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Deus absconditus, anno 112, n. 3, Luglio-Settembre 2021, pp. 13-33
Sr. Maria Speranza Marrocco osb ap *[1]
Madre Mectilde de Bar: l’Eucarestia vissuta
Elementi di una spiritualità Eucaristica-Monastica
Introduzione
La presente ricerca vorrebbe tracciare un possibile viaggio, un itinerario formato da varie tappe, che si focalizza sull’«Eucarestia». Faremo un viaggio a ritroso nel tempo che ci condurrà fino alla Francia del XVII secolo, per approfondire la figura e la spiritualità della fondatrice di un ramo dell’Ordine benedettino, particolarmente dedito all’adorazione perpetua del SS. Sacramento: Madre Catherine Mectilde de Bar (31 dicembre 1614 - 6 aprile 1698).
La trattazione si occuperà innanzitutto di introdurre il quadro storico nel quale si colloca la vicenda esistenziale della de Bar, per scoprire i tratti tipici della sua spiritualità, con lo scopo di osservare come l’amore per l’Eucarestia impresse tutta la sua vita. Successivamente andremo a rintracciare e approfondire il fondamento biblico, monastico, patristico e magisteriale sull’«Eucarestia». Concluderemo con l’esame di parte del testo originale della de Bar Il Vero Spirito, I Rapporti dell’anima con Gesù nell’Eucarestia[2], una serie di ventiquattro “bozzetti” o “stati” nei quali è racchiuso, a nostro avviso, l’autentico ideale di santità della Fondatrice con un impianto eminentemente cristologico; inoltre, questi “stati” rappresentano un mirabile esempio di unione e fusione tra la tradizione monastica e lo spirito eucaristico che ammanta tutta la spiritualità dell’Ordine delle Benedettine dell’Adorazione perpetua. A tal proposito, negli ultimi decenni si constata un’accresciuta percezione dell’attualità del proprio carisma favorendo una maggiore comprensione dello stesso. Grazie anche all’apporto del Concilio Vaticano II e attraverso pubblicazioni e studi, sono emersi numerosi aspetti che, ad oggi, mostrano come il carisma benedettino-mectildiano si ancora in grado di trasmettere molto ai contemporanei[3].
La domanda di fondo che cercheremo di dare risposto lungo tutta questa dissertazione si condensa in: “Cosa può dire oggi una spiritualità così distante da noi nel tempo?” Noi, figli del XXI secolo, siamo uomini e donne tecnologici, abitanti di un mondo ormai informatizzato, perennemente connessi alla moderna agorà delle relazioni virtuali. Figli della globalizzazione, avidi cercatori di felicità a buon mercato, eppure sempre più saldi nelle proprie convinzioni, ci pensiamo emancipati e liberi, ma ci ritroviamo prigionieri dei nostri egoismi, costantemente alla ricerca di nuove emozioni. Constatiamo l’incapacità di colmare i nostri vuoti spirituali ed esistenziali, siamo “sintonizzati” con il mondo ma forse non ancora con Dio, l’Unico capace di riempirci totalmente. San Benedetto e Madre Mectilde de Bar combatterono strenuamente per denunciare la superbia e gli egoismi, aprendosi al tesoro dell’Amore autentico che si veste di umiltà e mansuetudine.
Il presente elaborato è un’occasione per rimettersi alla scuola dei santi, persone pienamente umane, capaci d’amare e di soffrire. Essi hanno lottato e vinto la battaglia più ardua, quella di impegnarsi a vivere in Cristo, perché compresero intimamente il progetto di Dio su di loro e profusero tutti il loro sforzi nella pratica attiva. Non vissero, dunque, invano, ma resero la loro vita piena di senso. Nelle loro rispettive epoche lanciarono un segnale forte, un monito giunto anche a noi, poiché contribuirono a migliorare il mondo con la fiaccola della fede sempre accesa. La loro testimonianza rivela parte del il volto Dio e indica il rapporto che siamo chiamati ad instaurare con Dio, mostrano la strada per la santità alla sequela di Cristo, incoraggiano, spronano, intercedono per noi e, con le loro parole, rammentano l’incessante affidamento a Dio, alimentano la consapevolezza che Dio farà anche delle nostre esistenze un’opera d’arte, in cui da ogni pennellata emergerà il senso profondo dell’incontro e della fusione tra la mano di Dio e quella dell’uomo, impresse sulla tela della vita divino-umana.
1. Il “secolo d’oro” della spiritualità francese (XVII sec.) e Madre Mectilde de Bar
In questa sede avremo modo di conoscere ciò che ha connotato la spiritualità francese nel XVII secolo. Consapevoli dell’importanza di “contestualizzare” una corrente spirituale, che inevitabilmente fu condizionata dall’ambiente nel quale si sviluppò, vedremo gli avvenimenti più importanti che caratterizzarono l’Oltralpe in quel periodo. Scopriremo come il 1600 sia stato un secolo denso di contraddizioni, ma che conobbe una vera e propria fioritura di Santi.
Successivamente andremo a focalizzare l’attenzione su una donna, una monaca figlia del suo tempo, Madre Mectilde de Bar, fondatrice della Congregazione delle Benedettine dell’Adorazione perpetua a cui appartengo. Dopo averne sinteticamente presentato la vita, andremo a scoprire come Mectilde de Bar, pur collocandosi nel filone della cosiddetta Scuola francese, elabori un suo pensiero originale, ne scopriremo l’eredità spirituale, le sue intuizioni e i tratti peculiari della sua spiritualità.
1.1. La “Scuola francese” di spiritualità
La denominazione “Scuola di spiritualità francese” o “École française” si riferisce a una corrente spirituale sviluppatasi in Francia agli inizi del XVII secolo e deve la sua origine allo storico e critico letterario Henri Brémond; questi contribuì alla riscoperta della sovrabbondante ricchezza apportata dall’École française[4].
Il XVII secolo in Francia fu definito il “grande secolo delle anime”, il “secolo d’oro della spiritualità”[5], epoca intrisa di santità, in cui il profumo emanato dai santi si spandeva sempre più vivido e florido. Questo secolo vide sbocciare numerose figure di santi: Francesco di Sales, Giovanna Francesca di Chantal, Vincenzo de Paoli, Luisa di Marillac, Margherita M. Alacoque, Claudio de la Colombière, Luigi M. Grignion di Monfort, a queste si affiancano altre figure, forse meno note, tra cui Jean de Bernières-Louvigny, Pierre de Bérulle, Maria dell’Incarnazione, Gabriel Lalemant, Jacques Bénigne Bossuet, François Bourgoing, Guillaume Gibieuf.
Delle numerose figure spirituali francesi del 1600 una buona parte è riconducibile a un’unica spiritualità: la Scuola francese. Questa talvolta viene denominata anche “scuola bérulliana” in riferimento al maggiore rappresentante, Bérulle, fondatore dell’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata, e ai suoi discepoli C. de Condren, J.J. Olier (fondatore della Compagnia dei sacerdoti di Saint Suplice), J. Eudes (fondatore della Congregazione di Gesù e Maria). Altre due figure legate a questa corrente sono Jean-Baptiste de La Salle (fondatore dei Fratelli delle scuole cristiane o Lasalliani) e Luigi Maria Grignion de Montfort, questi ultimi erano due ex-allievi di S. Suplizio vissuti dopo la metà del XVII secolo[6]. La spiritualità della Scuola francese continuerà a diffondersi e a influire su numerose anime (per es. Mons. Gay), alcune sue peculiarità ricorrono negli scritti di Dom Columba Marmion (abate benedettino), in Santa Elisabetta della Trinità, e perfino in alcuni documenti del Concilio Vaticano II[7].
Gli anni della prima metà del secolo (o poco più) furono quelli più fecondi dal punto di vista teologico e spirituale, sulla scia del Concilio di Trento e dei suoi pronunciamenti, i teologi furono animati da un forte desiderio di approfondire la dottrina eucaristica per difendere la reale presenza di Cristo nell’Eucarestia e confutare le tesi luterano-calviniste e combattere l’eresia giansenista[8], contemporaneamente sboccia una vera e propria «primavera spirituale»[9] che vede protagonisti sacerdoti, religiosi e laici. Vengono fondate numerose congregazioni, istituti con una spiritualità incentrata sull’Eucarestia e sull’adorazione, con una particolare propensione per la contemplazione e l’imitazione della vita nascosta di Gesù mirabilmente espressa nell’Eucarestia[10]. Sorgono parecchie confraternite e associazioni dove i laici si dedicano al culto eucaristico e si accostano periodicamente ai sacramenti, come consigliato da Francesco di Sales che sosteneva la necessità della ricezione frequente della Comunione, in contrasto con l’eresia giansenista che allontanava i fedeli dalla ricezione della Comunione[11].
Tutta questa ricchezza spirituale potrebbe indurre a ritenere che il XVII secolo sia un tempo quieto, ideale per uno sviluppo ben compaginato dei fedeli, ma non fu esattamente così. Pochi elementi saranno sufficienti per comprendere quando sia complesso il quadro storico nel quale si inserisce questa rinascita spirituale che vede tante anime intrepide cimentarsi nel redigere una delle più celebri pagine di storia; essi furono pienamente innestati nello spirito del loro tempo, e con la luce della fede lo resero migliore. La loro luminosa testimonianza rese un secolo, storicamente difficile e cupo, un’epoca aurea per la fede.
Il 1600 non fu privo di contraddizioni, la Francia era da poco uscita dalle guerre di religione (1562-1598) e in quel momento pativa il riflesso di quel periodo tumultuoso, divenne teatro di numerosi avvenimenti di grande rilevanza, a causa dell’assolutismo monarchico di Luigi XIII, coadiuvato dal Card. Richelieu e di Luigi XIV (Re Sole), sostenuto dal Card. Mazzarino. È il secolo della scoperta del metodo scientifico di Galileo Galilei, dell’espansione coloniale francese e dello sviluppo commerciale. Tuttavia, gli eventi bellici della Guerra dei Trent’anni (1618-1648), con il suo carico di violenza, a cui si aggiunsero i flagelli delle epidemie, delle carestie, delle devastazioni, il conseguente calo demografico e la recessione economica, furono determinanti per le sorti di tutti gli uomini e le donne europee[12]. I conflitti, iniziati apparentemente per motivi religiosi, fecero si che al termine della Guerra dei Trent’anni la configurazione dell’Europa fosse totalmente scompaginata. Gli eserciti, formati soprattutto da mercenari, devastarono i territori con saccheggi, sacrilegi, profanazioni delle chiese e delle specie eucaristiche[13].
Il medesimo clima ricco di contraddizioni si respirava all’interno della Chiesa francese, portò in sé una sorta di tensione, che si materializzò in profondo desiderio di cambiamento, che divenne ben presto il preludio di un rinnovamento. I problemi maggiori riscontrati nella chiesa francese erano legati agli effetti della Riforma, la Chiesa mentre cercava di fare propri i principi del Concilio di Trento, dovette combattere contro le conseguenze del Protestantesimo e del Calvinismo, dell’eresia giansenista e di quella quietista. Altri problemi furono riconducibili alla vocazione e alla missione dei sacerdoti. Questi, infatti, non sempre godevano di un’adeguata stima e approvazione, troppo numerosi, talvolta privi di un’autentica vocazione e spesso anche di un’accurata e specifica formazione, fecero prevalere l’ignoranza, l’accidia e la dissolutezza. I caratteri tipici dei privilegi che godeva questo particolare status causarono disordini e contrasti in seno alla Chiesa. I vescovi, spesso assorbiti dalle questioni temporali, non vivevano più stabilmente nelle rispettive diocesi di appartenenza. Anche nei monasteri non si versava in una condizione migliore, di sovente regnava la tiepidezza, la mediocrità e l’ignoranza portò alla superstizione, anche tra i fedeli laici. Dinanzi alla decadenza morale e alla diffusa mondanità, in tutti gli strati della società si percepiva il bisogno urgente di una restaurazione[14]. La situazione migliorò con la nascita dei primi seminari, voluta dal Concilio tridentino, che in Francia si realizzò con il contributo dei Lazaristi di S. Vincenzo de Paoli, dall’Oratorio fondato da Bérulle (1611-1613), dei Supliziani di Olier e dalla Congregazione di Gesù e Maria di Eudes[15].
Il secolo si contraddistinse per il paradosso che lo abitava, da una parte si accentuarono i vizi, la mondanità e la decadenza morale, dall’altra si stagliarono delle grandi figure di santi, fondatori e riformatori, sacerdoti, religiosi e laici paladini della fede. I primi decenni furono caratterizzati da una forte accentuazione riformista che innerverà tutto il secolo. La riforma vide protagonisti numerosi ordini: Gesuiti, Carmelitani, Benedettini, Domenicani e Francescani. La riforma tridentina poté contare su un esercito di santi: Carlo Borromeo e Filippo Neri in Italia, Teresa e Giovanni d’Avila, Giovanni della Croce e Pietro di Alcantara in Spagna, Francesco di Sales, Vincenzo de Paoli in Francia[16].
La Scuola francese, talvolta è chiamata “scuola bérulliana” a motivo del suo fondatore e massimo rappresentante, Pierre de Bérulle. Fu un uomo dall’intensa vita spirituale, sacerdote, teologo, iniziatore e visitatore del Carmelo in Francia, nonché fondatore dell’Oratorio (1611). Bremond sosteneva che Bérulle avesse operato una vera e propria rivoluzione nell’ambito della spiritualità, infatti, gli fu attribuito il merito di aver riportato Dio al centro della vita cristiana, in contrasto con la visione rinascimentale marcatamente antropocentrica. Numerosi storici si riconobbero nell’affermazione di Dagens: «senza Bérulle, mancherebbe qualcosa di essenziale alla vita spirituale della Francia e al pensiero cristiano»[17].
Nel salotto di Madame Acarie, Bérulle ebbe modo di approfondire le sue conoscenze sui mistici renano-fiamminghi (Meister Eckhart, Giovanni Taulero, Enrico Suso, Jan van Ruusbroec e H. Herp). Alcuni tratti di questi autori, come la santità e la trascendenza di Dio, contribuirono a formare in Bérulle l’atteggiamento di adorazione dinanzi alla grandezza di Dio, il “teocentrismo”, questo sarà anche uno dei tratti caratteristici della Scuola francese[18]. Bérulle fu definito “l’apostolo del Verbo incarnato” a motivo del suo cristocentrismo mistico, nel Verbo egli adora l’umanità divinizzata; la vita cristiana per Bérulle consisteva nell’adorazione e nell’adesione agli “stati” e ai misteri del Verbo[19].
Animato da intenti riformatori, Bérulle ed altri cinque confratelli nel 1611 costituì una nuova comunità, l’Oratorio di Gesù e Maria Immacolata, che prevedeva una vita comune, la recita corale dell’ufficio divino, le opere di apostolato, lo studio e l’approfondimento della Scrittura, dei Padri e della teologia. Gli Oratoriani pur restando legati alla diocesi rifiutavano i privilegi ecclesiastici, svolgevano tutto ciò che era legato al loro ministero, in particolare la cura della formazione nei seminari[20].
Uomo abile nella politica e nella diplomazia, Bérulle, su richiesta di Luigi XIII, nel 1627 venne nominato Cardinale da Papa Urbano VIII, due anni dopo, mentre celebrava la Messa, morì lasciando la sua grande eredità spirituale. Contribuirono alla diffusione dei suoi scritti e della sua teologia i suoi diretti discepoli, Condren e Eudes, ma anche indiretti, come Olier. La teologia di Bérulle era imperniata sul profondo senso di Dio, sul teocentrismo e sul cristocentrismo mistico, sull’adorazione, sulla devozione a Maria e sullo zelo per la santificazione e la rivalutazione del clero[21].
Ci permettiamo, ora, di riportare anche alcune critiche rivolte all’École française: la presenza di un forte cristocentrismo, che talvolta può sembrare esclusivo, nonché una visione pessimistica della natura umana corrotta dal peccato, e la «concezione del sacerdote come religioso di Dio interpretato senza sfumature»[22]. Nonostante le critiche è innegabile il riscontrare una genuina originalità nella suddetta Scuola, e l’elevata sensibilità spirituale dei maggiori esponenti permisero ai loro insegnamenti di rimanere ancora oggi validi, perché fondati sulla Scrittura, sulla Tradizione e sui dogmi[23].
1.2. Note biografiche e intuizione di Madre Mectilde de Bar
Tra i numerosi santi che attinsero e, a loro volta, contribuirono ad arricchire la spiritualità di quel tempo possiamo annoverare Madre Mectilde del SS. Sacramento, al secolo Catherine de Bar.
Catherine de Bar, vissuta nel XVII secolo (1614-1698), nacque in Lorena, a Saint-Dié, da una famiglia cristiana-cattolica benestante. La sua vita fu molto agitata e costellata di prove, soprattutto a causa delle vicissitudini storiche che la portarono a continui e repentini spostamenti. Sin da piccola, si può dire, che ardeva in lei l’amore per l’Eucarestia, rimaneva assorta in preghiera davanti a un piccolo altarino con un ostensorio costruito artigianalmente, durante la Messa solveva seguire attentamente il sacerdote mentre innalzava l’Ostia, e a nove anni, durante la sua Prima Comunione, fece il proposito di consacrarsi tutta a Dio nella vita religiosa[24]. Ancora in tenera età fece un sogno nel quale gli apparvero sette ostensori con dei raggi che si diramavano dall’Ostia, il significato di questo sogno lo comprese solo alla fine della vita: i sette ostensori simboleggiavano i sette monasteri dell’Adorazione perpetua da lei fondati[25].
A soli diciassette anni entrò nell’Ordine della Vergine Maria (Ordo Mariae Virginis Annuntiatae) fondato da Giovanna di Valois, figlia di Luigi XI. A diciannove anni pronunziò i voti con il nome di Madre S. Giovanni Evangelista, poco dopo, ancora giovanissima, venne eletta come vice priora e poi come superiora[26]. Durante il periodo buio della Guerra dei trent’anni la Madre de Bar soffrì per le profanazioni, i saccheggi e gli oltraggi perpetrati a danno delle chiese e dei tabernacoli, facendo nascere in lei la preoccupazione della riparazione.
La comunità guidata dalla giovane de Bar fu costretta all’esilio, il convento fu distrutto, ma questo fu solo il primo di una lunga serie di esili forzati e di spostamenti, fino all’arrivo provvidenziale nella comunità benedettina di Rambervillers. Qui la Madre de Bar conobbe da vicino la Regola di S. Benedetto e rimase ammirata dalla fedeltà con cui la comunità, figlia della riforma di Saint-Vanne di Verdun, viveva lo spirito della Regola benedettina[27]. L’incontro segnò per sempre la vita della giovane religiosa che trovò nella regola benedettina il compimento delle sue aspirazioni, e con il permesso dei superiori, professò i voti nel medesimo ordine con il nome di Sr. Mectilde del Santissimo Sacramento[28].
Nonostante il voto di stabilità la guerra costrinse Madre de Bar a partire nuovamente, mentre le monache vennero disperse, in questo contesto un aiuto importante venne dai Lazzaristi di S. Vincenzo de Paoli, che l’incoraggiarono ad emigrare verso Parigi, dove trovarono degli asili per i rifugiati. Le monache andarono a Montmartre, tuttavia questo non fu l’approdo definitivo. Fu costretta a trasferirsi in Normandia, dove Madre de Bar, con due religiose, rimasero per un periodo, finché un gesuita offrì loro un rifugio nella periferia di Parigi. Appena designata superiora, Madre Mectilde fu chiamata a svolgere il medesimo ufficio a Caen (1647). Nei tre anni in cui guidò la comunità conquistò il cuore delle religiose e ristabilì l’unione[29]. Dopodiché fece ritornò alla sua comunità a Rambervillers, dove fu designata priora (1650). Contemporaneamente era scoppiata la Fronda dei Parlamentari e Parigi fu assediata, con la successiva Fronda dei Principi regnò l’anarchia. Carlo IV di Lorena colse l’occasione per riappropriarsi dei suoi Stati e si unì alle truppe di Henri de La Tour d’Auvergne, giungendo al monastero della de Bar. Le religiose furono costrette nuovamente a disperdersi, mentre la Madre Fondatrice, con alcune monache, preferirono la desolazione e miseria di un sobborgo di Parigi, dove si viveva di stenti e privazioni; più tardi, venendo a conoscenza della situazione, alcune nobildonne le aiutarono economicamente[30]. Alcune di queste si legarono spiritualmente a Madre Mectilde de Bar e grazie a loro poté realizzare una nuova fondazione tutta dedita alla glorificazione e all’adorazione Gesù nel SS. Sacramento. Alcune tra le nobildonne saranno le prime religiose a professare nel nuovo Istituto. La de Bar dovette superare innumerevoli difficoltà, anche per la presenza di un veto sulla nascita di nuove fondazioni, l’impedimento venne superato con l’aiuto della regina Anna d’Austria che, a motivo di un voto, permise la nascita del primo monastero delle Benedettine dell’Adorazione perpetua del SS. Sacramento il 25 Marzo 1653, con sede a Parigi in Rue du Bac. Alla morte della Fondatrice (1698) si contavano dieci monasteri, quasi nove in Francia e uno in Polonia (Varsavia)[31]; attualmente sono presenti 12 monasteri in Italia e altri in Francia, Polonia, Germania, Olanda, Belgio e ultimamente in Africa.
La de Bar lasciò una grande eredità spirituale contenuta in numerose conferenze destinate alle monache, conversazioni, colloqui familiari, pagine di direzione spirituale e un epistolario di circa 3.000 lettere[32]. Nei suoi scritti appare inevitabilmente l’influenza della spiritualità del suo tempo, soprattutto nel linguaggio, nella terminologia e nella teologia, si riscontra l’impronta dei rappresentanti dell’École française – talvolta conosciuti personalmente dalla de Bar – ma anche di Giovanni della Croce. «Annoverata tra i più autorevoli autori spirituali […] del “grande secolo”»[33], la sua teologia fu per lo più, ma non esclusivamente, cristocentrica ed eucaristica, denotava una limpida visione delle cose, ricca ma anche permeata di quella semplicità e sobrietà propria dei maestri[34]. Nonostante l’influenza di altri autori, la de Bar non si mise alla scuola di nessuno in particolare, attinse e perfezionò il pensiero dei suoi contemporanei, dimostrando una straordinaria capacità di sintesi, sviluppò altresì un suo pensiero originale, una visione innovativa che nasceva da una sorta di rielaborazione personale che le permise anche di superare i limiti e gli aspetti problematici insiti nella spiritualità del suo tempo. Nei suoi scritti troviamo dei temi ricorrenti che costituiranno i nodi portanti del suo pensiero, quali la mistica dell’annientamento, la spiritualità dell’abbandono, la dottrina del puro amore, l’esigenza dell’adorazione e della riparazione[35].
La de Bar era dotata di un sano equilibrio che le permise di evitare gli eccessi tipici ascetici, non cadde né nel misticismo barocco né nel rigorismo morale, che tendeva a considerare in modo eccessivamente pessimistico la natura umana; entrambi potevano compromettere il pieno intendimento della verità dell’essere umano[36].
A Madre Mectilde de Bar le fu riconosciuto il merito di saper unire la dimensione mistica-contemplativa a quella pratica, seppur immersa nell’esperienza di Dio, non perse mai di vista l’essenziale, la sua vita e la sua spiritualità si fondarono su un’umiltà profonda, sulla conoscenza di sé, sulla docilità al lavorio della grazia[37]. Tuttavia la più grande capacità della Fondatrice fu quella di vedere e attingere dalla regola benedettina la «pienezza di vita» che, per lei si concretizzò nella «vita eucaristica»[38]. L’intuizione della Madre nacque a partire dagli ultimi istanti della vita di Benedetto da Norcia, egli, dopo aver ricevuto l’Eucarestia, spirò ai piedi dell’altare, nella sua morte la Madre colse e percepì il desiderio del Santo di voler lasciare e consegnare la sua eredità spirituale ai figli che si concretizzava in un ideale di vita. Secoli dopo Mectilde de Bar accolse quest’aspirazione per tradurla nella sua vita vissuta[39]. Scriveva, per Benedetto «il mistero dell’Eucarestia costituiva […] in terra tutto l’amore del suo santo cuore […] al punto che è stato Gesù Cristo a rapirlo per portarlo in cielo. San Benedetto, spirando ai piedi dell’altare come un’autentica vittima immolata al Santissimo Sacramento, ha lasciato la sua anima ai piedi dell’altare e ha consacrato […] tutto l’Ordine»[40]. La Madre, come Gregorio Magno, biografo di Benedetto, comprese che la vera Regola «fu la vita stessa di San Benedetto» e che la Regola nasce «proprio perché è stata vissuta quella vita»[41].
* Professa temporanea del Monastero di Alatri. Il lavoro presentato in questo numero è la prima parte della tesi di Baccalaureato ini scienze religiose discussa da suor Maria Speranza con la Professoressa Alessia BROMBIN presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose. All’Apollinare, Facoltà di Teologia della Pontificia Università di Santa Croce, Roma, Anno academico 2019-2020. Ringraziamo vivamente per la gentile concessione dell’elaborato e la possibilità di presentarlo sulla nostra rivista.
[2] Ci riferiremo al testo: C.M. DE BAR, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento, a cura di A. Valli, Glossa, Milano 2009.
[3] Cfr. BENEDETTINE DI GHIFFA, 383, ma non li dimostra, in “Deus absconditus” 3 (1997), pp. 4-5.
[4] Cfr. H. DANIEL-ROPS, Histoire de l’Eglise du Christ: VII. Le grand siècle des âmes, Fayard, Parigi, tr. it. Storia della Chiesa del Cristo: VII/1. Il grande secolo delle anime, Marietti, Torino in R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, Ed. Paoline, Cinisello Balsamo (MI) 1990, p. 13.
[5] R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., pp. 6;15.
[6] Ibidem., p. 10.
[7] Ibidem., p. 10.
[8] Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, Ed. Grafiche Pavoniane, Milano 1983, p. 24.
[9] R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., p. 5.
[10] Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, cit., pp. 28; 30-31.
[11] Ibidem., p. 31.
[12] Cfr. R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., pp. 16-17.
[13] Cfr. A. CRIMALDI, La sfida del puro amore. Itinerario umano e spirituale di Madre Mectilde de Bar (1614-1698), Ed. Portalupi, Casale Monferrato (AL) 2006, pp. 11-13.
[14] Cfr. R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., pp. 18-21.
[15] Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, cit., p. 28.
[16] R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., pp. 20-21; 23-24; Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, cit., p. 28.
[17] J. DAGENS in R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., p. 32.
[18] Cfr. R. DEVILLE, La scuola francese di spiritualità, cit., pp. 35-36.
[19] Ibidem., pp. 39-40.
[20] Ibidem., p. 42.
[21] Ibidem., pp. 45-46; 15.
[22] Ibidem., p. 11.
[23] Ibidem., p. 13.
[24] Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, cit., pp. 37-38.
[25] Ibidem., pp. 38-39.
[26] Ibidem., p. 39.
[27] Ibidem., pp. 41-42.
[28] Ibidem., pp. 42-43.
[29] Ibidem., pp. 42-43; 45.
[30] Ibidem., pp. 45-46.
[31] Cfr. C.M. DE BAR, Attesa di Dio. Riflessioni sulla Regola di San Benedetto, Ed. Jaca Book, Milano 1982, p. 34.
[32] Cfr. J. DAOUST, Il messaggio eucaristico di Madre Mectilde del SS. Sacramento, cit., p. 19.
[33] Ibidem., p. 19.
[34] Cfr. D. BARSOTTI, Prefazione a C.M. DE BAR, Il sapore di Dio. Scritti spirituali (1652-1675), Ed. Jaca Book, Milano 1977, pp. 30-31.
[35] Ibidem., pp. 27-31.
[36] Cfr. A. CRIMALDI, La sfida del puro amore. Itinerario umano e spirituale di Madre Mectilde de Bar (1614-1698), cit., p. 74.
[37] Ibidem., pp. 99; 102.
[38] C. LA MELA, Nella Regola di S. Benedetto il sogno eucaristico di Mectilde de Bar, in “Deus absconditus” 2 (2005), p. 33.
[39] Ibidem., pp. 33-34.
[40] C.M. DE BAR, Il segreto di Mectilde de Bar. Il vero spirito delle religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento in Ibidem., pp. 34-35.
[41] Cfr. C. LA MELA, Nella Regola di S. Benedetto il sogno eucaristico di Mectilde de Bar, cit., p. 33.