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Deus absconditus, anno 106, n. 2, Aprile-Giugno 2015, pp. 6-13

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Mons. Gaetano Zito
Conferenza tenuta nel monastero “San Benedetto” di Catania

il 6 dicembre 2014

 

Facendo fede ai quattrocento anni della nascita di madre Mectilde la domanda non può che essere questa: se il carisma di madre Mectilde, dopo un po’ meno di quattrocento anni, per il presente della Chiesa è in grado di dire qualche cosa. Se, cioè, la sua esemplarità di vita, la sua vicenda umana, religiosa e il dono dello Spirito – che noi chiamiamo carisma – può ancora nel presente della vita della Chiesa dire qualche cosa. A maggior ragione che ci troviamo all’inizio di un anno dedicato alla Vita consacrata e, quindi, in che modo per l’anno della Vita consacrata quello che viene da madre Mectilde può diventare punto di riferimento. Si può dire che, mentre voi chiudete un anno di celebrazioni centenarie, aprite un anno di celebrazione esistenziale: l’anno della Vita consacrata richiama le esigenze di vivere il carisma, la passione, l’entusiasmo dei fondatori e delle fondatrici.

Quello che ho pensato di dirvi si muove essenzialmente su tre direttrici.

La prima: richiamare la vicenda umana, la vicenda storica della Fondatrice perché non possiamo non fare riferimento a quello che è accaduto per poter recuperarne il significato anche per l’oggi. La seconda: richiamare quelli che possono essere considerati i tratti essenziali del carisma di madre Mectilde. La terza: provare a capire cosa significa questo carisma per l’attualità della Chiesa. Quindi tra storia ed attualità ecclesiale.

1. Anzitutto: 1614, anno di nascita in una zona della Francia particolarmente delicata e interessante. La regione della Lorena si colloca a nord, nella parte che dà verso la Germania. Saint-Dié dei Vosgi è a poca distanza da Friburgo, in Germania, ed è contemporaneamente a poca distanza dal confine con la Svizzera. Faccio questo riferimento di carattere geografico perché ci troviamo in un momento di forte espansione del protestantesimo. Quindi potremmo dire che Mectilde de Bar si colloca come donna di confine e questa dimensione la vive nella sua esistenza, non perché il confine sia elemento di separazione, ma perché il confine è elemento di unione: noi possiamo considerare il mare Mediterraneo elemento di divisione tra la Sicilia e l’Africa, ma possiamo considerarlo anche come elemento di unione tra la costa siciliana e la costa africana.

Vincendo le ritrosie della famiglia, a 17 anni entra nell’ordine delle Annunciate a poca distanza da Saint-Dié, a Brugers, circa 25 kilometri di strada attuale. A 19 anni la professione come suor Caterina di San Giovanni Evangelista. Inizia così la sua vicenda religiosa in un contesto in cui quel territorio è teatro della Guerra dei trent’anni, una guerra di religione che inizia nel 1618 e finisce nel 1648. Guerra di religione per la possibilità di libertà dei protestanti e per il tentativo dei cattolici di arginare la diffusione del protestantesimo in un territorio, la Francia, da sempre cattolico che si considerava, anzi, la figlia prediletta della Chiesa. La Guerra dei trent’anni diventerà poi guerra di casati tra francesi e Asburgo per la supremazia in quella parte dell’Europa, in modo particolare, e si chiuderà nel 1648 appunto con la pace di Westfalia, una pace che sancisce il principio ben noto nella storia della Chiesa: Cuius regio eius et religio. Cioè, la religione del principe diventi la religione dei sudditi per cui, in un territorio in cui il principe è protestante i cattolici se ne devono andare e viceversa. Di fatto, a seguito della pace di Westfalia, in Francia ci sarà lo statuto speciale per i calvinisti che potranno vivere in una nazione cattolica nonostante la loro professione di fede calvinista.

Questa vicenda della Guerra dei trent’anni è motivo ovviamente di situazioni di instabilità sociale: saccheggi, carestie, la peste. Suor Caterina è così costretta ad allontanarsi dal monastero e inizia il suo pellegrinaggio per monasteri e per città della Francia. Anzitutto si muove sempre in zona. A Rambervillers conosce il monastero delle benedettine e, nel 1640, fa la sua professione monastica come benedettina assumendo il nome di suor Mectilde, come la mistica del XII secolo il cui nome significa “forte nella lotta”. A causa della guerra è costretta a lasciare Rambervillers e viene ospitata in un altro monastero in Lorena dove incrocia la sua vita con un altro protagonista del ‘600 francese, Vincenzo ‘de Paoli che aiuta lei e le consorelle per andare a Parigi; viene accolta a Montmartre dove apre un educandato per ragazze parigine e lì incontra alcuni padri spirituali che sollecitano in lei il desiderio alla comunione frequente. Per noi oggi è un dato normale, ovvio, ma non sempre è stato così. All’inizio del ‘600 inizia a diffondersi una teologia  - che sarà poi il Giansenismo – influenzata dalla pubblicazione di un libro sulla comunione frequente scritto da un prete francese, Arnold, fratello dell’abbadessa delle benedettine di Port-Royal. L’idea che sottende è che la comunione si può fare soltanto quando si è in uno stato di grazia perfetto. Invece, questi padri spirituali sollecitano suor Mectilde a fare la comunione ogni giorno. Da Parigi si trasferisce al monastero di Saint Maur-des-fosses, nei dintorni di Parigi, divenendone addirittura superiora. Da lì la sua vicenda umana la porta sino in Normandia: quindi, parte dalla zona di confine con la Germania, arriva a Parigi fino alla Normandia. Possiamo dire che taglia tutta la Francia del nord. In Normandia, a Caen  assume la responsabilità del monastero, da lì torna a Rambervillers dove viene eletta priora nel 1650, ma la guerra la costringe a tornare nuovamente a Parigi dove le dame di san Vincenzo ‘de Paoli l’assistono in un periodo in cui miseria e malattia la fanno da padrone. Qui incontra madame de Châteauvieux che l’aiuta a fondare l’Istituto delle Benedettine adoratrici per riparare gli oltraggi all’Eucaristia.

Questo delle profanazioni è un aspetto della Guerra dei trent’anni che va tenuto in conto per capire la fondazione. Uno degli aspetti della teologia protestante è che la presenza reale di Gesù nell’Eucaristia dura il tempo della cena, ma finito questo tempo non c’è più; per affermare questo, soprattutto i calvinisti, combattono l’atteggiamento dei cattolici e profanano le particole nei tabernacoli. Ovviamente, nei confronti di questo atteggiamento Mectilde de Bar sollecita le sue consorelle ad adorare per riparare.

Il suo progetto riceve l’approvazione non tanto dalle autorità ecclesiastiche, quanto da quelle civili. Siamo in un tempo in cui, soprattutto in Francia, a causa del gallicanesimo, cioè della supremazia del potere del re sull’autorità del papa, tutto quello che riguardava la vita della Chiesa di Francia era soggetto alla giurisdizione del sovrano, prima ancora che a quella del pontefice. Pensate che, nel 1682, uno degli articoli gallicani dirà che le disposizioni della Chiesa di Roma sono valide in Francia se vengono accettate dal governo e dalla Chiesa francese, altrimenti possono valere per la Chiesa universale ma non per quella francese. E comunque, le prerogative, le tradizioni della Chiesa francese possono essere intaccate dall’autorità del papa; di conseguenza anche per una nuova fondazione ciò che conta non è l’approvazione del papa in una prima fase, quanto l’approvazione del sovrano. Se il sovrano approva, poi viene la ratifica del papa, altrimenti niente da fare.

Il 25 marzo 1653, madre Mectilde adatta il monastero per l’esposizione permanente del SS. Sacramento in una casa in rue de Bac a Parigi, per l’amicizia e la vicinanza con le suore di san Vincenzo ‘de Paoli; in quella stessa via vi è infatti la casa generalizia delle vincenziane dove c’è stata l’apparizione della Vergine della medaglia miracolosa. Da lì poi si sposta e il 12 marzo del 1654, a un anno di distanza, in una nuova casa messa a disposizione dalla contessa di Rochefort, può avviare la vita della nuova fondazione e la stessa regina di Francia recita l’ammenda onorevole a Gesù.

Per il nuovo Istituto la Madonna è la perpetua Abbadessa, mentre il governo della casa è affidato alla priora. Nonostante la fragilità della sua salute, madre Mectilde riesce ad aprire nuove comunità a Parigi e in diverse altre città. La nuova fondazione riceverà l’approvazione del papa solo nel 1676, cioè 22 anni dopo. Nel 1688 si ha la prima fondazione fuori dalla Francia, a Varsavia, per i rapporti molto intensi che c’erano tra la Francia e la Polonia in quel periodo. La cultura polacca è ampiamente debitrice della cultura francese del ‘600.

Madre Mectilde muore ad 84 anni il 6 aprile del 1698.     

Un’esistenza, quella di Mectilde de Bar, che incrocia diversi personaggi che hanno fatto la storia della Francia del ‘600, ma anche la storia della spiritualità e della Chiesa. Ne cito semplicemente alcuni: i due sovrani Luigi XIII e Luigi XIV, Anna d’Austria, i grandi primi ministri dei sovrani Richelieu e Mazzarino, il grande polemista Bossuet, il grande spirituale De Bèrulle, Fenelòn; incrocia correnti teologiche come il calvinismo, il quietismo, il giansenismo; vive la vicenda della Guerra dei trent’anni e, poi, san Vincenzo ‘de Paoli. Quindi una donna che attraversa il grand siecle, il secolo d’oro della spiritualità francese e che intrattiene relazioni con i grandi protagonisti della vita politica e della spiritualità francese del suo tempo.

La vitalità di questa nuova fondazione riceve una battuta d’arresto a causa della rivoluzione francese. Un po’ come tante altre comunità religiose: l’assemblea nazionale  costituente chiude in modo particolare i monasteri di clausura. Basti ricordare la vicenda delle carmelitane di Compiègne, che salirono cantando alla ghigliottina. L’’800, passata la rivoluzione, non solo in Francia ma anche in diverse nazioni europee, vede la diffusione del carisma mectildiano insieme alla nascita di nuovi istituti di vita consacrata che segnano la storia della Chiesa anche per il presente.

Il carisma mectildiano arriva in una Italia che è segnata dalla soppressione degli ordini religiosi. La legge del 7 luglio 1866 toglie la personalità giuridica a tutte le comunità religiose, maschili e femminili, e di conseguenza i religiosi vengono mandati a casa o accorpati in altre comunità fino all’estinzione, poiché tutto era proprietà della comunità; tolta la personalità giuridica alla comunità, tutto diventa proprietà del demanio dello Stato. Madre Maria Teresa Lamar parte dal monastero di Parigi e fa una peregrinazione, un po’ come l’aveva fatta madre Mectilde, fino a quando arriva in Italia, viene accolta dall’arcivescovo di Milano Luigi Nazari di Calabiana e poi l’incontro con il patriarca Paolo Angelo Ballerini, il trasferimento a Seregno dove finalmente avvia una comunità nel 1880. Da lì il trasferimento nel 1906 a Ronco di Ghiffa sul lago Maggiore, e poi la prima fondazione fuori dalla Lombardia a Catania nel 1910 e successivamente anche in altri monasteri italiani.

2.  Questi, brevemente, alcuni momenti della storia di Mectilde de Bar e della fondazione delle Benedettine dell’adorazione perpetua. Ma come matura in lei il carisma? Quali sono i punti che lei ritiene nodali?

Il primo aspetto che mi sembra importante da sottolineare è che lei si lascia educare dalle vicende umane che vive. Le intricate vicende della sua vita la portano a maturare alcune convinzioni. La prima convinzione è la precarietà della vita, non so bene cosa mi accadrà domani; una vita che è segnata dalla guerra, dalla pestilenza, dalla malattia, dalla sofferenza e, dunque, una vita che non dà sicurezza. Sono delle vicende che, di fatto, annientano la vita rendendola fondamentalmente insicura: questo la porta a donarsi totalmente ed esclusivamente a Dio, cioè, rilegge con gli occhi della fede la sua storia e si lascia educare da Dio imparando a leggere la storia sua e delle consorelle, perché è nelle vicende della sua storia che si svela e si comprende il progetto che Dio ha.

Secondo elemento: la regola benedettina che pone in lei una costante e infaticabile ricerca di Dio che è l’elemento primo dell’esperienza monastica benedettina. Ricerca di Dio e intima comunione con Lui: ciò potrebbe dare l’impressione che la portino lontana dalla realtà; siccome ricerca Dio non vive la storia. Invece lei vive la ricerca di Dio, ne cerca l’intima unione attraverso la sua storia, non fuori da essa, cioè non è una donna che fugge dal mondo e dalle vicende umane, ma che attraverso la realtà in cui vive, un modo così intricato, complesso ecc., riesce a trovare la via per vivere l’intima unione con Dio.

L’altro elemento ancora è l’esperienza che lei aveva fatto presso le Annunciate dove aveva maturato un forte riferimento alla Vergine Maria quale modello di donna perfetta e, dunque, quale modello di donna religiosa perfetta. È la ragione perché lei guarda a Maria come a Celeste Abbadessa della sua fondazione, la Madre della comunità. Sono interessanti i tre valori di riferimento che, attraverso la devozione mariana, lei scopre: il Vangelo, la passione di Gesù, l’Eucaristia. Allo stesso modo, dalle Annunciate mutua le dieci virtù di Maria; siamo in un contesto ovviamente di forte devozione mariana. Il Concilio di Trento si chiude nel 1563 e la devozione mariana è una devozione anche in funzione antiprotestante. In uno scontro tra cattolici e protestanti si ritiene che i protestanti non vogliono la devozione mariana; vi invito a leggere il commento al Magnificat di Lutero, una delle pagine più belle della devozione mariana, uno dei commenti anche teologicamente più ricchi! Contemporaneamente, da parte del mondo cattolico, c’è invece una accentuazione della devozione mariana che, alcune volte, trasborda nel devozionismo. Un eccesso di devozione mariana che, ovviamente, fa gridare ai protestanti che è troppo, perché l’eccesso della devozione mariana porta poi tante volte a perdere di vista il riferimento al Vangelo, a Gesù ecc.

Ebbene, dalle Annunciate, madre Mectilde mutua anche le dieci virtù, o i dieci piaceri di Maria, cioè le dieci cose che piacciono alla Vergine e che vengono tenute presenti con un’apposita corda con dieci nodi, come lo scorrere dei grani del rosario e che richiamano questo aspetto. In una lettera del 1652, Mectilde de Bar scrive: «Non so come Nostro Signore mi conduce, né ciò che vuol fare di me; mi abbandono talmente ad ogni sua disposizione che non dico neanche una parola per fare avanzare o fermare quest’opera. Sento che non è affatto cosa mia e mi trovo in uno stato di annientamento totale che non ho nessuna luce interiore che me la faccia sentire mia. È vero che provo un legame segreto, ma vi confesso che non lo comprendo. Tutto quello che mi è stato concesso è avvenuto un giorno alla santa Comunione: ho capito la dignità e la santità dell’adorazione perpetua, ne ho conosciuto l’importanza e con quale purezza occorre agire. Il mio spirito divenne come morto, senza compiacenza, senza desideri, senza alcuna parte viva in questo affare. Credo che voi mi sappiate capire e da allora io sono rimasta passiva in quest’opera, senza poter fare resistenza, né portarla avanti poiché il tutto questo ero, mi sembra, come morta. E così sono rimasta, di modo che, in quest’opera, io non sono niente e non dispongo di nulla. Dio solo se ne è riservato il dominio. Io sono così indifferente che sono disposta ad andare ovunque Egli vorrà».

La santa indifferenza! Che non è: non mi importa di nulla, ma quella indifferenza che dice: sono disposto a fare qualsiasi cosa perché – direbbe san Paolo – so in chi ho riposto la mia fiducia e so che qualunque cosa mi accada, certamente è per il mio bene.

In un altro testo ricorda ancora: «Il nostro Istituto è stato fondato per rendere onore e gloria al SS. Sacramento dell’altare continuamente oltraggiato dagli abomini più malefici e dall’influenza più atroce fino alla consumazione dei secoli. L’Istituto nasce, dunque, dal desiderio di offrire al Signore vittime che si immolino alla sua grandezza annientata sull’altare e si donino per riparare tutte le offese e il disprezzo che il suo amore subisce». La grandezza di Dio è annientata; il Suo amore subisce disprezzo… quindi bisogna allargare la prospettiva della riparazione, non tanto e non solo nella visione di Mectilde de Bar per le particole che vengono profanate, ma è l’amore di Dio che viene disprezzato dunque bisogna riparare l’amore di Dio disprezzato. Questo apre una prospettiva di natura diversa.

«È perciò necessario che le sorelle che si consacrano in questo Istituto non abbiano ricevuto la chiamata solo alla vita religiosa, ma una chiamata specifica all’adorazione di Gesù nel Santissimo Sacramento e alla vita nascosta e annientata». Non è la stessa cosa fare la monaca benedettina in un monastero benedettino e fare la monaca benedettina in un monastero benedettino dell’adorazione perpetua. Questi concetti di vittima e di annientamento risentono del linguaggio e del gusto ovviamente del ‘600, ma vanno letti in una accezione positiva: per Mectilde de Bar non sono disprezzo della dignità della donna, non suonano come disprezzo della propria vita. Questo, mi pare, è un dato molto chiaro perché il voto in qualità di vittima è un’offerta gioiosa, cosciente nella condivisione della comune fragilità umana, come segno di speranza per coloro che si sentono abbattuti ed oppressi dal peccato. È l’imitazione di Gesù vittima, di Gesù annientato, per riparare la dignità di figli di Dio, per riparare la mancanza di apertura dell’umanità all’amore di Dio. Quindi c’è un riferimento esistenziale di tanti uomini e di tante donne per cui potrebbe sembrare anche motivo di evasione il semplice riferimento all’annientamento e alla riparazione delle offese all’Eucaristia se non si compie questa dimensione fortemente cristologica.

Ecco i tre elementi che, mi pare, siano tipici della spiritualità mectildiana. Lo stato dell’annientamento: un annientamento che significa la morte dell’io, la morte del mettersi avanti, del pensarsi come signori della propria vita; il rinunziare all’io per far prevalere Dio e, dunque, è una adesione totale al progetto divino sull’esempio di Gesù dove, ciò che è determinante, è l’obbedienza di fede. Recuperando il senso etimologico del verbo obbedire, è dunque il vivere dall’ascolto; vivo da ciò che ascolto da Dio per cui la priorità è la Parola di Dio, il Vangelo. Papa Francesco, nella lettera per l’anno della Vita consacrata, dice che la regola prima e fondamentale da cui prendono il significato e le mosse tutte le altre regole di ogni Istituto di vita religiosa. Per vivere questa dimensione di annientamento e di obbedienza, la priorità è indubbiamente mettersi in ascolto della Parola di Dio, la lectio divina. Senza questo ascolto non c’è obbedienza e senza obbedienza non c’è annientamento per cui prevale poi sempre il carattere, la propensione umana, ciò che io voglio.

Secondo elemento. Il rimanere passiva quale espropriazione assoluta di se stessa fino a percepirsi incapace di orientare la propria vita per lasciarsi possedere da Dio. Cioè il farsi fare da Dio, non il pretendere di fare: è questo atteggiamento che Mectilde de Bar sperimenta e che è un elemento costante nella spiritualità cristiana, convincersi che è presuntuoso presumere di farsi da se stessi. Terzo, di conseguenza, l’indifferenza. Non è l’indifferenza, torno a dire, del non mi interessa, ma quell’indifferenza che libera il cuore da ogni forma di attaccamento e che fa considerare ogni luogo come il luogo più idoneo in cui realizzare il progetto, il dono di Dio. L’indifferenza è quella pace interiore che fa ritenere ogni posto il luogo adatto per rispondere al progetto di Dio su di sé, perché esso non è legato al luogo, ma alla persona. Per questo, in una lettera del 1668 madre Mectilde scrive: «Non basta impegnarsi all’adorazione perpetua ed essere incorporati in una congregazione che vi è consacrata; è necessario prendere lo spirito del nostro Istituto. Bisogna lavorare alla morte di se stesse per non essere più animate che dalla vita di Gesù. Bisogna chiedergli incessantemente la grazia di vivere, d’ora in poi, unicamente di Lui e per Lui come Egli vive del Padre e per il Padre. Dobbiamo sacrificargli tutti i nostri desideri e affetti, dobbiamo anche far di tutto per morire alle inclinazioni della natura e dei sensi e per non agire secondo l’umore naturale. Il voto di adorazione perpetua deve essere un rinnovamento universale di tutta la nostra vita e di tutte le nostre azioni, deve operare un fervore nuovo, un nuovo desiderio di perfezione e, soprattutto, una inviolabile fedeltà. Esso racchiude in sé il voto di vittima che vi obbliga a resistere fino allo spargimento del sangue e alla perdita della vita per la gloria e gli interessi di Gesù in questo mistero di amore».

Gesù è la vittima nell’Eucaristia. Pensiamo all’idea che si aveva della Messa fino a prima del Vaticano II, cioè quella della Messa come riproposizione, in modo incruento, del sacrificio di Cristo sulla croce, quindi nella Messa noi riproponiamo Gesù come vittima: è la ragione perché nelle ostie c’è il segno del crocifisso, perché sull’altare si poneva il crocifisso, proprio perché sacrificio incruento di Cristo sulla croce. Annunziamo la tua morte, o Signore, proclamiamo la tua resurrezione…

Non è l’essere vittima per difendere le particole dalla profanazione per cui io do la mia vita, mi faccio uccidere, potrebbe anche essere più facile questo rispetto ad un essere vittima nella quotidianità. «Bisogna inoltre che non vi sia in noi un solo respiro che non sia consacrato al suo onore, persuadendoci molto seriamente che non abbiamo più alcun diritto su noi stessi, né di disporre di alcunché di nostro. Col voto di vittima Gesù entra in tutti i suoi diritti su di noi. Insomma, in noi devono operare la giustizia e la santità per renderci vere vittime». L’adorazione perpetua, dunque, quale costitutivo intimo per la conversione dei costumi. Questo è quello che chiede la regola benedettina. Ma la conversione dei costumi, per la benedettina dell’adorazione perpetua del SS. Sacramento ha una via particolare che è l’adorazione perpetua, perché è nell’adorazione che accade la conversione dei costumi; è nel farsi vittima che il mio modo di vivere viene rinnovato, viene convertito. Per tale ragione c’è questa tensione nel cammino verso la perfezione, c’è un dinamismo di morte e resurrezione, morte al peccato e agli umori naturali, resurrezione alla giustizia e alla santità. In questa logica trova significato anche la coscienza della immolazione che – torno a dire – non è svalutazione e disprezzo della propria dignità, ma espressione massima di essere raggiunti, nel vivere per la gloria di Dio, dal mistero del suo amore. Quindi è il lasciarsi immergere pienamente nell’amore di Dio. In questo senso, allora, il significato di annientamento e di riparazione hanno bisogno di essere probabilmente ripensati. Se l’annientamento non è fine a se stesso, non è annichilimento, allora bisogna trovare un’altra via per capire questo annientamento, via che si trova nell’inno cristologico ai Filippesi: Cristo Gesù si è fatto obbediente sino alla morte e alla morte di croce, per questo ha ricevuto un nome che è al di sopra di ogni altro nome.

Questa kenosi, questo annientamento totale di Cristo diventa la via attraverso la quale viene glorificato. Lui che, pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza, che pur essendo di natura divina non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma annientò se stesso. Nel momento in cui - pensate cosa significhi questo per la cultura contemporanea – il cristiano annienta se stesso, ma non perché ha disprezzo di sé, perché fa prevalere in sé la pienezza del progetto, dell’amore di Dio, in quel momento inizia la via per la sua glorificazione. Il Magnificat cosa dice se non questo per Maria di Nazareth? Tutte le generazioni mi chiameranno beata perché Dio ha guardato all’umiltà della sua serva, perché io mi sono annientata di fronte all’Onnipotente. L’annientamento di Maria è stato l’aver accettato nella sua vita il progetto di Dio al punto che, formalmente, ha rinunziato al suo rapporto con Giuseppe vivendolo, in realtà, all’interno del progetto di Dio su di lei e su Giuseppe. Anche Giuseppe ha vissuto il suo annientamento, nella sua notturna lotta con l’angelo; nel momento in cui ha deciso di annientarsi di fronte al progetto di Dio, è diventato il padre putativo, il custode del Figlio di Dio.

In Gesù trova significato l’annientamento, perché in Lui si ha la risposta piena, totale, definitiva, radicale al progetto che il Padre ha su di Lui. Il significato dell’annientamento, il significato dell’essere vittima, dunque, è perché Dio possa realizzare per mezzo mio pienamente, completamente, il suo progetto che è a vantaggio di tutti, ma che è anche a vantaggio mio. Anche il senso della riparazione, da questo punto di vista, chiede di guardare non tanto alle profanazioni compiute verso l’Eucaristia, ma la riparazione come riconciliazione. Cosa bisogna riparare della condizione umana? Gesù viene a riparare la condizione umana strappata, come un abito lacerato dal peccato; Gesù viene a risanare, a ricucire questo abito della figliolanza divina, viene a riparare, nell’umanità, la dignità di figli di Dio rovinata a causa del peccato. Allora, la riparazione diventa anche riconciliazione, riparare nella propria vita e pregare perché accada, nella vita dell’umanità, la riparazione della condizione di figli di Dio e, quindi, la riconciliazione dell’umanità con il suo Dio.

Mectilde de Bar scrive: «Dio ha guardato l’umiltà della sua ancella, ha guardato  l’abbassamento e il nulla nel quale la Santissima Vergine era immersa. Nulla è più capace di attirare Dio in noi, quanto l’annientarci al di sotto di ogni cosa». Dunque Maria modello di annientamento. Certamente nessuno dice mai che Maria ha disprezzato la sua dignità di donna, anzi la Chiesa ci invita a guardare Maria come donna perfetta.

Qual è il messaggio che Mectilde de Bar ancora oggi può dare, in che modo possiamo considerarla attuale non solo per le monache? Mi pare che ci troviamo di fronte ad una donna pienamente realizzata, contenta, felice di essere ciò che è; una donna che ha saputo vivere intensamente la sua vita alla ricerca del compimento del progetto di Dio e, pertanto, legge la sua storia, non si arrende di fronte alle difficoltà di ogni genere, si lascia anzi interpellare da Dio attraverso le difficoltà che vive e il suo annientamento in Cristo è tale proprio guardando al sacrificio di Cristo sulla croce. Il segno per eccellenza di questo annientamento è, indubbiamente, l’Eucaristia. Dunque: adorare l’Eucaristia, riparare le offese all’Eucaristia significa superare l’orizzonte delle offese stesse materiali, quelle che noi chiamiamo profanazioni, per allungare lo sguardo verso la riconciliazione. È l’imitazione di Cristo, di Colui che ha riparato la condizione umana e l’ha resa gradita a Dio: Cristo come il riconciliatore dell’umanità con Dio, il riparatore della condizione umana, della dignità di figli di Dio.

C’è una bella frase di Divo Barsotti a proposito della spiritualità mectildiana: «Indubbiamente colei che istituì la congregazione monastica delle Benedettine del SS. Sacramento è una grande maestra di vita spirituale e, per tanti aspetti, una delle più grandi non solo nella Francia del suo secolo d’oro, ma di tutta la Chiesa. Madre Mectilde, pur essendo stata influenzata da tanti, non è scolara di alcuno. La sua dottrina raggiunge una semplicità, una grandezza che è propria soltanto dei maestri».

A questo punto mi sembra doveroso concludere con un riferimento alla lettera di papa Francesco per l’anno della Vita consacrata. Lo leggo senza commentarlo perché mi pare sia riassuntivo di tutto quello che abbiamo detto fino ad ora con la prospettiva di chi celebra un anniversario considerando che nell’esperienza umana, soprattutto in quella spirituale, niente si chiude, perché ciò che giunge a compimento apre una realtà nuova, a partire dall’esperienza più grande che è la vita: la morte non è la fine, ma è l’inizio, apre ad una realtà nuova. Quindi, nell’esperienza di vita cristiana tutto quello che noi portiamo a compimento significa già l’inizio di una novità, l’inizio di qualche cosa che ci resta ancora da vivere. E allora, mettendo insieme quattrocento anni che si chiudono e un anno dedicato alla Vita consacrata che si apre cosa fare? Papa Francesco: «Raccontare la propria storia è indispensabile per tenere viva l’identità così come per rinsaldare l’unità della famiglia e il senso di appartenenza dei suoi membri. Non si tratta di fare dell’archeologia o di coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto di ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti, i valori che le hanno mosse a iniziare dai fondatori e dalle fondatrici e dalle prime comunità. È un modo anche per prendere coscienza di come è stato vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate. Si potranno scoprire incoerenze frutto delle debolezze umane, a volte forse anche l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma. Tutto è istruttivo e, insieme, diventa appello alla conversione. Narrare la propria storia è rendere lode a Dio e ringraziarlo per tutti i suoi doni».

Questi doni che vengono ricevuti hanno bisogno di essere tutelati, incrementati e consegnati alle generazioni future!