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Deus absconditus, anno 104, n. 2, Aprile-Giugno 2013, pp. 30-33
Antonino Crimaldi
Attualità del Carisma di Mectilde de Bar
Generalmente si considera l'attualità come qualcosa che merita di essere inseguita proprio perché coinvolge direttamente i nostri interessi, nel momento in cui viviamo. Tuttavia, ciò che accade nella contingenza non è necessariamente moda, dimensione peritura e transitoria per eccellenza. Si deduce che, per attualità, dovremmo intendere semplicemente ciò che ha valore universale, ciò che si propone nel tempo, destando tutte le volte un interesse molto vivo.
Il carisma indica fascino, seduzione e attrazione derivanti da un dono. Tutti i Santi, tutti i Fondatori di congregazioni, possiedono un loro peculiare carisma che si perpetua nei secoli attraverso le diverse comunità religiose, giungendo inalterato fino al nostro tempo. Un dato che si reitera frequentemente nei vari corsi e ricorsi della storia, per quanto riguarda l’esperienza religiosa cristiana, è il pericolo di perdere di vista la centralità di Dio Padre provvidente e misericordioso. Il Seicento non fa eccezione. La questione relativa alla salvezza rischia di gettare nello sconforto tutti gli uomini, tanto da indurli a pensare che si tratti semplicemente di un affare divino.
Oggi, argomenti come l’eternità e la sorte dell’anima non sembrano destare particolare interesse: i nostri calcoli hanno uno spessore di concretezza che non ha più a che fare con tali astrattezze. Non c'è più una comunità cristiana che abbia un'importanza sociale così netta e precisa come nel Seicento; allora tutti si potevano dire cristiani, oggi, i cristiani sono una sparuta minoranza, per cui il rischio odierno è la totale indifferenza nei confronti del cristianesimo. La proposta spirituale di Mectilde de Bar si inserisce esattamente in questo bisogno dell'età contemporanea, che consiste soprattutto nell'esigenza di tornare agli aspetti fondamentali del cristianesimo e non alle considerazioni secondarie.
Mectilde de Bar era una mistica ed era una benedettina: in quanto mistica, quando parla di Dio lo fa per esperienza personale; in quanto benedettina, è seguace di una regola. In apparenza questi due aspetti potrebbero sembrare contrastanti, poiché il misticismo implica riempimento del cuore, sentimento, adesione ingenua alla fede, mentre la regola veicola un senso di disciplina, ritualizzazione, gestualità, tutto il contrario della spontaneità: è questa l'eccezionalità di madre Mectilde. Attraverso i suoi scritti dimostra che la spontaneità dà a se stessa la sua norma, cioè una fede che, pur essendo liberatoria da tutti i punti di vista, inevitabilmente porta alla disciplina del cuore e della mente, la quale si riverbera anche nel comportamento esterno.
Dicevamo che la Fondatrice è una grande mistica e la caratteristica dei mistici cristiani è quella di rivivere sulla propria pelle l'esperienza di Cristo Gesù, che si abbassa dalla natura divina a quella umana: Egli si mette al servizio degli uomini rinunciando al primato dell'onnipotenza in virtù di un progetto d'amore. Il Figlio di Dio si annienta al punto tale da affrontare le ingiustizie del mondo e a morire da innocente sulla croce. Si annienta per venire incontro all'uomo, per salvarlo, per redimerlo, per riscattarlo: questa è la lezione del Cristo crocifisso.
Il mistico vive fino in fondo questa lezione. È Cristo che, morendo, ha donato la vita agli uomini, rinunciando a tutti gli agi e i vantaggi dell'esistenza umana, sfidando l'indifferenza e il male sia come entità astratta, sia come entità concretissima; allora, imitare Cristo significa fare quello che Lui ha fatto per l'uomo, cioè sacrificare se stesso affinché gli altri vivano, per affermare nel mondo le ragioni della vita che ha vinto la morte.
Negli scritti della Fondatrice delle Benedettine dell'adorazione perpetua, infatti, il leitmotiv dominante è uno: "Se vuoi essere cristiano, devi rinunciare soprattutto all'egoismo, devi seguire Cristo nella dedizione piena e totale”. Certamente gli uomini di oggi non sono peggiori dei propri antenati né, si badi bene, migliori. Viviamo in un mondo che ha elevato il possesso a misura di tutto, che ubbidisce alla logica del “do ut des”: tutto si commercializza, tutto è in vendita e tutto si può acquistare. Questa mentalità mercantilistica tocca anche i sentimenti più profondi che si esibiscono, si vendono, non si custodiscono. La nostra è la società della sazietà e della disperazione: significa che desideriamo, accumuliamo, ma non sappiamo neppure che cosa cerchiamo. È la società dell’insicurezza, perché il benessere che abbiamo potremmo perderlo da un momento all'altro e ciò che non abbiamo, probabilmente, non l'avremo mai.
Questa società dell'insicurezza moltiplica le assicurazioni: sulla vita, della macchina, contro gli incendi; ora, se raccogliamo tutta la mappa delle polizze che si possono ottenere, per riscontro, in negativo, avremo la mappa delle cose che non si riescono ad avere.
Possesso, avidità, disperazione, indifferenza: ne consegue un’avvilente sensazione di sradicamento, come se non avessimo famiglia, come se non appartenessimo a nulla e a nessuno; non sappiamo né da dove veniamo, né dove andiamo.
In precedenza, abbiamo accennato al rischio che corre ogni epoca lontana da Dio e a come, tutte le volte che questo si verifica, Egli intervenga per salvare il mondo dalla sua autodistruzione. Mectilde de Bar non è una donna del Seicento, nel senso che la sua vita non si può circoscrivere ad un periodo storico, in primo luogo perché il carisma da lei intuito e incarnato sopravvive attraverso le sue figlie spirituali; inoltre, nei suoi scritti, emerge una freschezza di pensiero, un’impostazione della vita spirituale tale da risultare coinvolgente anche per noi, soprattutto quando insiste su un punto: "L'essenziale è questo: è scegliere Dio!”. E non bisogna sceglierlo perché Dio è Dio, ma perché, se Lo guardiamo attraverso Cristo, ci si rende conto che Egli è l'infinitamente amabile. Se conoscessimo veramente il Mistero di Cristo e il Mistero di Dio, non potremmo chiudere gli occhi di fronte all'Amore per antonomasia, perché Lui ci ha accettati prima che potessimo avere la minima sensazione della sua esistenza. Essendo infinitamente accettati, non siamo sradicati: qualunque cosa accada, si conserva la certezza profonda che Dio, accettando l’uomo, lo conduce e lo custodisce, per cui il male non avrà alcun potere. Mectilde esprime questa immensa fiducia in Dio meditando sulla nozione della paternità di Dio, sul suo nome e sul Padre Nostro.
Un altro aspetto di cui parla la Fondatrice è la spoliazione, ossia la rinuncia al possesso di beni materiali a favore di un interesse esclusivo all’essere. La libertà più autentica, in quanto persona, per di più cristiana, si conquista solo vincendo il nemico più acerrimo di ognuno: il proprio ego! L’io è ansia di possesso, di dominio; entra in relazione con gli altri io, solo se ha vantaggi, è volubile in quanto suscettibile a simpatie e antipatie. E allora, per restituire la vita al proprio io, bisogna essere capaci di consegnare se stessi nelle mani di Cristo Gesù e di credere a ciò che Egli ha rivelato: "Giocare la propria vita per l'Amore e nell'Amore", solo questo vince il mondo, mentre tutte le altre realtà soccombono.
Un’ultima importante questione riguarda il primato della contemplazione in seno al carisma mectildiano.
Al di là delle considerazioni sulla vita monastica benedettina, si può affermare che la contemplazione è un bisogno umano, una necessità del credente. Contemplare significa fissare l'attenzione su ciò che è essenziale. Non vi è un luogo deputato: le monache adorano in chiesa, il laico dovrebbe farlo in qualunque circostanza di vita, anche nel frastuono e nella frenesia del lavoro. Se non troviamo lo spazio per raccogliere la mente su quello che è essenziale, è finita: la contemplazione è pane di vita. Mettersi nella prospettiva di rapportarsi all'essenziale per scegliere ciò che veramente conta rende la vita degna di essere vissuta.
La contemplazione è preghiera e le figlie di madre Mectilde sono maestre di preghiera. Adorare il SS. Sacramento vuol dire lasciarsi rapire dal mistero di Gesù Cristo, arrendersi alla grandezza di un Dio che ha subito l’ignominia di un supplizio infamante sancendo, con la sua resurrezione, il trionfo glorioso della vita sulla morte. Di fronte alle parole di Cristo, non resta che dire: “Signore Gesù, ti ringrazio, semplicemente perché ci sei!” Questa è la contemplazione!
A conclusione di quanto trattato finora, è opportuno far riferimento alla pace interiore secondo l’accezione mectildiana. Della pace benedettina dice madre Mectilde: «Che pensate di questa terra, che è dolce ai miti?»[1], in cui riecheggia il discorso della montagna: “Beati i miti di cuore” che abitano una terra particolare, la terra di coloro che seguono alla lettera Cristo Gesù. «È la terra dell'annientamento, perché mitezza significa una persona dolce, benefica, che porta la pace dappertutto e la possiede in sé. E’ una conoscenza che mette l'anima nel nulla; là si trovano tutte le grazie e benedizioni. Là le viene data in dono quella terra fortunata dove si trova Dio. Tale beatitudine è molto simile a quest'altra: “Beati i pacifici perché saranno chiamati figli dì Dio”. Essa abita quel cuore come un figlio abita la casa di suo padre; l'operatore di pace mette pace in tutte le cose, porta una calma profonda nel suo intimo e questo lo fa somigliare a Dio che è un Dio di pace».
Antonino Crimaldi