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Deus absconditus, anno 113,  n. 1, Gennaio-Marzo 2022, pp. 19-27
 

Padre Serafino Tognetti, CFD
L'Adorazione

 

Don Barsotti dà questa definizione di adorazione: «atto liturgico che continua ed abbraccia tutto il giorno nella sua virtù santificatrice». É in pratica la Messa che "continua" durante il giorno.

Messa e adorazione non sono due momenti staccati e diversi, ma uno in conseguenza dell'altro. Anche il Papa Benedetto XVI si è espresso più volte con simili termini. Nella Messa non riusciamo a realizzare tutto, allora cerchiamo di dilatare il tempo della Messa facendo adorazione di ciò che abbiamo celebrato, durante il giorno, fino a sera.

Nella nostra vita monastica noi celebriamo il sacrificio eucaristico il mattino e facciamo il ringraziamento al pomeriggio.

Alla mattina preghiamo con l'Ufficio delle Letture, poi abbiamo mezz'ora di preghiera personale, in seguito le Lodi cantate, la celebrazione della santa Messa, e già arriviamo alle otto del mattino. Dopo queste tre ore mattutine non c'è tempo materiale per un'altra mezz'ora o un'ora di ringraziamento: c'è la colazione e così comincia la giornata. Rimandiamo il ringraziamento, quello che si può chiamare anche adorazione, nel pomeriggio: un'ora in silenzio davanti al Santissimo. Non cantiamo e non facciamo invocazioni: stiamo in silenzio.

Credo che il Signore non si dispiaccia se si fa il ringraziamento diverse ore dopo la Messa, perché il tempo è un concetto che si può dilatare, se un giorno vale come mille anni.

L'importanza dell'adorazione è vitale in un mondo, il nostro occidentale, roso dall'efficientismo, in cui sembra che abbia valore solo quello produce un immediato risultato o effetto.

Voi avete l'esperienza delle parrocchie: se fate una salsicciata viene un sacco di gente, invece se indite un'ora di adorazione vengono sempre quei due o tre, i soliti.

L'adorazione è difficile, è un atto che non ha un immediato risultato, eppure dice Gesù alla venerabile Costanza Zauli che una sola piccola anima intimamente unita al suo Cuore si fa, durante l'adorazione, canale di torrente di grazia e può svolgere ancor più di molti operai apostolici, un vero apostolato di straordinaria fecondità. L'adoratore funziona come un canale: l'acqua sgorga da una fonte, il canale la fa passare ed essa arriva sull'umanità.

Citando un autore più autorevole, san Giovanni della Croce: «Un minimo moto di amore puro è più utile alla Chiesa che non tutte le altre opere riunite insieme».

I piccoli atti di amore puro che si possono compiere durante l'adorazione hanno molta più efficacia di tanti atti visibili, fatti con le mani.

Quante volte nelle nostre parrocchie siamo di fronte a degli insuccessi, facciamo iniziative e non c'è risposta, aspettiamo buone cose dalle persone ci arrivano solo le delusioni; quante volte le nostre opere ci possono scoraggiare. Un atto di amore puro vale più di tutto.

Il santo Curato d'Ars iniziava la sua giornata con tre ore di adorazione, per rendere feconde le opere successive. Voi direte che questo è impossibile per voi; beh, dipende da che ora ci si alza.

Un metodo di adorazione

Vi dico come facciamo noi l'adorazione serale, come prolungamento della Messa.

Il primo momento lo chiamo "operazione verità", il che significa gettare via ogni maschera, farci vedere per quello che siamo realmente.

C'è la tentazione di voler piacere a Dio mostrando il volto più bello, l'abito pulito, mentre invece la nostra natura è debole, inquinata. Abbiamo peccati attuali ma anche il ricordo dei peccati passati. Ci può essere la sottile tentazione che senz'altro è di origine diabolica, di non far vedere al Signore le miserie della nostra vita, nasconderle ai suoi occhi. Allora c'è lo sforzo del fariseo di mettere avanti le nostre opere. Questa è una maschera che va gettata via: il Signore sa che siamo deboli e vuole la nostra umiltà, la debolezza della nostra natura.

Santa Teresa di Gesù Bambino diceva che se anche avesse commesso tutti i peccati del mondo fatti da Adamo ed Eva fino all'ultimo uomo, non avrebbe esitato un attimo a gettarsi nelle braccia del Signore, perché tutti i peccati del mondo sono come una goccia d'acqua che si getta nella fornace piena di fuoco. Che sproporzione: tutti i peccati del mondo sono come una goccia d'acqua che si getta nel fuoco, essa non fa in tempo ad arrivare al fuoco che è già evaporata. Ci facciamo piccoli invocando lo Spirito Santo e mostrando davanti al Signore la nostra nudità. Egli sa che siamo deboli ma siamo noi che dobbiamo abbracciare la nostra debolezza e rimanere lì.

Il secondo punto della nostra scaletta è il silenzio. Dopo l'invocazione dello Spirito Santo c'è una fase di silenzio, evitiamo di fare pensieri nostri per renderci disponibili all'azione di Dio.

Scrive Abraham Joshua Heschel: «Non è corretto dire che nella preghiera noi comunichiamo con Dio usando l'analogia del conversare tra gli uomini: noi non comunichiamo con Dio, ma ci rendiamo comunicabili». Sottile questa distinzione, ma vera. Dio non è terra di conquista, noi siamo piuttosto l'oggetto del suo pensiero.

È più importante essere conosciuti da Lui che conoscere Lui, metterci nella disposizione di riceverlo e, per far questo, occorre che non ci sia nessun pensiero né su di noi né su di Lui.

Secondo questo autore: per colui che pensa, Dio è l'oggetto; per colui che prega, Dio è il soggetto. In questo silenzio di ogni pensiero non ci sembra nemmeno di pregare, e in realtà non prego, in senso tecnico, ma mi faccio presente a Lui, cerco di allontanare tutte le distrazioni. Siccome so che ho

un'ora di tempo e in quell'ora non verrà nessuno né a suonare alla porta né a suonare al telefono, né a bussare, sto lì, davanti a Dio in puro silenzio. A tratti avverto il bisogno di parlare di cose buone, invocare, supplicare, me è una tentazione: caccio ogni pensiero e rimango nell'assenza di immagini, in silenzio.

Una volta mi capitò di essere invitato da un parroco nel Veneto a guidare un'ora di adorazione con la parrocchia. Arrivato, andai in sacrestia per prepararmi e prendere gli ultimi accordi. Proposi al sacerdote di fare un canto d'inizio, rimanere in silenzio 50 minuti, poi la benedizione finale. Il parroco inorridì: «Come? Cinquanta minuti in silenzio? Impossibile, i miei parrocchiani non sono abituati». Proposi 40 minuti di silenzio e venti di invocazioni. «No, padre, 40 minuti di silenzio sono troppi». Calai la quota e suggerii 30 di silenzio e 30 di parlato. Niente da fare: ancora troppi. Passai allora ai 20 minuti di silenzio e il resto canti e preghiere. Mi sembrava di essere Abramo che contratta con Dio i giusti a Sodoma per evitare la distruzione. Alla fine riuscii a spuntare 10 minuti di silenzio, ma feci fatica anche a far passare tale spazio, perché il parroco avrebbe voluto tutta l'ora di preghiere vocali. Anche in quei dieci minuti sentivo la tensione delle persone alle mie spalle, come se quel silenzio pesasse e non passasse mai.

È difficile in dieci minuti rendersi comunicabili, anche perché sei distratto dal pensiero che non vedi l'ora che i dieci minuti passino. Se hai solo qualcosa da dire, Dio diventa l'oggetto, bene anche questo, io non lo condanno. Ma dobbiamo imparare la comunicazione vera con il Signore, imparare a fare spazio a Lui.

 

«La parola deve riposare su un fondo di silenzio come l'iceberg

sulle acque. La parola vera, la parola autentica viene da un fondo

di silenzio», scrive Maurice Pontet;

e Romano Guardini: «Nulla è tanto cambiato nella struttura dell'uomo

come da quando vi è stata la perdita del silenzio».

 

Il teologo svizzero scriveva questo negli anni '40, figuriamoci cosa direbbe oggi. È difficile, oggi, stare in silenzio e fare silenzio. Ma la parola separata dal silenzio diventa rumore. Il silenzio è la madre della parola. La parola viene partorita da un ventre di silenzio. La parola si fa piena solo se viene dal silenzio.

Durante il silenzio viene - come dicevo - la tentazione di parlare o leggere, ma è una tentazione del maligno, perché se l'anima si espone a Dio diventa invincibile. Ecco perché pochi fanno l'adorazione: nell'adorazione io affronto Dio. Non è un gioco: ho Dio davanti.

Mosè salì sul Sinai a ricevere le tavole della Legge, ma aveva un certo timore, perché il monte tremava, vi era il fuoco e altri fenomeni… Dio non è uno scherzo. Si preferisce l'azione perché sono io che la faccio, si preferisce la preghiera vocale perché sono io che la governo, sono io che dico quello che voglio. Questa fase dura circa mezz'ora e può essere pesante perché il pensiero richiede di entrare.

Io faccio questo lavoro da circa trent'anni e dopo tanto tempo devo testimoniare come sia fondamentale nella mia vita questa pratica: il silenzio fa parlare Dio e porta Dio nell'anima, resa disponibile da questo esercizio.

Dopo un po', ecco la terza fase. Avverto che è giunta l'ora che l'anima possa esprimersi con la preghiera. In generale la nostra è una preghiera di supplica. Se è vero che io divento uno con i peccatori, sento il peso dei peccati dei miei fratelli ed intercedendo per loro, faccio proprio i loro nomi: ti supplico per Michele, per Roberto, Veronica, eccetera…

Padre Pio ci impiegava venti minuti per fare l'Offertorio, stava tanto tempo con la patena tra le mani… la gente stava in silenzio e partecipava. In quel tempo egli ricordava tutti coloro che doveva presentare al Padre. Ma come faceva a ricordare di tutti? Un giorno un confratello gli chiese come facesse il santo padre a ricordare tutti i nomi, e a battuta, gli disse che probabilmente li metteva in un calderone, genericamente, e li offriva così a Dio tutti insieme. «Nel calderone ti ci butto te, con l'olio bollente!», fu la risposta di padre Pio. Veramente non so spiegare nemmeno io come facesse, con le migliaia di persone che andavano a San Giovanni Rotondo.

In questa terza parte dell'ora di adorazione io ricordo i nomi, senza scendere con la fantasia nei singoli dettagli. Faccio la supplica per colui che vive nel male, chiedo che il Padre lo perdoni e applichi alla sua anima il Sangue di Cristo. «Padre - dico come Silvano del Monte Athos - perdona il nostro peccato e la nostra lontananza da te».

Qui non contano gli stati emotivi: io non avverto niente, faccio solo delle dichiarazioni. Ma se il Signore vuole poi darmi emozioni, faccia pure, io non dico di no. Ogni tanto in effetti mi pare di "sentire" qualcosa, ma questo non fa che darmi delle conferme su quanto comunque vivo e faccio nella preghiera, a prescindere. Il Credo, per esempio, può essere usato come preghiera: è una serie di dichiarazioni: credo nel Padre, nel Figlio, eccetera…

Ci può e ci deve essere anche la preghiera di lode, ma io credo che nel nostro sacerdozio sentiamo più la preghiera di supplica.

Ascoltate questo passo di santa Brigida di Svezia, fondatrice delle Brigidine: un giorno santa Brigida rivolse alla Santa Vergine questa preghiera: «Aiutami, Madre carissima, ad amare il tuo Figlio in un modo perfetto, io mi sento debole incapace di amarlo come vorrei. Ti prego perciò che tu voglia annodare l'amore di Cristo al mio cuore ed attirarlo a Lui staccandolo completamente da ogni affetto terreno». Ma la Santa Vergine le rispose: «Pensa piuttosto a rattoppare la veste di suor Caterina, non è una gonna di seta, ma è una semplice gonna di lana grezza che ha uno squarcio da rattoppare». Pensate un po' come ci rimase santa Brigida che pensava di aver fatto una preghiera di grande spessore spirituale, invece la Madonna le chiese di interessarsi piuttosto di ago e filo per la veste di una delle sue suore.

Possiamo apprendere la lezione e anche noi, prima che la Madonna ci rimproveri. Lasciamo stare le grandi dichiarazioni di amore, altrimenti facciamo la fine di san Pietro, che giurò di essere pronto a dare la vita per il Signore e mezz'ora dopo lo rinnegò miseramente.

Nella preghiera andiamo a rattoppare la veste dei nostri amici e parrocchiani, magari anche materialmente se ci capita.

Anche se non sento niente, sono certo che la preghiera raggiunge Dio perché fatta con cuore puro ed il Signore ha promesso efficacia alla preghiera. Non c'è niente nel Vangelo a cui il Signore prometta efficacia diretta ed immediata se non alla preghiera. «Chiedete ed otterrete, bussate e vi sarà aperto…». Non dice mai: "Se fate questa cosa avrete successo", le azioni possono essere efficaci, ma una garanzia non l'ho mai, mentre invece alla preghiera Gesù stesso più volte ha promesso la piena efficacia.

In questa terza fase succede che sento esaurirsi le suppliche e allora ritorno nel silenzio. Negli ultimi minuti in generale c'è alternanza tra silenzio e preghiera. Posso supplicare: «Gesù pietà di me peccatore», poi si ritorna nel silenzio. L'ora si conclude con il fratello che si alza, suona la campanella ed iniziano i Vespri.

Questa è la nostra ora di adorazione. Vissuta in questo modo non è stancante, anzi è un appuntamento desiderato. Io non so come voi parroci possiate fare questo - se potete -, difendere un'ora con un filo spinato doppio nel quale nessuno entri. Io suggerisco di provarci, se no poi la giornata diventa arida: se non c'è questa intimità con Dio raccordata con la vostra Messa, la vita risulta più difficile e pesante.

Le distrazioni

Le distrazioni le hanno tutti, anche i grandi santi, perché la natura aborre il vuoto, e se noi facciamo vuoto interiore i pensieri si affollano.

Per combattere le distrazioni possiamo ricorrere all'esercizio del presente, il che significa realizzare che il momento che viviamo è l'unico che abbiamo per poter rimanere con Dio. Mi devo rendere conto davanti a chi sto, mettere la mia concentrazione nell'atto presente, fare esercizio di "divina presenza".

In queste distrazioni quello che ci fa danno è la fantasia. Diceva un monaco russo: "Il demonio non può niente sulla volontà, ma può tutto sulla fantasia". É assolutamente vero. Se io voglio alzarmi in piedi, lo faccio senza fatica, è atto libero della mia volontà, ma se voglio stare concentrato e pensare ai misteri della Santissima Trinità, dopo tre secondi la mia testa è altrove.

Vi do un altro suggerimento che viene dalla scuola gesuitica. Dal momento che i problemi mi vengono dalla fantasia, devo usare di questa forza dirigendola verso il bene. Per esempio: nella recita del Rosario, se dico "Ave o Maria piena di grazia…" la fantasia vi porta altrove. Allora dirigete la fantasia su oggetti spirituali e santi. Non a caso ci vengono dati dei misteri da contemplare.

Nella decina del terzo mistero gaudioso, per esempio, mi si dice di contemplare la nascita del Signore a Betlemme, allora mi "distraggo" sulla nascita di Gesù, sull'immagine plastica del presepio, l'asino, il bue, la Madonna san Giuseppe… Non è un'ingenuità, ma è l'uso corretto della fantasia. Se mi distraggo su cosa fare da mangiare a cena, su che cosa rispondere all'amico Mario che mi ha scritto, porto dolcemente la mia immaginazione sul Presepio, mentre la mia bocca continua a dire le Ave Maria. Contemplando i misteri, io ripercorro tutta la vicenda del Signore Gesù. Non a caso il Rosario è detto la preghiera dei semplici, si può pregare ovunque senza libri come il Breviario.

Perché diciamo: nel terzo mistero contempliamo, se poi questa contemplazione la scartiamo?

Ma proprio a questo mi serve, a non distrarmi su altre cose. Sant'Ignazio di Loyola suggeriva di costruire le scene della vita del Signore durante la preghiera, in modo che se la fantasia fugge via, si può appoggiare immediatamente sui Miseri della vita del Cristo.

Vorrei sapere quale cristiano fa almeno 15 minuti al giorno di meditazione spirituale… Quasi nessuno, immagino. Ebbene, se recita il Rosario si fanno 15 minuti di meditazione perché medito i Misteri e dico "Ave o Maria…" La Madonna non si offende se penso ai Misteri mentre la prego, anzi è contenta.

San Serafino di Sarov diceva di non pregare o fare l'adorazione ad occhi chiusi, perché c'è il rischio di addormentarsi, e anche perché ad occhi chiusi il mondo fantastico prende più piede, mentre ad occhi aperti guardando un'icona (la natività, la trasfigurazione, o altro) l'attenzione è più risvegliata.

Questo aspetto della meditazione delle scene bibliche è utile specialmente durante il lavoro manuale. Abbiamo delle ore di lavoro manuale, in cui la mente è sgombra, allora si può pregare con il Rosario e l'uso delle immagini.

Gli effetti dell'adorazione

Il primo effetto positivo è che l'adorazione mi rende umile. Lo fa anche se non lo voglio direttamente. Scrive don Divo Barsotti: «La santità altro non è che la presenza di Dio nel cuore dell'uomo», quindi adorando Dio necessariamente io mi relativizzo, e vedo meglio anche i miei problemi perché mi metto davanti a Dio, divento oggetto a Dio che è il soggetto. Mi sento un nulla davanti al Signore che mi invade.

Santa Teresa D'Avila diceva: «Vivo in un tale oblìo di me stessa, che non mi ricordo nemmeno di esistere». Io non sono arrivato questo punto, mi ricordo bene di esistere. Comunque sta di fatto che nell'adorazione io sono puro ricettacolo davanti al tutto: esisto, ma sono riempito di Dio.

Adorando Dio io affermo non soltanto la sua presenza, ma anche la mia esistenza.

Nell'induismo l'uomo non esiste, non ha un io, non ha consistenza. C'è solo la divinità. Io invece nell'adorazione affermo anche me stesso, per cui in questa conoscenza di me come essere umile che viene riempito da Dio, mi scopro amato senza nessun motivo. Se mi scopro amato mi sento umile, perché il mio merito è semplicemente la mia esistenza. Col solo fatto di esistere, rendo omaggio a Dio perché Egli mi ha creato. Ecco perché l'orgoglioso è incapace di pregare: egli non vuole giungere a questa nullità, ma desidera avere sempre qualche merito davanti agli uomini e davanti a Dio, oltre che a sé stesso.

 

«L'unico ostacolo alla divina presenza siamo noi stessi», è un altro aforisma di don Barsotti.

E ancora: «L'umiltà è già Paradiso».

 

Il secondo effetto positivo è che l'adorazione scaccia il demonio. Il demonio viene cacciato dall'esorcista, come ben sappiamo, e attraverso altri modi, tra cui l'adorazione, anche se in questa noi non ci rivolgiamo direttamente a lui.

Guardiamo le tentazioni di Gesù nel deserto: «Il diavolo lo condusse con sé su un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e disse: "tutte queste cose ti darò se tu prostrato mi adorerai"» (Mt 4,8-9). Il diavolo chiede in cambio della gloria umana di essere adorato. «Ma Gesù gli rispose: "Vattene Satana, sta scritto, adora il Signore tuo Dio a lui solo rendi culto"» (v. 10). Perché Satana vuole essere adorato? Perché vuole prendere il posto di Dio.

Secondo la dottrina di tanti Padri della Chiesa, il peccato di Satana fu di invidia. Dio avrebbe potuto anche farsi angelo, ma di fatto il Verbo di Dio si è fatto uomo, creando la gelosia e la ribellione di Lucifero. Non potendo andare direttamente contro Dio, cerca di rovinare la sua creatura, l'uomo. E per fare questo, cerca di farsi adorare dall'uomo.

Nel Paradiso egli tenta di togliere Eva e Adamo dalla contemplazione di Dio per essere adorato lui. Avendo ora davanti l'uomo Dio in persona, prova lo stesso subdolo gioco, e voi capite che se il Cristo avesse ceduto, sarebbe stata la fine dell'economia divina. Non so con quale intelligenza egli provi di essere adorato da Dio, ma di fatto cerca di essere adorato dall'uomo Dio. Dopo aver rovinato Adamo ed Eva, ora cerca di fare la stessa cosa con l'uomo Dio, occasione d'oro, evidentemente.

Conosciamo la risposta del Signore: «Vattene Satana, adorerai il Signore tuo Dio» (cfr. v. 10). Anche noi siamo tentati di adorare Satana, non in demonio con corna e coda, ma il demonio nascosto negli idoli (il potere, la ricchezza, la sensualità, gli oggetti, eccetera). L'idolo può essere anche la carriera, la ricchezza, può essere qualsiasi cosa. L'idolo è quello che io penso maggiormente a prescindere da Dio: Satana vorrebbe essere venerato lì.

Per stanare l'idolatria latente, che io posso anche non conoscere, faccio l'adorazione, perché quando io adoro Gesù Cristo è lui che ripete: «Vattene Satana», ma ora lo dice per me.

 

Signore io sto adorando te, io sono certo che nella particola consacrata

ci sei tu, tutto il resto non lo so.

 

Adorando Dio obbedisco al versetto di Mc 4,8: "Sta scritto: adorerai il Signore tuo Dio a lui solo rendi culto". In quel momento risento nelle mie orecchie: «Vattene Satana!». Il Satana che è idolatria, Satana che potrebbe essere anche una pizza, se non faccio altro che pensare alla pizza. Siccome da solo non sono capace di scacciarlo, faccio un'ora di adorazione e va via da solo.

Nell'adorazione entro nella verità, e nella verità trovò Dio. Dove c'è Dio non ci può essere Satana.