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Deus absconditus, anno 111, n.4, Ottobre-Dicembre 2020, pp. 52-59.
Don Divo Barsotti CFD
LA VOCAZIONE DI BENEDETTINE DEL SS. SACRAMENTO
Potrebbe sembrare, a prima vista, che l'Istituto delle Benedettine del SS. Sacramento risulti di una mescolanza di spiritualità monastica autentica e di spiritualità monastica del seicento. Ma ad uno studio più attento, appare come esso esprima, in realtà, l'unità di una vocazione specifica, chiara e grande.
Se il benedettino non può preporre nulla all'Opus Dei, se il monaco deve vivere questa sua missione della lode divina, come missione, direi, esclusiva o, almeno essenziale della sua vita religiosa, l'adorazione e l'imitazione di Gesù nell'Eucaristia non è una missione diversa, ma tende a chiarire precisamente all'anima quello che è l'Opus Dei.
L'Opus Dei, nella Regola benedettina, è l'Ufficio Divino, ma possiamo pensare l'Ufficio Divino separato dalla Santa Messa? O non è, forse, invece, l'Ufficio Divino la preparazione ed il prolungamento del Sacrificio Eucaristico? Può la Chiesa, può l'anima consacrata lodare Dio se non nella lode e nella adorazione che eleva il Figlio Unigenito al Padre? E non è, forse, la lode del Figlio Unigenito al Padre che si fa presente agli uomini nel Sacrificio della Messa e si partecipa agli uomini in quanto, prima di tutto la lode, che è propria del Verbo, Egli la vive nella sua umanità, con la morte di Croce?
L'atto divino, eterno, infinito di Amore onde il Verbo si ordina al Padre, si traduce, nel Verbo Incarnato, nell'atto della sua morte.
Quest'atto eterno coincide e si incarna nell'atto della morte di Gesù ed è in quest'atto di morte che Egli si fa presente nell'Eucaristia: atto di morte e atto di risurrezione che è la Vita Celeste di Cristo; atto di morte e di risurrezione che è lo stato permanente dell'anima consacrata.
È impossibile, quindi, vivere l'Ufficio Divino separando questa missione della lode divina dall'atto di Cristo.
E la vocazione benedettina del SS. Sacramento porta a vivere in modo consapevole ed intenso questa unione necessaria del nostro sacrificio eucaristico col Suo: "una oblatione consummavit".
È partecipando a quel sacrificio, atto supremo dell'esistenza cristiana e della vita monastica, che noi viviamo la nostra vocazione e vi rispondiamo.
È quindi, sommamente utile che, in modo specifico, più diretto, noi realizziamo la necessità di una partecipazione a questo Mistero che implica una imitazione dello stato di Gesù Vittima, dello stato di Gesù che vive presente agli uomini un abito esterno di morte, pur vivendo la gloria che è propria di Lui, come Figlio di Dio.
È in questo modo che voi vedete l'ideale ed è questo ideale che voi volete realizzare nella vostra vita religiosa. Anche voi, sotto un abito esterno di morte, dovete vivere la gloria delle Spose del Verbo.
È quello che ci fa vedere S. Giovanni nell'Apocalisse e che noi dobbiamo realizzare giorno per giorno: "l'Agnello è sgozzato, ma in piedi, dinanzi al trono di Dio"; voi pure vi immolate, ma in piedi viventi dinanzi al Padre; non, quasi, altre ostie con l'Ostia che è il Cristo, non quasi altre vittime con la Vittima che è Lui, ma tutte una sola vittima, perché tutte viventi un solo Mistero. Ed è proprio la perfezione del Sacrificio di Gesù che è la norma del vostro operare, che è l'ideale che voi dovete raggiungere; in una identificazione sempre più piena con Cristo voi vivrete la vostra vocazione divina.
Ma come è possibile vivere questa vostra identificazione con Cristo, nel Suo mistero di morte e di risurrezione, se non attraverso l'operazione dello Spirito Santo? Se non attraverso l'azione onnipotente dell'Amore infinito?
Le parole della vostra consacrazione monastica ripetono, mi sembra, le parole della Consacrazione Eucaristica. Noi non possiamo divenire proprietà di Dio, se non diventiamo Dio, perché Dio non possiede che Sé. Egli non ci può ricevere che in quanto ci trasforma. Così io non posso offrire a Lui il pane ed il vino che rappresentano il mio lavoro, la mia fatica, il frutto del travaglio umano.
L'uomo non può offrire tutto questo e tutto questo non può essere ricevuto da Dio, che in quanto tutto questo diviene il Corpo ed il Sangue di Gesù.
Noi non possiamo offrirci rimanendo quello che siamo; nell'istante in cui ci offriamo e siamo ricevuti da Lui, Egli non ci fa soltanto le Spose del Verbo, ma una sola vittima con Lui, una sola vittima consumata alla Sua gloria; è una immolazione che implica l'annientamento, una consumazione che implica glorificazione.
Morte e risurrezione sono veramente il nostro medesimo vivere. Ma non si vive il nascondimento della vita monastica, se questa immolazione non è già il segno di una gloria presente.
Non si vive la morte per la morte; nella vostra umiltà, nella vostra immolazione, nel vostro nascondimento, nel vostro silenzio, voi vivete già la dignità di spose, vivete già la vostra trasformazione, vivete già la vostra unione con Cristo.
"SUSCIPE ME!"
Certo, voi non potete dire altro: la parola veramente consacratoria è la parola di Dio che vi accetta e vi possiede, che vi introduce nella sua proprietà.
Queste parole però potrebbero rimanere, senza essere ascoltate da Lui?
No! Perché v'è un Vescovo che le ascolta, vi è la Chiesa che riceve il vostro dono e la Chiesa non lo riceve se non in quanto è Rappresentante di Cristo. L'accettazione della Chiesa praticamente vi garantisce l'accettazione di Dio.
Ora l'accettazione di Dio implica una "consecratio" e la "consecratio" implica una trasformazione.
Dio non potrà mai possederci fin tanto che noi siamo quello che siamo. Egli non può possedere che Se stesso.
L'Umanità che il Verbo assunse, nell'atto in cui l'assunse, divenne il Corpo e il Sangue di un Dio. La vostra umanità diviene l'umanità della Sposa del Verbo.
"Suscipe me". Non sono queste le parole consacratorie, ma la parola consacratoria che noi udiamo, perché parola stessa di Dio, questa parola consacratoria onde Dio accetta la vostra offerta, è stata già detta; voi siete, anche voi, sopra l'Altare come unica Ostia; Lui con voi, voi con Lui. È questa la vostra vita.
Sì, voi dovete adorare il SS. Sacramento: ma l'adorazione del SS. Sacramento implica una nostra distinzione da Lui. Egli è nel Tabernacolo, voi lo adorate stando nel Coro.
Ora, questa distinzione è reale fino ad un certo punto.
La vostra adorazione in tanto è vera ed efficace in quanto è l'adorazione stessa del Cristo alla quale noi partecipiamo, adorazione sua in quanto uomo perché solo in quanto Uomo Egli adora. Solo nell'adorazione del Cristo la nostra adorazione è veramente efficace ed onora, glorifica Dio.
Voi potete e dovete adorare Gesù nel SS. Sacramento; ma Gesù non è presente solo per essere adorato, perché tutto il Mistero dell'Incarnazione divina dalla nascita alla morte, dalla morte all'Eucaristia, tutto è per noi.
Non gli uomini sono per Lui, ma Lui è per noi. "Propter nos homines et propter nostram salutem descendit de cœlis".
È proprio per essere per noi che Egli ci fa degni di una adorazione e di una lode che onora e glorifica Dio: la Sua.
Egli è nel SS. Sacramento, accidentalmente per essere adorato, sostanzialmente per essere la nostra adorazione e la nostra lode.
Voi non vivrete la vostra adorazione mai più intensamente che nella Messa e, nella Messa, voi non tanto lodate Gesù, ma, per Lui, con Lui ed in Lui, come dice la dossologia finale del canone, voi offrite al Padre tutta la gloria, tutta la lode, tutta l'adorazione, perché gli offrite la gloria, la lode, l'adorazione del Figlio Unigenito.
È vostra questa adorazione, è vostra questa lode, perché, in che modo voi potreste essere le Spose del Cristo se Egli non vi partecipasse i Suoi beni? Ora, che altro ha il Verbo divino se non questa adorazione e questa lode? Questo Egli possiede e non possiede che questo e questo Egli vi dona, sicché la Sua lode e la Sua adorazione divengono la vostra lode e la vostra adorazione. Voi potete lodare ed adorare Dio col Cuore di Cristo.
Spose dell'Unigenito Figlio, Spose del Verbo, quello che Egli ha è in vostro possesso, così come Egli ha voluto, nella Sua misericordiosa bontà, ricevere voi, la vostra pochezza, il vostro nulla.
Voi a Lui vi siete donate, Egli è entrato in possesso di voi e vi ha trasformate in Sé. Voi siete divenute Suo possesso ed Egli vi ha fatto partecipi di quello che Egli vive, di quello che Egli è.
Questa è la vostra vocazione: essere una sola lode col Cristo; essere una sola adorazione con Lui un solo ringraziamento al Padre, per Lui, con Lui ed in Lui; essere una sola espiazione, una sola soddisfazione alla santità del Padre, per i peccati del mondo, per Lui, con Lui ed in Lui.
Tutto si realizza nell'atto del Cristo, ma l'atto del Cristo non è più un atto separato dal nostro.
Quando Egli visse la Sua morte di Croce era solo lassù; in atto primo Egli già assumeva, allora, tutti i peccati del mondo, tutta la nostra debolezza e ci presentava al Padre, ma in atto secondo era solo.
Ora Egli si fa presente nell'Eucaristia precisamente perché la nostra partecipazione sia reale, sia vera, perché noi viviamo in questo atto ed il Suo atto divenga anche il nostro e non vi siano più due atti, non vi siano più due vite, non vi siano più due adorazioni, due ringraziamenti, due suppliche, ma una sola sia la supplica, una sola l'adorazione, uno solo il ringraziamento, una sola la lode: la lode del Verbo divino che è la mia medesima lode.
"Per Ipsum et cum Ipso et in Ipso est Tibi Deo Patri omnipotenti in unitate Spiritu Sancti omnis honor et gloria".
"Omnis": lo dici tu. "Omnis" e tutta la gloria di Dio non può essere altro che il Verbo.
Quello che è l'atto del Verbo è il mio medesimo atto, di me che celebro, di voi, che non tanto assistete ma, piuttosto celebrate con me, partecipate a questo Mistero.
Questo è vero per tutti i cristiani; d'altra parte la vocazione religiosa non aggiunge nulla di essenziale alla vocazione cristiana e voi dovete vivere precisamente questa vocazione cristiana che è implicita nella Messa: dovete portare questo atto fino all'ultimo compimento, non vivendo più altro che questo.
Voi, nell'atto della vostra consacrazione vi trasformate: siete le Spose del Verbo per vivere il Suo unico atto.
Ora la vostra vita non è che questa presenza dell'atto.
La presenza dell'atto? Che cosa intendo dire con queste parole?
La morte interrompe la vostra vita, questa vita successiva, questa vita nel tempo; ma ci stabilisce per sempre nell'eternità.
Ora, se non ci sono altri atti oltre la morte, vuol dire che questa ci stabilisce nell'atto ultimo della nostra vita, che è l'atto onde noi entriamo nel possesso di Dio. È in questo atto ultimo che Cristo rimane.
Il Cristo rimane in esso perché non può vivere un atto successivo. Oltre la morte non vi sono più atti perché, se ve ne fossero ancora, noi vivremmo nel tempo. Ora la morte ci strappa al tempo; se uno in quell'atto è sorpreso nel peccato, vive il peccato, vive l'inferno per tutta l'eternità. Se in quell'atto noi siamo sorpresi, invece, nella grazia, nella santità, in quella santità noi rimaniamo per tutta l'eternità.
L'atto in cui ci coglie la morte si cambia in uno stato che rende eterno l'atto.
Così il Cristo. Ovunque si faccia presente, si fa presente come Atto, come Essere, perché in Dio, essenza ed esistenza sono una sola cosa.
La presenza Reale del Cristo, la presenza del Suo Mistero è la presenza dell'atto della Sua morte e della Sua risurrezione; la presenza di quell'atto che non conosce altri atti, perché è l'atto onde l'Umanità del Cristo entra nel Santuario del Cielo come si dice nella Lettera agli Ebrei.
Ecco: ora vorrei che consideraste che cosa vuole dire per voi il "Suscipe".
Se il "Suscipe" implica un atto consacratorio, con quell'atto voi entrate, in qualche modo, nell'eternità. In qualche modo, perché vivete ancora nel tempo, però quell'atto consacratorio vi stabilisce, come Gesù, nella pura presenza del Mistero.
In altre parole, voi, per stato, non più per atto, dovete vivere quell'adorazione, quella espiazione, quella riparazione; siete Vittima sopra l'Altare, ovunque voi siate.
Voi siete un tabernacolo vivente; molto di più: voi siete un'ostia sola con Gesù Ostia. E la vostra vita ora non ha altro contenuto che la Sua.
La realtà del Mistero eucaristico si rivela nella partecipazione che Egli dà della Sua vita a voi, nel far sì che voi siate con Lui un'Ostia, per vivere con Lui il Mistero di una lode perfetta, di un'adorazione totale, di un'espiazione, di una riparazione universale.
Nulla vi è sottratto; Spose del Verbo, ciò che è Suo è vostro. Egli non ha che la Sua vita, che questo ordinarsi al Padre in un atto di infinito Amore, questo atto di lode purissima è il vostro vivere, nella misura in cui siete fedeli, nella misura in cui il "Suscipe" vi stabilisce in questo stato come Gesù.
La consacrazione non è un atto fuggitivo. Nella Consacrazione il pane ed il vino si cambiano in Corpo, Sangue e Divinità dell'Agnello svenato e che è in piedi dinanzi al trono.
Nella vostra consacrazione, voi stesse passate dalla vostra vita umana, successiva, che in sé implica una certa non solo distinzione, ma anche lontananza da Lui, voi passate in proprietà di Dio.
È in tale proprietà di Dio che voi ora dovete vivere il Suo stesso Mistero; non potete vivere più che una vostra identificazione che, naturalmente sarà anche successiva perché, nonostante che la consacrazione vi trasferisca in dominio di Dio, vivete ancora nel tempo; vivete tuttavia questa identificazione progressiva.
Non ha altro senso per voi il tempo che questo trasferimento continuo già operato pur ancora perfettibile fino alla morte: in tal modo che sempre più sia vostro e altro non sia vostro che l'atto di Gesù.
Voi vivete certo, oggi, una partecipazione a questo Mistero di Gesù che loda, adora, espia per i peccati del mondo, ma non è detto che questa partecipazione sia tutta la vostra vita; ci sono tante mancanze che ci fanno capire come la nostra vita ancora non si identifica a quell'Atto. L'acconsentire a qualche impazienza o anche ad un solo movimento di suscettibilità o di amor proprio, non si può dir che sia atto del Cristo.
Ma nella misura in cui voi consentirete all'azione dello Spirito che compie questo trasferimento per l'onnipotenza dell'Amore inde Egli ha ricevuto il vostro dono, nella misura in cui, acconsentendo, vi abbandonate alla potenza di questo Amore che opera tale trasferimento, sempre più la vostra vita coinciderà, si identificherà, si trasformerà nella vita stessa del Cristo; fintantoché, col vostro morire, non soltanto spirituale, ma anche fisico, Gesù Cristo prenderà pieno possesso del vostro essere per vivere attraverso la vostra umanità, il Suo solo Mistero, una lode infinita, il Suo Amore infinito per il Padre, nell'adorazione e nella lode eterna.
Ecco, dunque, il compito vostro! Tutto il vostro vivere è il passaggio che si compie quando il Sacerdote dice: «Hoc est Corpus meum!». Dal dire l'ultima parola al cambiamento della sostanza, alla transustanziazione, non c'è separazione. Il trapasso è immediato.
In noi non è così immediato; eppure questo è il nostro vivere. Le nostre parole dicono il nostro offrirci a Lui, ma non dicono il nostro trasferimento in Lui, perché bisogna che Egli ci possegga, bisogna che ci riceva.
Se non ci doniamo non ci può possedere, perché ci possediamo noi.
Egli ci ha dato veramente il possesso di noi stessi tanto che possiamo anche darci al diavolo, invece che a Lui.
Noi, dunque, ci doniamo a Lui ed Egli ci riceve. Si è detto che la presenza della Chiesa garantisce che Dio ha ricevuto la nostra offerta: però il trasferimento dura tutta la vita.
Noi dobbiamo vivere incessantemente questa "consecratio", dobbiamo vivere questo passaggio che, nelle specie del pane, si opera in un istante solo perché nelle specie del pane non c'è la possibilità di un consenso alla divina Volontà; il pane è materia inerte: Dio vi agisce senza ostacoli, mentre noi, purtroppo possiamo mettervi ostacolo e questo passaggio non è tanto immediato.
Tutte voi avete detto il "Suscipe" ma ancora, forse, non siete sante, e, anche se questa possibilità rimane, rimane la realtà di una nostra debolezza, di una nostra ignoranza, di tutto quello che oggi impedisce veramente allo Spirito di prendere pieno possesso di noi.
Tuttavia il nostro vivere è precisamente questo passaggio.
Altro elemento che diversifica la transustanziazione della nostra consacrazione è questo: che la transustanziazione è immediata, ma il pane e il vino non sussistono più.
Per noi, al contrario, la consacrazione opera una nostra trasformazione, dona veramente a noi di vivere l'atto stesso di Cristo, pur rimanendo eternamente distinti la sposa e lo Sposo.
Questa unione è molto più grande che nella transustanziazione, perché nell'Eucaristia il trasferimento esclude ed annienta, in qualche modo, la sostanza del pane e del vino e fa sì che non rimanga che Lui e, quindi non c'è più la possibilità della sussistenza della creatura come tale.
Ora Dio non può volere questo per noi, perché l'Eucaristia non è in ordine a noi. L'Eucaristia Egli l'ha voluta perché noi viviamo questa nostra consacrazione e, trasferendoci in Dio, possiamo vivere la sua stessa beatitudine, la Sua vita, la sua lode senza cessare di essere.
Che cosa acquista il Signore se noi cessiamo di essere? Egli rimane quello che è; ma Egli vuole, senza acquistare nulla di sostanziale nel nostro sussistere moltiplicarsi, per così dire, in ogni creatura, donandosi a ciascuna, come lo Sposo si dona alla sposa.
È questo veramente il fine, l'ultimo atto della redenzione umana, il compimento di ogni disegno divino: le nozze dell'Agnello, la Sposa che finalmente vive tutta la ricchezza dello Sposo, vivendo il Suo Amore, ché lo Sposo non ha altro che Amore.
Ecco! Mi sembra che, alla luce di queste poche considerazioni che potrebbero essere molto più sviluppate ed approfondite, abbia una ragione grande di sussistere il vostro Istituto.
Esso è fedele alla spiritualità monastica perché ne esprime il contenuto ultimo, ne vive logicamente tutte le conclusioni, vivendo fino in fondo una vocazione che chiama il monaco ad essere una sola cosa con Dio nell'unione col Verbo.