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Deus absconditus, anno 95, n. 1, Gennaio-Marzo 2004, pp. 38-44; n. 2,

Aprile-Giugno 2004, pp. 35-38; anno 95, n. 3, Luglio-Settembre 2004, pp. 32-41

 

Sr Marie-Cécile Minin osb ap *

Madre Mectilde del SS. Sacramento: un carisma per il nostro tempo

Nel 2003 le Benedettine dell’Adorazione Perpetua del SS. Sacramento hanno celebrato il 350° anniversario della loro fondazione a Parigi nel 1653, mentre per un disegno insondabile della provvidenza Giovanni Paolo II, in quello stesso anno, offriva agli uomini di buona volontà la Lettera enciclica sull’Eucaristia, Ecclesia de Eucaristia.

Nata il 31 dicembre 1614, Catherine de Bar entra fra le Annunciate di Bruyères nel 1631. Si orienta in seguito verso la vita benedettina professando a Rambervillers nel 1640 con il nome di Suor Mectilde, a cui sarà poi aggiunto «del SS. Sacramento«. Come per la maggior parte dei suoi contemporanei, la sua spiritualità è centrata sul sacramento dell’Eucaristia. Come loro e forse più di loro, si è sentita chiamata ad associarsi alla riparazione degli oltraggi commessi contro Gesù presente nell’Ostia.

In questo anno 2004 viene commemorato il 350° anniversario della prima esposizione di Gesù-Ostia nel monastero di rue Férou, a Parigi. Infatti, giovedì 12 marzo 1654, dom Roussel, Priore dell’Abbazia di Saint-Germain des Près, stabilisce la clausura delle monache, in presenza di Anna d’Austria. «La cerimonia fu conclusa da un insigne atto di pietà di questa grande regina, che consistette nel prendere in mano il cero per fare la prima Riparazione al Santissimo Sacramento, in presenza di tutti, con le tende delle grate aperte, davanti al Santissimo esposto in quel giorno per la presa di possesso» [1]. Un quadro attribuito a Philippe de Champaigne immortala questa tappa spirituale. Vi si vedono madre Mectilde e alcune monache di fianco alla regina Anna d’Austria, in adorazione davanti all’Ostia, con la corda al collo e un cero in mano, in segno di penitenza e di riparazione verso gli oltraggi commessi nei riguardi dell’Eucaristia. Sono presenti alcuni laici [2]. Tutti adorano Cristo realmente presente in questo sacramento.

La persona e l’opera di madre Mectilde del SS. Sacramento, Catherine de Bar, sono state segnate dalla croce e dalla sofferenza. Madre Mectilde ha conosciuto la contestazione, specie la riprovazione [3], ma ha continuato a camminare con il suo Dio. Ha saputo portare la novità nel suo secolo, novità di una vita benedettina vissuta nella fedeltà e rivisitata alla luce del suo carisma proprio di adorazione e di riparazione nella Chiesa. Come fa notare il documento romano Mutuae Relationes: «Ogni carisma autentico porta in sé una certa dose di vera novità, nella vita spirituale della Chiesa, e d’iniziativa nell’azione, che può talvolta sembrare scomoda e anche sollevare delle difficoltà, perché non è sempre facile riconoscere immediatamente l’azione dello Spirito Santo. Il carattere carismatico proprio di ogni Istituto esige, dal fondatore come dai suoi discepoli, una continua verifica della fedeltà al Signore, della docilità al Suo Spirito, dell’attenzione intelligente alle circostanze e ai segni dei tempi, della volontà di inserimento nella Chiesa, della disponibilità alla subordinazione alla Gerarchia, dell’audacia nelle iniziative, della costanza del dono, dell’umiltà per superare i contrattempi; il giusto rapporto tra autentico carisma, prospettiva di novità e sofferenza, comporta una costante storica: il legame tra il carisma e la croce. Di là da ogni altro motivo che giustifichi le incomprensioni, tale legame è estremamente utile per permettere di discernere l’autenticità di ogni vocazione» [4].

Madre Mectilde propone una spiritualità eucaristica nel momento in cui due tendenze minano la Chiesa: il giansenismo e il quietismo.

La sua posizione nei riguardi del giansenismo è ferma e netta. Verso il 1652 i giansenisti vogliono fondare un nuovo convento di adoratrici. Fanno appello a madre Mectilde che declina l’offerta [5]. Inoltre, le conferenze da lei tenute sulla Comunione frequente traducono bene il suo pensiero ed è come apostolo dell’Eucaristia che stimola le sue monache:

«Dite [anche] a quelli che vorranno dissuadervi dal rendergli i vostri omaggi o togliervi dalla pratica della comunione frequente: ‘Come potremmo? È Lui la vita delle nostre anime. È Lui che le nutre, che le sostenta e le conserva. Ma, sorelle mie, dato che ricevete così spesso l’aiuto divino nella santa Comunione, vivete di Lui; la sua vita, le sue virtù, il suo spirito si imprimano in voi» [6].

Quanto al quietismo, se è vero che Madame Guyon si è spesso recata nel parlatorio di rue Cassette tra il 1686 e il 1688 e che Fénelon vi predicò nel dicembre 1687, ecco quanto madre Mectilde consiglia in una lettera:

«Accogliete passivamente ciò che gli piacerà operare e rendetevi docile alle sue impronte; non mancherà di donarvene, di illuminare il vostro spirito sulle verità evangeliche e di rianimare la volontà per metterle in pratica generosamente» [7].

       Non si tratta di accogliere in maniera passiva ma di avere poi la forza e il coraggio di praticare con generosità quello che Dio ha fatto intravedere all’anima. Ascoltiamo di nuovo madre Mectilde:

«Sorelle mie, la vita interiore non è quello che si pensa e s’immagina. Non consiste nell’avere bei lumi, nel dire cose belle, nel rimanere inattive, senza pensieri né ragionamenti durante l’orazione, pensando di essere molto elevate. Tutto questo, spesso, non sono altro che fantasia dell’immaginazione e disposizioni chimeriche. La vita interiore risiede nelle pratiche solide della mortificazione, nell’amore alla piccolezza e del totale distacco da sé e dalle creature» [8].

       E annota, non senza una punta di humour:

«Parecchi spirituali pensano di essere molto annientati quando si trovano vuoti e con le facoltà inoperose, e ritengono di uscire dal loro annientamento nel momento in cui sono distolti da questa disposizione, cosa nella quale si sbagliano e sono in grande cecità, perché con la scusa della passività sono spesso più inattivi che mortificati e annientati» [9].

Madre Mectilde è prima di tutto un’anima di preghiera. Nella sua corrispondenza si trovano tre piccoli trattati sulla preghiera, la meditazione e l’orazione [10]. I suoi capitoli e conferenze [11] includono anche piccoli trattati sull’adorazione, sulla comunione, sull’unione con Dio. Ha fondato una Congregazione di monache benedettine, adoratrici e riparatrici [12], sposando in questo il movimento spirituale eucaristico del suo tempo.

Quando la Madre si spegne nel monastero di rue Cassette, a Parigi, il 6 aprile 1698, lascia dietro di sé dieci monasteri, di cui uno in Polonia, insieme ad una solida tradizione monastica e ad una ricchezza spirituale trasmessa grazie alla conservazione dei suoi scritti nei monasteri. Tutto questo è stato vissuto concretamente al punto di farli passare da 10 a 45 in tre secoli. Così il piccolo ramo parigino è diventato un grande albero che stende i suoi rami in Europa [13].

Rimasta pressoché sconosciuta fino alla metà del XX secolo, la spiritualità di madre Mectilde suscita un risveglio d’interesse, come testimoniano le ricerche di dottorato attualmente in corso, sia in Francia che in Italia. Inoltre, una bibliografia mectildiana riunisce più di 900 titoli, tra articoli e libri sulla Fondatrice.

Madre Mectilde invita oggi coloro che aspirano ad una vita eucaristica intensa ad accogliere il suo carisma benedettino e mectildiano, vissuto e attualizzato per il nostro secolo, il XXI, di cui è stato detto che sarà religioso o non sarà; secolo che, se non è il Grand Siècle, vede però rifiorire la pratica dell’adorazione eucaristica in numerosi luoghi, nelle parrocchie, nelle Comunità religiose, nei movimenti ecclesiastici, nei gruppi di preghiera.

La spiritualità eucaristica di madre Mectilde del SS. Sacramento si articola attorno a quattro poli, legati l’uno all’altro, ossia: la vita monastica benedettina, lo stato di vittima, di adoratrice e infine di riparatrice. Li riprenderemo uno dopo l’altro.

1. Monaca benedettina

Madre Mectilde del SS. Sacramento è monaca benedettina «in modo meraviglioso. Di continuo si riferisce alla Regola di San Benedetto (…). Si sente che è formata da tutta la tradizione monastica d’Occidente, e dalle stesse sorgenti alle quali aveva rimandato San Benedetto» [14]. Madre Mectilde prende sul serio la massima di San Benedetto, quando, in una conferenza, ordina di «non preferire nulla all’amore di Gesù Cristo» [15].

Nella fedeltà alla tradizione monastica, nel solco di tanti monaci ed eremiti che celebravano più raramente l’Eucaristia, madre Mectilde dà ampio spazio alla Lectio divina. Se ella, inserendosi fortemente nella corrente spirituale eucaristica del suo tempo, propone di nutrirsi del pane eucaristico per diventare Gesù Cristo, ciò non va affatto a detrimento dell’ascolto silenzioso della Parola di Dio, la Lectio divina, ruminazione della Parola che ci configura progressivamente a Cristo.

La spiritualità di madre Mectilde può essere compresa solo mantenendo unito il binomio lectio divina/eucaristia. In passato, l’iconografia di San Norberto ha presentato questo grande predicatore sotto questi due aspetti, che rivestono però lo stesso significato. Nel Medioevo e nei secoli che seguono, l’infaticabile monaco predicatore è raffigurato mentre regge nelle mani le Sacre Scritture, libro per eccellenza del monaco. A partire dal Grand Siècle, non tiene più fra le mani le Scritture, ma un ostensorio. Gesù, Parola del Padre, è lo stesso che Gesù-Ostia.

Similmente si trova questa associazione Parola di Dio/nutrimento sostanziale in Bernardo di Chiaravalle. In un sermone egli si esprime con termini che si applicano bene sia all’Eucaristia che alla Lectio divina [16].

«In tutti i testi del Concilio Vaticano II è sottolineato il parallelismo tra Parola ed Eucaristia, perché nella tradizione ‘per Corpo di Cristo s’intende anche la Scrittura di Dio’. In effetti, Scrittura ed Eucaristia sono entrambe corpo sacramentale del Cristo, da quando, nella Cena, Gesù ha raccolto la Scrittura tutta nelle sue sante mani, proprio come il pane pasquale eucaristico e l’ha offerta ai credenti come cibo e sostentamento» [17]. È quindi in questa luce che dobbiamo comprendere la spiritualità eucaristica di madre Mectilde, evitando di dissociare la sua scelta di vita benedettina e il carisma proprio di adorazione e riparazione.

A 43 anni madre Mectilde è già una maestra spirituale riconosciuta, capace di mettersi in discussione, come fa ascoltando il parere dei «servi di Dio« ed anche proponendo un cammino spirituale non uniforme, ma rispettando la via della grazia in ciascuno. In uno scritto del 1657 indirizzato a quei «servi di Dio« radunati nel parlatorio di rue Férou, per essere aiutata a discernere la volontà di Dio, esprime tra gli altri questi sentimenti:

«Il motivo più importante della fondazione in questione è quello di vivere in esso la vita nascosta e annientata del Figlio di Dio nel SS. Sacramento secondo i gradi di grazia di ciascuna, di essere povere, abbiette, sconosciute e rifiutate in omaggio e in unione a Nostro Signore Gesù nella Santa Ostia» [18].

Notiamo bene quanto afferma qui madre Mectilde: «secondo i gradi di grazia di ciascuna«, perché nella comune chiamata alla santità ciascuno ha la sua via particolare per rendere gloria a Dio. L’opera che le è stata affidata è sostenuta da eminenti ecclesiastici. Così si esprime il Vescovo di Rennes, Charles François de la Vieuville, nel 1663:

«Avendo una certa conoscenza delle religiose chiamate ‘del SS. Sacramento’, fondate in questa città di Parigi, quartiere Saint Germain, abbiamo notato in esse uno zelo conforme all’eccellenza del loro Istituto. Sono religiose che fanno rivivere l’antica Regola di San Benedetto e il primitivo rigore della sua osservanza, e piace a Dio suscitare di tanto in tanto delle religiose che, aspirando ad una santa riforma del loro Ordine, servano da strumenti per procurarla. (…) Ma ciò che hanno di più importante è il loro attaccamento particolare alla santa Eucaristia, a cui rendono un’adorazione continua, senza mai cessare, giorno e notte, continuamente, di offrirsi in qualità di vittime» [19].

Stesso sostegno da parte del Vescovo di Evreux, anch’egli sollecitato a certificare circa la buona osservanza benedettina:

««religiose di questo monastero, non soltanto seguono la Regola di San Benedetto nella più esatta rigorosità, ma hanno inoltre stabilito fra di esse l’adorazione perpetua del SS. Sacramento dell’altare. Si impegnano successivamente, una dopo l’altra, in qualità di vittime, per fare ammenda onorevole alla santa Eucaristia, in riparazione a tutte le ingiurie che le sono state [fatte] nel disordine delle guerre e in tutte le altre epoche» [20].

Quanto al Vescovo di Soissons, invita con tutte le forze alla fondazione di una Congregazione[21]:

«Riteniamo che, in riparazione di tanti sacrilegi che hanno profanato la santità degli altari, sarebbe auspicabile poter fondare, sotto l’autorità della Santa Sede, una Congregazione per mantenere questa adorazione perpetua in tutti i monasteri dello stesso Istituto» [22].

Ma neppure i grandi di questo mondo rimangono indifferenti al suo Istituto. Come avviene per la regina-madre, Anna d’Austria, che scrive al Papa:

«Essendo stata sensibilmente toccata dai disordini per i quali è piaciuto a Dio permettere che gran parte della cristianità sia stata afflitta dalle ultime guerre, principalmente a causa della profanazione dei templi del SS. Sacramento in essi custodito, anch’io ho abbracciato con molta gioia la fondazione che alcune persone di singolare pietà mi hanno proposto, di un monastero, in questa città di Parigi, di religiose che, oltre alla stretta osservanza benedettina, fanno una particolare professione di adorare giorno e notte questo augustissimo Sacramento, di riparare con le loro preghiere pubbliche e con l’adorazione» [23].

Quanto a madre Mectilde, mette per iscritto gli obblighi principali delle monache del suo Istituto:

««cedersi a Gesù annientato nel suo divino Sacramento per tendere, attraverso lui, alla santità di questo stato con una determinazione irrevocabile a non desistere mai. (…) Loro occupazione più abituale deve essere la santa adorazione. (…) La principale delle nostre applicazioni nell’orazione deve essere quella di stare davanti alla grandezza e alla maestà suprema di Dio nel Santissimo Sacramento, con profondissimo rispetto, con fiducia e abbandono totali, con sottomissione e semplice adesione a tutte le disposizioni della provvidenza divina, ciascuna secondo il grado della sua grazia» [24].

L’idea fondamentale della sua opera emerge bene da queste righe, ma è esposta soprattutto nell’opera che pubblica nel 1683 e che conobbe edizioni successive: «Il Vero spirito delle Religiose adoratrici perpetue del SS. Sacramento dell’Altare» [25]. Madre Mectilde fonda un istituto di benedettine adoratrici e riparatrici degli oltraggi commessi verso Gesù Eucaristia.

2. Vittima

       Madre Mectilde non solo è una monaca che vive la regola benedettina nella sua stretta osservanza, ma si dona come vittima alla giustizia di Dio, unita a Gesù, vittima dei profanatori nel sacramento del suo amore. Si tratta di una giustizia salvifica. Dunque, la giustizia non è il giudizio di Dio contro il peccatore, ma l’offerta della salvezza al peccatore. «Dio si fa giustizia facendo misericordia» [26].

       Madre Mectilde si offre come vittima, in riparazione degli oltraggi commessi contro l’Eucaristia durante la guerra dei Trent’anni. È rimasta sconvolta dalle profanazioni delle ostie e si propone quindi di adorare l’abbassamento infinito di Gesù nell’Eucaristia. Avendo sentito un giorno raccontare i terribili sacrilegi commessi verso il Santissimo Sacramento, ne prova un dolore così grande che, spinta dall’amore di Dio si offrì a Dio come vittima in riparazione degli oltraggi fatti a questo Dio di amore [27]. È stata letteralmente ferita da quanto visto in Lorena, e da questa ferita è scaturito il suo istituto, le cui monache sono chiamate a consacrarsi «a questo mistero divino in spirito di vittime per soffrirvi, se potessero – almeno con il desiderio – tutto ciò che Gesù Cristo soffre, per preservarlo» [28]. Vi è di che morire – afferma la Madre – al solo ricordo di queste cose [29].

C’è in madre Mectilde un’esigenza di coerenza profonda tra quanto è stato professato e quanto viene vissuto. Parlando dei fedeli laici, afferma:

«Pensano che siamo tutte delle sante, ritenendoci tutte assorbite e occupate di questo divino mistero, sempre in adorazione e riparazione per tutti i peccatori» [30].

Parla di nuovo di questo stato vittimale in una conferenza tenuta durante la rinnovazione dei voti, nel 1694:

«La prefazione delle Costituzioni è stata fatta unicamente per darvi una minima idea della santità della vostra vocazione allo stato di vittima in riferimento a Gesù Cristo, ma si tratta dello stato e della santità del cristianesimo, a cui tutti i cristiani devono aspirare, non solo come figli di Dio, ma come membra di Gesù Cristo, formando un solo corpo con Lui e di conseguenza una sola ostia e vittima rivestita delle sue adorabili disposizioni» [31].

Lo stato di vittima consiste nel vivere pienamente le esigenze del battesimo, per essere santi come Dio è santo:

«Siate delle vere vittime di Gesù Cristo […], siate sante come egli stesso è santo. Perché siete vittime? Soltanto per conformarvi a Gesù Cristo in questo adorabile sacramento, sacrificandovi continuamente per la sua gloria e per il suo amore» [32].

Come membra del Corpo mistico di Cristo, colui, colei che medita la Passione di Cristo, deve «entrare risolutamente in uno stato di offerta e di vittima, facendo atti d’amore, di ringraziamento, di lode e di perdono» [33]:

«Una vittima deve avere un continuo rapporto con Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento. Deve vivere solo della sua vita, del suo spirito, del suo amore e di tutte le sue virtù» [34].

Questo si traduce con la dimensione sacrificale di ogni vita cristiana, vita offerta in sacrificio di riparazione, alla sequela di Cristo e attraverso di lui, perché «egli è vittima di propiziazione per i nostri peccati, non solo per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo« (1 Gv 2,2). Infatti: «in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,10).

All’atto di Cristo corrisponderà l’atto di offerta dell’uomo come risposta d’amore, secondo il desiderio di Paolo: «Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto« (Rm 12,1s).

«È per soddisfare a questo obbligo e adempierlo che ci siamo impegnate a ciò con un voto particolare. E come Gesù Cristo si è fatto vittima di Dio, Padre suo, noi ci siamo fatte sue vittime per sacrificarci alla sua gloria e unirci ai suoi stati nel Santissimo Sacramento» [35].

La madre impegna in questa via non solo le anime consacrate, ma anche dei laici, come testimonia la sua corrispondenza con Madame de Châteauvieux, a cui propone di entrare in questa dimensione vittimale della vita cristiana.

Un simile atteggiamento di offerta è lo specifico del consacrato, come è stato ricordato recentemente:

«La consacrazione, sacrificio totale e olocausto perfetto, è il modo loro suggerito dallo Spirito per rivivere il mistero di Cristo crocifisso, venuto nel mondo per dare la sua vita in riscatto per una moltitudine (cf. Mt 20,28; Mc 10,45), e per rispondere al suo amore infinito» [36].

Per parlare della consacrazione religiosa, il documento utilizza gli stessi termini di Madre Mectilde del Santissimo Sacramento: «Sacrificio totale e olocausto«.

Questo atteggiamento fondamentale di coerenza determina le sue azioni. Così, nella risposta data ai calunniatori della sua opera, inserisce la sua vocazione vittimale nella vocazione battesimale, considerandola come la conseguenza normale di una vita cristiana. A coloro che tentano di distruggere la sua opera oppone il buonsenso di cui era dotata da Dio e che le fa scrivere:

 

«Tutti i cristiani devono essere delle vittime, e lo sono per la grazia del battesimo. Non usurperò nulla, quindi, in questa qualità, perché Gesù Cristo stesso me la impone, ed essa mi accomuna a tutti i cristiani» [37].

E in un altro scritto utilizza il termine «vittima«, lo ricolloca nella sua dimensione paolina:

«C’è chi crede che si tratti di una parola vaga che non contenga nulla di solido. No, no, non è un termine nuovo perché San Paolo attribuisce questa qualità a tutti i cristiani. La maggior parte però non la adempie, perché la ritiene troppo estesa, e pochi vi riflettono» [38].

Non è forse ciò che è stato ricordato nell’Istruzione Redemptionis Sacramentum?

«Tutti i fedeli, liberati dai propri peccati e incorporati nella Chiesa con il battesimo, dal carattere loro impresso sono abilitati al culto della religione cristiana, affinché in virtù del loro regale sacerdozio, perseverando nella preghiera e lodando Dio, si manifestino come vittima viva, santa, gradita a Dio e provata in tutte le loro azioni, diano dovunque testimonianza di Cristo e a chi lo richieda rendano ragione della loro speranza di vita eterna» [39].

3. Adoratrice

Il voto di vittima trova la sua piena realizzazione da un lato nell’adorazione eucaristica e dall’altro nella riparazione [40]. La Madre fu adoratrice e riparatrice. Fino alla morte madre Mectilde non ha smesso di incoraggiare le sue monache nella loro vocazione specifica di adorazione e di riparazione.

La figura di San Benedetto che rende l’anima a Dio dopo aver ricevuto la comunione, fu per lei come la scintilla della sua particolare vocazione nella Chiesa [41]. In uno dei suoi scritti su San Benedetto, così si esprime:

«Sorelle mie, non potrei fare a meno di ammirare continuamente l’adorabile Provvidenza di un Dio infinitamente saggio e ineffabile nella sua condotta, per aver scelto le religiose del grande Patriarca San Benedetto per renderle Figlie del SS. Sacramento dell’Altare» [42].

I due obiettivi di madre Mectilde sono stati rendere gloria al Padre e riparare gli oltraggi commessi contro Gesù Eucaristia.

«L’adorazione è la disposizione fondamentale dell’uomo che si riconosce creatura davanti al suo creatore. Essa esalta la grandezza del Signore che ci ha creati e l’onnipotenza del Salvatore che ci libera dal male. È la prosternazione dello Spirito davanti al “Re della gloria” (Sal 24,9-10) e il silenzio rispettoso al cospetto di Dio “sempre più grande di noi”» [43]. L’uomo è stato creato per conoscere, amare, lodare e servire Dio suo creatore. È la sua ragion d’essere, la fonte della sua gioia. Gesù è venuto ad insegnarci come camminare sulla strada di libertà che è il dono di sé. Durante la vita, non ha smesso di adorare il Padre suo e di rendergli gloria in una totale disponibilità verso gli uomini.

Madre Mectilde centra la sua spiritualità sulla comunione sacramentale e l’adorazione eucaristica. L’adorazione è la dimensione fondamentale della relazione con Dio. Davanti al SS. Sacramento, ci dice la Madre:

«… dobbiamo rimanere, come ho appena detto, sotto le ali di Gesù Cristo e fare ciò che egli ha fatto nei riguardi del Padre suo, in unione di intenzione o di conformità o di trasformazione o di deificazione, secondo lo stato e il grado di amore che ogni anima possiede» [44].

La nostra vita è fondata sul dono gratuito di Dio. Questo pone in una condizione che ci fa «riconoscere le sue bontà infinite nel Santissimo Sacramento e gli eccessi a cui il suo amore lo espone» [45], in quello stato di gratitudine che è il giusto rapporto tra Dio e noi e che fa riconoscere Dio come creatore. È necessario avere una «umile e attuale riconoscenza dei segni che egli dà agli uomini del suo amore eterno in questo divino sacramento». L’adorazione perpetua consente di «rendergli la nostra umile riconoscenza» [46]. L’atteggiamento giusto è quindi quello dell’amore riconoscente, che ci mantiene nello stupore per ogni dono di Dio. Corrisponde alla presa di coscienza della nostra adozione filiale mediante il battesimo e dell’assoluta gratuità del dono di Dio.

Come Gesù guarda sempre al Padre, così madre Mectilde ci insegna a guardare, a nostra volta, a Gesù nell’Eucaristia. Questo la conduce a considerare l’atteggiamento continuo di Gesù nell’ostia:

«Cristo […] nel SS. Sacramento […] adora Dio Padre suo continuamente, e questo è il nostro obbligo» [47].

Nel culto eucaristico, adorazione e amore sono congiunti. Parlando di Gesù presente nell’Eucaristia madre Mectilde dice: «Amatelo, sorelle mie, amatelo con tutto il cuore, servendolo e assolvendo la grazia della vostra vocazione» [48]. Come ricorda, scopo dell’opera affidatale è «onorare, adorare, riparare tante profanazioni commesse verso la Maestà di Dio nel SS. Sacramento» [49]. Il culto di adorazione verso Gesù nel Santissimo Sacramento è un segno d’amore, una testimonianza d’amore e di riconoscenza.

«Abbiamo motivo di amare infinitamente – se lo potessimo – la persona adorabile di Gesù Cristo, noi per prime, che egli ha onorato nello sceglierci per adorarlo nel suo divino sacramento ed essere le sue vittime e riparatrici, unite però a lui, perché non ci è possibile senza di lui» [50].

Poiché si ama Gesù, gli si rende un culto di adorazione e, attraverso tale adorazione eucaristica, l’amore cresce sempre più, attingendo in Gesù stesso la propria ragione e la propria forza.

«Bisogna che impariamo davvero a conoscere il Santissimo Sacramento e ad amarlo. Siamo obbligate a questo più di chiunque altro. Dobbiamo imparare bene i nostri obblighi per riferirci interamente a questo adorabile mistero, per ricolmarcene, per applicarci ad esso e occuparcene continuamente. Nessuno ignora che il voto particolare di adorarlo che facciamo è stato accolto e approvato dalla Santa Sede. […] Poiché il nostro voto di adorazione è stato approvato dai nostri Santi Padri, i Papi, vivere unicamente della vita di Gesù Cristo in questo divino mistero è diventato per noi un obbligo indispensabile» [51].

Per questo bisogna guardare quanto Gesù opera in questo sacramento, ossia contemplare come Gesù non abbia in vista altro all’infuori della gloria di Dio e come egli si dimentichi di sé per noi. Nell’atto di adorazione, i due atteggiamenti fondamentali consistono nel riconoscere da un lato la grandezza di Dio e dall’altro la nostra piccolezza. La grandezza di Dio sta nell’aver accettato di spogliarsi per amore della sua creatura. La grandezza di Dio è la sua kénosi, perché essa è il segno visibile della sua misericordia.

«Il vostro impegno è adorare e amare Gesù Cristo nel mistero del suo amore. Due disposizioni sono necessarie per compierlo bene: la prima è riconoscere la sua grandezza con un profondo rispetto, la seconda è umiliarvi continuamente alla sua presenza, tenendovi sempre abbassata davanti alla sua Maestà suprema che, per amore vostro, si è spogliata di tutto quanto si addiceva alla sua grandezza […]. Ma per quanto tutto annientato in questo adorabile Sacramento, è lo stesso Dio che noi possediamo, che i Serafini possiedono in Cielo, con questa sola differenza: essi lo vedono apertamente, nella luce della gloria, mentre noi lo vediamo solo attraverso i lumi oscuri della fede» [52].

I termini sacramento e mistero hanno lo stesso senso. Per questo madre Mectilde li utilizza entrambi. Essere in adorazione non è un atteggiamento passivo, ma un dinamismo che ci invita a fare verità sul nostro rapporto con Cristo e con i fratelli. Ma come adorare il Signore presente nell’ostia? Madre Mectilde indica una strada, una via che può apparire molto facile.

«Per essere sempre in adorazione non è necessario dire in ogni istante: “Mio Dio, vi adoro”. Un solo atto basta, e fintanto che persistete in forza di questo atto, siete in adorazione, purché non facciate nulla di contrario. […] Fate perciò un solo atto di adorazione che continui sempre, allo stesso modo un atto di umiltà, e cercate di fare in modo che l’umiltà rimanga: perché, se volete che la vostra adorazione sia gradita a Dio, deve essere sempre accompagnata da questa santa virtù» [53].

Il suo programma è, però, molto più esigente di quanto possa apparire a prima vista, perché, chi può dire di aver fatto della propria vita un atto d’umiltà che sussiste sempre? Quindi, non vi è vera adorazione senza un atteggiamento di profonda umiltà. Il profeta Michea l’aveva detto: «Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la pietà, camminare umilmente con il tuo Dio» (Mi 6,8).

Quanto al tempo da consacrare a questa adorazione, esso non deve essere quantificato: ogni istante disponibile è un’occasione unica per continuare a adorarlo rimanendo unita a Gesù Eucaristia.

 

«Quale durata e quale estensione deve avere questa adorazione? Tutti gli istanti della nostra vita e la totalità del nostro essere. Veniamo chiamate le Figlie dell’Adorazione perpetua. Sorelle, non portiamo invano questo bel nome. Non siamo fantasmi di adoratrici; corrispondiamo con tutta la nostra capacità a questa chiamata e alla scelta divina che Dio ha fatto di noi per adorarlo continuamente» [54].

Madre Mectilde usa l’espressione «attuale adorazione« che conviene chiarire. La Madre chiede alle sue monache di essere in «attuale adorazione« e che tutto il loro essere, tutte le loro attività convergano verso il culto di questo divin Sacramento. Troviamo questa espressione in uno scritto che riproduciamo parzialmente:

«La prima cosa che dobbiamo fare è riconoscere davanti a Dio la grazia di questa occupazione, a cui la santa provvidenza ci ha destinate, di essere in attuale adorazione, e che tutto il nostro essere, tutte le nostre operazioni siano orientate all’onore di questo divin Sacramento» [55].

Madre Mectilde usa l’aggettivo «attuale« in altri casi. Così, in una conferenza sulla divina volontà, chiede che si viva in una «attuale« dipendenza dalla divina volontà. In un’altra, sulla trasfigurazione, parla di coscienza attuale che l’anima deve avere di Dio presente in essa [56].

Ogni membro della Comunità è dunque interessato e deve tendere ad una vita di adorazione sempre più intensa e continua davanti al SS. Sacramento. È tuttavia comprensibile che non si possa rimanere sempre in adorazione in coro. Così, nel solco di altri maestri spirituali, madre Mectilde esorta ad un’intensa vita di unione a Dio, che sgorga da questi momenti prolungati di adorazione davanti al SS. Sacramento.

Ascoltiamola ancora:

«So bene che non potete esserci sempre fisicamente, ma potete esserci sempre con il cuore e niente al mondo deve essere in grado di distogliervene. [Dio] chiede questo dalla vostra fedeltà, ed è il minimo che potete fare per un Dio che, per sua pura bontà e per amore, vi ha fatto l’onore di scegliervi e di chiamarvi per essere sulla terra particolarmente unite alla sua persona adorabile» [57].

Quando dice:

«Non è necessario vedere sempre il SS. Sacramento: basta che abbiamo sempre una tensione d’amore verso questo sole divino come principio che ci fa agire … L’operare di Dio avviene nell’intimo di noi stesse dove, essendo raccolte, riceviamo le sue grazie e le sue comunicazioni intime» [58],

ciò significa che al di fuori dell’adorazione eucaristica è necessario, per quanto possibile, vivere nel raccoglimento e adorare Dio presente in noi. Madre Mectilde chiede che questa adorazione si svolga in spirito e verità:

«Per realizzarla non basta stare soltanto un’ora o un po’ di tempo in coro alla sua presenza. La nostra adorazione deve essere perpetua, perché lo stesso Dio che adoriamo nel SS. Sacramento ci è continuamente presente in tutti i luoghi. Dobbiamo adorarlo in spirito e verità: in spirito con un santo raccoglimento interiore; in verità facendo in modo che tutte le nostre attività siano una continua adorazione, con la nostra fedeltà a renderci a Dio in tutto quello che ci chiede, perché quando manchiamo di fedeltà cessiamo di adorare» [59].

Non potendo rimanere giorno e notte in adorazione vicino al tabernacolo, benché lei stessa rimanesse per lunghe ore in adorazione sia di giorno che di notte, madre Mectilde tendeva continuamente verso uno stato di adorazione e di unione perpetua a Dio nel corso della giornata, perché era consapevole che Dio aveva fatto la sua dimora in lei al momento del battesimo:

«Abbiamo una dimora di Dio in noi dove poche anime entrano. […] Preghiamolo che ci attiri nel Cielo che egli possiede in noi, ma stiamo attente a non resistergli e a non essergli infedeli. Quando San Paolo dice che la nostra conversazione è nei Cieli, si tratta di questo Cielo di Dio in noi» [60].

Di questa  inabitazione di Dio nell’anima, la Madre fa esperienza in maniera profonda, e ne trae le logiche conclusioni:

«Si dice generalmente che Dio è nel nostro cuore. Perché si dice nel cuore anziché altro? Perché il cuore è la sede dell’amore e della volontà; e si dice nell’intimo del cuore, cioè nel più profondo dell’amore e della volontà» [61].

Non si può non sentire qui un anticipo di quanto la stessa Elisabetta della Trinità sperimenterà nel suo Carmelo. Ascoltiamo ancora madre Mectilde:

«Poiché abbiamo Dio in noi e tutta la Santa Trinità, ossia l’oggetto eterno della beatitudine del Cielo, che il Padre genera incessantemente il suo Verbo con uno sguardo in se stesso, e che il Padre e il Figlio producono lo Spirito Santo in noi, quale rispetto e quale attenzione dobbiamo avere per questo Dio che possediamo!» [62].

L’adorazione perciò non cessa, perché se Gesù è presente sacramentalmente nell’ostia, egli è presente anche in noi, non sacramentalmente, ma mediante il battesimo, ed è possibile adorarlo in noi ad ogni istante.

«Dobbiamo consumarci in omaggio alla Maestà di Dio, […] perché Dio è in noi» [63].

Nel pensiero di madre Mectilde vi è quindi una continuità tra l’adorazione eucaristica e una vita di unione con Dio nel raccoglimento e nel silenzio, che attinge forza proprio nell’adorazione eucaristica.

«Per compierla non è sufficiente fare le nostre ore di adorazione; bisogna che il nostro cuore lo ami e lo adori sempre e che in tutte le nostre azioni siamo sempre unite a Lui. Stringiamoci dunque forte, sorelle, a questo grande sacramento per scoprirne le meraviglie, le eccellenze, le grandezze, e infine tutto quello che esso è e tutto quello che racchiude di divino e di adorabile, che noi non possiamo penetrare né immaginare» [64].

4. Riparatrice

Madre Mectilde intende riparare per quanto è possibile gli oltraggi che Gesù riceve nel sacramento del suo amore.

«Sapete, sorelle, che è nostro obbligo principale pregare e riparare per i nostri fratelli» [65].

Questa riparazione d’onore fatta a Cristo presente nel SS. Sacramento può essere accolta solo da Cristo stesso, Figlio di Dio.

            Madre Mectilde intende vivere in totalità la vocazione vittimale inclusa nel battesimo, in riparazione della gloria di Cristo oltraggiato nell’ostia.

«Nostro Signore vi ha affidato i suoi interessi, vi ha scelte per essere le riparatrici della sua gloria» [66].

Nella prefazione delle Costituzioni, madre Mectilde così si esprime:

«Le religiose del SS. Sacramento […] condividono con Lui [Gesù] la sua propria qualità di ostia e di vittima, diventando in Lui e mediante Lui le vere riparatrici delle ingiurie e delle irriverenze che egli può ricevere dagli uomini nel SS. Sacramento» [67].

Ogni vocazione specifica trova la sua realizzazione in Cristo che ha detto ai suoi discepoli: «senza di me non potete far nulla». Quindi, ci dice madre Mectilde:

«Fate il possibile per ripararle; non che lo possiate da voi, ma mediante Gesù Cristo. Per questo colei che fa la riparazione si comunica affinché egli venga a riparare in lei. Si comunica affinché, essendosi unita a Gesù Cristo e formando una sola cosa con lui, possa fare una degna riparazione» [68].

E in uno scritto annota:

«In questa santa azione ci uniremo molto particolarmente a Gesù Cristo Nostro Signore per riparare, mediante Lui, la gloria del Padre e la sua nel suo divino sacramento. Fatto questo, dobbiamo abbandonarci nella fede in questa vera convinzione: egli riparerà in noi […]. Dobbiamo rimanere semplificate in questa unione di noi a Gesù» [69].

E in una conferenza dice:

«Attacchiamoci a Gesù e uniamoci a lui perché lui stesso ripari in noi» [70].

Per questo è necessario meditare e contemplare l’atto della redenzione operata da Cristo, principalmente nella lectio divina, attività centrale di una vita veramente benedettina. Solo così si può scoprire Dio ed entrare nella chiara visione del nulla della creatura e del tutto di Dio.

«Oh! Se si potesse comprendere cos’è l’abominio del peccato! Deve essere davvero terribile, poiché è stato necessario che un Dio si annientasse per distruggerlo, meritandoci la grazia di separarcene e di rientrare nella sua amicizia» [71].

Ne «Il Vero Spirito» madre Mectilde medita sugli stati di Gesù nel SS. Sacramento. Tre si riferiscono a Gesù che soffre gli oltraggi e i maltrattamenti dei peccatori contro l’Eucaristia. Ad ogni stato la madre associa una disposizione interiore in vista della riparazione. Così, l’anima che è chiamata a riparare tutti gli oltraggi e i maltrattamenti dei peccatori contro l’Eucaristia deve vivere in un’abnegazione e in uno spirito di accettazione di tutte le sofferenze che può incontrare nella vita [72].

«Sacrificate un cattivo umore, un’inclinazione; siate decise a sopportare tutto: disprezzi, rifiuti, oblio da parte delle creature. Tutto questo è olocausto. Se guardate a Dio in voi, non andreste a vedere quello che fanno le altre, non ritornereste su voi stessa e riterreste buono tutto quello che verrà fatto. Non giudichereste mai: è usurpare i diritti del Figlio di Dio. Lui solo può farlo con giustizia» [73].

Il termine «giustizia» ritorna spesso nella penna di madre Mectilde. San Paolo ne fornisce la chiave interpretativa nella lettera ai Romani (Rm 6,20), quando invita il cristiano ad offrire le proprie membra alla giustizia per essere santificato. Si potrebbe dire: «Offritele a Dio». Paolo continua: «Liberati dal peccato e fatti servi di Dio, voi raccogliete il frutto che vi porta alla santificazione e come destino avete la vita eterna. […] Il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù nostro Signore».

L’ascesi monastica ha come scopo la santificazione e una vita di unione continua a Dio.

«In tutte le comunioni che facciamo, Gesù Cristo viene a rinnovare nelle nostre anime questa qualità di vittima per introdurci nello stato di santità che essa racchiude» [74].

Questa vocazione vittimale trae la sua fonte nella sequela Christi, il cammino al seguito di Cristo iniziato con il Battesimo. Camminare dietro di lui significa imitare gli apostoli che seguono Cristo sulla strada verso Gerusalemme. L’Eucaristia è il grande libro aperto a tutti. Lo dice madre Mectilde:

««, Sorelle mie, davanti a questo adorabile Sacramento ad imparare i nostri obblighi. È il grande libro della vita aperto a tutti di cui parla San Giovanni nell’Apocalisse. Vi istruirà e vi insegnerà tutto quello che dovete fare» [75].

Da qui l’obbligo di corrispondere alla grazia per il compimento della missione ecclesiale. Lungi dall’essere ripiegata su se stessa, la spiritualità di madre Mectilde si colloca nella dimensione ecclesiale, per l’appartenenza al Corpo mistico di Cristo.

«Gesù Cristo è il Capo della Chiesa, essa ne è il corpo e tutti i fedeli membra; ora, come sapete, le membra devono essere unite al loro capo; ne devono essere animate e trarne le loro influenze e i loro movimenti. Così, sorelle, poiché Gesù Cristo è il nostro Capo adorabile, dobbiamo essere animate da lui, agire ed operare solo con la sua grazia e la sua luce, e soprattutto essere unite a lui. Come? Portando i suoi stati, con la pratica e la conformità di vita. Ogni anima ne onora qualcuno: alcune gli abbandoni, altre i suoi stati, e così via. Ecco ciò che fa la perfezione e il compimento del Corpo mistico della Chiesa con Gesù suo Capo, mediante il legame e l’unione delle membra con lui» [76].

Infine, riguardo al modo di partecipare alla celebrazione eucaristica, madre Mectilde raccomanda:

«Poiché Gesù, come Capo dei cristiani, vi si trova immolato per tutti, sono persuasa che siamo tenute ad assistervi come membra unite al loro capo. Di conseguenza, non solo dobbiamo avere l’intenzione di ascoltare la santa messa, ma dobbiamo partecipare formalmente a ciò che fa Gesù, che ci sacrifica con lui […]. Dobbiamo dunque necessariamente […] rimanere in lui e, unendoci a lui con l’intenzione e con l’applicazione, fare quello che lui fa, ma in modo particolare alla santa messa, che è il mistero della nostra riconciliazione e santificazione» [77].

 

Così, l’adorazione di Cristo, la contemplazione della vita di Cristo, la comunione a questa vita, possono far nascere uno slancio missionario di cui la stessa madre Mectilde ha fatto l’esperienza, al punto da inviare in Polonia parecchie monache a fondare un nuovo monastero. Scrive queste parole alle fondatrici: «Vi considero come missionarie del SS. Sacramento» [78].

Se si dovesse riassumere la vita di Catherine de Bar, Madre Mectilde del SS. Sacramento, basterebbero, com’è già stato fatto, due parole: «adorare e aderire«. Adorare Cristo presente nell’ostia. Aderire al suo stato di vittima in riparazione, in Lui e mediante Lui, degli oltraggi che riceve nell’ostia.

Nel nostro XXI secolo dove la violenza, lungi dall’essere stata eliminata, non fa che crescere, dove guerre e conflitti si moltiplicano con i loro cortei di sofferenza, di morte, di distruzione e di profanazioni di ogni genere, non vi saranno mai abbastanza anime generose nel dono di sé al servizio di Gesù Eucaristia.

Dopo una giornata ad Auschwitz con una classe, nel febbraio 2004, Lorenzo Emilio Mancini riassume così la sua esperienza:

«Dalle atrocità degli svedesi in Lorena a quelle dei giorni nostri: una porzione di storia della salvezza, ma anche della dannazione, e, appunto, della riparazione. […] Di fronte a questo spettacolo, ancora vivo e pulsante a distanza di sessant’anni, la ragione tace e anche la fede è messa a dura prova: che cosa chiedere a Dio, che cosa dirgli, che cosa offrirgli se non un silenzio orante e riparatore?» [79].

Gesù bussa sempre, in un modo o nell’altro, alla nostra porta. Abbiamo il coraggio di dargli la risposta che attende da noi con un’umiltà, una pazienza e una dolcezza disarmanti? Gesù non forza mai una porta, perché è proprio dell’amore rendere liberi. Abbiamo abbastanza amore per essere dei veri artigiani di pace, datori di Vita, trasmettitori di Vita, così che le parole scritte sui muri del campo di Dachau «mai più», così che le parole pronunciate da Paolo VI davanti all’ONU «mai più la guerra», così che l’azione instancabile condotta da Giovanni Paolo II in favore della Pace, diventino realtà tangibili e portino i loro frutti?

In un mondo come il nostro oggi, in pieno mutamento culturale, il carisma di adorazione e di riparazione di Catherine de Bar, madre Mectilde del SS. Sacramento, può essere una delle risposte alla domanda: Signore, cosa vuoi che io faccia perché la civiltà dell’amore superi la cultura di morte che mina il nostro mondo?

Con l’adorazione del Verbo di Vita fatto carne, con la riparazione, comunicando a questa Vita divina offerta in Gesù Cristo, diventiamo i portatori di quella pace di cui Serafino di Sarov diceva: «Trova la pace e molti intorno a te saranno salvi». Non è forse per rendere gloria a Dio presente nell’Eucaristia e partecipare alla sua opera redentrice offrendosi per i peccatori che lo Spirito Santo ha innestato sul secolare albero benedettino, con la mediazione di madre Mectilde, un nuovo ramo che ha come scopo l’adorazione eucaristica e la riparazione?

 



* Monaca del Monastero dell’Immacolata Concezione di Rouen (Francia). Nostra traduzione di uno studio inedito: Mère Mectilde du Saint-Sacrement (1614-1698), un charisme pour notre temps.

[1] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, Rouen 1973, p. 105.

[2] Cf. Catherine de Bar, Une amitié spirituelle au grand siècle, lettres de Mère Mectilde de Bar à Madame de Châteauvieux, Téqui 1989, pp. 14-15.

[3] Cf. Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, cit., pp. 172-177 ; Mère Mechtilde du Saint Sacrement, Catherine de Bar, Entretiens familiers, Bayeux 1985, pp. 33-34 Joseph Daoust, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Téqui 1979, p. 27 ; Mère Marie- Véronique Andral, Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, 1614-1698, Itineraire Spirituel, 1.a ed. , Rouen 1990, p. 77.

[4] Mutuae Relationes, 12.

[5] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, Rouen 1973, pp. 82-83 ; Joseph Daoust, Le message euchristique de Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Téqui 1981, p. 16. Si veda anche su giansenismo e quietismo: Antonio Crimaldi, La spiritualità di Madre Mectilde de Bar nel contesto storico della Francia del ‘600, Catania 2003, pp. 314-346.

[6] N. 1752, Capitolo sullo stato di vittima, Antivigilia di Tutti i Santi, 1693 (250/3-4). I numeri tra parentesi indicano il numero del testo nel «dossier di Bayeux«, come pure la o le pagine che contengono la citazione.

[7] N. 1274, Lettera alla Duchessa di Orléans, in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Lettres inédites, Rouen 1976, p. 37.

[8] N. 2721, Conferenza per la festa dell’Attesa dell’anno 1663 (14/1).

[9] N. 1694, sull’annientamento (254/1).

[10] Cf. Catherine de Bar, Une amitié spirituelle au Grand Siècle, cit. pp. 174-188 (Ed. Italiana : Catherine Mectilde de Bar, Lettere di un’amicizia spirituale 1651-1662, ed. Ancora, Milano 1999, pp. 163-177).

[11] Va notato, tuttavia, che alcuni capitoli e conferenze alla base di questo studio sono ritrascrizioni di monache uditrici zelanti, come già avvenuto per altri, quali il beato Colomba Marmion.

[12] Eretti in Congregazione dal 1668, i monasteri furono, su espressa richiesta di madre Mectilde, nuovamente posti sotto la giurisdizione dei Vescovi nel 1696.

[13] Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo, Polonia.

[14] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, A l’Écoute de Saint Benoît, Prefazione di dom Jean Leclercq, 1979, p. 8 (ed. Italiana : Catherine Mectilde de Bar, Attesa di Dio, Jaca Book, Milano 1982, p. 11); Joseph Daoust, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Téqui 1979, p. 26.

[15] N. 2040, Lettera a una religiosa sul Vangelo della XIX domenica dopo Pentecoste (130/2). Cf. cap. 72 della RB. Si veda anche Madre Marie-Véronique Andral, «Mère Mectilde du Saint-Sacrement, bénédictine de son temps«, in Collectanea Cisterciensia, 54, 1992, pp. 250-268.

[16] Cf. Bernardo di chiaravalle, Sermone 5 sull’Avvento. Si veda Madre Marie-Véronique Andral, «Saint Bernard et Mère Mectilde du Saint-Sacrement«, in Collectanea Cisterciensia, 52, 1990, pp.318-329. Si veda inoltre Marie-Cécile Minin, Le message marial de Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Téqui 2001, pp. 29-31.

[17] Giuseppe Anelli «Parola di Dio nella Chiesa, serva del Vangelo per il mondo«, in Deus Absconditus, Anno 94, n. 4, Ottobre-Dicembre 2003, p. 22.

[18] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, p. 296.

[19] Id., p. 235.

[20] Id., p. 234.

[21] Vedi nota 12.

[22] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, pp. 234-235.

[23] Id., p. 232.

[24] Id., pp. 121-122, Scritto «de notre Révérende Mère Supérieure«.

[25] Le Véritable esprit des Religieuses adoratrices perpétuelles du Très Saint-Sacrement de l’Autel, Paris, 3.a ed.

[26] Raniero Cantalamessa, La vita nella signoria di Cristo, Ancora, Milano 1991, p. 62.

[27] Cf. Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, p. 157; Mère Marie-Véronique Andral, Itinéraire spirituel, cit., p. 10.

[28] Cf. Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, p. 129.

[29] Id., p. 129.

[30] N. 2887, Capitolo dopo Pasqua sull’obbedienza e la carità (94/1).

[31] N. 950, Conferenza sulla rinnovazione dei voti, 1694, supplemento 1 (195/5).

[32] N. 1752 (250/2-1).

[33] Jean Lafrance, La conoscenza di Cristo nella preghiera quotidiana, ed. OR, Milano 1989, p.114.

[34] N. 2831, Conferenza per la festa di San Benedetto (59/1).

[35] N. 394, Capitolo del secondo venerdì di Avvento 1693 (5/1).

[36] Ripartire da Cristo, n. 27.

[37] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, p. 177.

[38] N. 394, (5/1).

[39] Congragazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, Istruzione Redemptionis sacramentum, 25/3/2004, n. 37.

[40] Sulla riparazione si veda Dom Jean Leclercq, «Réparation et adoration dans la tradition monastique«, in Studia monastica, 26, 1984, pp. 13-42.

[41] Cf. N. 1234, Conferenza per la festa di San Benedetto, in Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, A l’Écoute de saint Benoît, p. 29.

[42] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint- Sacrement, Documents historiques, p. 155.

[43] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2628.

[44] N. 1535, Conferenza sulla santa comunione (260).

[45] La Journée Religieuse dressée par notre Révérende et très honorée Mère Institutrice pour faire tous les exercices réguliers et autres actions principales avec esprit religieux, manoscritto dell’abbazia Saint Louis du Temple, Limon, p. 130. Quest’opera, attribuita a madre Mectilde del SS. Sacramento, è frutto di un lavoro successivo alla sua morte, ma comunque fissato a partire dai suoi scritti. Cf. p. 465.

[46] La Journée Religieuse …, o. c., pag. 131.

[47] N. 337, Capitolo in occasione di un nuovo monastero (258/2).

[48] N. 1010, Capitolo sullo spirito dell’Istituto (251/2).

[49] N. 1932, Per la festa della Visitazione della SS. Vergine, 1 luglio 1672 (136/1).

[50] N. 1692, Conferenza dopo il primo giorno dell’anno 1663 (40/2).

[51] N. 513, Conferenza per il giorno della Dedicazione – sull’amore del SS. Sacramento (183/1).

[52] N. 1010, (251/1).

[53] N. 1010, (251/5).

[54] N. 2338, Conferenza: la vigilia dei Magi dell’anno 1694 sulla vocazione di adoratrice (44/1). Per la traduzione italiana dell’intera conferenza si veda Catherine Mectilde de Bar, L’anno liturgico, ed. Glossa, Milano 1997, pp. 129-135. In questa breve citazione ce ne siamo però lievemente discostati (N.d.T.).

[55] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement,Documents historiques, p. 121. Si tratta di pensieri e intenzioni di madre Mectilde sull’Istituto messi per iscritto prima che fossero in vigore le Costituzioni, quindi prima del 1668, e che vennero inseriti in La Journée Religieuse …, o. c., p. 449ss.

[56] N. 2808, Conferenza sulla divina volontà (157/1) e N. 2111, Conferenza sulla Trasfigurazione (140/2).

[57] N. 1010, (251/4).

[58] N. 188, Conferenza per la festa della SS. Trinità dell’anno 1683 (117/4).

[59] N. 2338, (44/1).

[60] N. 2017, Sulla santa comunione (262/1).

[61] N. 3062, Capitolo sulla vittima e l’olocausto (253/2).

[62] N. 3062, (253/1).

[63] N. 3062, (253/1).

[64] N. 513, Conferenza per il giorno della Dedicazione – sull’amore al SS. Sacramento (183/1).

[65] N. 1050, Conferenza della vigilia della Presentazione della SS. Vergine al Tempio, 21 novembre 1663 (187/3).

[66] N. 138, (252/1).

[67] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, pp. 124-127.

[68] N. 1010, (251/5).

[69] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, p. 123.

[70] N. 476, Conferenza della vigilia di Natale, (22/2).

[71] Catherine de Bar, Mère Mectilde du Saint-Sacrement, Documents historiques, pp. 132-133.

[72] Le Véritable Esprit, o. c., p. 208ss.

[73] N. 3062, (253/2).

[74] N. 188, (117/2).

[75] N. 188, (117/3).

[76] N. 2484, Conférence de la surveille de Noël 1693 (18/3).

[77] Le Véritable Esprit, o. c., pp. 59-60,63 (Abbiamo seguito qui la trad. it., Ronco di Ghiffa 1979, pp. 39,42). Il capitolo 16, pp. 199-205 (trad. it.  pp. 136-139), riguarda il Corpo mistico di Cristo.

[78] Catherine de Bar, En Pologne avec les Bénédictines de France, Téqui 1984, p. 100.

[79] Lorenzo Emilio Mancini, Shoah e riparazione, in «Deus Absconditus», 95, Aprile-Giugno 2004, p. 49.