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Deus absconditus, anno 113, n. 1, Gennaio-Marzo 2022, pp. 10-18
Sr. Maria Speranza Marrocco osb ap *
Madre Mectilde de Bar: l’Eucarestia vissuta
Elementi di una spiritualità Eucaristica-Monastica
(continuazione n.3)
Il Concilio di Trento fu l'occasione per chiarire e definire questioni teologiche, i suoi pronunciamenti concernevano soprattutto sull'Eucarestia. La dottrina eucaristica tridentina può essere sintetizzata in cinque punti fondamentali: l'affermazione della presenza reale e totale di Cristo nell'Eucarestia (corpo, sangue, anima e divinità), la «transustanziazione» con cui scompare la sostanza del pane e del vino, il «rapporto della presenza reale con la consacrazione» in forza della quale avviene la «transustanziazione» e l'Eucarestia considerata come memoriale della morte del Signore, nonché venne ribadito il «carattere sacrificale» dell'Eucarestia[1].
Dopo il Concilio di Trento non mancarono dei documenti magisteriali riguardanti l'Eucarestia. Ci riferiamo soprattutto all'Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis di Benedetto XVI (2007), alla lettera enciclica Ecclesia de Eucharistia di Giovanni Paolo II (2003), ai documenti del Concilio Vaticano II e al Catechismo della Chiesa Cattolica.
Riportiamo alcune definizioni, l'Eucarestia è il "compendio e la somma della nostra fede" (CCC 1327), il "sacramento per eccellenza", la fonte, il centro e il vertice della vita ecclesiale[2], l'Eucaristia è "principio causale della Chiesa"[3]. Vi è una circolarità che lega Eucaristia e Chiesa[4], l'una non potrebbe sussistere senza l'altra: la Chiesa vive dell'Eucarestia e non sussisterebbe senza di essa[5], e l'Eucarestia necessita della Chiesa per perpetuare il mistero pasquale[6].
L'Eucarestia è il "sacramento d'amore", il "vincolo di carità" (SC 47), segno e causa dell'unità della Chiesa (cfr. SC 47; LG 3), della sua universalità (LG 13), della sua vitalità (LG 26; UR 15), cuore pulsante che continuamente nutre e rinnova le membra della Chiesa. L'Eucarestia è un tesoro di inestimabile valore, un dono unico scaturito dal sovrabbondante amore di Dio, è ciò che di più prezioso la Chiesa possiede[7].
Gesù nell'Eucaristia non dà solo una parte di sé, bensì dona tutto sé stesso, l'Eucaristia ci immerge "nell'atto oblativo di Cristo", in cui veniamo inseriti e partecipiamo alla dinamica della sua offerta oblativa[8].
La Messa si può definire come "l'ostensione memoriale del Calvario" che attualizza e rende presente l'unico sacrificio di Cristo (e i suoi effetti), non solo il mistero della Passione e della morte, ma anche quello della Risurrezione, dove il sacrificio ha il suo coronamento[9].
"Ogni volta che il sacrificio della croce […] viene celebrato sull'altare, si rinnova l'opera della nostra redenzione", e con il sacramento dell'Eucarestia "viene rappresentata ed effettuata l'unità dei fedeli", che formano un unico corpo in Cristo (cfr. 1Cor 10,17), "tutti […] sono chiamati a questa unione con Cristo" (LG 3).
"Tutti i sacramenti, […] tutti i ministeri ecclesiastici e le opere di apostolato, sono strettamente uniti" e ordinati all'Eucaristia, in essa "è racchiuso tutto il bene spirituale della Chiesa, cioè lo stesso Cristo" (CCC 1324).
L'Eucarestia è all'origine di ogni forma di santità che in essa si innesta e ha il suo centro vitale[10]. L'Eucarestia è mistero da credere, da celebrare e soprattutto mistero da vivere. È nell'Eucarestia che appare il legame inscindibile tra fede e vita sacramentale[11].
L'istituzione dell'Eucarestia rivela come la morte violenta e paradossale di Cristo sia in realtà un supremo atto d'amore[12], realizzazione della Redenzione, mezzo di riconciliazione, pegno di vita eterna e fonte di ogni bene. L'Eucarestia è il luogo dove conosciamo in modo pieno l'amore di Dio per gli uomini, e tramite il Sacrificio eucaristico viviamo la comunione con Dio, per questo motivo dinanzi all'immenso dono dell'Eucaristia l'unica risposta possibile è l'adorazione[13].
In questo paragrafo approfondiremo il rapporto e il dinamismo che intercorre tra l'Eucarestia e la vita monastica, ciò appare in modo particolare nel XVIII capitolo de Il Vero Spirito. I rapporti dell'anima con Gesù nell'Eucarestia. Dopo un'introduzione con la quale inquadreremo l'argomento, approfondiremo cinque dei ventiquattro "stati" contenuti nel capitolo. Allargheremo il campo d'indagine riferendoci agli scritti di Madre Mectilde de Bar, alla Regola di S. Benedetto e alla tradizione monastica.
I rapporti dell'anima con Gesù nell'Eucarestia è il titolo del XVIII capitolo de Il Vero Spirito (1684-1689), un'opera che raccoglie vari scritti di Madre Mectilde de Bar e compendia i tratti principali del suo messaggio teologico-spirituale. Il capitolo contiene una sorta di tesoro, un autentico ideale di santità che attende di essere svelato per diventare vita vissuta.
I rapporti dell'anima con Gesù nell'Eucarestia, o più semplicemente gli "stati" di Gesù Ostia, sono uno scritto composto da un prologo e da una serie di ventiquattro "bozzetti", ognuno dei quali contiene uno stato cristologico-eucaristico, cioè una breve descrizione di ciò che l'anima deve compiere per parteciparvi, per conformarsi a quello "stato" di Gesù; a corollario è presente una consegna pratica, una virtù da praticare (verso Dio e verso il prossimo), che compendia "le disposizioni applicative di ogni stato di Cristo in rapporto all'anima"[14].
I bozzetti, pur rispecchiando i tratti spirituali di Madre Mectilde de Bar, non furono redatti direttamente da lei, bensì dall'abate premonstratense Epiphane Louys (1614-1682), che li stese per le monache Benedettine dell'Adorazione perpetua di cui curava la formazione, e sono inseriti nell'opera La nature immolée par la grâce, ou la pratique de la mort mystique pour l'instruction et la conduite des Religieuses Bénédictines consacrées à l'adoration perpétuelle du Très-Saint-Sacrement et très utile à toutes les personnes dévotes à ce grand mystère[15].
Tuttavia l'intenzione della de Bar e di Louys non era la medesima. All'orientamento più ascetizzante di Louys, Mectilde de Bar preferiva dare maggior rilievo all'azione dello Spirito Santo, cioè al legame che univa l'anima a Cristo, poiché il suo ricorrere alla dottrina degli "stati" avveniva sempre in un orizzonte che non divideva mai l'economia storico-salvifica sacramentale da quella misterica[16].
Il concetto di "stato" (état) è tipico della scuola bérulliana, questa lo intende come «l'atteggiamento interiore di Gesù in ciascuna delle circostanze della sua vita terrena o gloriosa, considerata come una realtà eterna nella misura in cui questa vita è assunta da una persona divina», "lo stato, la virtù, il merito del mistero"[17]. vengono posti da Bérulle sullo stesso piano; gli "stati" sono «disposizioni permanenti dell'anima di Cristo, […] ciò che permane, nella sua condizione gloriosa, dell'intenzionalità efficace che l'ha fatto venire in terra per salvarci»[18].
Lo "stato" pur essendo caratterizzato da una certa stabilità non è statico, bensì presenta un proprio dinamismo interno espresso dalle disposizioni unificate. La Madre vede nello "stato di morte" battesimale - inteso come l'essere sepolti con e in Cristo - l'ideale vocazionale per le sue monache, Cristo agisce in noi ma richiede la nostra collaborazione; la monaca allora deve «configurare il suo umano a misura di Cristo nello Spirito […] in una virtù di appropriazione vissuta della salvezza»[19] che deriva dalla morte redentrice di Cristo; ma questa "appropriazione" si dà sempre attraverso una "disposizione", che è un'attività ricettiva della libertà con cui l'uomo prende una certa posizione dinnanzi alla presenza attiva di Dio.
È un effetto sia della grazia che della libertà: della grazia presente al modo di un invito che sollecita a rispondere con un atto di virtù; della libertà che lascia a Dio che si rivela, il primato della situazione in cui la persona è posta[20].
La Madre fece propri questi "stati" e li propose alle sue figlie, nel Prologo, probabilmente scritto da lei, esorta le monache a riconoscere, dopo un attento discernimento, lo stato a cui il Signore le chiama a partecipare per aderirvi, e incoraggia a sostenere questo cammino con amore e perseveranza, anche se fosse uno dei più crocifiggenti per la natura, in quanto è lo stesso Gesù che lo prepara, lo dona e dà la grazia di viverlo[21].
Abbiamo scelto di approfondire questi "stati" perché esprimono appieno sia il pensiero di Mectilde de Bar sia la sua comprensione della vita monastica e cristiana, nel dinamismo pasquale-eucaristico, nella continua conformazione a Cristo. Lungi dall'essere un cammino intimistico o disincarnato, in questi stati è tracciato un autentico programma di vita e di santità, un itinerario di fede pura.
Considerato lo spazio esiguo di questo scritto, tra i ventiquattro "stati" ne abbiamo selezionati cinque, quelli che risultano maggiormente comprensibili anche al lettore moderno, per linguaggio e contenuto, ma comunque realmente rappresentativi del pensiero di Madre Mectilde e della spiritualità monastica.
Prima di inoltrarci nella trattazione dei "bozzetti" prescelti, dobbiamo precisare che ci troviamo dinanzi a due "stati" che abbiamo coscientemente unito in una sorta di fusione postuma: "Gesù sotto le specie del Sacramento" (n. 21) e "Gesù nel Sacramento rende sovranamente omaggio alla santità di Dio" (n. 17).
Il primo stato "Gesù sotto le specie del Sacramento" viene così descritto: «l'anima che è in rapporto e dà gloria a questo stato di Gesù deve fare di se stessa un'ostia rivestendo le sue due qualità caratteristiche: il candore e la rotondità»[22]. Il primo si riferisce alla purezza, all'innocenza, mentre la rotondità, che ne definisce la forma circolare, si riferisce al fatto che Gesù deve essere il centro in cui tutto converge, così come «Gesù nell'Eucarestia non può essere diviso - Egli è totalmente per Dio - così l'anima non può appartenere a due padroni (cfr. Mt 6,24), essa deve appartenere solamente e totalmente, pienamente a Gesù». La virtù da praticare proposta è la «fedeltà a rapportarsi interamente a Dio»[23].
Mentre l'altro stato "Gesù nel Sacramento rende sovranamente omaggio alla santità di Dio" - viene descritto come: «l'anima che deve essere in rapporto e dar gloria a questo stato santo di Gesù è tenuta a coltivare il distacco da tutto ciò che è nel mondo, dagli altri e da se stessa, dalle più piccole imperfezioni, sforzandosi di non ammettere nulla in sé che possa macchiarla […] infatti essa dev'essere in rapporto e aver relazione con un Dio che è santo, che non può vedere nulla di impuro nell'anima che Egli unisce a questo divino attributo, attraverso il […] mistero eucaristico». La virtù da praticare consigliata in questo stato è "la purezza del vivere"[24].
In questi due "stati" è racchiuso un alto ideale di santità, inoltre ritroviamo i temi cari sia alla tradizione monastica che alla Fondatrice, come la purezza, sia interiore (del cuore) che esteriore (del corpo), il distacco, la rinuncia, la ricerca di Dio, l'appartenenza totale a Dio.
Nel primo "stato" trattato, l'anima è chiamata a diventare un'ostia interamente offerta a Dio, con e in Cristo, questa è l'immagine più rappresentativa che definisce icasticamente il monaco e il suo ideale di santità, perché in fondo cos'è il monaco se non un'ostia tutta consacrata a Dio? Con la professione monastica la vita del monaco diventa, sull'altare della quotidianità, un offertorio perenne, un sacrificio silenzioso, un olocausto, una messa dove, unito al Verbo, il monaco offre tutto ciò che è, tutto ciò che fa, tutta la propria vita, piccola ostia nell'Ostia, al Padre, per amore.
Il cammino monastico si svolge all'interno di una dinamica di tipo pasquale di morte e risurrezione, quindi non è scevro dalla Croce e dalla sofferenza, ma costellato da rinunce e distacchi. Questi sono elementi fondanti per un vero cammino di spoliazione, di annientamento e di conversione, che ognuno è sollecitato ad attraversare, per conformarsi a Cristo e intraprendere il "santo viaggio", l'esodo dalla terra del proprio egoismo alla terra promessa dove incontrerà lo Sposo e sarà gioia piena.
Madre Mectilde de Bar esortava le monache a mirare a una purezza angelica, per vivere totalmente "separate" da se stesse. L'unica intenzione che doveva animare le Figlie del SS. Sacramento era quella di dare gloria a Gesù annientato nell'Eucarestia, offrendosi totalmente e incessantemente a Lui. La purezza d'intenzione era il primo ornamento, a cui seguiva la ferma decisione di vivere unicamente per Dio, rinunciando a se stesse e a tutto ciò che le separava da Lui: la vera perfezione era uscire continuamente da se stessi per essere trasformati in Cristo[25].
I Padri del deserto (IV secolo) incoraggiavano i monaci a conseguire la virtù della purezza; questa costituiva il punto nodale su cui poggiava la loro dottrina spirituale e ascetica, legata alla virtù della prudenza, della vigilanza e dell'umiltà, la purezza del cuore era la condizione necessaria per vedere Dio (cfr. Mt 5,8).
Dai Padri è chiamata anche enkráteia, che significa "temperanza", "continenza" e "astinenza": acquisirla implicava ascesi e aspre lotte, ma conduceva alla libertà. Talvolta era considerata come il principio di una vita santa[26].
Infatti, alla domanda su cosa sia la vita del monaco un anziano rispose: «un cuore puro e un corpo immacolato»[27]. La purezza «diventa preghiera e il silenzio di un cuore purificato è meglio di una voce che grida»[28].
Anche Gregorio Magno (540-604) sosteneva che la vocazione dei contemplativi era quella di guardare incessantemente Dio. Essi possono essere definiti gli occhi e il cuore della Chiesa, tutti votati a Dio, ma la verginità di questo amore dev'essere preservata e custodita[29].
La purezza d'intenzione si esprime nella ricerca incessante di Dio, cercato come sommo Bene e come l'unico Amore; essa testimonia l'intensa fame e sete di Dio[30], che spinge il monaco alla continua ricerca dell'Assoluto: quando Dio sarà tutto, tutto il nostro amore, il nostro desiderio, quando l'unione che lega il Padre e il Figlio si diffonderà in noi, allora tutto sarà unificato; allora la perfezione per l'anima consisterà nel lasciarsi spogliare quotidianamente da ciò che non è Dio e che allontana da Lui, questo necessita di un cammino di purificazione, di conversione»[31].
Un'altra declinazione della purezza è l'osservanza della castità, che per i Padri fu la preoccupazione morale più urgente, poiché, nonostante l'assidua pratica ascetica e di combattimento spirituale, il vizio della lussuria risultava particolarmente difficile da domare, questa battaglia era estenuante e persisteva per tutta la vita del monaco. Le armi adatte a combattere questa lotta si riconducono alla meditazione della Scrittura, alla preghiera assidua, all'ascesi, ai digiuni, alla sobrietà, alle veglie e al lavoro manuale[32], sempre ponendosi alla presenza di Dio e coltivando delle sane relazioni fraterne.
San Benedetto nella Regola offre vari suggerimenti a riguardo: per vedere Dio bisogna cingersi i fianchi con la fede e le opere buone (cfr. Lc 12,35), stare lontano dal male, cercare la pace (cfr. Sal 34(33),14-15)[33] e nel IV capitolo osserva in particolare "gli strumenti delle buone opere" e esorta a "rinunciare a se stessi per seguire Cristo", a "mortificare il […] corpo", "amare la castità", "non soddisfare i desideri della carne", "allontanarsi da ogni pensiero e comportamento mondano" e "nulla anteporre all'amore di Cristo"[34].
Per Benedetto il presupposto necessario per essere ammesso nella comunità monastica è, se colui che bussa "cerca veramente Dio"[35].
Tutto ciò che abbiamo finora osservato richiede la rinuncia radicale a tutto (apoótaxis o renuntiatio), incluso se stessi.
Lo stato monastico implica la condizione di "nudità", materiale e spirituale, per partecipare all'umiltà, alla povertà, alla kénosis di Cristo.
Senza rinuncia non vi può essere vita monastica autentica. San Macario il Grande (300-391 ca) affermava che "chi non rinuncia a tutto non può essere monaco". San Basilio Magno (329-379) richiedeva a coloro che desideravano emettere la professione monastica la rinuncia a tutto, mentre per Giovanni Cassiano (ca 360 - 435) "tutta la vita del monaco è una continua e progressiva rinuncia"[36].
L'aspetto essenziale della rinuncia è l'abnegazione, la rinuncia a se stessi, il sacrificio della propria volontà; solo dopo aver spezzato i lacci che ci tengono prigionieri ci si può innalzare a Dio, diventare una cosa sola con Lui
[1] Cfr. A. Beni, L'Eucarestia, Ed. Marietti, Torino 1974, p. 56-57.
[2] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia (17 Aprile 2003), n. 3.
[3] Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis (22 Febbraio 2007), n.14.
[4] Ibidem, nn. 14; 93.
[5] Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, op. cit., n. 1.
[6] Cfr. A. Beni, L'Eucarestia, op. cit., pp. 177-178.
[7] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, op. cit., nn. 25; 59.
[8] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, op. cit., nn. 7; 11.
[9] Cfr. Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, op. cit., n. 12. Cfr. R.L. Burke, Divino amore incarnato. La santa Eucaristia sacramento di carità, Cantagalli, Siena 2015, p. 20.
[10] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, op. cit., n. 94.
[11] Ibidem, n.6; Cfr. R.L. Burke, Divino amore incarnato. La santa Eucaristia sacramento di carità, op. cit., p. 73.
[12] Cfr. Benedetto XVI, Sacramentum Caritatis, op. cit., n. 10.
[13] Ibidem, n. 13; Cfr. R.L. Burke, Divino amore incarnato. La santa Eucaristia sacramento di carità, op. cit., pp. 19; 58; 64-65.
[14] A. Valli, Il libretto di Catherine Mectilde de Bar per le "sue Benedettine. Le véritable esprit des religieuses adoratrices perpétuelles du très-saint Sacrament de l'autel (1684-1689), Glossa, Milano 2011, p. 257.
[15] E. Louys, in ibidem, p. 244.
[16] A. Valli, Il libretto di Catherine Mectilde de Bar per le "sue Benedettine. Le véritable esprit des religieuses adoratrices perpétuelles du très-saint Sacrament de l'autel (1684-1689), op. cit., pp. 245-246.
[17] P. de Bérulle, in ibidem, p. 96.
[18] Ibidem, op. cit., p. 96.
[19] A. Valli, Il libretto di Catherine Mectilde de Bar per le "sue Benedettine. Le véritable esprit des religieuses adoratrices perpétuelles du très-saint Sacrament de l'autel (1684-1689), op. cit., pp. 253-254.
[20] Ibidem, p. 254.
[21] Ibidem, p. 98. Cfr. C.M. de Bar, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento, a cura di A. Valli, Glossa, Milano 2009, p. 166.
[22] C.M. de Bar, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento, op. cit., p. 175-176.
[23] Ibidem, p. 176.
[24] Ibidem, p. 174.
[25] Cfr. ibidem, pp. 6-7; 16-17; Cfr. C.M. de Bar, Capitoli e conferenze, Ed. Tofani, Alatri 1998, pp. 55; 61.
[26] Cfr. G.M. Colombás, Il monachesimo delle origini. La spiritualità, vol. 2, Jaca Book, Milano 2017, pp. 205-206.
[27] L. Leloir, Deserto e comunione. I Padri del deserto e il loro messaggio oggi, Gribaudi, Torino 1982, p. 60.
[28] Ibidem, p. 61.
[29] Ibidem, pp. 61-62.
[30] Cfr. I. Hausherr, Solitudine e vita contemplativa secondo l'Esicasmo, Queriniana, Brescia 1978, pp. 7-8.
[31] Ibidem, pp. 23; 26.
[32] Cfr. G.M. Colombás, Il monachesimo delle origini. La spiritualità, op. cit., pp. 206-208.
[33] Cfr. Prologo in Benedetto (San), Regola. trad. italiana in lingua corrente a cura dei Benedettini di Noci (BA), Ed. La Scala, Noci (BA) 2011, pp. 10-11.
[34] Ibidem, pp. 25-29.
[35] Cap. LVIII in ibidem, p. 125.
[36] G.M. Colombás, Il monachesimo delle origini. La spiritualità, op. cit., pp. 124-125.