Home    Temi    Eucaristia   Autori

           139

Deus absconditus, anno 113, n. 2, Aprile Giugno 2022, pp. 26-32

Sr. Maria Speranza Marrocco osb ap *
 

Madre Mectilde de Bar: l’Eucarestia vissuta
Elementi di una spiritualità Eucaristica-Monastica
(continuazione n.4 e ultima parte)

 

[

3.3. Gesù nel Sacramento è obbediente, in silenzio e amante della solitudine

In questo paragrafo ci proponiamo di accostare tre ‘stati’ collegati e com­plementari tra loro. A seguito di un’attenta disamina abbiamo scelto questi ‘stati’ poiché descrivono mirabilmente le peculiarità di Gesù nell’Eucarestia e al contempo ritraggono le virtù che costituiscono l’essenza del monaco e della vita monastica: obbedienza, silenzio, solitudine.

Il primo ‘stato’ che trattiamo, il ventitreesimo, si riferisce a Gesù obbe­diente nel Sacramento. Il testo recita: «l’anima che è in rapporto e dà gloria a questo stato di Gesù deve restare sottomessa a Dio in tutte le circostanze della vita, anche nelle più dolorose e più dure da sopportare, obbedendo senza ripensamenti e senza entrare nella valutazione della persona che impartisce l’ordine»[1]. Segue un esempio dell’obbedienza di Gesù, quella riferita ai sa­cerdoti, che in qualsiasi stato si trovino e per qualsiasi fine si consacrino, Gesù obbedisce e si sottomette alla loro parola, testimoniando l’esempio di un’ob­bedienza perfetta. Ne consegue che la virtù da praticare sia un’obbedienza cieca[2].

L’altro ‘stato’ da approfondire fa riferimento al silenzio di Gesù nel Sacramento: «l’anima che è in rapporto e dà gloria a questo stato di Gesù deve custodire un profondo silenzio con gli altri e con sé stessa, non profanando la sua lingua con le leggerezze frutto della vanità e dell’amor proprio, dal mo­mento che ha l’onore di ricevere Gesù nel suo divin sacramento; […] talvolta nel suo interno, deve stare in silenzio davanti a Dio, mantenendosi in un umile rispetto che la rende attenta alle parole di vita che egli pronuncia in lei». Virtù da praticare: silenzio perfetto[3].

Infine, l’ultimo ‘stato’ fa riferimento a Gesù nel Sacramento amante della solitudine (n. 20): «l’anima che è in rapporto e dà gloria alla solitudine di Gesù in questo mistero deve, per relazione a lui, allontanarsi dalla frequen­tazione altrui, fuggire ogni occasione di distrazione […] e da tutto ciò che può distogliere l’anima dall’amata solitudine in cui deve continuamente stare con Dio». La virtù da praticare è «l’estrema solitudine»[4].

 

Nell’analisi seguiremo lo stesso ordine con cui abbiamo presentato questi ‘stati’, quindi partiremo dall’obbedienza, virtù costitutiva della vita mona­stica. Madre Mectilde de Bar esortava le sue figlie, nutrendo la convinzione che mai si sia perso un vero obbediente, ad ammirare il Cristo la cui vita è stata tutta un’obbedienza fino alla morte. Ricordava alle monache che l’obbe­dienza è la virtù più necessaria, racchiude tutte le virtù e tutta la perfezione, è la virtù più gradita a Dio e il più grande sacrificio che noi possiamo offrirgli[5]. Essa, liberando l’anima da legami e attaccamenti, permette l’unione con Dio[6], favorisce lo spirito di abbandono e di umiltà. Umiltà e obbedienza sono intimamente legate, alla base di ogni atteggiamento vi deve essere l’umiltà, cioè la vera conoscenza di sé stessi, poiché: «se fossimo veramente umili, saremmo perfettamente obbedienti»[7]. La Madre sosteneva che tutta la Re­gola benedettina, e la vita monastica tout court, possono e devono essere com­prese e racchiuse nell’obbedienza. Ella giunge ad asserire che se una monaca benedettina vivesse integralmente e fedelmente la Regola: «avrebbe tutte le qualità di un’ostia ed entrerebbe in rapporti meravigliosi con Gesù nella di­vina Eucarestia»[8].

Per san Benedetto l’obbedienza costituisce l’essenza del monaco, essa contiene e presuppone anche gli altri voti monastici. Questi esorta all’obbe­dienza sin dal Prologo: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro; apri l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri le esortazioni del padre, che ti ama, e mettile efficacemente in pratica. Così con la fatica dell’obbedienza ritor­nerai a Dio, dal quale ti sei allontanato con la pigrizia della disobbedienza»[9]. E altrove afferma che: «il primo gradino dell’umiltà è l’obbedienza senza indugio […] propria di quelli che hanno caro Cristo più di ogni altra cosa[10] - a cui si aggiunge -, questa obbedienza sarà gradita a Dio» quando sarà «senza esitazione, ritardo, […] mormorazione o contestazione», ma tutto si compia per amore di Dio, sicuri del suo aiuto, infatti «l’obbedienza che si presta agli uomini è resa a Dio»[11]. Per san Bernardo di Chiaravalle (1091-1153): «non c’è obbedienza nell’inferno» e per san Francesco di Sales (1567-1622): «si può essere santi senza contemplazione, mai però senza obbedienza»[12].

I Padri della Chiesa consideravano l’obbedienza come la migliore manifestazione dell’umiltà, giacché: «senza abnegazione è impossibile un vero cammino di conversione e l’acquisizione delle virtù, poiché la propria volontà è il muro di bronzo che divide l’uomo da Dio»[13]. Talvolta l’obbe­dienza veniva preferita anche all’ascesi, «un monaco che prega e digiuna ma non obbedisce non ha alcuna virtù e ignora cosa sia la vita monastica»[14], l’obbedienza, che nasce dall’umiltà e cresce con lei, è la «madre di tutte le virtù, la radice di tutti i beni»[15]. L’obbedienza consiste nell’offrire la propria volontà come olocausto, unito all’obbedienza di Cristo. L’obbedienza è difficile da osservare, perché bisognerebbe essere tra le mani di Dio come argilla che si lascia modellare senza resistenze[16].

 

Per quanto concerne la disamina del secondo ‘stato’ ci soffermiamo, ora, sul silenzio di Gesù. Mectilde de Bar afferma che l’eloquente silenzio di Gesù ammanta tutto l’arco della sua vita, dall’Incarnazione agli anni della vita nascosta a Nazaret, nella vita pubblica, nella Passione e questo silenzio si perpetua nell’Eucarestia dove il Verbo eterno tace[17]. Poiché la nostra vita dev’essere un prolungamento di quella di Gesù bisogna imparare a tacere come Lui, oltre che ad operare e a parlare come Lui: Dio tace e noi parliamo continuamente. Madre de Bar esorta ad amare e a conservare il silenzio. Esso purifica l’anima, la rende maggiormente capace di stare alla presenza di Dio, facilita il raccoglimento e la preghiera, evita di commettere peccati, dispone a ricevere i doni divini e dispone all’ascolto. Bisogna desiderare ardentemente il silenzio, lasciarsi istruire e ammaestrare nelle sue vie[18].

Similmente san Benedetto richiama all’importanza del silenzio, bisogna dedicarsi sempre al silenzio, comanda di «non amare le chiacchiere» e «non dire parole inutili o sciocche»[19], raccomanda di vegliare sulla propria con­dotta e sulla propria lingua per evitare discorsi cattivi e la troppa loquacità, poiché «nel molto parlare non manca la colpa» (Pr 10,19) e «morte e vita sono in potere della lingua» (Pr 18,21), ed ancora «parlare e insegnare spetta al maestro; tacere e ascoltare invece tocca al discepolo»[20].

Silenzio e solitudine sono due attributi complementari che si completano vicendevolmente. Sono i due elementi centrali della vita monastica, sono un’esigenza imprescindibile per ogni fedele alla ricerca della presenza di Dio nella propria vita. Nel silenzio e nella solitudine si viene messi a nudo, ven­gono a cadere le false maschere che si indossano, gli orpelli, e tutto ciò che è accessorio, resterà solo l’essenziale. Alla scuola del silenzio e della solitudine s’impara ad attribuire il giusto posto e il valore delle azioni e delle cose, s’im­para l’ascolto profondo per conoscerci intimamente, si conoscono le fragilità, si accetta sé stessi e gli altri accogliendoli per come si presentano. Il ‘deserto’, creato anche dal silenzio e della solitudine, è un luogo ambivalente perché, se da una parte è la sede privilegiata per incontrare Dio, è anche uno spazio per le tentazioni, l’aridità e il silenzio di Dio, ma lascia il posto nell’uomo per la sua conversione e lo spogliamento. Solitudine, silenzio e preghiera sono reci­procamente legati. Infatti, la solitudine, accompagna il silenzio e favorisce l’ascesi, l’umiltà, il distacco, la carità, la pacificazione del cuore, l’unione con Dio, lo spirito di preghiera e di compunzione. La ricerca e l’unione con Dio sono favorite massimamente dal silenzio e dalla “fuga dal mondo”, Dio si rivolse ad Abba Arsenio comandandogli: «fuggi gli uomini, rimani […] nella tua cella, piangi i tuoi peccati, non perderti in chiacchiere e sarai salvo»[21].

Tuttavia, lungi dal tentare di estraniarsi dagli uomini e dal cosmo, si può scoprire Dio nella carità facendosi prossimo di tutti, attraverso l’intercessione divina, poiché Dio stesso si fa intermediario con gli uomini.

Il monaco è un instancabile cercatore di Dio, un lottatore impegnato nella battaglia più difficile, quella con sé stesso nella continua conversione[22].

Il silenzio e la solitudine possono essere di diverse tipologie, come emer­ge dalla replica di Dio ad Abba Arsenio. Essa contiene preziose istruzioni su come ottenere la salvezza. Dio disse ad Arsenio: «fuggi, taci, resta nella quiete»[23]. Il fuggire gli uomini consiste nel coltivare sia una solitudine materiale, che può rappresentare la cosiddetta fuga mundi degli eremiti, che il permanere stabile nella quiete (hesychìa), cioè il rimanere tranquilli nella solitudine del cuore[24].

Silenzio e solitudine non prescindono mai dalla carità, infatti, quanto più uno «è unito al suo prossimo tanto più è unito a Dio», perché avvicinandosi a Dio si ci avvicina agli altri[25]. Per Evagrio Pontico (345-399): «il monaco è colui che separato da tutti è unito a tutti», separato ma non estraneo, unito a tutti perché unito a Dio[26]. Con la professione monastica, uniti all’offerta del Verbo e cercando di riprodurre le virtù proprie di Gesù-Ostia, si diventa una piccola ostia di adorazione, di riparazione e di intercessione.

Conclusione

 

Siamo giunti alla conclusione di quello che all’inizio abbiamo definito un viaggio alla scoperta di una spiritualità e di un’esperienza di vita, con la consapevolezza che questo lavoro non ha esaurito l’analisi, data l’ampiezza dell’argomento, cercheremo di rispondere alla domanda inziale: la spiritualità monastica-eucaristica proposta da Mectilde de Bar ha ancora qualcosa da dire al mondo contemporaneo? E se fosse così, come sarebbe possibile ricompren­derla per proporla nel nostro quotidiano?

 

Evidentemente siamo in un’epoca ben diversa sia da quella della de Bar (XVII sec.) e ancor di più da quella di san Benedetto (VI sec.), eppure con uno sguardo più attento possiamo cogliere ciò che ci è comune. Benedetto e Mectilde de Bar sono vissuti in epoche caratterizzate da forti cambiamenti storici e socio-culturali, ma entrambi contribuirono al cambiamento di para­digma.

Mentre veniva meno ogni sicurezza con la caduta dell’Impero romano, Benedetto diede vita a una nuova cultura che, tramite i suoi figli, porrà le basi per il futuro dell’Europa, basti pensare al ruolo dei monasteri nella conser­vazione delle opere artistiche e al lavoro degli amanuensi in ambito letterario.

Mectilde de Bar contribuì al rinnovamento della vita religiosa, in un’epoca in cui i Protestanti negavano la presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, promosse con tutte le sue forze il culto eucaristico manifestando un ideale di vita fondato sulla tradizione monastica benedettina e sulla centralità dell’Eu­carestia per il singolo e per la Chiesa.

«Nella diversità dei carismi e nella santità dei fondatori» appare la perenne fecondità dello Spirito, poiché «ogni carisma nasce nella Chiesa e per la Chiesa»[27], e ciò è un aiuto a crescere nella fede per tutto il Corpo Mistico. «I fondatori, guidati dallo Spirito […] sono condotti a comprendere in profondità un particolare aspetto del mistero di Cristo», lo penetrano, cercano di incarnarlo nella propria vita per trasmetterlo agli altri[28].

San Benedetto e Madre Mectilde de Bar con le loro testimonianze di vita e gli scritti ispirarono ed accompagnarono schiere di monaci, monache e laici, all’incontro con Dio indicandoci una strada per la santità. Entrambi si fecero promotori delle esigenze della vita cristiana vissuta in pienezza e incorag­giarono a viverne pienamente la radicalità.

Nel nostro tempo, in cui sembra anche essersi perso il senso del peccato, Madre Mectilde de Bar ci invita alla riparazione, mentre le nostre vite sono ricche di beni e attività appaganti, ma povere di tempo, ci propone l’adorazione silenziosa, la solitudine e il ritorno all’essenziale. Tutto questo non riguarda solo monaci e monache, infatti, la Madre intende la vita monastica essenzialmente come vita cristiana vissuta in pienezza; essa ha origine con il Battesimo, il quale segna la nostra irrevocabile appartenenza a Dio. Al Bat­tesimo è ancorata tutta la vita cristiana, la chiamata alla santità e la vita spi­rituale (come impegno a vivere il proprio Battesimo), la Madre considerava la professione religiosa un «secondo Battesimo».

Dobbiamo diventare adoratori di Dio in spirito e verità (Gv 4,23-24), l’adorazione attuale - come la chiamava la Madre - consisteva nel vivere «tut­te le nostre azioni in spirito di adorazione, come continuazione della S. Messa quotidiana»[29], uniti a Cristo in questo spirito di offerta, tutta la nostra vita diventa adorazione che coinvolge e racchiude tutto, diventa ‘Eucaristia’, e tutto ciò che siamo e che facciamo diventa una laus perennis, una perpetua liturgia di lode, di ringraziamento.

Alla luce di ciò comprendiamo come tutti siamo chiamati a realizzare la nostra conformazione a Cristo, come ricorda il Concilio Vaticano II (LG 39-42). L’ascesa alla santità è ardua, implica necessariamente la croce e la morte (a noi stessi, al peccato) ma non è impossibile o irrealizzabile. Consapevoli che Dio opera meraviglie, continuiamo a rispondere con amore e perseve­ranza il nostro «Amen!» alla Sua volontà, aggiungendo con gioia l’«Alleluia» pasquale finché un giorno anche noi potremo cantare in cielo con Maria il nostro Magnificat.


 

[1] C.M. de Bar, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici per­petue del SS. Sacramento, a cura di A. Valli, Milano, Glossa, 2009, pp. 176-177.

[2] Cfr. Ibidem, p. 177.

[3] Ibidem, p. 168.

[4] Ibidem, p. 175.

[5] Cfr. C.M. de Bar, Capitoli e conferenze, Alatri, Ed. Tofani, 1998, pp. 63-65, 68, 75.

[6] Ibidem, p. 65.

[7] Ibidem, p. 74.

[8] C.M. DE BAR, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento, cit., p. 187.

[9] Cfr. RB, Prologo, in Benedetto (san), Regola, Traduzione italiana in lingua corrente, a cura dei Benedettini di Noci, Bari, La Scala, 2011, p. 9.

[10] RB, V, cit., p. 31.

[11] RB, V, cit., pp. 31-32.

[12] C.M. de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Milano, Jaca Book, 1982, p. 103.

[13] G.M. Colombás, Apophthegmata, Poemen, in Il monachesimo delle origini. Spiritualità, vol. 2, Milano, Jaca Book, 2017, pp. 269- 270.

[14] 14,7 Rc, III, 219, in L. Leloir, Deserto e comunione. I Padri del deserto e il loro messaggio oggi, Torino, Gribaudi, 1982, p. 193.

[15] Martiriano, Libro della perfezione, cap. 11, in Ibidem, p. 193.

[16] Ibidem, p. 189. Cfr. C.M. de Bar, Capitoli e conferenze, cit., p. 19.

[17] Cfr. C.M. de Bar, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, cit., p. 121.

[18] Cfr. C.M. de Bar, Lettere di un’amicizia spirituale. Madre Mectilde de Bar a Maria di Châteauvieux, Milano, Àncora, 1999, pp. 231-233.

[19] Cfr. RB, IV, cit., pp. 28-29.

[20] Cfr. RB, VI, cit. pp. 34-35.

[21] De perfectione religiosa, Alph. Macario, 41, in I. Hausherr, Solitudine e vita contem­plativa secondo l’Esicasmo, Brescia, Queriniana, 1978, p. 54.

[22] Cfr. L. Leloir, Deserto e comunione. I Padri del deserto e il loro messaggio oggi, cit., pp. 74-75.

[23] Alph. Arsenio, 1-2, cit., pp. 31, 40.

[24] Cfr. Ibidem, pp. 31, 40.

[25] Ibidem, p. 37.

[26] Cfr. Ibidem, p. 36.

[27] Benedettine di Ghiffa, 383, ma non li dimostra, in Deus absconditus, 3 (1997), pp. 4-5.

[28] Ibidem, pp. 4-5.

[29] Ibidem, pp. 8-10.