quel beato riposo»[27].

Non si trattava in lei di insensibilità in nome di una falsa idea della virtù, quanto piuttosto di un’accettazione della realtà: non solo della finitezza umana, ma anche del disegno di amore di Dio sull’umanità.

Perciò scriveva a madre Dorotea il 6 febbraio 1674:

«Lodato il Santissimo Sacramento dell’Altare in eterno! Ho saputo con dolore, carissima Madre, il disagio che le è sopravvenuto. Vorrei essere presso di lei per darle tutta la consolazione di cui Dio mi renderebbe capace e per accudirla. Lei sa in che modo il Signore ha messo i nostri cuori in lui, e le promesse che lei mi ha fatto nella sua santa volontà. La prego, carissima Madre, di ricordarselo, se Egli la chiama in cielo. Le assicuro che faremo dire parecchie messe, e offriremo tutte le preghiere e i meriti dell’Istituto per farle godere presto della beata eternità. Se a Lui piace chiamarla prima della mia morte, le sarò sempre fedele amica. Tuttavia, sarei contenta se Dio volesse ristabilirla in salute e di poter avere la consolazione di rivederla, come desideravo, una volta ristabilita la pace. Faccia dunque in modo, carissima Madre mia, di rimettersi in salute. Per questo tralasci - l’obbedienza glielo comanda - di recitare il Breviario: non ne è in grado. Dio non le chiede altro che il sacrificio di una pura e semplice obbedienza. È in questo spirito che una vera figlia del Santissimo Sacramento e una buona benedettina deve vivere e morire. Gesù Cristo è morto in questa disposizione. È così, carissima Madre, che lei deve consumare la sua vita: l’ultimo dei suoi atti sia un atto di obbedienza. Ne sarà molto consolata, perché l’anima obbediente non può mai perire. Con questo stato d’animo prenda tutti i sollievi che la reverenda Madre Vice Priora le farà dare, senza nessuno scrupolo. Glielo ordiniamo, carissima Madre, con il potere che Dio e l’autorità che Monsignor Vescovo di Toul mi ha dato su di lei e sulla sua casa. Viva e muoia nella sottomissione e creda che le voglio teneramente bene. Non mi dimentichi dinanzi a Nostro Signore. Me lo ha promesso: aspetto da lei questo segno della sua fedeltà e del suo affetto. Le parlo con dolore, toccata come sono dal suo male e nel vedere che la povera casa si distrugge con la morte di coloro che avevano più zelo per mantenerla nella santità che Dio vuole da questa casa»[28].

Nei rapporti con i familiari, madre Mectilde manteneva le stesse prospettive soprannaturali. Dopo il decesso della sorella e del cognato, dando notizie di sua nipote, scriveva il 28 giugno 1664 a madre Benoîte:

«Ho cercato di offrirgli meglio che ho potuto la perdita subita di mio cognato e di mia sorella. Li considero molto felici se sono usciti da questo mondo nella sua grazia. In verità, niente è da rimpiangere se non la perdita di Dio, e se egli ha fatto loro misericordia, è un favore troppo grande: dobbiamo infinitamente ringraziarlo. La vita del mondo è troppo opposta a Dio per avere il minimo rimpianto nel lasciarla; felice l’anima che ritorna al suo Dio e che si trova liberata da questa dolorosa servitù. So che, sia l’uno che l’altra, questi due poveri defunti hanno sofferto molto nella vita, e che anche la loro morte è stata accompagnata dal dolore. Prego Nostro Signore che santifichi le loro sofferenze con la dignità delle sue e che siano loro utili per la vita eterna»[29].

Di fronte a questo doloroso evento, madre Mectilde scriveva a sua nipote il 30 luglio 1664 una lettera piena di sapienza:

«Ho ricevuto la sua cara lettera del 20 scorso, nella quale mi manifesta il dolore  della perdita […] Creda, carissima figlia, che se ha perso sulla terra un buon padre e una buona madre, ne avrà di migliori in Cielo. Gesù e la sua Santissima Madre non vi abbandoneranno mai. La scongiuro di avere totale fiducia e di voler fare un santo uso di tanti dolori che soffre incessantemente. Elevi spesso il cuore al cielo dicendo fra sè: “Coraggio, anima mia, non abbiamo che un breve tempo da vivere per soffrire e manifestare a Dio il nostro amore e avremo un’eternità di riposo e di delizie”. Pensi di tanto in tanto alla morte e faccia in modo da tenersi libera dalle cose della terra; soprattutto non ami i beni né la vanità. Tutto perisce: infelice l’anima che pone il suo cuore nelle cose della terra. Ami Dio, carissima figlia, faccia in modo di aver riguardo per la sua salvezza eterna. Ecco il grande e principale affare. Sarebbe una cosa gradita a Nostro Signore lasciar cadere tanti problemi che distolgono da Dio per pensare con serietà alla morte. La vita è più breve di quanto non si creda»[30].

Un’altra virtù coltivata da madre Mectilde per il bene di tutti era lo humour. La sua grande libertà interiore si traduceva in un acuto senso dell’umorismo che emergeva durante le conferenze, e le consentiva di far accettare il lato ascetico della vita monastica.

Così, all’inizio di una conferenza dove commentava il Vangelo della vedova di Naïm, madre Mectilde rivolge alle monache queste parole inaspettate:

«Sorelle mie, poiché la Provvidenza ci riunisce qui, vi invito tutte a una cerimonia funebre»[31].

Certi suoi affondi erano originali, come nel caso di quella religiosa:

«È molto più facile uscire da Dio che ritornare a Dio. Per ritornare a Dio il primo passo è uscire da se stessi ed è il più difficile, perché se non si sta attente, alla minima occasione si ritorna subito in se stesse e talvolta, nel rientrare, si chiude anche la porta per non uscire più dal proprio io»[32].

Le sue considerazioni erano incisive:

«Stupisce il fatto di essere tanto ricolme di Dio, e di pensarci tanto poco!»[33].

E a proposito della perseveranza nei buoni propositi, era quasi pungente:

«Vi sono molte anime che incominciano con fervore e di buon cuore, ma non se ne vede quasi nessuna che perseveri e giunga al culmine della vera felicità»[34].

Nel cammino ascetico, madre Mectilde dava prova di realismo:

«Molti sanno sacrificarsi a parole, ma molto pochi si sacrificano con i fatti e con la sofferenza. Nessuno vuol portare la croce: la si adora da lontano, ma non la si abbraccia. Molti la cercano, ma pochissimi la amano: alcuni la avvicinano, ma quasi nessuno vi si attacca»[35].

Riguardo alla vita spirituale, tracciava un quadro spietato dell’illusione in cui alcuni si compiacevano:

«Molti cultori della vita spirituale pensano di essere del tutto annientati quando si ritrovano come vuoti e senza attività delle loro potenze interiori e pensano che, al momento in cui si distolgono da questo stato, escono dal loro annientamento. Ma in questo s’ingannano e si trovano in un grande accecamento perché, sotto il pretesto della passività, di fatto sono più oziosi che mortificati e annientati»[36].

Se a volte madre Mectilde ironizzava a proposito di una situazione, era unicamente perché preoccupata del bene e del meglio e in vista del progresso spirituale delle monache.

Così si coniugavano in lei gli elementi essenziali di un’esperienza monastica segnata da un forte cristocentrismo, da una fedeltà alla celebrazione liturgica in quanto laus perennis (Ufficiatura divina e adorazione perpetua), e infine da una vita sponsale basata sull’incontro personale con Cristo, segreto di ogni perseveranza e fonte di vera felicità.

Sembra quasi che madre Mectilde abbia avuto poco da lottare, che il suo temperamento fosse mite e umile. Non è affatto così. Tutta la sua vita fu segnata dalla lotta spirituale. Da giovane religiosa, aveva la parola pronta e la replica incisiva. Il rimedio che escogitò fu quello di tenere un sasso in bocca. Così vinse il difetto. Molto reattiva e assai sensibile al punto d’onore, chiese al Signore di essere liberata da questi due difetti. Nella Pentecoste del 1634, fu esaudita: «le furono date in cambio la dolcezza e la moderazione che divennero quasi come una sua seconda natura»[37]. Quasi, dunque non del tutto. Fin dalla giovinezza si mise al lavoro, perché i difetti, lo sappiamo bene, si sradicano meglio quando sono agli inizi. Ma dovette lottare sino alla fine e lo fece con confidenza e abbandono.

Seppe essere Superiora e madre spirituale, unendo fermezza e bontà, umorismo e amore della verità, manifestando umiltà e grandezza d’animo. In lei si coniugavano la forza della Superiora e la tenerezza della madre, la prudenza dell’educatrice e il coraggio della fondatrice, una fiducia illimitata nella divina Provvidenza e un’organizzazione equilibrata della vita comunitaria.

Madre Mectilde fu però, soprattutto, una donna di fede. Sapeva in chi aveva posto la propria fiducia. In questo sta il segreto della sua straordinaria fecondità spirituale


 

[1] Ms N 245, p. 94  [tr. it. P. 107-108].

[2] N. 86, Scritto sul Vangelo della domenica di Sessagesima, in CC, p. 64/1 [tr. it. CCI, p. 325].

[3] N. 2602, Conferenza per la IV domenica dopo Pasqua, 26 aprile, in CC, p. 99/1.

[4] N. 1556, Conferenza sul Vangelo del granello di senape, ottobre 1662, in CC, p. 131/1.

[5] N. 1556, Conferenza sul Vangelo del granello di senape, ottobre 1662, in CC, p. 131/1.

[6] N. 2037, Conferenza sul Vangelo del granello di senape, VI Domenica di Pasqua, in CC, p. 132/1 [tr. it. CCI, p. 430].

[7] N. 2602, Conferenza per la IV domenica dopo Pasqua, 26 aprile, in CC, p. 99/2.

[8] DH, p. 122.

[9] N. 2277, Massime, in EB, p. 43 [tr. it. AD, p. 67].

[10] N. 456, Lettera a una religiosa via Cassette, in EB, p. 172 [tr. it. AD, p. 255].

[11] N. 2097, Lettera a una novizia dell’Istituto, in EB, p. 151[tr. it. AD, p. 227].

[12] N. 1218, Conferenza sull’obbedienza e altri punti di perfezione, in EB, p. 67 [tr. it. AD, p. 100-101].

[13] N. 53, Sul capitolo 33 della santa Regola, in EB, p. 150-151.

[14] N. 2278, Conferenza, in EB, p. 75 [tr. it. AD, p. 115].

[15] N. 2567, Diversità spirituali , in EB, p. 76 [tr. it. AD, p. 118].

[16] N. 2998, Scritto in EB, p. 76 [tr. it. AD, p. 118].

[17] N. 1240, Capitolo di Pace l’ultimo giorno dell’anno, 1672 in EB, p. 172 [tr. it. AD, p. 256].

[18] N. 950, Conferenza sulla rinnovazione dei voti, 1694, in EB, p. 174 [tr. it. AD, p. 260].

[19] N. 2383, Colloquio dell’ultimo giorno dell’anno, in EB, p. 171 [tr. it. AD, p. 254].

[20] N. 2641, Capitolo del 2° venerdì di Avvento, 1663, in EB, p. 171 [tr. it. AD, p. 254].

[21] N. 3167, Capitolo del venerdì di Pasqua 1664 , in EB, p. 179 [tr. it. AD, p. 267].

[22] N. 482, Lettera a una religiosa di Toul, 3 maggio 1671, in LI, p. 310.

[23] N. 1700, Lettera a madre Maria di Gesù Chopinel, in EB, p. 93 [tr. it. AD, p. 142].

[24] N. 923, Scritto, in SC, p. 30 [tr. it. SCI, p. 30-31].

[25] N. 1316, Lettera alla comunità di Toul, il 9 dell’anno 1672, in LI, p. 312-313 [tr. it. NDT, p. 136].

[26] N. 2299, Lettera a una religiosa eletta Priora nel monastero di Rambervillers, 17 luglio 1675, in LI, p. 325.

[27] N. 862, Lettera a una religiosa malata, Madre Maria Mechtilde del SS.Sacramento Philippe, 21 novembre 1671, in LI, p.  311 [tr. it. NDT, pp. 134-135].

[28] N. 856, Lettera alla Rev.da Madre Dorotea Heurelle, 6 febbraio 1674, in LI, p. 322.

[29] N. 193, Lettera alla Rev.da Madre Benedetta della Passione de Brême, 28 giugno 1664, in LI, p. 207 [tr. it. NDT  p. 83].

[30] Lettera alla nipote Françoise Lhuillier, 30 luglio 1664 in LI, pp. 209-210.

[31] N. 2541, Conferenza sul Vangelo della vedova di Naïm, XV domenica dopo Pentecoste, 1664, in CC. p. 126/1 [tr. it. CCI, p .422].

[32] N. 477, Capitolo a tre postulanti converse, 19 ottobre 1696, in CC, p. 239/1 [tr. it. CCI, p. 128].

[33] N. 2038, Conferenza sul regno di Dio in noi, in CC, p. 265/2 [tr. it. CCI, p. 216].

[34] N. 1645, Scritto, in CC, p. 122/1 [tr. it. CCI,  p. 91].

[35] N. 1645, Scritto, in CC, p. 222/2 [tr. it. CCI, p. 92].

[36] N. 1694, Sull’annientamento, in CC, p. 254/1 [tr. it. CCI, p. 184].

[37] IS p. 16 [tr. it. CA, p. 39].